Kyudo
cenni storici sulla via dell’arco in Giappone

Scritto da Carlo Broggi -

Approfondimento dell'articolo di Carlo Broggi dal numero 109 di Pagine Zen Qui vi proponiamo la versione integrale dello scritto con alcune foto.

Argomento assai complesso e vasto da trattare, soprattutto perché questa disciplina, nata in tempi remoti, in Giappone non ha mai subito interruzioni nella pratica dal neolitico fino ai nostri giorni.

Questo articolo, che chiaramente non può presentare lo sviluppo del Kyudo in maniera approfondita, cerca però di aiutare il lettore interessato ad avere una visione storica, la più chiara possibile, su cosa sia realmente questa pratica.

Quando si parla di Kyujutsu (la tecnica dell’arco), come tecniche di tiro antiche, si fa riferimento a 2 categorie: Reisha, il tiro cerimoniale e Busha, il tiro militare.

Quest’ultimo è suddiviso in 3 differenti tipi di tiro:

HOSHA lo stile di tiro da combattimento a piedi, identificato soprattutto con la scuola Heki, praticato ancora oggi in Giappone, Italia e altre nazioni dell’Europa.

KISHA, lo stile di tiro a cavallo, sia militare che cerimoniale. La Ogasawara Ryu era la scuola specializzate nell’insegnamento di questo stile, soprattutto ai nobili di corte e ai samurai di alto rango. E’ il tipo di tiro praticato nello Yabusame.

DOSHA, lo stile di tiro creato per la competizione nel tempio del Sanjusangen-do e praticato soprattutto nel periodo Edo.

Il moderno Budo (quello che oggi viene inteso come “via delle arti marziali”, perché il significato originario era più complesso) in Giappone si è evoluto dai metodi di combattimento armati e non armati del passato. Oggi queste discipline sono diventate una forma di esercizio fisico e mentale, in cui i praticanti mirano a coltivare se stessi attraverso l’esercizio fisico e il trainig mentale. Il kyudo ha la particolarità di aver sostituito l’avversario con un bersaglio fisso in carta o altro materiale. Questa particolarità comporta il non avere così tecniche di difesa o di contro attacco. Colpire il bersaglio quindi, dipende solo dall’abilità dell’arciere. Visto che la performance di tiro non è influenzata da una eventuale presenza e reazione dell’avversario, il focus del tiro è interamente puntato sull’individualità del praticante. Il kyudo quindi è una disciplina che chiede una seria introspezione.

Una caratteristica particolare del kyudo è quella che ogni praticante può scegliere l’attrezzatura come arco, frecce e guanto a lui più consona. Questo vuol dire che le regole di pratica sono molto flessibili e lasciano abbastanza libero il praticante di scegliere ciò che più è adatto per lui. Quindi ogni praticante sceglie l’equipaggiamento in base al proprio fisico e alla propria forza. Nelle competizioni, visto che non esistono regole sulla potenza dell’arco che ognuno deve usare, ogni praticante e libero di competere con altri usando l’arco a lui più adatto, senza distinzioni di età o sesso. In seguito a questo, esistono quindi competizioni regionali o nazionali, le cui squadre partecipanti sono composte da tiratori e tiratrici insieme.

Oggi l’arco e le frecce per il kyudo non necessariamente devono essere realizzati con materiali costosi come il bambù. I materiali sintetici moderni sono più economici ed oggigiorno sono diventati di comune uso. Questo ha contribuito enormemente alla diffusione del kyudo. L’arco tradizionale è costruito assemblando diverse lamine di bambù e di legno, ma l’utilizzo di materiali moderni e poco costosi, come le lamine di carbonio e di fibra di vetro, hanno consentito la produzione di massa degli equipaggiamenti soprattutto per le scuole, i club e i principianti. Anche le frecce (ya) una volta interamente di bambù, oggi sono prodotte in maniera più economica in duralluminio o carbonio. Molti studenti e molti adulti che cominciano a praticare kyudo, usano questi materiali moderni.

Tradizionalmente l’arco e le frecce erano attrezzi per la caccia, ma in Giappone sono stati trovati anche resti di molti archi e frecce che gli esperti ritengono essere stati usati in cerimonie e celebrazioni. Questo perché nella mitologia del Giappone, l’arco è considerato un’arma sacra. Un dono fatto degli Dei agli uomini per aiutarli a procurarsi cibo e sostentamento.

