Chanoyu, cerimonia del tè in Estate, con mestolo

Intervista a Flavio Gallozzi
L’arte della fotografia e l’amore per il Giappone

A cura di Pagine Zen -

Vi proponiamo la versione integrale dell’intervista presentata nel numero 99 di Pagine Zen, assieme a un'affascinante Gallery di fotografie di Flavio Gallozzi www.flaviogallozzi.com

Come avviene la tua “scoperta” del Giappone?

Tutto ebbe inizio molto, ma molto tempo fa… sembra una favola ma, per me, è una storia molto importante, di luci e di ombre, di gioie e dolori, di incontri e di abbandoni: la storia della mia vita.

Come spesso accade è una storia di incontri. Al II° Liceo Artistico di Torino, ebbi la grande fortuna di avere Miyahara Mitsuo come mio professore per il biennio finale. Lo incontrai di nuovo, qualche anno dopo, alla Biennale di Venezia, poi ci perdemmo di vista. Scoprirò, più avanti negli anni, quanto questo incontro fu importante e formativo per il mio gusto e il mio spirito. In seguito conobbi Eriko, una modella giapponese, durante gli anni dell’Accademia di Belle Arti a Torino. Anche lei ha lasciato una traccia indelebile sulla superficie sensibile della pellicola e della mia memoria. Forse allora fui soltanto affascinato dalla bellezza esotica; la sua delicata femminilità, l’eleganza dei gesti e dei modi, e l’estrema educazione acuivano il suo fascino.

Finita l’Accademia mi trasferii a Milano per immergermi nel mondo della moda e qui, di nuovo, incontri molteplici e diversi con persone giapponesi stimolarono la mia fantasia e il mio interesse per il Giappone.

Ho vivissimo un ricordo: per un breve periodo lavoravo come fotografo di sfilate di moda, dalla mattina alla sera una sfilata dopo l’altra, poi si andava in laboratorio e nell’ora e mezza in cui si attendeva che fossero pronti gli sviluppi, c’era il tempo di mangiare; poi si andava a ritirare il pacco con 100 e più rulli e si rientrava per scegliere le diapositive. Verso l’una di notte e oltre andavo a consegnare gli scatti scelti per un giornale giapponese presso una signora, anch’essa giapponese, la cui abitazione fungeva temporaneamente da ufficio per la redazione del giornale. Mi ricordo perfettamente nei dettagli la scena della prima volta. Mi ha aperto la signora che, molto gentilmente, ha preso la busta con le foto e mi ha fatto accomodare su una sedia, nella luce delicata dell’ingresso dell’appartamento silenzioso. Da lì potevo vedere il soggiorno dove, nella penombra, inginocchiate intorno ad un tavolo basso, cinque ragazze di indefinibile età, ognuna con il proprio visore per diapositive e lente d’ingrandimento, in silenzio sceglievano le immagini. Poco dopo la padrona di casa è tornata con in mano una piccola tazza di tè verde ed un piccolo piattino con un dolcetto della dimensione di un bignè e me lo ha porto con maniere incredibilmente dolci ed eleganti, accompagnate da un bel sorriso. Ecco, forse quello è stato il momento in cui la mia curiosità e il mio interesse, che si erano lentamente trasformati in grande rispetto e simpatia, sono diventati amore per il Giappone.

Successivamente mi trasferii a Londra. Qui era ormai conscia la mia necessità di entrare in contatto più profondo con il mondo giapponese; riuscii a collaborare con diversi giapponesi, cercai anche amicizie e fu allora che il destino diede una svolta alla mia vita: mi fece incontrare Emiko, che diventerà mia moglie. Ci trasferimmo in Italia dove, dopo qualche tempo riuscii a ritrovare Miyahara sensei, il mio professore del liceo, col quale ora, sono legato da grande amicizia.

Cosa ti affascina del Giappone?

