1585: quattro fanciulli cortesi. Dal Giappone a Milano.
Ritratto di U. Monte Ito Mancio

1585: quattro fanciulli cortesi. Dal Giappone a Milano.

Rossella Marangoni -

Versione “più estesa” dell'estratto di Rossella Marangoni presentato nel numero 108 di Pagine Zen assieme ad alcune stampe rare dell'epoca.
L'intero intervento di Rossella Marangoni dal titolo “L’istesso giorno memorabile”: sguardi incrociati fra Milano e il Giappone a partire dal 1585” è pubblicato negli Atti del convegno “Milano, l’Ambrosiana e la conoscenza dei nuovi mondi (secoli XVII-XVIII), in Studia Borromaica 2015”.

Nel corso del 2016 si celebreranno i centocinquant’anni di relazioni diplomatiche fra Italia e Giappone ma nel 2015 era caduto un altro importante anniversario: il 530° della prima missione giapponese in Italia, un anniversario fagocitato, almeno a Milano, dall’ingombrante presenza di Expo, ma che ho voluto ricordare nel corso di un convegno che si è tenuto a novembre 2014 presso l’Ambrosiana di Milano con un intervento che vorrei riprendere qui.

Nelle parole di Urbano Monte, nel suo Compendio storico delle cose notabili di Milano il cui manoscritto è conservato all’Ambrosiana, è il primo vivido ritratto dell’arrivo a Milano, il giorno di San Giacomo 25 luglio 1585, della cosiddetta Tenshō shōnen shisetsu 天正少年使節, la “missione dei giovani nell’era Tenshō” (date era 1582 – 1590), la prima ambasceria giapponese in Europa (non potendo essere considerata tale il viaggio, privo dei crismi dell’ufficialità, di Bernardo di Kagoshima che era giunto a Lisbona nel 1555 a seguito di Francesco Saverio).

Il progetto dell’ambasceria è annunciato nella Lettera annale del 1582[1], una copia della quale è custodita in Ambrosiana, inviata da padre Gaspar Coelho, Viceprovinciale, al Generale della Compagnia di Gesù Claudio Acquaviva.

È in questa lettera che viene annunciata per la prima volta la decisione del Padre Visitatore Alessandro Valignano di inviare quattro giovani in Europa, una decisione meditata e motivata dal desiderio di magnificare il lavoro evangelizzatore dei Gesuiti in Giappone e da esigenze economiche (far giungere alla missione in terra giapponese finanziamenti dalla corte papale). È proprio in questo documento che troviamo citati per la prima volta i nomi dei giovani aristocratici che partiranno per l’Europa di lì a qualche mese e che giungeranno dopo lungo periplo a Milano il 25 luglio 1585. Sono Itō Sukemasu Mancio 伊東 マンショ (1570-1612) inviato del daimyō Ōtomo Yoshishige Sōrin Francesco 大友 義鎮宗鱗 (1530-1587), signore di Bungo 豊後 (suo zio), e Chijiwa Seizaemon Michele 千々石 清左衛門ミゲル (1569-?) rappresentante di due daimyō cristiani, i signori dei domini di Arima 有馬, Arima Harunobu Joao Protasio 有馬 晴信 (?-1612), e Ōmura 大村, Ōmura Sumitada Bartolomeo 大村純忠 (1532-1587), (rispettivamente zio e cugino di Michele). I due erano accompagnati da due giovani di casa Ōmura, Nakaura Giuliano 中浦 ジュリアン (?-1633), presentato come “Barone del Regno di Figen”, ossia Higen, e Hara Martino 中浦 ジュリアン (?-1639), “Barone del Regno di Fiunga”, ossia Hyūga. Ufficialmente solo Itō e Chijiwa hanno il compito di rappresentare alcuni signori locali del Kyūshū convertitisi al Cristianesimo e ansiosi di rendere omaggio al Papa, i daimyō di Bungo, Arima e Ōmura appunto, ma divenne prassi comune parlare del gruppo come dei “quattro ambasciatori”. Non è possibile però considerare i quattro giovani veri ambasciatori in quanto la loro ambasceria non era autorizzata né dal tennō, cioè l’imperatore, né tantomeno dal kanpaku Toyotomi Hideyoshi (1537-1598), subentrato a Oda Nobunaga nell’impresa di unificazione politica del Giappone. Certo è che nel corso del viaggio in Europa, i quattro giovani vennero presentati non solo come inviati di re, ma addirittura re loro stessi, in particolare Itō Mancio, come ben evidenziato dal ritratto che del giovane fa Urbano Monte.