Con il passare delle ere e il conseguente miglioramento tecnologico nella costruzione, si ottennero archi non solo con un miglior design in termini di forma e decorazioni, ma anche con una migliore qualità in termini di durabilità, prestazione e potenza.

Le prime chiare evidenze dell’uso dell’arco in combattimento, risalgono al periodo Kofun, infatti, ferite di freccia sono state scoperte sugli scheletri dei soldati trovati nei tumuli di questa epoca. Nella tarda metà del settimo secolo (periodo Asakusa, epoca Akamitori 654-686 dc) esisteva già una complessa cerimonia di tiro praticata alla corte imperiale chiamata “jarai”.

L’esistenza di questa cerimonia indica che già in quest’epoca l’arco era considerato una pratica civilizzata e una forma di studio culturale. Queste pratiche cerimoniali, tipiche dell’aristocrazia del tempo, furono profondamente influenzate anche dall’arrivo del confucianesimo proveniente dalla Cina. In Cina saper tirare con l’arco era considerata una delle principali abilità di un guerriero e insegnata come una delle 6 arti fondamentali (moralità, musica, arcieria, equitazione, letteratura e matematica). Il tiro con l’arco era parte fondamentale della crescita personale di un guerriero e questo ebbe un’enorme impatto anche nella cultura giapponese. Durante il periodo Kamakura (1185 – 1333) il tiro con l’arco era una fondamentale pratica di allenamento marziale per la classe guerriera e l’arco e le frecce divennero le armi più importanti sui campi di battaglia di allora.

Le leggende nate nel periodo Heian (794 – 1185) raccontano le imprese di mitici arcieri come Minamoto no Yoshiie, conosciuto anche come Hachimantaro (figlio di Hachiman il dio della guerra) per la sua grande abilità nell’uso dell’arco in battaglia.

Chinzei Hachiro Tametomo, che si dice (sicuramente esagerato dalla leggenda) affondò una nave carica di nemici sfondando la chiglia con una delle sue frecce scoccata con il suo potente arco. Genzami Yorimasa, che uccise un nue, una mitica creatura simile a una kimera. C’è anche la storia della battaglia di Yashima, combattuta dai Minamoto contro i Taira alla fine del periodo Heian, dove un arciere di nome Nasu-no-Yoichi Munetaka, da grande distanza, colpì un ventaglio che portava il simbolo (Kamon) del clan nemico fissato in cima a un bastone e sostenuto da una dama sulla prua di una nave che si stava allontanando. Questa impresa fu acclamata con grande ammirazione sia dai suoi compagni che dagli avversari come prova di grande abilità.

Molte di queste storie sono state arricchite nei secoli da esagerazioni e invenzioni atte a colpire e a stupire il popolo, che vedeva nei protagonisti eroi leggendari su cui creare racconti e drammi poetico cavallereschi per gli spettacoli teatrali del teatro Kabuki e del teatro No, ma certamente sottolineano ed enfatizzano quanto fosse straordinariamente importante l’arco in questa cultura.

Durante il periodo Kamakura (1185 – 1333), quando la classe guerriera prese il controllo sul territorio a scapito degli amministratori imperiali, dando così origine ai samurai che tutti conosciamo, l’arcieria, sia a piedi (Hosha) che a cavallo (Kisha), era una fondamentale pratica di allenamento marziale per i Bushi (guerrieri/samurai) e fino all’arrivo delle armi da fuoco, l’arco e le frecce furono le armi principali su tutti campi di battaglia. Documenti redatti all’inizio del periodo Edo, rivelano che circa il 60-70% dei morti e feriti nelle battaglie del turbolento passato giapponese, erano causati dagli arcieri.

Pratiche come lo yabusame (il tiro a bersagli fissi da un cavallo al galoppo),

lo inuomono (il tiro da cavallo contro dei cani lasciati liberi all’interno di un recinto) e lo kasagake (il tiro a bersagli di forma e dimensioni diverse posti a distanze e posizioni differenti fatto da cavallo e che riproduceva una situazione di combattimento) divennero eventi seguitissimi e molto popolari soprattutto fra la gente comune.