La sua cultura unica, la filosofia e la spiritualità che permea anche la vita quotidiana, l’estetica raffinatissima e la bellezza, allora per me così lontani e incomprensibili, ma che andavo scoprendo e apprezzando attraverso la visione di tante immagini, disegni a china e a colori, oltre a fotografie di autori contemporanei. Mi stupiva e affascinava per prima cosa l’uso dello spazio, del foglio, che noi definiremmo vuoto in termini negativi, di carenza o assenza, mentre scoprirò gradualmente quanto questi vuoti abbiano un peso, una sostanza che si contrappone al pieno, bilanciandolo. Nelle fotografie era costante l’uso di grandi parti in ombra; il buio, capirò col tempo e lo studio, è usato come elemento compositivo e non come mancanza di elementi o di idee.

In che modo i tuoi viaggi in Giappone hanno influenzato la tua ricerca?

Grazie a Emiko e alla sua famiglia ho avuto la possibilità, nei ripetuti viaggi in Giappone, di entrare in contatto diretto e profondo con la vera cultura tradizionale giapponese, di vivere la vita quotidiana alla maniera giapponese, di conoscere e frequentare persone diverse e conoscere anche diversi artisti, con i quali ho potuto collaborare, assistere al loro processo creativo come testimone partecipe e fotografare il momento della creazione dell’opera d’arte, fermando l’attimo unico e irripetibile e consegnandolo alla storia, rendendolo stabile e immutabile nelle mie fotografie.

Ci puoi dire più direttamente qualcosa sulla tua ricerca?

Nel mio primo viaggio in Giappone, tra le migliaia di foto che avevo scattato avevo scelto la serie della cerimonia del tè il chanoyu, e avevo esposto in alcune mostre, era una serie di 13 immagini a colori, col passare dei mesi, guardando e riguardando le fotografie, ebbi come un’illuminazione, una sola immagine emergeva fra le tante, per pregnanza di significato, di potenza espressiva, un concentrato dei due mondi distanti, due culture opposte ma complementari: era la foto della mano che regge il hishaku, il mestolo di bambù nella cerimonia del tè, allora decisi di eliminare tutte le altre fotografie e di iniziare la serie del gesto. Da quel lungo lavoro di selezione, decantazione e ripensamenti nasce la mia ricerca artistica, la mia strada, la via (tao) da percorrere, che cercavo da tanti anni e finalmente avevo trovato. Forse proprio quando non la cercavo coscientemente, la via è venuta a me, si è chiarita e si è materializzata: il gesto creativo e creatore è il titolo della mia ricerca.

Come sei arrivato al gesto?

Il momento magico della creazione artistica, quando il corpo, lungamente allenato sotto discipline severe e ripetitive, senza concedere il minimo spazio al cambiamento agisce senza sforzo, quando anche la mente è totalmente abituata alla ripetizione della tecnica e all’applicazione delle regole, le supera e agisce liberamente. L’artista maturo trascende la tecnica, per lasciare finalmente spazio al sentimento, al fluire del suo spirito; il suo braccio, la sua mano diventano il tramite tra il cervello o pensiero e l’espressione pura del cuore o sentimento. Allora l’arte si fa materia, appare nel mondo fenomenologico, diventando dipinto, calligrafia, musica, atto o oggetto.

Questo è ciò che mi ha colpito vedendo quella prima fotografia, quello che io cercavo da anni, schiavo delle tecniche, attento al modus operandi e dimentico di cosa volessi esprimere.

Sono affascinanti questi tuoi avvicinamenti ai particolari, questi intensi microcosmi.

Questa immagine così tagliata, concentrata, priva di ambiente, priva di volti, non descrittiva e volutamente non documentaristica, mi convinse del fatto che io riuscivo ad esprimermi naturalmente con il dettaglio, il close up, perché non c’è bisogno di tante parole, come non c’è bisogno di tanti particolari per esprimere lo spirito, che è inesprimibile, ma lo si può sottendere, far intuire, se si è in sintonia con esso o restare assolutamente celato al profano, a chi non è in armonia con lo spirito, non solo giapponese ma universale.

Che valore ha il bianco e nero nel tuo lavoro?

