Crocevia di spiriti e di vivi: commemorazione dei defunti a Kaminigorikawa, una comunità rurale del Giappone.

Crocevia di spiriti e di vivi: commemorazione dei defunti a Kaminigorikawa, una comunità rurale del Giappone.

Andrea Pancini -

Nel numero 108 di Pagine Zen Andrea Pancini (ioeilgiappone.wix.com/andreapancini ) racconta di come vengono onorati i defunti in Giappone, in particolare a Kaminigorikawa. Qui vi proponiamo la versione integrale dello scritto con alcune foto.

Quando l'estate scorsa ho deciso di partire per un viaggio di un mese in Giappone, non avrei mai immaginato di poter assistere in prima persona e prendere parte ai riti obon di Kaminigorikawa, un piccolo paese composto da una manciata di case della prefettura di Niigata. Era da quasi due anni che mancavo dal Giappone ma non avevo particolari aspettative. Pensavo semplicemente di andare a trovare amici e conoscenti; tuttalpiù avrei visitato alcune zone turistiche che nei miei precedenti soggiorni avevo mancato. Grazie alla famiglia S. invece, ho potuto provare un piccolo assaggio della cosiddetta osservazione partecipante di malinovskiana memoria. Ho trascorso due settimane a Kaminigorikawa dove, da semplice itaria no ancha (dial. di "ragazzo italiano"), ho avuto l'onore e il piacere di diventare un oyakata, il capo rappresentante della famiglia durante il rituale conclusivo di obon. Quale migliore occasione, quindi, per scrivere un piccolo diario etnografico?

Innanzitutto, è necessario definire per sommi capi il tipo di esperienza rituale di cui sto per scrivere. Per obon si intende una serie di sagre e di riti dedicati ai morti che ha luogo in Giappone durante il mese di agosto. Il festival di obon, per esteso obon matsuri, ha centinaia di suggestive varianti a seconda dei luoghi dove viene celebrato. Si può tuttavia riassumerne brevemente le caratteristiche come segue: pressappoco a metà agosto, i vivi attendono che i loro cari tornino a far loro visita dall'aldilà; per accogliere gli spiriti dei morti è necessario pulire e riordinare i luoghi a loro associati (cimiteri, santuari) e offrire cibi e bevande; il tutto si conclude con l'accensione di falò per indicare ai defunti la via del ritorno. Avevo già presenziato a delle feste obon in passato, divertendomi a ballare la caratteristica danza bon odori, ma mai sino ad allora mi era capitato di osservare da vicino la sfera privata e familiare di questo rito. È da precisare, inoltre, che il paesaggio rurale in cui mi trovavo grazie all'ospitalità dei miei amici giapponesi offriva un obon molto diverso da quello che solitamente si sperimenta a Tokyo o Kyoto.

Kaminigorikawa infatti, è un modesto conglomerato di case sotto la giurisdizione della città di Myōkō, la quale prende il nome dal monte che la sovrasta. Il centro abitato di Kaminigorikawa è così piccolo da non venire nemmeno riconosciuto come mura (ovvero villaggio, ente locale autonomo) ma viene tutt'ora indicato, dai suoi circa quaranta abitanti, tramite una definizione che durante l'epoca feudale era utilizzata per i sobborghi delle città: buraku.

Peraltro, gli abitanti rifuggono anche l'attuale nome Kaminigorikawa: per tutti conserva ancora l'antico nome di Eguchi. Ho saputo che, con l'avvento del sistema moderno di amministrazione territoriale un centinaio di anni fa, il posto è stato ufficialmente rinominato in Kaminigorikawa dalla municipalità di Myōkō. Non abbastanza, evidentemente, per convincere gli abitanti ad adeguarsi. Ho notato inoltre, con curiosità, che il nome "Eguchi" non è stato quasi mai pronunciato in mia presenza. Dopotutto, come il nonno della famiglia S., Kōichi, mi ha detto: "Per noi è Eguchi, per voi è Kaminigorikawa." Questa polarizzazione tra noi e voi mi ha dato un indizio certo sul tipo di comunità presso la quale ero ospitato: un tipico gruppo rurale, isolato ma molto coeso, con una forte identità territoriale. Questo non deve suggerire assolutamente freddezza o diffidenza nei confronti dei forestieri, anzi, ho trovato immediatamente una calorosa ospitalità anche al di fuori della casa dei S. .

