La Via del Noh
Pagine Zen e Rossella Marangoni, vicepresidente di Asia Teatro, intervistano Fabio Massimo Fioravanti, fotografo, autore del libro “La Via del Noh. Udaka Michishige: attore e scultore di maschere”

Pagine Zen, Rossella Marangoni -

Di seguito l'approfondimento con l'intervista integrale pubblicata nel numero 109 di Pagine Zen. L'intervista è intervallata da alcune foto di Fabio Massimo Fioravanti, la gallery completa dei suoi scatti è visibile alla fine dell'articolo!

Pagine Zen: In cosa il Noh è assimilabile alla fotografia e, in particolare, al tuo modo di vivere la fotografia? E quanto, dopo questa esperienza, il Noh, con la sua estetica e la sua grande tradizione, è penetrato nella tua sensibilità di fotografo?

Fabio Massimo Fioravanti: E’ un discorso lungo e complesso. Il mio modo di fotografare è stato influenzato molto dal cinema classico giapponese (il cinema di Kurosawa, Ozu, Ichikawa, Mizoguchi, Oshima) che amo molto e che ho studiato negli anni dell’Università grazie anche al prof. Mario Verdone. E dato che questo cinema ha forti debiti con il Noh – penso in particolare al grande regista Ozu ed al suo Tokyo monogatari, ed a Ichikawa ed al suo Biruma no tategoto, con le loro rigorose e geometriche inquadrature vicine visivamente al mondo del Noh – credo che tutto questo sia passato nel mio modo di fotografare e comporre lo spazio dell’inquadratura. Devo molto anche alla letteratura giapponese, ho letto e leggo molti autori giapponesi ed alcuni hanno scritto per il teatro Noh o ne sono stati influenzati: Yasunari Kawabata, Yukio Mishima, Junichiro Tanizaki, Osamu Dazai, ma anche Kenzaburo Oe, Haruki Murakami, Kobo Abe, Kenji Nakagami, Nagai Kafu, Ogai Mori, Yasushi Inoue, Ryunosuke Akutagawa. La letteratura è sempre stata per me fonte di ispirazione e grande compagna di vita. Ho letto e amato moltissimo il poeta pellegrino e viandante Matsuo Basho. Sulle orme di Basho ho fatto anche uno dei miei viaggi in Giappone e tra l’altro sono stato per circa un mese ospite del Tempio Zuiganji a Matsushima su cui Basho scrisse i famosi versi: “Oh, oh, Matsushima, oh, oh...”.

Di Basho mi è sempre sembrata giapponesissima una frase che per me è fondamentale sia per la mia vita di fotografo che come persona: “Il giorno e la notte sono i viaggiatori dell’eternità... Anch’io sono stato tentato dal vento che sposta le nubi e preso dal desiderio di viaggiare” (Dallo Stretto sentiero per Oku, 1694). Per me la fotografia è una prassi di vita, la fotografia mi ha aiutato a vivere, a stare bene con me stesso, a stabilire rapporti con il mondo. Io sono una persona riservata, da ragazzo un timido patologico, ed in questo senso fotografare mi ha aiutato tantissimo. La fotografia è sempre stato un modo diverso per rapportarmi agli altri e nello stesso momento “viaggiare” dentro me stesso: dentro le mie ossessioni e le mie paure, per esorcizzarle e superarle. Insomma un modo per conoscere il mondo. Trovo nel “rigore” e nella “disciplina” del Noh qualcosa che sento mia, vicino al mio modo di vivere la fotografia come una pratica di vita quotidiana, una ricerca continua che mai finisce, il cui senso profondo è proprio in questo “viaggio” di ricerca, un viaggio che – tra l’altro – è spesso l’unico balsamo alla malinconia della vita. Un altro aspetto del Noh molto vicino alla fotografia è il suo “qui ed ora”, la sua improvvisazione, il suo essere qualcosa che si da una volta sola e mai si ripete uguale. Gli attori di Noh parlano del loro incontrarsi per uno spettacolo dicendo “Una volta è per sempre”, intendendo l’impermanenza dello spettacolo – la sua unicità non ripetibile – come un suo significato forte e profondo. Ecco trovo che questo è anche il mio senso per la fotografia: fotografare significa accettare ciò che si ha davanti, così come è, la sua imprevedibilità, dare il proprio meglio in condizioni non controllabili e irripetibili, cercando una specie di “assoluto” nel flusso ininterrotto del tempo, nel suo mutevole divenire. La fotografia – come forse il Noh - vive l’impermanenza come un destino e forse il suo significato più profondo.

