Il Kirin di Meinertzhagen
Una leggenda?

Roberto Gaggianesi -

Capita di frequente a noi collezionisti di affezionarci ad un nostro pezzo per motivi imperscrutabili: molto spesso l’innamoramento è legato ad uno dei primi acquisti, oppure, con un po’ di romanticismo, al ricordo particolare di una trouvaille oppure, quello più fatale, alla convinzione, non sempre avvalorata, che ci porta ad innalzare il nostro "unicum" a onori fantasiosi diventando, a questo punto, il pezzo raro e straordinario da mostrare con orgoglio prima ai famigliari, poi agli amici ed infine... al mondo intero.

Fatta questa premessa, che non nascondo che a volte, seppur in forma più blanda, ha coinvolto anche il sottoscritto, vorrei non essere assolutamente frainteso sull’argomento trattato. Non c’è nessun spirito polemico, né intenzione di confutare o contestare valutazioni e documentazioni di collezionisti ed esperti assolutamente più qualificati di chi scrive. L’intento é invece quello di soffermarmi su alcune affermazioni o solo aneddoti e farvi partecipi di alcune riflessioni su un netsuke sicuramente famoso di cui si è scritto a partire dagli anni ’50 (1950) fino ad arrivare ai giorni nostri, e scoprire come si può “amare” il proprio netsuke tanto da sorvolare su alcuni particolari di rilievo che lo riguardano e non accorgendosi che forse il senso dell’obbiettività si é leggermente offuscato per averlo amato, forse troppo.

L’altro intento è, ovviamente, anche quello di farlo conoscere a coloro che ancora non ne avessero mai sentito parlare.

Il netsuke è famoso, tanto quanto il suo “primo” possessore: si tratta del Kirin di Mr. Frederick Meinertzhagen (1881-1962).

La storia o, se volete, la leggenda di questo netsuke, raccontata su una scheda titolata “Il mio netsuke n. 1” conservata al British Museum, nasce nel marzo del 1950 e rimanda al febbraio del 1911. Il giovane Meinertzhagen è davanti alla vetrina di un piccolo negozio di antiquariato di Londra, aveva allora 30 anni ed aveva cominciato a collezionare netsuke, per sua stessa ammissione solo da pochi mesi, quando vede in questa vetrina quello che identificò e classificò subito come un capolavoro che doveva essere suo, comprato a qualsiasi prezzo. Fino a quel momento, afferma, non aveva speso più di quattro sterline per un netsuke, ma individuata la grande qualità del pezzo non esita a spendere ben 18 ghinee (circa 20 sterline) pur di averlo, una somma importante per i tempi e che non era nelle sue disponibilità, essendo ancora studente.

Questa prima riflessione può essere considerata solo un inciso. Pur riconoscendo Frederick Meinertzhagen come uno dei più grandi collezionisti-mercanti esistiti, è stupefacente questa sua immediata individuazione della straordinaria qualità del Kirin solo dopo qualche mese dall’inizio della sua collezione. Possiamo pensare invece, questo sì straordinario, ad un colpo di fortuna? Tutti sappiamo quanto sia faticoso e lungo il cammino del neofita prima di riuscire ad individuare le qualità ed i difetti di un netsuke.

Meinertzhagen continua, sulla scheda, a descrivere quello che riteneva essere il più raffinato netsuke che avesse mai visto e che, a distanza di quarant’anni, non riteneva di dover mutare la sua convinzione: “Il disegno della figura, esotico, unico ed espressivo, con così tanta grazia e potenza, combinate con l’insolita altezza, unite per catturare e sorprendere l’occhio, per suscitare emozioni, per qualificarsi come il lavoro di un genio, ad un livello che nessun altra opera di scultura potrà mai raggiungere”.

Si tratta evidentemente di una descrizione avvenuta dopo alcuni anni che, a mio parere, è ben lontana da un giudizio sereno ed obbiettivo e deborda nell’enfasi di colui che possiede e ama. Si intuisce che l’analisi è frutto della più puerile forma di entusiasmo da innamoramento quando parla della “insolita altezza” del Kirin dichiarata in 11,5 centimetri, dimenticandosi che la misura é assolutamente usuale nei sashi-netsuke, in particolar modo del 18° secolo, incontrandone spesso alcuni alti 15 centimetri ed oltre, ma anche spudoratamente esagerato giudicare quella scultura ad un livello mai raggiunto da nessun artista!

Meinertzhagen scrive del suo Kirin una seconda volta sul libro “The Art of the Netsuke Carver” pubblicato nel 1956.

