Yumi: l'arco giapponese
Com’è fatto e come funziona

Carlo Broggi -

Il tipo di arco di cui parleremo in questo articolo è quello tradizionale in bambù. Oggi esistono modelli di yumi realizzati in fibre sintetiche, fibra di vetro o carbonio, che consentono di limitare i costi di produzione, i tempi di realizzazione e di tenere basso il prezzo di vendita, rendendo questi archi accessibili a tutti. Proprio per queste caratteristiche, gli archi di fibra sono i più usati dai principianti e dagli studenti, che hanno bisogno di attrezzature durevoli, economiche e che richiedono poca manutenzione. L’arco in bambù invece richiede una buona esperienza non solo nel tiro, ma anche nella conoscenza dei materiali e dell’equipaggiamento. Ancora oggi, come in passato, sebbene esista una vasta produzione di yumi in bambù, realizzati da valenti yumishi (costruttori di archi), l’arciere esperto preferisce realizzare da sé il proprio arco, acquistando solitamente un fujibanashi, cioè un arco grezzo, incollato ma non ancora finito, per poi sagomarlo dandogli la forma e la potenza più adatta al suo livello tecnico.

La globalizzazione del mercato e la crescente richiesta ha purtroppo influito sulla qualità delle materie prime. La grande richiesta di archi e frecce del kyudo mondiale, e la scarsa conoscenza dell’equipaggiamento della maggior parte dei praticanti moderni, spinge i costruttori, per soddisfare le richieste del mercato, a rivolgersi anche a produttori di bambù al di fuori del Giappone, che possano garantire grandi quantità di materia prima a costi bassi. Questo ha influito sulla qualità del prodotto finito, perchè ormai gli yumishi usano bambù non sempre di prima scelta e curano sempre meno la realizzazione degli yumi finiti, prediligendo l’aspetto estetico anziché la solidità e l’efficienza dell’arco. Personalmente ho riparato degli yumi che si sono rotti non per cattivo uso, ma per cattiva costruzione.

Come sul continente, all’inizio della storia del Giappone l’arco era realizzato in un solo pezzo di legno, solitamente gelso, ed aveva la classica forma a D che tutti conosciamo. Ma quasi subito, quella che diventerà una delle caratteristiche più evidenti dell’arco giapponese, la sua asimmetria, con il flettente inferiore notevolmente più corto rispetto al flettente superiore, fu subito adottata. Non si sa esattamente perché in Giappone cominciarono ad usare l’arco impugnandolo più in basso rispetto al suo centro geometrico. Ci sono ipotesi che vanno dall’uso dell’arco a cavallo, all’uso di tirare in ginocchio e altre ancora, ma sta di fatto che questo modo di usare l’arco divenne una delle caratteristiche principali degli arcieri delle isole. Documenti cinesi molto antichi fanno già riferimento ai guerrieri delle isole che usano archi molto lunghi, impugnandoli in modo che il flettente inferiore sia notevolmente più corto rispetto al flettente superiore. Con il tempo poi si capì che usare archi così lunghi (l’arco giapponese è l’arco più lungo in assoluto, ci sono esemplari che superano i 250 cm di lunghezza) impugnandoli così in basso, dava dei vantaggi notevoli nel tiro.

Un’altra caratteristica dell’arco giapponese è che la freccia viene posizionata a destra e non a sinistra, come negli archi occidentali. Così facendo, è possibile aprire molto di più l’arco, arrivando con la mano destra fino alla spalla, consentendo di incrementare notevolmente la potenza dell’arco e di tirare frecce più pesanti, con un maggior potere di penetrazione.


