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Il disegno giapponese (seconda parte)

Franco Fusco -
Il disegno giapponese (seconda parte)

Secondo Schodt, condiviso da Horn, il primo esempio di strip giapponese apparve nel 1902 sul Jiji Manga ad opera di Kitazawa Rakuten: Tagosaku to Mokubē no Tōkyō kenbutsu (“Tagosaku e Mokubē visitano Tōkyō”).

Vi si vedono due campagnoli, che parlano un buffo dialetto, alle prese con una pompa dell’acqua. Il dialogo è inserito nelle vignette, a margine dei personaggi, ma non è ancora contenuto nella tipica nuvoletta. Kitazawa aveva lavorato inizialmente per una rivista americana a Yokohama, il Box of Curios, e nel 1905 fondò Tōkyō Puck, forse la rivista giapponese più diffusa all’estero, con le sue didascalie anche in Inglese e in Cinese e la sua tiratura di oltre 100.000 copie. La sua popolarità fu tale che “he...is today the only one with a mission [temple] in his honor”. L’altro grande cartoonist giapponese dell’epoca fu Okamoto Ippei, che ...

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Il disegno giapponese (prima parte)

Franco Fusco -
Il disegno giapponese (prima parte)

Qual è l’origine dei manga? Se con questa parola si intende genericamente un racconto fatto attraverso un insieme di disegni, non mi pare peregrina l’idea di farne risalire la nascita ad epoca preistorica, quando, mancando la scrittura, l’uomo espresse appunto con le immagini (graffite sulle pareti di una grotta o incise sulle pietre o sulla corteccia degli alberi o tracciate su pelli) la propria innata esigenza di narrare. Penso, per esempio, ai disegni di uomini e animali del Tassili-n-Ajjer (Algeria) o a quelli delle grotte di Altamira (Spagna) e a tanti altri, in giro per il mondo. D’altronde, se è vero, secondo la teoria vichiana, che le età dell’Umanità corrispondono a quelle dell’uomo, basta osservare il comportamento dei bambini, per trovarne conferma: assai prima di imparare a leggere e scrivere, da sempre e a qualunque latitudine, questi sentono il bisogno istintivo di tracciare figure. Il che ci riporta al significato originario della parola ‘manga’, inizialmente scritta con...

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Le fotografie della Scuola di Yokohama (1860-1910)

Moira Luraschi -
Le fotografie della Scuola di Yokohama (1860-1910)

Il fenomeno fotografico noto con il nome di Scuola di Yokohama nacque in Giappone in un’epoca che coincide quasi interamente con il periodo Meiji (1868-1912). La città di Yokohama ne fu il principale centro di diffusione, ma ben presto il peculiare stile di queste fotografie si diffuse in tutto il paese. Si trattava di fotografie all’albumina colorate a mano da artisti locali. La tecnica della fotografia all’albumina, importata in Giappone dall’Europa verso la seconda metà dell’Ottocento da fotografi occidentali come Felice Beato (1832-1909), Raimund von Stillfried (1839-1911) e Adofo Farsari (1841-1898),in poco tempo fu padroneggiata anche dai giapponesi stessi come Kusakabe Kimbei (1841-1934), Ogawa Kazumasa (1860-1929), Tamamura Kōzaburō (1856-1923).

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Uomini e orsi - Il popolo Ainu delle isole del Nord

Pier Giorgio Girasole -
Uomini e orsi - Il popolo Ainu delle isole del Nord
L’arcipelago giapponese possiede caratteristiche culturali abbastanza simili ed omogenee tra loro; per secoli i contatti con l’esterno sono stati limitati o filtrati dalla cultura locale; al suo interno esistono realtà diversificate, sia a livello culturale che etnico. A quest’ultima si ascrive la popolazione degli Ainu, una delle più antiche e misteriose del Giappone. Questo gruppo etnico, studiato a più riprese dal celebre antropologo italiano Fosco Maraini, è attualmente stanziato nel nord del Giappone e nella parte sud orientale della Siberia.
L’isola di Hokkaido è infatti universalmente riconosciuta come la terra degli Ainu, pur essendo essi diffusi anche sulle isole Curili e su quella di Sachalin. Ad oggi sono ventimila esponenti, numero che esclude...
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Battiti del cuore, nel cuore della notte. Il matsuri di Hida Furukawa

Rossella Marangoni -
Battiti del cuore, nel cuore della notte. Il matsuri di Hida Furukawa

A mano a mano che il treno si addentrava nella valle, seguendo il corso impetuoso del fiume, la primavera lasciava il posto all’inverno.

Gli alberi in piena fioritura lasciavano il posto a un paesaggio spoglio, ancora addormentato di un sonno invernale, e l’aria tiepida di Nagoya cedeva dinanzi a un vento frizzante che, calata la notte, sarebbe diventato sempre più gelido.

Perché quest’anno, a Hida Furukawa, la primavera tardava ad arrivare e quest’anno noi, a Hida Furukawa, tornavamo dopo più di dieci anni per assistere, per la prima volta, a un matsuri per noi sconosciuto, sconosciuto e segreto, un matsuri in cui il grande tamburo “risveglia” la città, proclamando con il suo battito profondo, nella notte, che l’inverno è finito, che è - finalmente - tempo di rinascita.

Hida Furukawa è una piccola città della prefettura di Gifu, nell’antica provincia di Hida (Hida no kuni), nel cuore delle Alpi Giapponesi. Uno scenario rurale di case disseminate fra le risaie e i campi, un centro piccolo e antico, sulla confluenza di due fiumi, il Miyagawa e l’Arakigawa e, sullo sfondo, le cime innevate e i boschi.

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