Il tiro da cavallo prese il nome di Kisha e le tre pratiche sopra indicate vennero chiamate Kisha-mizu-mono. Queste erano pratiche di allenamento base per ogni guerriero dell’epoca, ma oltre a queste forme marziali, esistevano anche gare, cerimonie religiose e non religiose, dove l’arco aveva una parte molto importante durante lo svolgimento dell’evento. La Ogasawara-ryu , che è considerata la prima vera scuola di Kyudo, fondata da Ogasawara Nagakyio (5 marzo 1162 – 15 luglio 1242) codificò prima il tiro cerimoniale e militare per i nobili della corte imperiale e per lo Shogun e in seguito codificò anche il tiro a cavallo. Gran parte dell’etichetta e della cerimonia usata nel kyudo moderno della federazione, deriva da questa scuola.

Takeda Nobumitsu, cugino di Ogasawara Nagakiyo, sviluppò il tiro a cavallo per il clan Takeda.

La costruzione e l’uso degli archi e delle frecce erano originariamente trasmesse da padre a figlio e, per generazioni, il loro miglioramento costruttivo avvenne attraverso continui tentativi ed errori. Ma alla fine la tecnologia di costruzione degli archi e delle frecce come armi, furono definitivamente guidate dalla lezione di vita e di morte che i guerrieri appresero in combattimento sui campi di battaglia.

La grande frequenza delle guerre di allora e il costante uso di queste armi misero in luce molti guerrieri esperti nell’uso dell’arco che, a lungo andare, crearono ognuno la propria ryuha di kyujutsu.

Quando si ricerca come le kyujutsu ryuha si sono evolute, è importante esaminare anche gli usi e i costumi dell’epoca tanto quanto le tecniche di tiro usate. Molti ritengono che le kyujutsu ryuha sono apparse molto presto rispetto alle altre scuole del bujutsu (tecniche di combattimento). In realtà non è stato trovato alcun documento così antico che ne attesti la nascita o nessun libro che ne tramandi il contenuto tecnico che si possa far risalire a periodi più antichi rispetto alle altre scuole di combattimento. E’ più appropriato ritenere, dai documenti originali arrivati fino a noi che, dopo la Ogasawara – ryu, la seconda vera scuola, nacque nella seconda metà del periodo Muromachi (1436 – 1573) ad opera di Heki Danjo Masatsugu, fondatore della Heki-ryu, che iniziò la propria kyujutsu ryuha esattamente negli anni a cavallo tra il 15esimo e il 16esimo secolo. Diverse altre kyujutsu ryuha fanno risalire la loro nascita a prima della Heki-ryu, esempio la Taishi-ryu, Kashima-ryu, Hachiman-ryu, Hemni-ryu, Ban-ryu, Ki-ryu, Hidesato-ryu e Nihon-ryu. Ma la documentazione storica rivela che queste scuole sono nate dopo la Heki-ryu e che in realtà sono delle sue derivazioni. I maestri di queste scuole apportarono delle modiche allo stile Heki proprio per poter creare la loro scuola personale. In altre parole possiamo dire che molte di queste scuole non erano vere e proprie ryuha come si intende oggi, ma solo tecniche di tiro derivate dalla scuola heki, leggermente modificate e adottate da certi clan guerrieri, che però sono rimaste confinate all’interno dei clan stessi.

La Heki-ryu elaborò lo stile di tiro militare e fino alla restaurazione Meiji (1868) e poco oltre, fu in assoluto la scuola di kyujutsu più praticata in Giappone.

Il fondatore della Heki-ryu, Heki Danjo Masatsugu, è considerato il responsabile del rilancio dell’interesse del kyujutsu giapponese. Si ritiene che egli visse durante il periodo Muromachi, e le credenze popolari sostengono che fosse la personificazione di Hachiman (il dio della guerra). Per essere precisi però, l’esistenza di Heki Danjo non è del tutto certa (recenti studi ritengono che il vero fondatore della Heki ryu sia stato Yoshida Shigekata, abile arciere dello stesso periodo che, per eccessiva modestia, insieme a suo figlio fondò la scuola con un altro nome). Infatti non si hanno scritti attribuibili direttamente a Heki Danjo. La sua esistenza è testimoniata dai successivi maestri della scuola o da altri guerrieri che ne hanno accennato nei loro testi. Le informazioni sulla scuola Heki prima dell’arrivo di Yoshida, non sono chiarissime, ma dall’apparizione di Shigekata alla guida della scuola, tra la fine del 1400 e i primi anni del 1500, la Heki ryuha è tracciabile in ogni sua parte.