Ai primi archi realizzati in un solo pezzo di legno, gli yumishi impararono prima ad applicare una lamina di bambù sulla faccia esterna dell’arco, quella che va in estensione e poi, qualche secolo dopo, cominciarono ad applicare una lamina di bambù anche sulla faccia interna, quella che va in compressione. Questo modello di arco, realizzato in tre parti, interno di legno duro ed esterno con due lamine di bambù flessibile, rimase come modello base di costruzione degli yumi per molto tempo fino al periodo Edo (1603-1868). Nei secoli, con il migliorare delle conoscenze tecnologiche e dei materiali, come le colle animali (la colla ricavata dalla pelle di cervo è considerata la colla animale migliore per realizzare gli yumi) gli yumishi cominciarono a realizzare anche delle varianti di questo modello base di arco, per migliorarne le prestazioni e la durata. La parte interna in legno venne sostituita da due listelli di bambù o da un mix di legno e bambù, mentre la lamina di bambù che lavorava in compressione cominciò ad essere conciata chimicamente per aumentarne la resistenza.


Venne anche migliorata la forma dell’arco ispirandosi ai modelli continentali dalla triplice curvatura, come gli archi cinesi e mongoli e, durante i secoli delle guerre, gli yumishi affinarono anche le tecniche di laccatura, che consentivano ai Bushi (guerrieri) di usare gli archi in qualsiasi stagione, senza timore di danneggiarli. Infatti, gli archi non laccati, all’epoca venivano usati da settembre a maggio, poi, con l’arrivo della stagione delle piogge e del caldo estivo, questi venivano lasciati riposare, per il timore che usandoli, il caldo potesse far cedere la colla animale. La laccatura consentiva l’uso dell’arco in qualsiasi stagione e tempo atmosferico. Una buona laccatura poteva far guadagnare all’arco fino a 1 kg di potenza.


La vera e propria svolta si ebbe nel periodo Edo. La pacificazione del paese da parte dello shogunato Tokugawa, consentì la ripresa dello studio migliorativo dell’arco e la grande popolarità della competizione arcieristica che si teneva annualmente al tempio di Sanjusangen-do, diede un notevole impulso allo sviluppo dell’attrezzatura. Il guanto morbido da guerra, usato per secoli dagli arcieri, venne sostituito con un guanto dal pollice rigido con una tacca dove agganciare la corda, per facilitare la trazione. Questo guanto viene usato ancora oggi. La costruzione dell’arco e la sua forma vennero ulteriormente migliorate, creando così il modello di yumi che viene usato attualmente, composto da una serie di listelli di bambù interni (higo) da 3 a 5 e affiancati da due listelli di legno duro, solitamente gelso. Si migliorò anche il trattamento della lamina interna in compressione e verso la fine del periodo Edo si cominciò anche a temprare a caldo questa lamina, rendendola ancora più robusta. Oggi anche i listelli interni di bambù sono temprati, per migliorare ancora di più la reattività dell’arco. Si elaborarono delle tecniche che consentivano di tirare per parecchie ore consecutive. Gran parte dell’attrezzatura che viene usata nel kyudo moderno venne sviluppata nel periodo Edo, proprio per soddisfare le esigenze degli arcieri che partecipavano a questo evento, che per 260 anni monopolizzò il mondo dell’arceria giapponese, scatenando anche le critiche di molti samurai, che non vedevano di buon occhio questa manifestazione, perché distoglieva i giovani dall’allenamento al tiro tradizionale da combattimento.

Nei secoli passati esistevano delle vere e proprie aziende che producevano archi. Molti feudi ordinavano gli archi per i loro soldati a queste aziende, che provvedevano a far realizzare il quantitativo ordinato ai loro yumishi. Ogni azienda aveva sotto contratto una serie di yumishi che realizzavano archi di diverse qualità e quindi di diversi prezzi. Ogni yumishi veniva pagato alla consegna di un kori, un pacco composto da 48 archi, che prima di essere spediti al cliente venivano attentamente controllati dal responsabile della produzione. I costruttori sotto contratto non potevano né firmare e né vendere liberamente le loro opere. Quando realizzavano qualche pezzo singolo, era l’azienda che ne verificava e certificava la qualità e si preoccupava di venderla al cliente interessato. Solo dopo la verifica e l’approvazione dell’azienda il costruttore, se autorizzato, poteva firmare l’opera e il compratore non si sarebbe mai permesso di verificare la fattura dell’arco prima dell’acquisto, perché bastava la garanzia dell’azienda per certificarne l’ottima qualità.