Sicuramente il fatto che parlassi giapponese ha contribuito ad addolcire l'atmosfera: l'impossibilità di comunicare crea davvero non pochi problemi a chiunque intende compiere osservazioni di questo genere.

Arrivato il 6 di agosto, ci ho messo un po' ad acclimatarmi al fuso orario, e nel frattempo ne ho approfittato per conoscere gli abitanti del paese. Inizialmente ero confuso: il sistema di chiamarsi tra loro era ben differente da quello a cui ero abituato a Tokyo e i nomi erano sempre preceduti da qualche parola di cui non comprendevo la funzione. Hiroki, l'ultimogenito della famiglia S., mi ha spiegato che a Kaminigorikawa ogni proprietà terriera possiede uno yagō, ovvero un nome speciale dato alla casa e a chi ci vive. In questo modo due signore entrambe di nome Aiko, per non essere confuse tra loro, vengono chiamate rispettivamente kawanda no Aiko, la "Aiko del fiume", e ura no Aiko, la "Aiko del retro". In effetti, anticamente, in Giappone la gran parte delle persone veniva chiamata con un soprannome in base al luogo di nascita oppure al mestiere del capofamiglia. Una buona parte di questi yagō sisono tramutati nei cognomi odierni, ma non avrei mai pensato di poter incontrare qualcuno che ancora li utilizza secondo la "vecchia" maniera! A Kaminigorikawa è ancora prassi utilizzare questo sistema, perciò ho pensato fosse opportuno attribuire lo yagō della famiglia S. anche al mio nome. In pochi giorni avevo fatto un notevole passo avanti: da itaria no ancha, ragazzo italiano, ero diventato, per tutti, Kadoya no itaria no ancha, il ragazzo italiano del negozio all'angolo. La famiglia S., infatti, possiede una rosticceria che si occupa di preparare cibo su richiesta per feste ed eventi. Data la piccola dimensione del paese, il Kadoya, negozio dell'angolo dei S, è considerato un importante luogo di riferimento. Fusako, la nonna e matriarca della famiglia, mi ha spiegato che fino ad una ventina di anni fa il negozio fungeva anche da mini-market, attirando ogni giorno numerosi paesani. Con il progressivo calo del numero di abitanti e l'apertura di numerosi centri commerciali nella limitrofa Myōkō, i S. hanno deciso, pur conservando la fiducia del vicinato, di ridurre il negozio a semplice rosticceria. È stata proprio Fusako a coinvolgermi nei primi preparativi per l'avvento dell'obon, portandomi con se presso un supermercato di Arai il giorno 8 agosto. Quel dì la nonna ha comprato due dolcetti in pasta di zucchero colorata, chiamati higashi, da predisporre accanto al butsudan, l'altarino casalingo di famiglia. Stando a Fusako, un tempo queste offerte speciali per l'obon venivano preparate in casa, a mano. Oggi, come ho constatato con i miei occhi, esistono specifici angoli di higashi nei supermercati che vengono predisposti prima dell'inizio delle festività. Oltre ai dolcetti la nonna ha acquistato anche della gelatina di frutta di vari gusti, specificando che sarebbe stato preferibile disporre dei frutti veri sull'altarino, ma a causa del costo elevato della frutta le gelatine avrebbero costituito un ottimo compromesso. Oltre ad essere economiche infatti, di certo le gelatine non sarebbero andate a male e perciò si sarebbero potute lasciare sul butsudan per più tempo. Questo piccolo altare di legno espleta una funzione piuttosto importante: non solo è la sede temporanea delle urne cinerarie dei cari scomparsi sino a quando non vengono interrate, ma è anche l'angolo della casa destinato al culto privato degli antenati, dove sono esposte le foto degli avi. A differenza di quanto accade nei paesi cristiani, di solito, in Giappone la commemorazione di routine dei defunti non avviene nella dimensione pubblica come quella dei cimiteri, si predilige invece l'altarino, situato nell'intimità delle mura domestiche.

È proprio durante le festività di obon tuttavia, che il cimitero riacquista importanza diventando il luogo principale dei rituali.