P.Z.: L’essere arrivato a dialogare, attraverso le immagini, con Udaka Michishige, uno dei massimi protagonisti del Noh, cosa ha prodotto e produce nel tuo modo di essere?

F.M.F.: Ho conosciuto il Maestro Udaka Michishige nell’aprile del 2012, in occasione del primo dei tre viaggi in Giappone che ho fatto specificatamente per produrre il libro La Via del Noh.

Avevo preparato questo incontro tramite un lungo ed intenso scambio di email – dal settembre 2011 al marzo 2012 - con Rebecca Teele Ogamo, che è la principale collaboratrice del Maestro ed è il Senior Director dell’International Noh Institute che il Maestro ha fondato nel 1986 (tra l’altro Rebecca è stato il primo straniero ammesso nell’Associazione attori professionisti di Noh). In occasione del nostro primo incontro - avvenuto il 5 aprile del 2012 - non ho scattato neanche una fotografia, ritenendo che non solo fosse poco educato, ma che fosse necessario conoscerci prima di iniziare a fotografare. In realtà le prime fotografie le ho scattate esattamente una settimana dopo, quando il Maestro mi ha dato il primo appuntamento in occasione delle sue prove private di Tomonaga.

Dopo questa prima sessione fotografica ne sono seguite tante altre, considera che io per questo lavoro risiedevo a Kyoto in una piccola casa che avevo affittato nel quartiere a nord della città (Iwakura) dove si trova anche lo studio del Maestro, per cui spessissimo andavo alle sue lezioni di canto e danza o anche alle lezioni di mask carving, infatti il Maestro Udaka è attualmente l’unico maestro di Noh che è anche scultore di maschere.

Non sempre fotografavo, ma spesso rimanevo fino a notte tarda nel suo studio di Iwakura, condividendo con lui ed i suoi allievi molte tazze di tè ed a volte dei brevi pasti nei piccoli ristoranti della zona a parlare di Noh e di recitazione. E’ stato un grande privilegio ed una fortuna rara aver conosciuto il Maestro Udaka Michishige perchè non solo lui è un grandissimo attore di Noh, ma è persona unica in quel mondo. Il Noh è un mondo molto tradizionale e chiuso agli estranei, molto rituale. Il Maestro è persona curiosa, disponibile con gli altri, aperta al confronto. Rispettoso della tradizione e dei suoi riti, ma aperto anche all’innovazione, al rinnovamento possibile della tradizione. Penso di essere stato il primo fotografo non giapponese a poter seguire così intensamente e continuativamente il lavoro e la vita di un Maestro del Noh. Ho apprezzato molto il suo rigore, a volte anche aspro nei confronti dei suoi allievi (pretende davvero molto dai suoi studenti). Ho potuto capire ed apprezzare profondamente cosa significhi una vita dedicata all’arte, centrata sull’arte, una vita spesa e vissuta per l’arte, per arrivare a perfezionare il proprio linguaggio artistico: il Noh è sicuramente per il Maestro Udaka Michishige una Via nel senso buddhista del termine: Udaka Michishige divenne nel 1960 – all’età di soli tredici anni – l’ultimo discepolo, o uchi-deshi, di Kongoh Iwao II, il che vuol dire che lasciò poco più che bambino la sua casa paterna per vivere con il Maestro ed apprendere l’arte del Noh.