La mia ricerca della essenzialità mi ha condotto ad abbandonare l’inutile, il superfluo, quindi sono arrivato a togliere il colore, dedicandomi ai giochi d’ombra, ai pieni e vuoti, che evidenziano le geometrie della composizione senza perdersi nella superficialità del colore che, può sviare l’attenzione dell’osservatore sul gusto o la moda, sull’effimero, desidero lasciare che l’occhio dello spettatore indugi su superfici ora chiare ora scure e possa cogliere l’lo dell’artista e l’essenza della sua arte, e anche lo spirito della fotografia.

Fotografi giapponesi che ami particolarmente?

Eikoh Hosoe, Noriaki Yokosuka, Hoshino Komaro, Hideki Fuji, Hiro.

Questi sono i primi nomi che mi vengono alla memoria, ma non è l’ordine cronologico della loro scoperta da parte mia, questo è troppo difficile ricordare. Ricordo l’impressione che ricevetti, ancora agli inizi delle mie esperienze fotografiche, dalla visione delle foto di Mishima, che non sapevo assolutamente chi fosse, fatte da Hosoe Eikoh: dei bianchi e neri sgranati, molto contrastati e con neri molto profondi e dominanti. Agli inizi io cercavo di essere molto equilibrato e “pulito”, niente grana e ampie tonalità di grigi. Fu illuminante vedere che era possibile fotografare e pensare le immagini in maniera totalmente diversa. Anche Hideki Fuji con le sue immagini a colori di donne molto grafiche, incorniciate in ampi sfondi neri e in cui emergeva un solo colore ma ben saturato, mi impressionarono molto. La delicata sensualità e misteriosa profondità delle sue immagini mi trascinarono in un universo parallelo o semplicemente molto lontano, che mi affascinava profondamente. Quando scoprii Yokosuka Noriaki fu una rivelazione; con le sue immagini metteva in scena una sensualità surrealista, potrei paragonarlo al visionario Guy Bourdin (con cui ho avuto il piacere e l’onore di lavorare), ma anche qui in un universo parallelo. L’uso del colore più rarefatto e soprattutto le ambientazioni e lo studio usati come metafora e trasformati in miraggi o sogni a occhi aperti, in cui si presentano dei corpi nudi o dei vestiti di stilisti giapponesi. A proposito di sensualità rimangono incredibilmente affascinanti le immagini create da Komaro Hoshino, le cui foto di geisha delicatamente erotiche, hanno la capacità di trasportarmi in un mondo unico, lontano e irraggiungibile, fotografie a colori in cui la composizione è piena, il soggetto riempie il rettangolo dell’immagine, in cui il kimono della geisha diventa sfondo e il volto imbiancato dal trucco trasmette distacco, controllo di sentimenti e talvolta, improvvisamente, profonda passione e coinvolgimento erotico. Un altro fotografo che mi ha influenzato molto è stato Hiro, giapponese di nascita e emigrato giovanissimo in America nel primo dopoguerra, riesce a mantenere contatto con la profonda e antica cultura giapponese stemperandola nella non-cultura americana, lavorando nella moda e pubblicità con immagini di qualità altissima (molto americana nell’uso del grande formato) e colori pop art, congiunte sempre con l’idea profonda, simbolica e anche sottilmente sensuale.