Il giorno 10 agosto Hiroki, l'ultimogenito di casa S., mi ha accompagnato a visitare i luoghi sacri di Kaminigorikawa, dove alcune coppie di persone si stavano occupando di togliere lo sporco accumulato durante i mesi invernali e primaverili. Le pulizie di obon consistono soprattutto nel rimuovere il muschio dalle lapidi e tagliare le erbacce, per preparare l'arrivo dei cari, passati a miglior vita. Poco più in alto del Kadoya, a lato di uno stretto sentiero asfaltato, c'è un miya, un piccolo sacrario shintoista simile negli intenti alle cappellette votive che si incontrano spesso anche nelle nostre campagne. Al miya si accede da un piccolo spiazzo in mezzo ai pini, passando sotto ad un portale torii. Al centro dello slargo c'è una lanterna di pietra contenente un'effige di Inari, kami del riso e dell'agricoltura. Sebbene questi sacrari siano ufficialmente censiti dal Santuario Centrale di Ise, ad occuparsi della loro manutenzione sono gli abitanti del villaggio. Di fatto perciò, il miya è di proprietà della collettività di Kaminigorikawa. In ogni caso, una volta l'anno, a novembre, viene inviato un sacerdote kannushi dal santuario jinja più vicino per officiare un rito di purificazione harai.

Coloro che stavano riordinando il sacrario mi hanno detto che, proprio sotto alla lanterna in pietra, è seppellito lo shintai, il corpo fisico dove la divinità si compiace di risiedere in occasioni speciali. Ho appreso anche che il mamorigami, la divinità protettrice di Kaminigorikawa, si chiama Ōmiyabi ed è uno spirito femminile che si occupa di aiutare i contadini nei campi e le massaie nelle faccende domestiche.

Ancora più in alto, lontano dalle case del villaggio, in mezzo alla foresta e in cima ad un sentiero che si snoda tra piccole risaie a terrazza c'è un altro luogo sacro, opportunamente segnalato da uno scrostato torii rosso. Si tratta di una stele di pietra che reca la scritta "jūni ō", ovvero, "i dodici re". Attualmente il significato è oscuro persino ai paesani stessi, i quali mi hanno spiegato che, data la fatica che comporta salire fin lassù, la stele è in stato di semiabbandono da molti anni e nessuno si ricorda più quale sia la sua funzione. Hiroki mi ha detto che da piccolo era terrorizzato da quel luogo in penombra nella foresta. A me non ha fatto paura, ma ho comunque percepito un'atmosfera misteriosa che impregnava quella grossa roccia. In fin dei conti, è un luogo scelto dai kami.

Per ultimo, abbiamo visitato il cimitero. Si raggiunge percorrendo un sentiero che parte dalla strada principale del paese. Le tombe in pietra, poco più che una decina, sono ammucchiate sotto una macchia di alberi secolari, accanto ad un ruscello. Il cimitero era appena stato pulito, quindi non vi erano né muschio né erbacce. Le lapidi sono molto sobrie, in pietra, prive di fotografie e nomi. L'unica scritta che recano incisa è il cognome della famiglia o lo yagō. La tomba della famiglia S. ha circa un centinaio d'anni e contiene, tra le altre, le urne cinerarie dei nonni di Hiroki.

Il 12 agosto è arrivato il gran evento: la visita collettiva al cimitero, lo ohakamairi. Al mattino il padre di Hiroki ha preparato lo ofuse, un'offerta destinata al monaco buddhista incaricato di recitare i sutra durante la processione. Si tratta di una busta di carta nera che riporta in bianco il carattere cinese per "kokorozashi", ovvero "piccolo regalo". Kōichi ci ha infilato dentro una banconota da 10.000 yen (circa un centinaio d'euro), dicendomi che la cifra era stabilita convenzionalmente, la stessa ogni anno. A Kaminigorikawa si rispetta anche una particolare usanza chiamata oterasan yado, che letteralmente significa "la locanda del monaco". L'usanza consiste nell'ospitare per pranzo, prima di recarsi al cimitero, il sacerdote incaricato della processione. In cambio, il monaco recita le preghiere davanti al butsudan di famiglia. Kōichi mi ha spiegato, con un certo dispiacere, che ogni anno il bonzo sceglie una casa diversa, partendo da quelle in cima al paese e finendo a valle. Questa volta l'onore sarebbe toccato ad un altra famiglia.

