Ritratto all’Italiana
Edoardo Chiossone ed il Risorgimento giapponese

Scritto da Pier Giorgio Girasole -

Approfondimento dell'articolo di Pier Giorgio girasole dal numero 109 di Pagine Zen. Qui vi proponiamo la versione integrale dello scritto con alcune foto.

Centocinquant'anni fa, sul finire della primavera una nave italiana, la pirocorvetta Magenta, attracca al porto di Yokohama, aprendo le porte di un mondo nuovo: il Giappone.

Quel lontano Paese, che neppure Marco Polo aveva potuto esplorare, ma solo farvi un cenno nel Milione col nome di Cipangu, stava cercando allora uno spazio nella scena internazionale. E lo stesso obbiettivo era proprio del neonato Regno d'Italia che, uscito dalla fase risorgimentale, cercava la tanto inneggiata unità nazionale. Siamo infatti nel 1866. A Torino come ad Edo le innumerevoli fazioni politiche, come le insurrezioni, sono la problematica più grande a cui far fronte per creare due Stati moderni. Infatti il Paese del Sol Levante è nella fase finale, o bakumatsu, della cosiddetta pax Tokugawa (detta anche bakufu) ovvero trecento anni di armonia politica e sociale, sotto il discreto controllo dello shogunato. Ma soprattutto trecento anni di isolamento.

Dopo che nel 1853 il commodoro Perry aveva di fatto costretto il Giappone ad aprire le sue frontiere per favorire gli scambi internazionali, il governo dello shogun aveva dovuto fronteggiare diverse fazioni, alcune favorevoli ed altre contrarie alla cooperazione con l'estero o alla cosiddetta politica del libero scambio.

Alla fine, dopo una scontro in seno al Paese chiamato guerra Boshin, le prime avranno la meglio. Il Giappone quindi nel 1869 si occidentalizzerà, ma ripristinando il potere nelle mani dell'Imperatore, togliendolo così de facto allo shogun. Quello che era stato un simbolo per anni, assume su di sé sia il potere spirituale che quello reale, consegnando il Giappone ad una nuova era: l'epoca Meiji (o della politica illuminata). Ma da cosa derivò questa scelta? Sicuramente dall'analisi minuziosa dei modelli politici e culturali occidentali da parte dei burocrati giapponesi che sostituirono, come notava anche Natsume Soseki, il cilindro alla katana. E tra questi modelli non poteva mancare quello italiano.

La Magenta, il cui nome voleva essere un omaggio alla omonima battaglia vinta dai Savoia nel 1859, varata nello stesso anno, approda in Giappone quando il Paese era ancora in un clima di transizione. Infatti la restaurazione Meiji e la seguente occidentalizzazione si devono ancora concretizzare.

I componenti principali di questa missione sono lo zoologo Filippo De Filippi e l'antropologo Enrico Giglioli. Di fatto si tratta più che di una missione a scopo economico o politico, di una spedizione di ricerca scientifica. I due studiosi dell’Università degli Studi di Torino avranno la grande fortuna di compiere i loro lavori nell’ultimo Giappone feudale. In particolare il secondo annoterà sul suo taccuino di etnografo numerosi particolari dello stile di vita della popolazione locale, offrendoci uno dei rarissimi esempi di testimonianza dell’ormai tramontata epoca Edo, che rievoca indubbiamente gli scatti di Felice Beato. Bisogna anche ricordare come, in anni in cui l’Antropologia era principalmente fisica, quindi più vicina alle Scienze ed alla Zoologia, Giglioli si avvicini molto di più all’Etnografia, rifiutando così uno sguardo “disumanizzante” nei confronti della società umana e lasciando a De Filippi gli studi sulla natura vegetale. Il suo lavoro sarà poi riscoperto molti anni dopo da un’altra grande firma dell’Antropologia, che risiederà proprio in Giappone: il celebre Fosco Maraini.

Alcuni anni dopo la Magenta, siamo nel 1870, un altro Italiano approderà sempre in terra nipponica, ma questa volta il suo obbiettivo sarà primariamente artistico. Tuttavia si dovrebbe dire “anche o soprattutto politico”, perché da questo dipenderà il futuro del Giappone, non soltanto nei confronti dei suoi cittadini, ma anche sullo scenario internazionale. Un nome che per i suoi meriti avrà un’eco che si diffonderà sino alla sua natia Italia e che ancora oggi suona familiare a chi si occupi di Giappone. Si tratta dell'incisore genovese Edoardo Chiossone.

Conosciuto in Patria principalmente per il Museo di Arte Orientale di Genova a lui dedicato, Chiossone rappresenta un esempio eccellente di oyatoi gaikokujin, vale a dire uno dei celebri inviati stranieri a cui il Giappone, alle soglie dell’occidentalizzazione, offriva lavoro, al fine di importare i saperi del loro Paese di origine. Il contributo dell’incisore, se dapprima fu prettamente artistico, considerato il patrimonio italiano che già ai tempi affascinava i giapponesi e non solo, divenne infine politico. Ma per comprendere meglio l’operato di Chiossone è necessario dapprima conoscerne la vita.

Nato nel 1833 ad Arenzano, conseguito il diploma presso l'Accademia di Belle Arti di Genova, si fa inviare dalla Banca d'Italia presso la società tedesca Dondorf, al fine di apprendere la realizzazione di banconote e titoli.

