L'arte giapponese dal secondo dopoguerra
Cenni sui nuovi linguaggi visivi

Cristina Solano – Giappone in Italia -

I profondi e traumatici cambiamenti avvenuti in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale hanno certamente scosso violentemente, ma non minato nel profondo la sua solida cultura, anzi, il clima del dopoguerra è sicuramente stato terreno fertile per la nascita di importanti movimenti artistici che, spesso, hanno anticipato ciò che, in arte, sarebbe poi avvenuto in Occidente.

Un nuovo concetto di arte, più libero e sperimentale, senza limiti e regole precise, che si concretizza nell'unione dello spirito con la materia, ispira e muove i componenti del gruppo Gutai, che nasce come espressione dell'energia repressa durante le restrizioni del periodo post bellico. É con questa idea comune che Murakami Saburo, Atsuko Tanaka, Kazuo Shiraga e altri artisti, si uniscono ad Osaka nel 1954, sotto la guida carismatica di Jiro Yoshihara, pionere dell'arte astratta, e Shozo Shimamoto, che aveva pensato al nome del gruppo proprio con il significato ambivalente di "concretezza" o "incarnazione". Così, in una scena artistica in cui i riflettori erano tutti puntati verso l'Occidente, il gruppo Gutai, dall'estremo Oriente, si fa notare mostrando la sua doppia anima: quella pittorica, legata al comune clima planetario dell'Informale, con la ricerca sul gesto e sul segno, anche coerente con l'antica arte della calligrafia (Shodo) e l'altra performativa, le cui azioni avrebbero influenzato gli artisti occidentali, che di lì a poco avrebbero seguito il loro esempio con lo sviluppo degli "Happening". Ciò che proponevano è stata una delle massime espressioni di libertà artistica del secondo Novecento, un'arte nella quale è fondamentale riscoprire il rapporto che si instaura tra materia grezza, artista e opera d'arte, dove nasce il bisogno tra lo spirito umano e la materia, pur essendo in opposizione, di incontrarsi, di unirsi e di creare un dialogo empatico, producendo un'opera spontanea, unica e preziosa. Anche lo spazio circostante è parte integrante dell'opera, tanto quanto il pubblico che lo percorre. Dunque l'opera d'arte non viene più intesa solo come oggetto finito, ma come situazione che coinvolge spazio, tempo e azione. Emblematica è la performance/icona "Passing Through" (1956) di Saburo Murakami, in cui l'artista si lancia attraverso una serie di tele di cartone, lacerandole con il corpo e con le mani, a simboleggiare l'immersione nello spazio pittorico.


Verso gli anni '70 (nel 1968), in un clima politico di cambiamento globale e in un Giappone anch'esso coinvolto dalle rivolte studentesche (nate da un senso comune di antiamericanismo e dall'avvento della guerra in Vietnam) un altro movimento artistico prende piede: è il gruppo Mono-Ha, i cui artisti, pur rifiutando un coinvogimento diretto con i disordini politici di quel contesto storico, non possono però reprimere il loro disagio, che permea attraverso la loro espressione artistica. Mono-Ha, che tradotto significa "Scuola delle Cose", è un termine dispregiativo che nasce in riferimento all'utilizzo che i componenti del gruppo fanno di materiali semplici, sia naturali che provenienti dalla produzione industriale, manipolandoli in modo da creare delle forme organiche, rendendoli coerenti con lo spazio che occupano. Il concettualismo di questi artisti non è mai sterile o fine a se stesso, diventa anzi occasione di rivelazione perchè, citando il teorico del gruppo Lee Ufan, "in verità il pittore, invece di dare pace alla mente e serenità alla gente, è tutto volto ad esplorare in che misura lo sguardo possa essere distolto dalle cose che le persone hanno sempre creduto essere la realtà". Quella dei Mono-Ha è un'arte ambientale, che accade nello spazio circostante, coerente con il pensiero giapponese legato alla totalità organica della natura con le cose prodotte artificialmente e con gli esseri viventi, un'arte che ha un percorso vitale, in cui nasce, cresce e si deteriora. L'estrema consegueza di ciò è che delle loro grandi opere è rimasto ben poco, proprio a dimostrazione che ogni cosa è destinata a tornare a far parte dell'ambiente. Una delle installazioni più importanti ed esplicative del pensiero dei Mono-Ha è stata "Phase-Mother Earth", del 1968, dell'artista Nobuo Sekine che, prelevato dal terreno un grande cilindro di terra, lo posiziona vicino al buco ricavato, testimoniando così il continuo dialogo tra spazio, oggetto, forma e natura.