E’ stata una grande lezione di vita ed uno straordinario esempio: in un mondo sempre più fluido e senza forti riferimenti riconoscere un destino quasi “assoluto”, una specie di predestinazione.

P.Z.: Quali sono stati i tuoi “kata” per svolgere al meglio questo lavoro così particolare?

F.M.F.: Se intendo bene la tua domanda – se con il termine “kata” intendi indicare un insieme di gesti, atteggiamenti, movimenti che sono si formali ma soprattutto interiori – credo che siano soprattutto due: rispetto per il proprio soggetto, ed empatia. Cercare cioè di entrare in relazione non con una ottica di “rapina”, di puro “prelievo” visivo dell’attimo fuggente, ma di conoscenza reciproca. Per me la fotografia come dicevo è un modo per conoscere il mondo, per rapportarmi all’Altro da me, per conoscerlo e riconoscermi.

P.Z.: Sono trascorsi circa due anni dalla pubblicazione del tuo libro; puoi guardare il tuo lavoro da una certa distanza...

F.M.F.: Non considero concluso il mio lavoro sul Noh, bensì un work in progress. Infatti il prossimo agosto tornerò a Kyoto in occasione del Gala per i trenta anni di attività dell’International Noh Institute che il Maestro Udaka Michisihige ha fondato e dirige. Sarà una grande festa, a cui parteciperanno molti suoi allievi che vivono in Giappone ed all’estero, a cui non voglio mancare! Credo di aver fatto solo una parte del lavoro e vorrei continuare fotografando altri Noh (il calendario delle rappresentazioni di Noh segue l’avvicendarsi delle stagioni, per cui certi Noh non li ho potuti ancora fotografare), lavorare ancora nel backstage e nella Kagami-no-ma (stanza dello specchio), luoghi straordinariamente affascinanti per un fotografo, il cui mistero e rito vorrei continuare ad indagare. Inoltre inizierò un nuovo progetto a cui tengo moltissimo: fotografare i Noh all’aperto – i Tachigi Noh – che si tengono in alcuni dei luoghi più misteriosi ed affascinanti del Giappone, templi shintoisti o buddhisti, piccoli e grandi villaggi, sparsi per tutto il Paese come Miwa, Nara, Miyajima, Kurokawa...

Tra l’altro i Tachigi Noh sono la forma più tradizionale e rituale del Noh, non spettacoli ma a volte puro rito. Vorrei poter riunire in questo nuovo lavoro due mie grandi passioni: la fotografia dei luoghi, il sentimento degli spazi e delle architetture, e la fotografia di teatro.

P.Z.: Essere ad una rappresentazione di Noh, in fondo alla sala, fra gli altri fotografi autorizzati e... sognare di essere nel backstage... per te il sogno si è avverato!

F.M.F.: Si, è stato un desiderio fortissimo sin da quando ho visto la prima rappresentazione di Noh (tra l’altro proprio a Miwa, all’aperto nello spazio antistante il Padiglione centrale del Tempio).

Ricordo bene come cercavo più che di fotografare la performance di vedere quel che accadeva dietro le quinte. Non eravamo a teatro ma appunto nel cortile del Tempio dove era stata allestito un palco provvisorio (una bassa pedana) con la tenda Agemaku che delimitava il dietro le quinte che in questo caso era appunto il Padiglione del Tempio. Ricordo che scattai una foto in cui si intravede tra le pieghe della Agemaku un occhio dello shite (della maschera che indossava) in attesa dell’apertura della tenda e dell’entrata in scena.