Tocchiamo, se ti va, l’aspetto tecnico del tuo lavoro

E’ difficile parlare brevemente di tecnica, ma vorrei cominciare col dire che la tecnica mi ha sempre affascinato e bloccato, inizialmente almeno. Mi spiego, la tecnica deve essere al servizio dell’idea e non viceversa. All’inizio della mia carriera artistica dipingevo ed ero affascinato da diverse tecniche e mi ci dedicavo con passione, ma mi accorgevo che non avevo niente da dire, non sapevo cosa esprimere. Passato alla fotografia mi sono un po’ liberato da questo peso del non avere niente da dire, dedicandomi alla fotografia commerciale; il soggetto è dato dalla committenza e quindi potevo concentrarmi sul modo di esprimere il mio sentimento, il mio modo di vedere il mondo. La tecnica assoggettata all’idea è importante, se no si cade nel virtuosismo o nell’estetismo, anche se Marshall McLuhan ha “sancito” negli anni ’70 del secolo XX che “il media è il messaggio”, allora era giusto, nascevano e si affermavano nuovi media, nuove tecnologie e modi di comunicare, che potevano essere essi stessi il significato, ma io penso che una fotografia, ma anche un quadro o altro, anche se molto curata tecnicamente ed esteticamente, ma privo di un significato, un qualcosa da esprimere, è sterile, fredda. Tecnicamente io realizzo il “taglio” in macchina, cerco sempre di ottenere la perfetta inquadratura in ripresa e non faccio nessun taglio in stampa, è un esercizio di disciplina, mettere l’attenzione e la cura del dettaglio già nella fase di ripresa e non rimandare alla post produzione il salvataggio di un’immagine scadente è fondamentale per me. Io uso la tecnologia digitale da molti anni, mi piace e, se conosciuta a fondo, è all’altezza della pellicola, se non più avanzata, inoltre offre molte possibilità al fotografo, come la camera oscura digitale, seduti davanti al computer si ha la possibilità di interagire su contrasto, luminosità, gamma, ecc. senza bisogno di bacinelle e acidi. Riguardo alla stampa, anche il getto d’inchiostro è arrivato a livelli altissimi di qualità, e la scelta di carte da stampa è molto ampia, io scelgo per le mie opere, carta fibra naturale opaca, come la carta da acquerello, ha un tono leggermente caldo che assorbe la luce, la beve lentamente e non la riflette violentemente come la superficie lucida, le ombre acquistano profondità e i passaggi di ombra hanno sfumature molto delicati.

Riassumendo, la tecnica è fondamentale, bisogna conoscerla a fondo e padroneggiarla attraverso infinite ripetizioni, per poterla superare, dimenticarla e lasciar fluire l’ispirazione senza dover pensare a esposizione, inquadratura o altro, come nelle arti marziali, attraverso la ripetizione si assorbe e si fa propria la tecnica e quindi, si può lasciare la via libera alla creatività e all’ispirazione.

Che cosa sono per te la luce e l’ombra?

Questo è un aspetto del mio lavoro fondamentale, e devo ringraziare Tanizaki Junichiro per il suo meraviglioso “Libro d’ombra”. Lui ha saputo esprimere con parole magistrali quello che io sentivo nell’anima ma non sapevo esprimere razionalmente. Inoltre al mio primo viaggio in Giappone è stato uno spartiacque della mia vita e anche della mia espressione artistica, lì ho scoperto la bellezza e posso dire di aver capito la luce morbida, sembra ridicolo ma fu come una rivelazione, la luce “soft” non era più una scelta solo estetica, ma una scelta filosofica. Prima prediligevo un tipo di luce più dura, usavo “spot” di tipo cinematografico, ma sono passato a studiare il modo di lavorare sempre con luce riflessa da superfici o filtrata attraverso schermi, un po’ come gli shoji giapponesi, per ammorbidire la luce. Lavoro quasi esclusivamente in controluce, per creare atmosfera intorno al soggetto e per dare maggiore risalto al gesto, alla mano dell’artista, ma raramente posso illuminare recandomi da artisti, devo utilizzare lo spazio così com’è, trovando l’angolo migliore e assecondando la situazione, sempre diversa e imprevedibile. Ho sempre avuto una passione per immagini con ampie e profonde ombre, ma è stato il contatto profondo con la cultura giapponese che mi ha fatto innamorare delle luci soffuse e ampie zone d’ombra, e di questo modo di esprimere e vedere il mondo. Nella cultura tradizionale giapponese le cose importanti si tengono nell’ombra.

Personaggi, artisti o scrittori giapponesi che senti vicini?

Come già detto, un libro fondamentale per la comprensione della mia ricerca, per aver chiarito a me stesso quello che cercavo di dire con il mio lavoro è “Libro d’ombra” di Tanizaki. Trascrivo qui solo una frase: “… mi meraviglia la dimestichezza che i Giapponesi hanno con i segreti dell’ombra. Con quanta raffinatezza sono state distribuite luce e oscurità!”

Aggiungere zucchero, un bicchiere di vino rosso, pittura, cultura italiana, inglese e giapponese, frullare bene e questo è il mio cocktail, la mia ricetta, vi piace?