A partire dalla fondazione della scuola, 12 diversi stili (ha) vennero sviluppati nel secolo successivo da vari allievi. Dei 12 stili ufficiali, 6 furono i più diffusi e tra questi, lo stile maggiormente praticato nel periodo Edo (1603 – 1868) fu l’Insai-ha, che è arrivato immutato fino a noi ed è praticato ancora oggi. Questo stile era il più praticato soprattutto nei domini dei Tokugawa (la famiglia dello shogun) e infatti divenne lo stile preferito dai guerrieri (samurai) e anche dalla gente comune. Essendo praticato anche dallo Shogun, lo stile Insai prese definitivamente il nome di Heki To-ryu, dove infatti la desinenza To, sta ad indicare, proprietà dello Shogun.

Quando il Giappone entrò nel periodo di pace imposto dai Tokugawa, l’uso dell’arco in combattimento cominciò un lento declino, spodestato dalle armi da fuoco. Il tiro con l’arco ebbe invece un notevole rilancio in una “competizione sportiva” che raggiunse una popolarità tale da dare un notevole impulso allo sviluppo dei materiali e dei metodi di costruzione che hanno poi portato ad avere l’equipaggiamento che usiamo oggi.

Pochi lo sanno, ma il modello di arco giapponese che viene usato oggi, è stato sviluppato proprio nel periodo Edo per essere usato in questo gioco. Il guanto dal pollice rigido e la forma dell’arco moderno, sono stati sviluppati per consentire agli arcieri di praticare questo gioco che prevedeva una difficile performance di tiro che, in un caso specifico, durava 24 ore. La competizione in questione si svolgeva presso il Sanjusangen-do, il tempio dalle 33 campate, a Kyoto.

Lo scopo della gara era quello di far volare la freccia per l’intera lunghezza della veranda esterna da sud verso nord, senza che la freccia andasse a colpire il soffitto o rimbalzasse sul pavimento o sul muro laterale. Praticato da secoli come dimostrazione di abilità da parte dei samurai arcieri, questa competizione venne codificata nella forma poi praticata, dopo il 1606, anno in cui si fa risalire ufficialmente l’inizio delle gare annuali. La veranda sotto cui si tirava è lunga 121,7, alta 5 e larga 2,5 metri, ancora oggi si possono vedere i monconi delle frecce conficcati nelle travi della copertura. Si svolgevano 4 gare diverse, anche a seconda dell’età dei partecipanti, ma la più attesa era quella che prevedeva lo scoccare frecce per 24 ore. Vinceva chi ne tirava il maggior numero facendole volare per l’intera lunghezza della veranda. Il record assoluto fu registrato il 26 aprile del 1668 quando Wasa Daiachiro, del feudo di Kishu, scoccò 13.053 frecce, di cui 8.133 volarono per l’intera lunghezza della veranda. Una media di circa 9 frecce al minuto. Questo “gioco”, raggiunse una popolarità tale che 2 stili della Heki ryu svilupparono una tecnica di tiro appositamente per questa competizione. Erano lo stile Sekka e lo stile Chikurin. Addirittura, il clan Date reclutava arcieri da tutto il Giappone. I migliori di questi venivano assunti e fatti partecipare alla competizione come arcieri del clan. Nei 250 anni in cui si svolse questa gara, 899 arcieri registrarono i loro record. Vincere questa competizione dava fama e ricchezza e molti samurai si allenavano solo per riuscire a primeggiare nella gara. La popolarità di questo gioco fu tale che addirittura venne creata una competizione simile a Edo. Quando anche questa ebbe termine, all’inizio del periodo Meiji, 543 arcieri registrarono il loro record in questa competizione gemella.

Alla fine del periodo Edo, il governo militare centrale sospese le annuali cerimonie di ispezione sul kyujutsu (1862) rimuovendolo anche dai programmi di addestramento delle scuole militari. L’abolizione poi del sistema feudale nel 1871 e la trasformazione in prefetture delle allora provincie, domini dei vari clan militari, e la creazione di un esercito nazionale di coscritti, rese inutile l’esercizio delle tecniche di combattimento. L’abolizione delle classi sociali (samurai, contadini, artigiani e mercanti) fece rapidamente trasformare l’arcieria militare dei samurai in una forma di sport o ricreazione per la gente comune. Diverse tecniche di tiro vennero inventate per il divertimento o per gioco, e alcuni costruttori cominciarono a produrre archi di piccole dimensioni fatti solo per lo svago.