Il Maestro Udaka sapeva bene che avevo questo grande desiderio e speranza, sapeva che volevo riuscire ad ottenere i permessi per fotografare nel backstage e magari anche nella stanza dello specchio, che è il luogo più segreto ed intimo del teatro Noh, e sicuramente il luogo più affascinante per un fotografo. E’ in questa stanza, che si trova esattamente prima del palco, da cui lo divide solo la tenda Agemaku con i cinque colori simbolici, che l’attore diventa il personaggio che dovrà interpretare sul palcoscenico. Infatti dopo essere stato vestito dai tantissimi aiutanti nel backstage vero e proprio, l’attore entra in questa stanza dove appunto c’è uno specchio, e davanti allo specchio indossa la maschera e si concentra per gli ultimi istanti prima dell’entrata in scena. Lo shite viene a poco a poco lasciato solo, si isola, nessuno più gli parla o lo tocca. Tutto questo è straordinariamente descritto da Rebecca Teele Ogamo nel suo saggio “Introduzione alla Via del Noh”: “L’attore osserva in silenzio la maschera riflessa nello specchio, il volto del personaggio che sta diventando: lo specchio riflette non solo forme plastiche, ma l’anima del personaggio interpretato. La trasformazione profonda sopraggiunge in un istante d’immobilità: non è più l’attore, ora è la maschera a vedere”. Tutta l’atmosfera del backstage del Noh mi affascinava e così aspettavo che il Maestro mi desse i permessi, ma alla fine del primo viaggio non me li aveva ancora dati, avevo fotografato tanti spettacoli ma neanche un backstage. Il mio visto scadeva e così sono tornato a Roma. Due o tre giorni dopo essere tornato in Italia – erano i primi di luglio del 2012 - mi arriva una email da Rebecca Teele che mi informa che potevo fotografare – se volevo! – due backstage: ad ottobre a Tokyo, ed a novembre a Matsuyama. Il giorno stesso ho comprato il biglietto aereo! E così il 25 ottobre del 2012 sono tornato in Giappone per finalmente poter fotografare nel backstage. Poi questa mia speranza è andata oltre ogni mia aspettativa perchè il Maestro Udaka mi ha concesso non solo di fotografare il backstage ma anche di entrare nel luogo più misterioso e segreto del Noh: nella Kagami-no-ma! Ricordo bene il momento in cui feci chiedere dalla mia cara amica Monique Arnaud (shite e shihan di Noh ed allieva del Maestro) cosa avrei potuto fotografare e cosa no, ed il Maestro rispose: “Massimo può fotografare tutto quello che vuole!”. Ricordo una grande emozione, un grande onore ed una ineffabile dirompente gioia.

P.Z.: Non formulerò la prossima domanda; dirò solo “stanza dello specchio”!

F.M.F.: E’ certamente il luogo più segreto e magico del Noh. Non dimenticherò mai l’emozionata trepidazione nell’entrare nella grande Kagami-no-ma al National Noh Theatre di Tokyo.

Ricordo bene il Maestro davanti allo specchio, gli assistenti che lo aiutano con gli ultimi ritocchi al vestito e alla maschera – quante mani operose e sapienti intorno all’attore! – e che poi discretamente si allontanano, lo lasciano solo, il passare dalle parole al silenzio, la penombra, i musicisti seduti in terra prima dell’entrata in scena, gli assistenti che si fanno sempre più di lato, la tensione e la concentrazione dello shite in attesa dietro la tenda, e poi l’apertura della Agemaku, la lama di fulgida luce che filtra dal teatro e che colpisce lo shite, lo shite che inizia a cantare e lentamente – solenne – entra sullo Hashigakari, la tenda che si richiude, che taglia via la luce, ed il ritornare del buio!

Ho subito pensato che il tutto avesse il ritmo, il respiro e lo spirito del sogno, dei sogni che a volte e con fortuna ricordiamo quando ci svegliamo all’alba. Non dimenticherò mai l’attesa, l’emozione, la trepidazione, la tensione di scattare, di rendere in qualche modo tutto quel rituale così intenso e così breve. La paura di sbagliare, la paura di disturbare, la paura di non avere il giusto rispetto per un rito così antico, la paura di essere un intruso!

P.Z.: La “trasgressione” e il “coraggio” di un Maestro consentono, a chi sta all’esterno, di entrare un po’ di più nella Sua Arte e di comprenderla meglio.

