Uomini e orsi - Il popolo Ainu delle isole del Nord

Pier Giorgio Girasole -

A Hiromi —
L’arcipelago giapponese possiede caratteristiche culturali abbastanza simili ed omogenee tra loro; per secoli i contatti con l’esterno sono stati limitati o filtrati dalla cultura locale; al suo interno esistono realtà diversificate, sia a livello culturale che etnico. A quest’ultima si ascrive la popolazione degli Ainu, una delle più antiche e misteriose del Giappone. Questo gruppo etnico, studiato a più riprese dal celebre antropologo italiano Fosco Maraini, è attualmente stanziato nel nord del Giappone e nella parte sud orientale della Siberia.

L’isola di Hokkaido è infatti universalmente riconosciuta come la terra degli Ainu, pur essendo essi diffusi anche sulle isole Curili e su quella di Sachalin. Ad oggi sono ventimila esponenti, numero che esclude quanti si siano, specialmente in Giappone, misti con la popolazione dell’arcipelago durante la conquista del Nord. Infatti l’isola di Ezo, o dei barbari, (ezochi 蝦夷地 in Giapponese)fu per secoli lontana dalle rotte e dagli interessi dei giapponesi ma, con la fine dello shogunato Tokugawa nel 1868, molti dei samurai che si ritrovarono privati del proprio status, con le conseguenti riforme Meiji volte all’ammodernamento del Paese, ripararono a Nord. Nell’isola dei barbari incominciò così una vera e propria ondata pioneristica, molto simile a quella degli Stati Uniti occidentali, a cui presero parte molti agricoltori ed allevatori alla ricerca di una vita migliore: stava nascendo l’Hokkaido. Questo fenomeno portò inevitabilmente ad un incontro con gli Ainu che, proprio come in America, seppur in dimensioni minori, spesso si trasformò in scontro. Alti, muscolosi, dotati di lunghe barbe e peluria sul corpo, gli Ainu dovevano di certo apparire minacciosi ai nuovi occupanti delle impervie terre del Nord. Le loro fattezze infatti differivano molto dal ceppo etnico maggioritario dell’arcipelago. Questo fece sì che la popolazione fu impiegata come manovalanza dai nuovi pioneri che, con la loro impresa, stavano dando una prova effettiva dell’apprendimento delle pratiche occidentali, appena introdotte in Giappone dopo l’arrivo di Perry a Shimoda nel 1854. Molti Ainu, come molte popolazioni native entrate in contatto con altre provenienti dall’esterno, contrassero malattie ed il loro numero scese notevolmente, passando da ottantamila a sole ventimila persone dal 1868 al 1899, anno in cui il popolo Ainu venne definito ufficialmente ‘aborigeno’ dal governo di Tokyo. In aggiunta a ciò i nomi tribali vennero sostituiti con altri in giapponese, per essere maggiormente compresibili dai nuovi abitanti di Hokkaido. Da questo momento gli Ainu videro i propri spazi, così come i propri diritti, sempre meno riconosciuti e rispettati. Bisogna tuttavia riconoscere che ci furono anche contatti pacifici, come quelli che coinvolsero l’esploratore e cartografo nipponico Rinzo Mamiya (間宮林蔵), che non solo fu il primo a mappare l’impervia isola di Sakhalin, ma ebbe anche una relazione con una donna di etnia Ainu. Analoga situazione si verificò nelle Curili che, dopo il trattato di San Pietroburgo del 1875, passarono sotto l’amministrazione giapponese, e a Sachalin dove l’ultima Russia zarista decise di inviare i suoi prigionieri peggiori, trasformando così delle isole dalla natura incontaminata in colonie penali. Lo scrittore Anton Cechov visitò questi impervi territori nel 1890, soggiornandovi per diversi mesi, denunciando il degrado in cui i suoi concittadini, benchè rei, erano costretti a vivere. Anche a Sachalin molti degli Ainu che vi abitavano furono decimati da malattie o uccisi dai coloni o comunque relegati lontano dai piccoli centri abitati. Gli Ainu, celebri per la pesca al salmone, per la caccia al cervo e all’orso, nonché per il loro legame con la natura, videro i propri diritti di etnia, i loro usi e costumi, finalmente riconosciuti dal Giappone soltanto nel 2008, un secolo e mezzo dopo la conquista del Nord.