Anche la fotografia, attraverso l'obbiettivo e il personalissimo sguardo di molti artisti, ha raccontato il Giappone dal dopoguerra in poi, rappresentando il sentimento di riflessione sull'identità provocato dagli stravolgimenti globali che il Paese aveva subito. Un periodo, questo, molto significativo e sperimentale, che ha permesso la nascita di un nuovo linguaggio visivo, più crudo e più profondo. Ogni fotografo ha certamente il proprio metodo di indagine e di lavoro radicalmente differenti, ma tutti con un forte sentimento di angoscia, provocato dal fungo della bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki. Molti sono i riferimenti a quel simbolo storico e iconografico, che alcuni hanno documentato attraverso le conseguenze da esso provocate, oppure semplicemente citato. Spesso l'obbiettivo è puntato verso il cielo, proprio come se ci fosse la costante tendenza a controllare che nessun pericolo torni nuovamente a minacciare e a sconvolgere l'esistenza.

Domon Ken viene definito il maestro della fotografia realista giapponese, perchè attraverso i suoi scatti ha documentato la vita di un paese devastato dalla guerra, nella sua quotidianità, mostrando come le persone colpite dalla tragedia abbiano saputo rialzarsi e ricomanciare. Le sue foto così penetranti, che sono il risultato del dialogo che nasce tra soggetto e obbiettivo, lanciano un messaggio di critica ma anche di positività, senza mai essere drammatiche. "Hiroshima" (1958) e "I Bambini di Chikuho" (1959) sono tra i suoi reportage più importanti e intensi, che esprimono al meglio il suo realismo sociale.

Il fotografo Shomei Tomatsu va oltre la cruda visione della realtà. Scava sotto la superficie dei fatti, evidenziando quanto l'esplosione della bomba atomica sia stata devastante e letale, mostrandoci i danni attraverso la mutazione che anche gli oggetti subirono, come, ad esempio, la foto del 1961 “Melted Bottle, Nagasaki” rivela.

La fotografia giapponese non mostra solo ciò che successe in quel tragico periodo, ma anche l'evoluzione che ebbe il Giappone moderno. Il nuovo linguaggio visivo che si sviluppò era determinato a catturare, tramite le immagini, ciò che non si poteva descrivere a parole; quindi la fotografia iniziò a cercare l'istante e l'azione nei modi di fare delle persone e nel quotidiano. Così, nella seconda metà degli anni sessanta nacque, da un collettivo di fotografi, il magazine “Provoke” il cui intento fu proprio quello di fornire del materiale visivo, ma anche teorico, che provocasse una riflessione e uno stimolo. Purtroppo del magazine uscirono solo tre numeri, che comunque bastarono ad influenzare profondamente i fotografi degli anni settanta e ottanta.

Daido Moriyama, che fu uno dei massimi esponenti del collettivo di “Provoke”, ha descritto e continua a descrivere, ogni piccolo istante della società. I suoi scatti sono momenti rubati di azioni comuni e quotidiane. La sua documentazione fotografica non deriva da una ricerca sociologica, ma piuttosto da una catalogazione mnemonica e necessaria per il suo stesso modo di essere, ne è un esempio la fotografia “Stray Dog” del 1971.

Araki Nobuyoshi descrive la caotica e sempre in trasformazione città di Tokyo, attraverso le sue vedute, ma anche e soprattutto attraverso le perversioni nascoste dei suoi abitanti, come testimonia la raccolta fotografica “Tokyo Lucky Hole” (1983-1985). Araki è soprattutto noto per le sue fotografie di carattere erotico; molte sono le donne che hanno posato per lui e che gli hanno permesso di cogliere la loro più profonda sensualità e la loro più intima personalità. Ma dalle foto di Araki trapela un forte senso di solitudine e di vuoto, che la scomparsa della moglie Yoko gli lasciò, provocando così la continua ricerca del suo volto e del suo corpo attraverso il rapporto fotografico con le sue modelle legate.


Un periodo difficile, dunque, quello del secondo dopoguerra, ma assolutamente fecondo e rivelatore per l'arte contemporanea giapponese, che da quel momento ha posto le basi per nuovi linguaggi, che si svilupperanno nel corso del tempo, fino ad oggi. Avremo modo di parlarne in futuri articoli.