F.M.F.: Il Maestro Udaka Michishige si trova ad un punto della sua carriera e della sua vita in cui si può – per così dire – permettere cose o azioni che attori più giovani o di altro rango non possono fare. Inoltre come dicevo prima lui è anche una persona molto attenta alla evoluzione del Noh, al suo possibile rinnovamento. Queste caratteristiche lo portano ad una apertura mentale inusuale. Devo riconoscere che la possibilità di vederlo spesso provare in studio e scambiare due parole nelle pause, mi ha aiutato molto a capire meglio il Noh, a capire il grande lavoro, la fatica, la dedizione assoluta e il grande studio che ci sono dietro la naturalezza e facilità della sua recitazione sul palco. Quei movimenti che sembrano normali, “facili”, sono figli di una lunghissima preparazione e di una dedizione assoluta all’arte.

Rossella Marangoni (Asia Teatro): Quali sono state le strategie che hai messo in campo - se ve ne sono state per mantenere una giusta distanza di rispetto che non alterasse la ritualità dei gesti del maestro e per garantire, al tempo stesso, uno sguardo intimo all’obbiettivo della tua macchina fotografica?

F.M.F.: Ho avuto nella mia vita professionale la fortunata opportunità di fotografare alcuni grandi artisti al lavoro nei loro studi: pittori, scultori, scrittori. Il segreto è quello di sparire, di far dimenticare la propria presenza al soggetto che stai riprendendo. E questo avviene solo dopo una conoscenza reciproca, dopo che il tuo soggetto si fida di te, non ti sente più come un estraneo: ti conosce, ti sei lasciato conoscere anche tu fotografo dal tuo soggetto. Allora si abitua a te al punto tale che non ti percepisce, non ti “vede” realmente più. Non sei più un elemento estraneo, fai parte della sua “vita”. Poi si ci sono anche particolari tecniche (usare macchine silenziose, visivamente discrete, muoversi il meno possibile) ma sono secondarie, cioè vengono dopo quel primo importante momento che è la conoscenza reciproca: per me la fotografia non è mai un “furto”! Parlerei invece di collaborazione e di nuovo di empatia con il proprio soggetto.

R.M. (A.T.): Fotografare il maestro mentre prova e fotografare il maestro sul palcoscenico: un approccio diverso?

F.M.F.: Fotografare le prove nello studio e fotografare lo spettacolo sono due cose certamente molto diverse. Durante la rappresentazione di un Noh si è obbligati a stare in una posizione fissa in fondo al teatro.

Non ci si può muovere. Si deve stare molto attenti a non fare rumore, ed a tal proposito si usano macchine particolarmente silenziose o il cui rumore di scatto è assorbito da accessori fonoassorbenti. A volte si lavora – cercando di non disturbarsi vicendevolmente – accanto ad altri due o tre fotografi o video-operatori. La distanza dal palco, che varia secondo la grandezza del teatro, obbliga a lunghezze focali spinte che schiacciano la prospettiva ottica. Il National Noh Theatre di Tokyo è per esempio molto più grande del Teatro Kongoh di Kyoto e gli obbiettivi usati sono ancora più estremi. Inoltre i teatri di Noh non sono molto luminosi, ed in generale le tecniche di illuminazione sono quasi inesistenti: questo comporta un conseguente modo tecnico di lavorare.

Tutto un altro discorso quando si fotografano in studio le prove. Innanzitutto spesso il Maestro prova da solo e quindi il rapporto è molto più “intimo”. Non ero obbligato ad una posizione fissa ed anzi ero libero di cercare prospettive inusuali muovendomi intorno e vicino a lui. Non si può salire sul palcoscenico vero (butai) ma si può salire sulla pedana della sala di prova, e quindi le riprese sono molto più libere e fotograficamente più interessanti.

A volte ho scattato con obiettivi grandangolari (un 20 mm o un 35 mm) che hanno una plasticità e tridimensionalità che ovviamente non hanno i teleobiettivi, e mi trovavo anche a meno di 50/60 centimetri dall’attore: lo potevo sentire nella sua fatica! Tutto questo come capirai è molto diverso da uno spettacolo di Noh. Altra cosa ancora è fotografare la prova generale il giorno prima dello spettacolo se si ha il privilegio e la fortuna di avere i permessi.