Venuta a cadere la classe dominante dei samurai, molti maestri di arti marziali si trovarono in difficoltà economica avendo perso i loro stipendi e alcuni aprirono le proprie scuole modificando le tecniche insegnate, per poter aumentare il numero di allievi, includendo anche persone non legate al vecchio mondo dei Bushi.

Honda Toshizane, arciere chikurin-ha, che era al servizio dello shogunato come istruttore di Dosha, fu uno di questi. Nel 1889 pubblicò il suo libro sul tiro con l’arco intitolato Kyudo Hozon Kyoju e aprì la sua propria scuola. Questa è storicamente la terza scuola di arcieria nata in Giappone, dopo la scuola Ogasawara e la scuola Heki.

Nel 1892 divenne istruttore della prima Scuola Superiore e nel 1895 venne chiamato anche a diventare membro fondatore della Dai-Nippon Butokyukai. Il suo metodo shomen uchi-okoshi, proprio per la facilità di esecuzione, divenne il principale praticato alla fine dell’epoca Meiji e inizio dell’epoca Taisho ed è quello che ha ispirato anche lo stile praticato oggi dalla federazione.

Nonostante però il declino del kyujutsu del periodo Meiji, un certo numero di praticanti si prodigò per mantenere viva la tradizione di tiro ereditata dai samurai. Già nel 1862 un Daimio con una lungimirante intuizione, ordinò al proprio maestro di Kyudo di elaborare una forma di allenamento che preservasse l’antica tecnica del tiro da guerra della Heki To-ryu. Nacque così Koshiya Kumiyumi, una forma di allenamento in armatura, creata appositamente per mantenere viva la tecnica del tiro da battaglia.

La tradizione del tiro con l’arco ebbe una rinascita, insieme alle altre tecniche di combattimento, nel periodo della guerra Sino-Giapponese (1894-95) e Russo-Giapponese (1904-05). Il nuovo nazionalismo del governo favorì e usò l’antica educazione marziale dei Bushi per rinsaldare l’unità nazionale.

Nel 1895 venne creata dal governo la Dai-Nippon Butokukai – La grande società giapponese delle virtù marziali – per promuovere nuovamente le discipline del Bujutsu, questa volta però, allargate a tutto il popolo. Vennero creati istruttori in tutto il Giappone che potessero insegnare degli stili comuni standardizzati dalla Dai-Nippon Butokukai, in modo da ridurre il più possibile le differenze di stile fra le diverse ryuha del passato e vennero introdotti i vari gradi di abilita, i famosi dan. Questo per incentivare e gratificare i praticanti. Negli anni successivi il Kyujutsu venne introdotto anche nel programma di educazione fisica di istituti quali il Keio Gijuku, l’università di Waseda e le classi primarie e secondarie dei licei. Nel 1911 fu creata la prima competizione interscolastica, che diede il via ai campionati scolatici annuali.

Nel 1926, il governo decise di modificare la sillabazione delle discipline del Bujutsu inserite nel programma di educazione fisica del ministero della pubblica istruzione; il kenjutsu, il kyujutsu e il jujutsu divennero kendo, kyudo e judo. La parola jutsu, tecnica, venne sostituita dalla parola do, via. Dopo di ciò, questa terminologia divenne di uso comune, anche per i praticanti di queste arti al di fuori dell’ambito scolastico.

Nel 1930 venne creata l’Associazione degli studenti di kyudo e l’anno dopo, si svolse la prima competizione nazionale. Uno dei problemi principali riguardanti la pratica del kyudo nelle scuole fu lo stile da praticare. Gli studenti praticavano lo stile di kyudo legato alla ryuha di appartenenza dell’istruttore. Si decise allora di sviluppare un unico stile che potesse essere praticato da tutti per tentare di superare, quello che all’epoca, era considerato un problema.

Nel 1934, venne istituita una commissione per cercare di creare un unico stile di tiro, unificando aspetti delle 3 ryuha esistenti, la scuola Heki, la scuola Honda e la scuola Ogasawara e, nel 1935, il nuovo stile venne presentato agli istruttori delle scuole con il nome di Dai-Nippon Butokukai Kyudo Yosoku, più comunemente conosciuto come Butokukai-ryu. Questo nuovo stile venne però accettato da pochissimi istruttori e la maggior parte lo criticarono fortemente, perché si discostava troppo dalla tradizione e soprattutto dai contenuti tecnici delle scuole antiche. Nel 1944 venne deciso di accantonare il nuovo stile ibrido e di far praticare agli studenti lo stile che i loro istruttori insegnavano, senza preoccuparsi a quale ryuha appartenessero.