Proprio in Germania nel 1870 viene notato da una commissione di tecnici giapponesi inviati a reclutare talenti da poter mettere al servizio del nuovo Giappone. All’incisore genovese viene commissionata la realizzazione del disegno per le banconote da cinque e dieci yen. Chiossone accetta di buon grado l’invito da parte di quello che è ancora un Paese lontano, appena citato dalle cronache del tempo.

Per questo lavoro ritrae la mitica Imperatrice Jingu, scelta come figura da coniare. Ciò avviene in accordo con la tendenza tutta europea del tempo di attingere al passato mitologico di un Paese per affermare la propria identità nazionale, così come avvenne con le opere di Wagner in Germania e con le rime di Mameli in Italia. Nel realizzare quest’opera Chiossone trasforma l'Imperatrice in una bellezza dal volto chiaramente occidentale. Questo perché il modello non era disponibile ed aveva dovuto agire spinto dalla sola immaginazione. L'esito è comunque positivo e l'incisore viene chiamato a lavorare presso la Zecca Nazionale di Tokyo. Qui il suo lavoro continua per circa dieci anni quando, nel 1887, gli viene richiesta un'opera eccezionale: il ritratto dell'Imperatore.

Il sovrano, superato ormai il vecchio sistema Tokugawa, poco dopo l'arrivo della Magenta, era diventato il nuovo simbolo dello Stato in quella che viene definita restaurazione Meiji, nome quest'ultimo non solo dell'imperatore ma per estensione, di quest'epoca, segnata dall'occidentalizzazione del Giappone. Il problema per i burocrati imperiali era cercare di trasformare quello che era un simbolo lontano dalla vita politica del Paese in uno tangibile e visibile. La stessa problematica che ebbe casa Savoia dopo l'unificazione. Fatto il Giappone, si potrebbe dire, bisognava fare non tanto i Giapponesi, quanto l'Imperatore.

Alcuni anni prima, vale a dire nel 1877, erano stati realizzati due ritratti fotografici del sovrano in abiti tradizionali ed occidentali ma le pose, ancora un po' maldestre e goffe, correvano il rischio di sortire l'effetto opposto a quello desiderato.

L'Imperatore infatti, aveva già da tempo compiuto diversi viaggi nel Paese al fine di mostrarsi ai suoi sudditi, ma spesso anche in questi casi la venerazione auspicata non era così forte. Addirittura una donna, al passaggio del corteo imperiale nella regione settentrionale del Tohoku, da sempre dedita all’agricoltura, aveva continuato ad allattare il suo bambino come se niente fosse.

Questo perché fino all'era Meiji la corte viveva nascosta da paraventi, nei suoi giardini di peonie e ortensie a Kyoto, mentre a viaggiare per il Paese erano essenzialmente i samurai. Con la restaurazione tuttavia si voleva veicolare l'idea di Stato forte, attraverso un'immagine del sovrano come padre della Patria. E questo fu il compito di Chiossone. L'incisore che, sin dal suo arrivo a Tokyo, desiderava ritrarre il sovrano, si mise all'opera consegnando alla Storia un ritratto formidabile: il ritratto del nuovo Giappone.

Nell'opera il sovrano siede su una poltrona imbottita con la schiena ritta, ma non appoggiata allo schienale, per dimostrare come fosse sì avvezzo agli agi di corte, ma possedesse anche forte volontà. Con la mano sinistra, quella del sostegno, impugna l'elsa della spada con sicurezza mentre la destra, quella del comando, è chiusa in un pugno appoggiato su un tavolino. Le mani poi sono coperte da morbidi guanti bianchi, ad indicare la determinatezza nel difendere e la fermezza nel governare, senza mai perdere la purezza regale. Sul petto, ampio e gonfio, luccicano diverse medaglie; il busto del sovrano diviene così roccioso ed imponente, simboleggiando l'unità dell'intera nazione. Il volto infine trasmette tranquillità unita a determinazione, sfoggiando una pettinatura ed un taglio di baffi che accentuano l'intensità dello sguardo, severo ma giusto, come quello di un padre.

Il ritratto fu un successo. Venne diffuso in tutto il Paese e trattato come una vera e propria icona. Chiossone, l'incisore italiano dall'animo buono e simile a quello giapponese, come ci viene tramandato, aveva creato quello che sarebbe stato il simbolo indiscusso dell'identità nazionale nipponica per decenni. La sua opera portò dei miglioramenti alla reale figura dell'Imperatore, per esprimere al meglio quei sentimenti nazionali che tanto accendevano l'Italia e la Genova della gioventù dell'incisore. Infatti, se si paragona la posa e l'espressione del sovrano nipponico così come il suo taglio di baffi, non può non venire in mente la figura di Vittorio Emanuele II, il primo re d'Italia, definito anch'egli dal suo popolo padre della Patria.

Il lavoro di Chiossone fu infine ricompensato con quello che oggi si può ammirare al museo di Arte Orientale a lui dedicato nella natia Genova.

Colui che portò l’Arte italiana nella Corte del Crisantemo fu anche colui che consegnò all’Italia i tesori di quel Paese lontano. Paese che ancora oggi accoglie le sue spoglie nel cimitero degli stranieri di Aoyama, a Tokyo. Ironia della sorte, a pochi chilometri dal quartiere più interculturale della capitale giapponese.

Centocinquant'anni fa, forse, i giapponesi cui capitò di vedere la Magenta attraccare a Yokohama non avrebbero immaginato che da quel momento il futuro del loro Paese sarebbe dipeso in buona parte dalle mani di un artista italiano, che consegnò alla Storia del Giappone un Imperatore con fattezze quasi occidentali. Anzi, risorgimentali.