Nei ritratti che dipinge Monte, infatti, Michele, Giuliano e Martino sono rappresentati vestiti all’italiana, alla moda dell’epoca, con collo a “lattuga” e recanti in mano un berretto alto detto “a tocco”. Itō Mancio, invece, al posto del tocco reca in mano una corona. Le didascalie, in forma di ottave, poste sotto ai ritratti, anche se ingenue, sono rivelatrici dell’impressione lasciata dai quattro inviati sul pubblico milanese: via via sono descritti d’animo gentile, di bell’ingegno, pieni di cortesia, degni d’ogni merito, di virtù rare. Più che personaggi di un lontano paese, perfetti cortigiani.

Dopo il soggiorno a Roma durante il quale gli inviati giapponesi rendono omaggio al Papa Gregorio XIII e assistono all’elezione di Papa Sisto V, i quattro giovani e i loro accompagnatori risalgono la penisola, sostando in una serie di città piccole e grandi, fra “festeggiamenti di popolo e scariche di artiglieria”.[2] Entrano infine nello Stato di Milano dove l’ambasceria giapponese si ferma 8 giorni.

La cronaca di Urbano Monte e le diverse cronache che comparvero già a partire da quello stesso 1585 narrano gli eventi che punteggiarono il soggiorno milanese degli inviati da un punto di vista europeo, e non potrebbe essere altrimenti. Per questo gli autori accompagnano la descrizione degli episodi con notizie sul Giappone e su usi e costumi dei Giapponesi, contribuendo a suscitare e ad alimentare un interesse per le cosiddette “isole degli antipodi” che fu alquanto vivace, anche se di breve durata.

Non ci resta, invece, alcuna cronaca, mi si passi l’espressione, “in soggettiva”, che documenti cosa videro i giovani giapponesi e come interpretarono ciò che videro. I diari che compilarono annotando accuratamente tutto ciò che vedevano e ciò che accadeva davanti ai loro occhi sono andati perduti.

Resta il De Missione[3] il resoconto in lingua spagnola che Alessandro valignano ricavò dagli appunti dei giovani e che poi Duarte de Sande tradusse in un latino elegante affinché potesse essere utilizzato come testo di studio sull’Europa nei collegi e seminari della Compagnia in Giappone. Il De Missione va quindi considerato con particolare cautela. Si tratta di un testo in cui è documentato il capolavoro diplomatico di valignano, questa missione in Europa che fra i tanti scopi ha anche quello di legittimare agli occhi dei Giapponesi la presenza dei padri, magnificando la grandezza della cultura europea, cui neppure la cultura cinese, riferimento classico per i giapponesi, può essere paragonata[4].

Sul soggiorno milanese dei quattro giovani aristocratici giapponesi si soffermano numerose cronache, ma oltre a quella di Urbano Monte, la cui rilevanza - si è già detto - è data in particolare dai ritratti dei 4 giovani, la cronaca più completa è quella ufficiale di Guido Gualtieri, commissionata da papa Sisto V. La loro lettura congiunta ci permette di isolare alcuni momenti del passaggio dei giapponesi a Milano.

I legati giungono nel Ducato di Milano nei giorni dell’insediamento del successore di Carlo Borromeo, Gaspare Visconti, sulla cattedra di Sant’Ambrogio. A causa di una disputa sul protocollo, il duca di Terranova, governatore di Milano, aveva temporaneamente lasciato Milano e i giovani giapponesi furono invitati ad attendere a Lodi il giorno deciso per il loro ingresso in città: “Il governatore di Milano, che era fuori della città in quei giorni, chiese che aspettassero perché desiderava ritornare e accoglierli personalmente al loro arrivo il 25 luglio, festa di San Giacomo.” [5]

L’ingresso si fece da Porta Romana, “già le strade erano piene d’innumerabile gente, che tumultuavano per vederli” [6] penetrando dalle mure nuove erette dal governatore Ferrante Gonzaga fra il 1549 e il 1569, e queste mura, lo sappiamo, fecero molta impressione sui giovani giapponesi. Il corteo sontuoso e imponente, aperto dalle autorità che avevano alla loro destra ognuno dei quattro giovani, era accompagnato da cinquecento cavalieri e da grande concorso di folla e dovette percorrere il lungo corso di Porta Romana, il cardo maximus della Milano romana per giungere al Collegio gesuitico in Brera dove il governatore Terranova aveva fatto preparare sontuosamente l’alloggio a loro destinato.