Con l’occupazione del Giappone nel 1946 da parte delle forze alleate, tutte le tecniche marziali vennero sospese e anche la parola Budo, che era considerata una delle parole chiave per il passato militarismo del Giappone, venne strettamente controllata dalla censura alleata. Nel novembre del 1946 la Butokukai venne abolita, eliminando così ogni collegamento al vecchio ordinamento di studio del Bujutsu. Visto il tragico recente passato, la nuova società giapponese non poteva accettare che il Budo tornasse ad essere quello di un tempo, quindi, per non rinnegare i valori positivi in esso contenuti, si ridisegnò lo studio di tutte le tecniche di combattimento come attività sportive. La disciplina più colpita fu il Kendo, che ebbe l’autorizzazione a rinascere molto tardi, nei primi anni 50 e completamente trasformato.

Nel 1949 venne creata la Nippon Kyudo Federation e l’anno successivo il primo campionato di kyudo giapponese ebbe luogo in Kyoto.

Nel 1957 la Nippon Kyudo Federation cambiò nome in All Nippon Kyudo Federation e divenne ufficialmente una fondazione che esiste sotto questa forma ancora oggi.

Nei decenni successivi il kyudo vede una diffusione mondiale e il nascere di molte federazioni nazionali, fra le quali anche quella italiana ed europea. Nel 2006 è nata la International Kyudo Federatio (IKYF) con l’intento di promuovere globalmente il Kyudo, sempre però sotto l’egida e la guida costante della federazione giapponese.

Anche se oggigiorno il Kyudo non è più una forma di tiro pratico (da guerra o da caccia), l’allenamento si basa sui raffinati valori di autodisciplina dei bushi e lo spirito e la tecnica delle varie ryuha del passato è stato largamente mantenuto e trasmesso attraverso le generazioni.

Ma il moderno kyudo, in particolare il moderno stile creato dalla federazione negli anni 50 dello scorso secolo, per poter rinascere è stato in un certo senso obbligato a sviluppare una nuova direzione, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nel Manuale della All Nippon Kyudo Federation i 4 punti fondamentali del kyudo moderno sono espressi in questo modo:

-Studiare i principi del tiro (shaho) e l’arte del tiro (shagi)

-Applicare i movimenti formali (taihai) basati sull’etichetta (rei)

-Migliorare il livello di tiro(shakaku) tirando con dignità (shahin)

-La volontà di tendere alla perfezione come essere umano

Il kyudo oggi è ovviamente un esercizio fisico che promuove la salute e il benessere, ma il manuale di kyudo puntualizza anche che esso dovrebbe anche “rendere la vita più piena” per sviluppare meglio “disciplina, modestia, senso di calma e rispetto, self-control e le virtù di introspezione”. E’ quasi come se il bersaglio fosse uno specchio, che riflette l’abilità e lo stato d’animo del praticante.

Per il Kyudo moderno, prendendo una nuova direzione dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si è deciso di definire il "Supremo Obiettivo del Kyudo”. Nel Manuale di Kyudo della federazione è scritto che l’obbiettivo di ogni kyudoka è praticare il concetto di "verità, bontà e bellezza" (shin-zen-bi). Il problema però è che questa base di pensiero non è chiaramente definita. Il concetto di shin-zen-bi non appatiene alla tradizione dell’insegnamento del kyujutsu giapponese. Questo modo di vedere è un concetto moderno, che sembra essere stato pesantemente influenzato dal pensiero occidentale. Il concetto di shin-zen-bi non appatiene alla tradizione dell’insegnamento del kyujutsu giapponese; nemmeno al kyudo praticato dalla restaurazione Meij fino alla fine della guerra.

Il supremo obbiettivo del kyudo descritto nel manuale, tuttavia sembrerebbe un concetto più appropriato per descrivere qualcosa di simile al supremo fine della vita umana. Questo però non è qualcosa di strettamente relegato al mondo del Kyudo in generale. E 'certamente più strettamente collegato al quarto punto del Kyudo moderno che pone il valore su "la necessità di tendere alla perfezione, come essere umano". Ma anche in questo caso, questa ricerca non è una peculiarità solo del kyudo.