Nel primo pomeriggio è arrivato il sacerdote dal tempio del vicino buraku di Suganuma. Alle cinque i preparativi erano finiti e sono stato incaricato, negli importanti panni dell'oyakata, di accompagnare Hiroki e i tre nipotini alla tomba di famiglia; Kōichi, impegnato con le consegne del negozio, ci avrebbe raggiunto più tardi. Abbiamo portato con noi due piccole lanterne di carta, un po' d'acqua, due bacchette d'incenso e un mazzo di crisantemi e fiori di loto. Così equipaggiati, e dopo esserci cosparsi di spray antizanzare sotto la raccomandazione di nonna Fusako, siamo arrivati alla lapide. Abbiamo disposto le lanterne di carta ai lati e le abbiamo accese assieme all'incenso. Nell'attesa del monaco, abbiamo provveduto a bagnare la tomba con l'acqua che avevamo portato, facendola colare dall'alto, con un intento purificatore. Terminata la preparazione, il sacerdote è arrivato e ha recitato i sutra. Pregando anch'io in silenzio e a mani giunte, ho potuto distinguere chiaramente, più volte, il nenbutsu, ovvero l'invocazione di Amida, buddha della luce infinita.

Nel frattempo, attorno a noi, sono arrivate alla spicciolata anche le altre famiglie del paese. Ognuna portava alla propria tomba di famiglia cose differenti, tra cui dolcetti e altre offerte. Terminato il nenbutsu, ho dato la busta dell'offerta al monaco che, nascondendo un po' di sorpresa, mi ha ricambiato con un sorriso, un inchino e si è recato, a turno, da tutte le famiglie in attesa. Dopo aver concluso il suo dovere, si è fermato davanti ad un grande albero cavo, dentro al quale era stato posto un pesante masso decorato con candele e incenso. Ho capito che si trattava di un altare commemorativo per i muenbotoke, cioè i defunti che pur appartenendo alla comunità di Kaminikorikawa non possiedono una tomba di famiglia e sono privi di lapide.

Lo ohakamairi ha permesso a tutti gli abitanti del villaggio di rivedersi, alcune persone addirittura dopo tanti anni. Tre generazioni di famiglie erano riunite in un boschetto afoso all'imbrunire, in mezzo alle lapidi e alle penetranti zaffate di incenso. Incredibile a volte come, grazie ai morti, i vivi si rincontrino. La serata si è conclusa con una cena all'aperto a base di carne alla griglia sul prato adiacente al kōminkan, l'edificio adibito alle riunioni degli abitanti di Kaminikorikawa. L'atmosfera era molto animata, grazie anche all'ottimo sake che viene prodotto a Niigata. Non sembrava affatto che le famiglie riunite avessero appena visitato un cimitero!

La cosa curiosa è che il kōminkan si trova proprio ai piedi della salita che conduce alle tombe, in asse con l'entrata. Dal prato dove ero seduto riuscivo a vedere, tra le foglie e i rami del boschetto, le luci delle lanterne luccicare ai lati delle lapidi. Sembrava proprio che i defunti di Kaminigorikawa partecipassero alla festa, occhieggiando da lontano. Ancora confuso dai numerosi complimenti e domande ricevute, e disorientato dai fumi del sake, sono tornato a casa seguendo Hiroki e gli altri sulla buia strada che riportava al Kadoya. Ad attenderci c'era Yūka, la cognata di Hiroki, pronta ad offrirci nuovamente cibo e bevande. Seduto in soggiorno, ho raccontato le mie impressioni sulla giornata e sulla visita al cimitero, strappando qualche risata ai nipotini che, dopotutto, mi vedevano ancora come un impacciato gaijin, straniero. Improvvisamente, abbiamo sentito un rumore sordo provenire da sopra le nostre teste. I nipotini hanno sussultato, i nonni hanno fatto notare che il secondo piano era deserto. Io ho detto: "nezumi deshō?", cioè "era un topo, vero?". Yūka non ha esitato a contraddirmi, serissima: "Sono loro. Sono venuti a trovarci e ora si preparano per tornare". "Loro chi?" ho chiesto, immaginando già la risposta. Nonna Fusako, sorridendo, mi ha risposto che, naturalmente, si trattava dei bisnonni in visita.