Dal giorno successivo il Collegio di Brera diventa meta di visite illustri. Tutti sembrano ansiosi di incontrare i quattro giovani legati: personaggi delle famiglie più in vista della città, i vescovi delle città vicine e alcuni ambasciatori fra cui quelli di stati che i quattro avevano visitato durante il loro itinerario attraverso la penisola.

L’urbanità, la civiltà, la cortesia, la modestia, la sobrietà accompagnate da un esotismo di modi e usi (le bacchette a tavola, l’acqua calda o meglio il tè in luogo del vino): sembra quasi che si vogliano verificare le voci che stanno già circolando, le notizie che ragguagli e cronache diffondono. Persino l’arcivescovo Gaspare Visconti si scomoda per giungere a Brera a discorrere con i giovani giapponesi, li invita alla sua prima messa solenne in Duomo. “Ricevettero per mano di sua signoria illustrissima la santissima Comunione restando di poco con lui a pranzo, nel quale quel buon Prelato stette con loro con un’incredibile amorevolezza e affezione.”[7]

Una visita in particolare sembra attirare l’attenzione dei cronachisti, quella al Castello, e l’incontro con il castellano, don Bartolomé de Palomeque. Se non dimentichiamo che Mancio, Michele, Martino e Giuliano erano rampolli dell’aristocrazia buke, quindi di stirpe guerriera, e se ricordiamo che provenivano da un Giappone ancora in preda alla lotte sanguinose fra clan che avevano caratterizzato il cosiddetto Sengoku jidai o periodo “dei paesi in guerra”, possiamo cogliere appieno l’interesse suscitato in loro da questa visita alla “gran fortezza”.

Ma come compare Milano nel De Missione? Una città opulenta e ricca, di uomini e di merci, di traffici e di affari. Molto potente “sia per le fortificazioni che per l’amenità del luogo”. Si coglie, sullo sfondo di questa descrizione lusinghiera, il senso di una laudes civitatum che è non solo convenzione letteraria, ma reale ammirazione: “Milano è abbellita dalla larghezza dei quartieri, dalla bellezza delle case e dallo splendore degli edifici, tutti particolari che la rendono bella, amena e ben fortificata.[8]”

Se ne descrivono accuratamente la ricchezza della città e dei suoi commerci, si citano la manifattura delle sete, i panni e le stoffe preziose dispiegate con piacere dai mercanti che si fanno un vanto del pregio delle loro mercanzie davanti ai visitatori stranieri. È un tripudio di broccati e sete, di ori e argenti. Nel De Missione quello che più colpisce nelle pagine dedicate alla capitale del Ducato è proprio la vivacità della descrizione della Milano mercantile: “La città è prospera per il gran numero non soltanto di mercanti, ma anche di diversi artigiani, tanto che si suol dire proverbialmente che chi volesse abbellire tutta l’Italia dovrebbe spogliare Milano; perché è davvero così piena di ogni genere di ornamenti e di opere d’arte che tutte le altre città potrebbero essere riempite con le ricchezze tolte da essa. [9]”

È una Milano nella quale l’alto artigianato dei forgiatori doveva riverberare agli occhi dei giapponesi l’altissima perizia dei forgiatori di spade giapponesi, il cui lavoro, avvolto da un’aura di sacralità in Giappone, non doveva essere sconosciuto ai quattro giapponesi rampolli di famiglie guerriere. Oltre ad armi e armature altri manufatti, e molti di fabbricazione milanese, porteranno con sé i giovani al rientro in Giappone e li mostreranno quando, finalmente, nel 1591, verranno ricevuti insieme a valignano da Toyotomi Hideyoshi, unico ricordo tangibile del loro viaggio, insieme ai loro racconti poiché il De Missione, essendo stato tradotto solo in latino ma non in giapponese[10], ebbe una circolazione limitata agli studenti di collegi e seminari. La situazione del Giappone era in quegli anni oltremodo complessa, la lotta per l’egemonia era in pieno svolgimento e il kanpaku aveva già emesso il primo decreto anticristiano, nel 1587. Occorreva agire con prudenza e discrezione e poteva essere pericoloso esaltare la grandezza dell’Europa: Hideyoshi, con le sue mire espansionistiche verso la Corea, la Cina e le minacce alle Filippine, l’avrebbe presa come una sfida. Meglio, molto meglio che le informazioni sull’Europa, e quelle su Milano di conseguenza, non fossero accessibili alle élite giapponesi della fine del XVI sec.