Dalla didascalia che illustra il disegno del Kirin (i netsuke pubblicati sono della collezione Meinertzhagen, molti dei quali disegnati dallo stesso collezionista), apprendiamo che il “netsuke” è apparentemente privo di himotoshi, in alternativa si suggerisce un passaggio naturale per la cordicella in un voluta della coda, quindi un himotoshi naturale, per poi essere, forse, avvolta intorno al collo dell’animale perché rimanga dritto. (Figura 3)

Su questo inconsueto suggerimento si inserisce il commento di Bruno Asnaghi che, disponibile come al solito quando si tratta di disquisire, mi racconta che, cinquant’anni or sono, si trovò ad assistere ad una discussione tra mercanti d’oltralpe che, esaminando la foto del Kirin, già commentavano, non sempre benevolmente, gli aspetti estetici ed esecutivi del soggetto che, secondo i partecipanti, contrastavano con quanto fino ad allora conosciuto circa gli stilemi dei netsuke giapponesi dell’epoca fissata dal Meinertzhagen: inizi del XVII secolo. Va detto che Asnaghi, a proposito di una corretta valutazione ed esame del pezzo, lamenta che in tutte le fotografie pubblicate e a lui note, il nostro Kirin è presentato ritraendolo come una visione “lunare”, la stessa immagine che abbiamo noi a disposizione. Impossibile quindi intuire cosa possa riservare la sua parte mai vista, come del resto accade per la faccia nascosta della luna. Inoltre, sulla interpretazione dell’allacciamento, così come proposta, le perplessità di Asnaghi sono notevoli in considerazione della lacuna estetica dovuta ad una cordicella avvolta intorno al collo, che avrebbe reso l’opera inaccettabile dagli “importanti Shogun e loro consimili” ai quali l’oggetto doveva essere senz’altro destinato. Ma, ripete il nostro interlocutore, tutto è lasciato all’interpretazione del soggetto in fotografia e, per di più, da una sola visuale.

Qualche anno dopo, nel dicembre 2008, l’attuale proprietario del Kirin già Meinertzhagen, Joseph Kurstin, pubblica sull’autorevole rivista International Netsuke Society (INS Journal) da lui stesso presieduta, un articolo scritto con altrettanta, se non superiore, enfasi.

L’articolo inizia in modo inequivocabilmente “americano” e che non lascia spazio a compromessi : “Probabilmente, questo è il più bel netsuke che sia mai stato intagliato”. Il Dr. Kurstin prosegue fortunatamente aggiungendo altre notizie utili circa il percorso dell’ormai famoso netsuke, da Frederick Meinertzhagen fino ad arrivare alla sua collezione. Un percorso strano, che ben poco ha di enfatico e che non risente della magnificenza grondante dalla descrizione di colui che l’ha scoperto. Seguiamolo.

Il Meinertzhagen, ormai quasi ottuagenario, regala “il più bel netsuke che sia mai stato intagliato” ad un amico, il noto collezionista W.W.Winkworth, ma anziché consegnarlo personalmente o farlo recapitare in una confezione consona e adatta, almeno ben imballata, spedisce il prezioso oggetto per posta ordinaria, non assicurata e in una semplice scatola di cartone perfino un po’ “troppo piccola”.

Winkworth conserva il netsuke nella sua collezione fino a poco prima di morire, quindi lo vende ad un parente. In seguito, il leggendario Kirin, viene ceduto ad un collezionista molto riservato che lo espone solo in una occasione a Londra negli anni ’80 e, in seguito, lo cede al Dr. Kurstin.

Mi si impone più di una riflessione su questa ultima parte: ma come, lo straordinario netsuke, il più bello che io abbia mai visto e posseduto, capolavoro artistico di tutti i tempi, anziché farne omaggio al British Museum, con il quale sono in ottimi rapporti, affinché tutti ne possano godere ed apprezzare la bellezza, lo regalo ad un amico (queste amicizie al giorno d’oggi sono scomparse) e, per giunta, lo spedisco in una scatolina di cartone come se fosse un oggetto qualsiasi? Le poste britanniche, certo altri tempi e altra civiltà, non smarrivano o danneggiavano la corrispondenza? Certamente il Dr. Meinertzhagen si fidava molto della “Royal Mail”.

Sorvolando su questa leggerezza, forse senile, ci imbattiamo subito in altre stranezze. Sempre il nostro straordinario netsuke, viene questa volta venduto dal Winkworth, che ripeto, famoso collezionista inglese ma apparentemente privo di sensibilità e di riconoscenza per il ricordo dell’amico che glielo aveva regalato, ad un non ben identificato parente il quale, evidentemente insensibile al fascino dell’oggetto, lo cede in tempi brevi ad un collezionista, anche qui, supponiamo, senza tanti preamboli così come, non ci è dato di conoscere altro, viene ceduto a Kurstin. Asnaghi, prendendo atto di questi passaggi commenta “ Così come esposto, sembra che il cursus honorum del “Mio netsuke n. 1” lascia molto incuriositi. Lascia soprattutto spazio a qualche perplessità, come se, scomparso Meinertzhagen suo scopritore e mentore, il netsuke sia immediatamente rientrato in canoni più normali”.