La caratteristica più evidente di questo particolare arco è la sua asimmetria, con l’impugnatura posta molto vicino a uno dei due punti dell’arco che restano immobili durante la trazione e che al momento dello sgancio non sviluppano alcuna vibrazione. L’impugnatura posta vicino al punto inferiore consente un migliore controllo dell’arco durante il rilascio, proprio perché le vibrazioni dovute al ritorno dei flettenti sono molto inferiori rispetto agli archi impugnati centralmente.

Un’altra caratteristica è il disassamento della corda che passa lungo lo spigolo destro dell’arco quando questo è armato. Nell’arco occidentale questo disassamento è considerato un difetto, mentre nell’arcieria giapponese è un pregio, perché consente di far partire la freccia con un minore angolo di uscita. In più, l’arco giapponese, proprio per come è costruito, tende a ruotare verso sinistra dopo lo sgancio della freccia e, in un movimento simile, il disassamento della corda risulta un vantaggio.

Il fatto di essere asimmetrico consente all’arciere di tirare più lontano senza dover fare una parabola eccessiva, in quanto il flettente inferiore tende a tornare in posizione di riposo prima del flettente superiore, imprimendo così alla freccia una spinta verso l’alto. Con il tempo poi i giapponesi hanno imparato a sfruttare il disassamento della corda, la naturale tendenza alla rotazione e la posizione della freccia a destra, che consente una maggiore apertura, mettendo a punto una tecnica che, tramite una serie di torsioni applicate al momento dello sgancio, imprime alla freccia una maggiore velocità e penetrazione.

La laccatura di questi archi non era ornamentale, ma aveva il preciso scopo di irrobustire e proteggere l’arco dalle alte temperature estive e umidità. Le ulteriori legature poi aggiunte alla laccatura, non avevano dei particolari significati, se non quello di irrobustire ulteriormente l’arco. Ogni clan aveva le proprie legature, ma tradizionalmente esisteva un arco con 32 fasciature sul flettente superiore e 28 sul flettente inferiore. Esse rappresentavano le costellazioni e delle particolari specie di uccelli, a simboleggiare l’unione tra cielo e terra. Questo particolare arco, molto costoso e di particolare qualità, era anche l’arco simbolo dei generali comandanti, perché solitamente era usato da loro. Questi archi laccati erano curati a tal punto che alcuni di essi potrebbero essere usati ancora oggi. Io stesso ho armato un arco da guerra laccato del 17mo secolo ed era ancora funzionante!

Il metodo di costruzione degli archi in bambù è lo steso da secoli. Oggi come 200 anni fa, una volta legato il pacco di lamine, si usano dei cunei di bambù per fissarne la forma, in attesa che la colla blocchi tutto.


L’unica differenza con gli archi del passato è che ora si usano colle sintetiche molto più resistenti, che garantiscono la tenuta anche durante il caldo estivo e in condizioni di elevata umidità. Grazie a queste colle sintetiche ora non è più necessario aspettare mesi per finire un arco e metterlo in vendita. Ora in due o tre giorni l’arco è pronto. Nonostante questo però, molti archi si rompono prima di essere finiti. Il bambù, essendo un materiale naturale è imprevedibile e tra il 15 e il 20% degli archi si rompe o si deforma prima ancora di essere finito. Esistono delle varianti moderne di archi in bambù con inserti di fibra di carbonio. Questi inserti sintetici consentono di stabilizzare la forma e la potenza, impedendo al bambù di cedere o deformarsi.

Il Giappone ha fatto dell'arco una vera e propria filosofia di vita. Lo studio dei materiali e delle raffinate tecniche di tiro giunte fino a noi, consentono la continuazione dell’evoluzione di questa straordinaria arma.