Quando tornano in questo Giappone ostile e in tumulto, nel 1590, i ragazzi sono diventati uomini e si è completata, nei due anni trascorsi in Europa e nel corso dei viaggi per mare, la loro educazione tanto che, nelle parole dello stesso valignano: “son diventati così portoghesi e così abituati al nostro mondo che sembrano europei, per la meraviglia dei fratelli giapponesi[11]”. Si può affermare che si sia compiuta una trasformazione forse inevitabile: da inviati a cortigiani.

I quattro giovani non sono allora solo “carta viva” ossia documento vivente, incarnato, delle conquiste del Cristianesimo in Giappone e del successo nella coltivazione spirituale di nuovi cristiani nella terra più lontana da Roma, nell’avamposto più lontano del Cristianesimo, ma giungono a essere, per i loro compatrioti, testimonianza vivente della raffinata cultura europea, di quell’arte dell’esser cortigiano che li faceva danzare con Bianca Medici e intavolare carteggi con il duca di Ferrara.

Prima di giungere a Milano, fermandosi nella basilica delle Grazie fuori Mantova, è facile ipotizzare che sostassero un poco davanti nella cappella di San Bartolomeo, davanti al sepolcro di Baldassarre Castiglione. Non era forse vero, del resto, come riporta il cronista mantovano Federigo Amadei, che: “Vollero seco portare nel loro mondo il libro del Castiglioni, come cosa la più rara e la più degna d’essere eziandio tradotta nella lingua cinese, (sic) a fine di trapiantare in quel remotissimo loro clima la pulitezza delle corti italiane[12].


Questo è un estratto dell’intervento di Rossella Marangoni dal titolo “L’istesso giorno memorabile”: sguardi incrociati fra Milano e il Giappone a partire dal 1585”. Il testo è pubblicato negli Atti del convegno Milano, l’Ambrosiana e la conoscenza dei nuovi mondi (secoli XVII-XVIII), in Studia Borromaica 2015.

Note:

[1]Lettera annale delle cose del Giapone del MDXXXII. Con privilegio. In Milano. Appresso Pacifico Pontio, MD LXXXV. Con Licentia de’superiori, 118pp.

[2] L’eccezionale interesse in Europa per questa ambasceria è dimostrato dalla consistente quantità di pubblicazioni che la riguardano e che vengono prodotte mentre il viaggio è ancora in corso. Adriana Boscaro ha censito ben 49 testi concernenti principalmente la missione e pubblicati in Europa nel solo 1585; altri 29, più altri 16 di cui si hanno solo notizie bibliografiche, uscirono negli anni successivi. Si tratta di 94 titoli in tutto pubblicati nell’arco di 10 anni. Si veda: A. Boscaro, Sixteenth century european printed wrks on the first japanese mission to Europe. A descriptive bibliography, Leiden, Brill, 1973.

[3]Titolo completo: De missione legatorvm Iaponensium ad Romanam curiam, rebusq; in Europa, ac toto itinere animaduersis dialogus ex ephemeride ipsorvm legatorvm collectvs, & in sermonem latinvm versvs ab Eduardo de Sande Sacerdote Societatis Iesu (In Macaensi portu : in domo Societatis Iesu 1590).

[4]Non a caso nel De Missione il capitolo riguardante la Cina precede immediatamente quello sull’Europa.

[5]Michael Cooper, The Japanese Mission to Europe, 1582-1590: The Journey of Four Samurai Boys Through Portugal, Spain and Italy, Global Oriental, 2005, p. 123.

[6]Guido Gualtieri, Relationi della venuta degli ambasciatori giaponesi a Roma sino alla partita di Lisbona. Con una descrizione del loro paese, e costumi, e con le accoglienze fatte loro da tutti i Prencipi Christiani per dove sono passati, Venezia, Giolitti, 1586, p. 135.

[7]Gualtieri, p.136.

[8]De Missione, p. 334.