Anche Kurstin comunque, nel suo articolo, intitolato The Meinertzhagen Kirin fa “svettare” il netsuke dall’altezza di 11,5 centimetri, soffermandosi sulla straordinaria ed indubbia patina dal tono di un ricco bianco tendente al color panna sul davanti e più scura, di un tono arancio giallino, sul retro. Aggiunge inoltre una interessante considerazione sul perché di questi due differenti toni che, va detto, anche questa non è una particolarità di questo pezzo, ma si riscontra su numerosi netsuke d’epoca. L’avorio, scrive, è stato ricavato dalla parte esterna della zanna, utilizzando, per il retro, la parte coperta dalla pelle dell’elefante per che quindi risulta di colore più scuro, affermazione che lascia più di un dubbio. In sintonia con il Meinertzhagen, Kurstin continua quindi affermando che questa patina così intensa conferma la datazione risalente agli inizi del 1600 ed il suo “elaborato ma sommesso stile barocco” testimoniano l’origine in una scuola di Osaka o Kyoto. L’articolo è corredato dalla “solita” fotografia del Kirin, riproposta anche in prima pagina e dalla fotografia della scatolina di cartone, quasi fosse una reliquia, con la quale Meinertzhagen spedì il netsuke al suo amico Winkworth.

Questa che mi permetto, lo riconosco, è l’unica nota veramente polemica ma, me ne darete atto, va detta. Non si capisce perché il Dr. Kurstin, attuale proprietario del Kirin, non abbia voluto corredare il suo articolo con l’altro volto “lunare” del netsuke: se non altro avrebbe dato un taglio meno monotono al suo articolo. Eppure lui, che evidentemente, avendo l'oggetto in suo possesso, ne aveva la possibilità, non ne ha avuto la volontà. In effetti la foto dell’altra faccia del netsuke naturalmente esiste, anche se si trova dimenticata su una poco nota pubblicazione giapponese “Netsuke Masterpieces Abroad” di Kottou Rokusho volume 38.

Il lato tenuto nascosto, oltre ad essere meno plastico e affascinante di quello conosciuto individua, in modo non completamente chiaro, quelli che potrebbero essere degli himotoshi abbozzati o forse realizzati e richiusi a seguito di un tardivo ripensamento, che avvalorano le tesi a cui giungeremo in seguito. (Figura 5)

Riflettendo invece sull’attribuzione di un’epoca così remota (per un netsuke), cioè inizi del XVII secolo, occorre decidere a monte a quale epoca storica vogliamo far risalire i netsuke. Penso si debba onestamente presumere dalla fine del 1500 agli inizi, appunto, del 1600. Appare anche scontato che, semplificando, dalle arcaiche “radici”, prima levigate, poi intagliate e scolpite, sempre con profili molto semplici, ai manju, indiscussi primitivi netsuke testimoniati sulle antiche stampe giapponesi, debbano essere trascorsi alcuni decenni, se non secoli, per arrivare a scolpire un netsuke il cui stile si presenta come un po’ più del “sommesso stile barocco” che suggerisce Kurstin. Concordo invece con quanto afferma Asnaghi quando la ritiene “una esuberante opera barocca”.

Se non si volesse attribuire con insistenza ad una scuola giapponese il merito di questo effettivamente straordinario manufatto, tutto potrebbe essere accettato. Invece, dopo aver sfiorato la probabile verità, ecco che invariabilmente vengono citate le scuole di Kyoto (Meinertzhagen), Osaka o Kyoto (Kurstin), Osaka con l’individuazione anche di probabili artisti Garaku o Gechù (Morena). Asnaghi con la semplicità che gli viene dall’esperienza e dall’obbiettività di pensiero afferma: “La mancanza di determinati attributi distintivi e necessari per essere convenientemente indossato e mostrato fa di questo Kirin uno dei più classici netsuke adattati e di chiara provenienza cinese”. Ed è la conclusione a cui in effetti giunge Meinertzhagen, relegata però nelle ultime parole della sua scheda, quasi a volersi giustificare con “io comunque l’ho detto” : “ …but it’s classical dignity shows Chinese inspiration”. Una giusta osservazione lasciata forse un po’ in disparte da Meinertzhagen per non sminuire “il suo netsuke n. 1”, che tale doveva essere e rimanere.




Bibliografia

International Netsuke Society Journal, Volume 28 N. 4, Winter 2008 .

“The Art of the Netsuke Carver” Londra 1956 , F. Meinertzhagen.

“MCI – The Meinertzhagen Card Index on Netsuke in the Archives of the British Museum, Part A “. F. Meinertzhagen , edito da George Lazarnick.

“Netsuke Masterpieces Abroad “ di Kottou Rokusho volume 38.