Questo nuovo modo di presentare il kyudo, senza una finalità chiaramente espressa, ha dato origine poi a svariati personaggi alquanto bizzarri, che hanno usato questa mancanza di chiarezza per inserire nella disciplina stessa una serie di pensieri e principi di fantasia, che non hanno alcuna attinenza né storica né tradizionale con la pratica del tiro con l’arco giapponese.

Negli ultimi decenni ci sono state anche pubblicazioni fatte da questi stravaganti personaggi, che hanno avuto un notevole successo soprattutto nel mondo occidentale che, perennemente alla ricerca di qualche cosa che dia la sensazione di poter superare il mero materialismo tipico dell’animo umano, ha spinto molte persone a ritenere che il modo stravagante di praticare il tiro con l’arco giapponese presentato da questi personaggi eccentrici, slegato dal concetto pratico del rigoroso apprendimento della tecnica attraverso il duro allenamento fisico e scevro da pensieri inutili, fosse il fine ultimo di questa disciplina.

Idee come il kyudo legato alla pratica Zen, oppure legato a qualche forma di meditazione o, peggio ancora, a qualche pensiero religioso, non hanno alcun fondamento storico e sono sicuramente idee che hanno avuto origine in occidente. Nonostante queste idee stravaganti abbiano avuto una certa diffusione anche in Giappone, portate dal costante svilupparsi della moda e del pensiero occidentale, nessun giapponese di oggi e men che meno del passato, ha mai pensato al kyudo... o a qualunque altra disciplina del budo... come ad una pratica legata a questi concetti. Per correttezza di informazione, c’è stata qualche eccezione anche in passato: un nome su tutti, forse il più noto, Awa Kenzo (sarebbe troppo lungo spiegare quale strano personaggio sia stato questo arciere dei primi decenni del 1900, preso a sassate per la strada dai suoi contemporanei, perché si inventò una religione basata sul tiro con l’arco. Lo faremo in un articolo futuro). Esempi passati, usati da questi moderni personaggi per giustificare le loro fantasie, senza tenere conto però che già nel Giappone di allora, tali eccentrici tiratori erano stati considerati dei pazzi, al di fuori della storia e della tradizione. Infatti non esiste nessun testo di nessuna scuola o stile che presenti il kyujutsu (Kyudo moderno) come una pratica che vada oltre il semplice apprendimento di una raffinata tecnica di tiro.

La crescita intellettuale e personale dei kyudoka, passa necessariamente attraverso l’apprendimento e lo studio costante della tecnica, che obbliga il tiratore a una seria riflessione interiore sulla sua sincera volontà di percorrere una strada molto ardua, che lo pone di fronte ai suoi peggiori difetti e incapacità, nel tentativo, a volte molto lungo, di superarli, per diventare una persona migliore. Ma questo avviene solo se ci si scontra con i problemi pratici della tecnica di tiro e non su fumose questioni non ben identificate, che spesso sono solo frutto del tentativo di cambiare la propria realtà di vita tramite fantasiose ricerche spirituali.

Lo scrittore Ryotaro Shiba (1923–1996) disse che spesso gli incapaci usano la spiritualità come copertura. Nel Kyudo moderno, non avendo un reale avversario da battere, ma focalizzando tutto su se stessi, è facile lasciarsi condurre su sentieri più semplici da percorrere che, all’apparenza, danno una maggiore gratificazione ma che, alla fine, non portano a niente.

Il Kyudo è una delle discipline (o se preferite usare la terminologia moderna, arti marziali) più antiche, che durante tutta la storia del Giappone è stata una delle basi costanti dell’educazione dei samurai, fino alla restaurazione Meiji. Il famoso signore Takeda Shingen (1521 – 1573), disse che ogni guerriero dovrebbe essere esperto in 4 tecniche marziali: la strategia, l’equitazione, il tiro con l’arco e l’uso delle armi da fuoco.

Ormai alle spalle da parecchi decenni l’esigenza dell’uso bellico dell’arco, sebbene la scuola Heki che tramanda la tecnica di tiro da combattimento sia ancora largamente praticata, nel mondo di oggi i kyudoka, in ultima analisi, aspirano a raggiungere uno stato in cui corpo, spirito e tecnica si fondono in un tutt’uno.

Il Kyudo, come pratica, ha saputo evolversi e adattarsi ai tempi, giungendo fino a noi con sì una nuova veste e nuovi obbiettivi, ma con le radici saldamente ancorate nella storia e nella tradizione del Giappone.