[9]9 De Missione, cap. XXXIV.

[10]Lo sarà solo nel 1935 e la traduzione sarà compiuta da Izui Hisanosuke con un gruppo di collaboratori.

[11]valignano in ARSI, Jap.Sin. 23, f. 203v, stampato in Alvarez-Taladriz, “En el IV centenario de la embajada Cristiana de Japon a Europa”, in Sapientia, 16, 1982,p. 154.

[12]Federigo AMADEI, Cronaca universale della città di Mantova, (1745), a cura di G. Amadei, F. Marani e G. Pratico, Mantova, 1954, II, p. 526.

Bibliografia parziale:

Autori Vari, Anno 1585. Milano incontra il Giappone, Milano, Diapress, 1990.

J. A. Abranches Pinto and H. Bernard, Les Instructions du Père valignano pour l'ambassade japonaise en Europe. (Goa, 12 décembre 1583), «Monumenta Nipponica», V, 1943, 1-2, pp. 391-403.

Guido Berchet, Le antiche ambasciate giapponesi in Italia, Venezia, Visentini, 1877.

Adriana Boscaro, Il Giappone degli anni 1549-1590 attraverso gli scritti dei Gesuiti, «Il Giappone», VI, 1966, pp. 63-85.

Adriana Boscaro, Sixteenth century european printed wrks on the first japanese mission to Europe. A descriptive bibliography, Leiden, Brill, 1973.

Judith Brown, Courtiers and Christians: The First Japanese Emissaries to Europe, «Renaissance Quarterly», XLVII, 1994, 1, pp. 872-906.

Gaspar Coelho, Lettera annale delle cose del Giapone del 1582, Milano, Pacifico Ponzio, 1585.

Michael Cooper, The Japanese Mission to Europe, 1582-1590: The Journey of Four Samurai Boys Through Portugal, Spain and Italy, Global Oriental, 2005

J. Crasset, La storia della Chiesa del Giappone, libro VII, Venezia, Stamperia Baglioni, 1722.

Duarte de Sande, S.J., Diálogo sobre a missão dos embaixadores japoneses á Cúria romana, Macau, Fundação Oriente, 1997.

J. S. A. Elisonas, Journey to the West, «Japanese Journal of Religious Studies», XXXIV, 1, pp. 27-66.

Luis Fróis, Tratado em que se contem muito susinta e abreviadamente algunas contradições e diferenças de costumes antre a gente de Europa e esta provincia de Japão (1585), Tōkyō, Sophia University, 1955.

Guido Gualtieri, Relationi della venuta degli ambasciatori giaponesi a Roma sino alla partita di Lisbona. Con una descrizione del loro paese, e costumi, e con le accoglienze fatte loro da tutti i Prencipi Christiani per dove sono passati, Venezia, Giolitti, 1586.

Gunji Yasunori, Dall’isola del Giapan. La prima ambasceria giapponese in occidente, Milano, Unicopli, 1985.

Donald F. Lach, Asia in the making of Europe, I, Chicago, The Chicago University Press,1965.

P. Lage Reis Correia, Conhecimento e experiência: o contacto entre a Europa e o Japão no contexto da missão enviada a Roma pela Companhia de Jesus (1582-1590), «Lusitania sacra», XXV, 2012, pp. 81

Derek Massarella, Japanese travellers in sixteenth-century Europe a Dialogue concerning the mission of the Japanese ambassadors to the Roman Curia, Ashgate Publishing for the Hakluyt Society, 2012.

Urbano Monte, Compendio storico delle cose più notabili di Milano ed in specie della famiglia Monti, Ms, Biblioteca Ambrosiana di Milano.

J. F. Moran, Japan and the Jesuits: Alessandro valignano in sixteenth century Japan, London, Routledge, 2012.

Alessandro valignano, De Missione legatorum Iaponensium ad Romanam curiam, rebusque in Europa, ac toto itinere animadversis Dialogus Ex Ephemeride Ipsorum Legatorum Colectus, et In Sermonem Latinum Versus ab Eduardo de Sande Sacerdote Societatis Iesu. In Macaensi portu Sinici regni in domo Societatis Iesu cum facultate Ordinarij, & Superiorum, Anno 1590.

Alessandro valignano, Les jésuites au Japon. Relation missionaire (1583), Paris, Desclée de Brouwer, 1990.