Ma qual è la provenienza di questi uomini, così anomali per fattezze e tradizioni rispetto agli abitanti dell’arcipelago? Le teorie tradizionali come quelle elaborate dall’antropologo Arnold Savage Landor nel 1893 e da Hugh Chisholm nel 1911 sostengono che gli Ainu siano giunti in Giappone passando dalla Kamchatka, attraverso la Siberia, essendo originari del Caucaso. Ossa facciali prominenti, nasi definiti, occhi rotondi e cavita oculari profonde, folta peluria e tendenza all’alopecia in età adulta: tratti tipicamente europei per un’antropologia, come quella di età vittoriana, ancora legata alle caratteristiche fisiche come strumento primario di ricerca. Altre teorie più recenti, come quelle Mark Hudson del 1999, suggeriscono invece un’origine prettamente giapponese, attribuendo agli Ainu, come alla popolazioni dell’arcipelago meridionale delle Ryukyu, i tratti tipici dei primi abitanti del Giappone di epoca Jomon, poi scoparsi in età Yamato. Questa teoria si è sviluppata dall’analisi dei testi antichi della tradizione giapponese, come il Kojiki ed il Nihonshiki, due opere composte nel VI secolo d.C. che trattano della storia del Giappone e della sua stirpe imperiale. Proprio quest’ultima avrebbe avuto origine con Jinmu Tenno, il primo sovrano giapponese secondo la tradizione, il quale sarebbe stato inviato sulla Terra da Amaterasu, la dea del Sole nonché la divinità principale del pantheon shintoista. Lo stesso mitico imperatore nella sua campagna di conquista della provincia di Yamato, nel cuore dell’isola di Honshu, avrebbe lottato contro feroci popolazioni discendenti invece dal fratello turbolento di Amaterasu, Susanoo, il dio del tuono. Queste furono descritte come orde di uomini simili ad animali in quanto dotati di pelliccia e coda (possibile riferimento alla peluria ed alle barbe degli Ainu) ma ciò nonostante risultarono sempre sconfitte. Questo perché gli Ainu non conoscevano il ferro. Gli Ainu quindi avrebbero potuto occupare un tempo un’area decisamente estesa fino all’interno dell’arcipelago giapponese. A corroborare questa ipotesi c’è l’analisi linguistica di alcuni idiomi propri della lingua Ainu esistente, tuttavia, solo in forma orale. Gli dei dello shintoismo, la religione autoctona del Giappone, vengono chiamati kami; il termine è molto simile al suo corrispettivo in lingua Ainu: kamui. Altro esempio è fornito dal nome del monte Fuji (富士山)trascritto in giapponese con i kanji di ricchezza, guerriero e montagna. Il termine potrebbe derivare, come elaborato dallo studioso britannico Bob Chiglesson nei primi anni del Novecento, dal nome della dea del fuoco, chiamata dagli Ainu Fuchi. Teoria smentita da parte giapponese in anni recenti. Comprovate o meno queste ipotesi suggeriscono l’idea che il pantheon Ainu potrebbere essere affine, se non omologabile, a quello shintoista. Ma una netta differenza risiede nel come gli Ainu guardano alla divinità, considerandola immanente alle cose come nello shintoismo, ma senza bisogno di personificarla. Il fiume, ad esempio, è uno degli dèi principali per questa popolazione pescatrice soprattutto in acque dolci e viene inteso come divinità già nella sua forma. Da qui deriva il nome di Sapporo, capoluogo dell’Hokkaido, ovvero sat, poro, pet ovvero secco, grande fiume. I villaggi Ainu, detti kotan, sorgevano sulle rive di corsi d’acqua ed erano composti da capanne chiamate cise, costruite in fango e paglia dotate, al loro interno, di un braciere. Altra analogia, sia per il materiale edilizio che per l’aspetto, con le abitazioni tradizionali giapponesi ancora presenti in aree rurali del Tohoku, nel nord dell’Honshu e appena a sud dell’Hokkaido.

Molti villaggi Ainu hanno, secondo la tradizione, una divinità tutelare, in molti casi si tratta di un giovane orso che ogni anno viene sacrificato dalla comunità all’interno di un rituale conosciuto come Iomante, termine traducibile con “dipartita”, “partenza”. Un cucciolo di appena due anni di età, dopo essere stato cresciuto amorevolmente dalle donne del villaggio, arrivando ad essere persino allattato, come se si trattasse di un vero e proprio figlio, viene sacrificato all’interno di un rituale collettivo.

Chiuso dentro una gabbia di legno, l’animale viene poi trafitto dai giovani uomini del villaggio armati di lunghe aste di legno, fino alla sua morte, momento in cui, secondo la tradizione, l’anima dell’orso sacro volge al cielo: da qui il nome Iomante, ed il sacrificio finalmente si compie. A questo punto si inizia a tagliare ed a spartire la carne della vittima tra gli officianti; il suo spirito entra così nel corpo e nell’anima dell’intera comunità. La vittima sacrificale dello Iomante, rituale conosciuto anche con il nome giapponese di kuma matsuri (熊祭り), letteralmente festa dell’orso, è un tipico esempio di animale totemico che, ucciso, viene condiviso al fine di rafforzare i legami sociali tra i componenti della comnunità. Il rituale Iomante, praticato ancora alla fino a metà del Novecento, è stato descritto da Fosco Maraini nell’opera “Gli ultimi pagani” del 1954. Egli stesso fu uno dei pochi a poter fotografare molti dei momenti della cerimonia, proibita in seguito all’emanazione da parte del governo di Tokyo della legge per la salvaguardia degli animali nel 2006.

Gli Ainu sono tuttavia un popolo privo di un sapere scritto e minacciati dal corso della storia, destino che sembra accumunarli a molti popoli scomparsi nel corso dei secoli, sotto l’incedere del progresso e del pionierismo. Ma molti di loro sono riusciti a farsi strada dopo l’arrivo di nuovi abitanti nelle loro terre, così come a far preservare la loro cultura.

Caso emblematico è Shigeru Kayano (茅野茂), nato nel 1926 nel villaggio di Nibutani in Hokkaido e scomparso nel 2006 a Sapporo, il quale apprese dalla propria nonna Ainu moltissimo della cultura dei propri antenati e si adoperò al fine di farla conoscere al resto del Giappone, fino ad intraprendere la carriera di parlamentare tra i seggi del partito socialista. Tra i primi difensori del popolo Ainu, riuscì anche a sensibilizzare l’opinione pubblica ed il governo, affinché venissero riconosciuti i diritti necessari alla propria gente. Grazie a uomini come Kayano oggi a Sapporo esiste un centro di ricerca sulla cultura Ainu, come molti musei in diverse località dell’isola di Hokkaido, oltre a cartelli ed insegne lungo i sentieri di montagna scritti anche in lingua Ainu. Per non dimenticare ed omaggiare un popolo coraggioso, tenace e misterioso che, nella grande e bellissima isola del Nord, fu tra i massimi interpreti del dialogo tra uomo e natura. Tra uomini e kamui.