Ovviamente durante le prove l’attore non indossa i preziosi costumi di scena, ma a volte solo la maschera che userà per lo spettacolo. Inoltre lo spettacolo ha un suo flusso temporale definito, un inizio ed una fine, invece le prove in studio sono libere, ed a volte l’attore ripete un movimento più e più volte e diciamo che come fotografo si ha la possibilità di riprendere la “costruzione” dello spettacolo nel suo divenire.

R.M. (A.T.): Fotografare le maschere e renderne la complessità è un’impresa sempre ardua. Come ci sei riuscito? Qual è il tuo rapporto con la “nohmen” e quale il sentimento che ti ha mosso durante la realizzazione delle immagini?

F.M.F.: Di grande rispetto! Verso la fine del secondo viaggio (dicembre 2012) poco prima di tornare in Italia il Maestro mi ha chiesto di poter fotografare le sue maschere per un libro che stava facendo, e per altri suoi utilizzi (sito web, blog). Questa cosa mi ha fatto davvero molto piacere, e mi ha fatto capire che ormai si fidava di me come persona e come fotografo. Tra l’altro anche nell’autunno del 2013 – in occasione del terzo viaggio – ho di nuovo fotografato, oltre spettacoli e backstage, alcune sue nuove straordinarie maschere. Fotografare le maschere di Noh è tecnicamente complesso perchè non si può toccare la maschera, sia per motivi tecnici (si può rovinare la vernice o la particolare finitura), sia soprattutto rituali. La maschera viene toccata solo dallo shite. E così il lavoro di ripresa è sempre stato fatto insieme ed in collaborazione con il Maestro. Era lui che muoveva la maschera. Tra l’altro il Maestro Udaka è molto esigente sull’espressione che la maschera deve avere in fotografia, per cui si fanno molti scatti diversi alla ricerca della espressività migliore in relazione alla luce. Abbiamo scattato centinaia di immagini controllandole subito sui monitor. Sono state una grande scuola ed una opportunità unica queste lunghe – e notturne – sessioni di ripresa fatte nello studio di Iwakura del Maestro! Ho avuto modo di capire bene e studiare quanto una maschera realmente cambia espressione a secondo di come la luce incide sulla sua superficie! La maschera diventa una cosa viva capace di “sorridere” o di “annuvolarsi”, di esprimere tristezza o rabbia o gioia: la maschera è davvero viva! E’ stato incredibile registrare fotograficamente questa grande mutevolezza espressiva dovuta al modo particolare in cui le maschere sono fatte ed al loro rapporto con la luce. Il Maestro Udaka Michishige è un grande attore anche per questa profonda conoscenza che ha della maschera, per cui il controllo espressivo che ha del modo in cui la luce colpisce la maschera sul palco è fortissimo. Vorrei chiudere con un aneddoto: ho una personale grande passione per le maschere, ed ho una buona collezione di maschere africane ed asiatiche. Così pensando di poter avere nella mia collezione una maschera di Noh ho chiesto al Maestro se potevo comprarla. Lui mi rispose: si va bene ma poi tu cosa fai con la maschera? La porto in Italia con me rispondo. E allora lui disse no, non è possibile, perchè se la porti in Italia con te la maschera non può più recitare e se la maschera non recita la maschera muore! La maschera muore! Se capisci quando una maschera muore capisci anche il mistero del Noh.

R.M. (A.T.): Visto il tuo interesse di lunga data per la cultura giapponese, hai mai pensato di fotografare il kabuki o altre forme d’arte della scena giapponese?

F.M.F.: Mi piacerebbe moltissimo fotografare il butoh! La sua trasgressione così orientale... Purtroppo non ne ho ancora avuto l’occasione. Ma forse nel mio prossimo viaggio...