Arretrati
Pagine Zen n°10

L'IDEOGRAMMA DI QUADRATO, TRIANGOLO E CERCHIO
(Ryoko Kinoshita)

Non so perché ma i monaci Zen erano, e forse sono, spesso stravaganti. Gli aneddoti che li riguardano mi fanno sorridere.
SENGAI, conosciuto come autore dello SHO (calligrafia-scrittura).
“Quadrato, triangolo, cerchio”, era un monaco Zen vissuto fra il 1750 e il 1837. Quando ho dipinto il medesimo soggetto per l’invito dell’inaugurazione dello Zen di Roma mi sono ispirata proprio al suo SHO. Probabilmente qualcuno si sarà chiesto cosa rappresentano quelle tre forme geometriche.
La professione di SENGAI non era quella del pittore, ma era piuttosto popolare per i suoi lavori, un po’ cinici e pieni di umorismo. Tanta gente gli chiedeva di scrivere qualcosa da appendere in casa. C’è un episodio che fa capire la sua natura. Un uomo va da lui e gli chiede di scrivere qualcosa che porti fortuna alla sua famiglia. Disponibile SENGAI prende subito un pennello e scrive: “Il Nonno muore, il padre muore, il figlio muore, il nipote muore”. L’uomo sorpreso ci rimane malissimo e dice: “Ma che brutto! Altro che portafortuna! Non posso appendere una cosa così negativa. E SENGAI sorridendo: “Negativa? Prima muore, il nonno, poi il padre, poi il figlio e poi il nipote. Tutti completano il loro ciclo vitale. Nessuno muore giovane. Più fortuna di così!?”.
Tutti noi quando vediamo delle scritte, istintivamente cerchiamo di capirne il significato. Ma in questo modo, il rischio è che ci sfugga la loro vera essenza. Io vorrei riuscire a guardare gli SHO capendoli così come sono. Si dice che essi siano quadri con la voce, e che i SUMI-E (pitture a inchiostro di soggetti naturali) siano poesie senza voce.

Per me il “Quadrato, Triangolo, Cerchio” di SENGAI è proprio un quadro e allo stesso tempo una poesia senza voce. Penso che SENGAI con questo dipinto abbia voluto mandarci un messaggio senza parole; sembra di sentirlo dire: “Tu capisci?” Cosa avete sentito guardando queste semplici forme geometriche? Io sento che il cerchio mi dà felicità, l’ideale stato d’animo dello Zen. In Giappone si assimilano al cerchio molte situazioni che “vanno bene”. (Una famiglia armoniosa, un esame andato bene, ecc.).
Il triangolo per me esprime indecisione, quella di molti giapponesi, che non dicono mai né si né no.
Il quadrato mi suggerisce invece la bellezza perfetta. Forma molto apprezzata in Giappone (gli elementi puri e squadrati dello Zen, la forma base della carta nell’origami, ecc.). E in tutta la composizione nel suo insieme sento un soffio d’aria fresca e pulita, perché quando dipingo queste tre forme con l’inchiostro sembra che mi si purifichi l’anima. E’ una sensazione molto gradevole. Forse alcuni di voi avranno notato che nell’invito queste tre forme sono state disegnate nella sequenza quadrato, triangolo, cerchio.
In realtà in Giappone esse si leggono da destra a sinistra: MARU (il cerchio), SANKAKU (il triangolo), SHIKAKU (il quadrato).
Anticamente in Giappone, diversamente da ora, non solo le scritte verticali, ma anche le scritte orizzontali si scrivevano da destra a sinistra.
Ancora adesso le scritte verticali si scrivono da destra a sinistra, ma quelle orizzontali si scrivono da sinistra a destra come in Occidente. Per i monaci Zen gli SHO sono stati spesso un mezzo per esprimere il loro modo di vivere; un’espressione così importante da determinare un vero e proprio stile ZEN. Avere in caso la calligrafia di un monaco faceva sentire vicina alla spiritualità zen anche una persona “normale”.

SIGNIFICATO DEI CARATTERI QUADRATO, TRIANGOLO, CERCHIO
(Giuliana Malpezzi)

Quadrato e triangolo: gli ideogrammi sono composti rispettivamente dai numeri 4 e 3 seguiti da un carattere che originariamente rappresentava un corno con numerose venature in superficie.
Questo radicale (il radicale è l'ideogramma che fornisce alla parola il suo significato ideologico, l'unione con un altro ideogramma che fornisce il suono, la fonetica al carattere) serve per dare significato a concetti ed oggetti che hanno qualche relazione con il corno,come materiale, o con le corna come organo di alcuni animali. significa anche "angolo", ed effettivamente il triangolo ed il quadrato sono figure geometriche con 3 e 4 angoli.Il "cerchio", lo "zero" è un invece un "9" cancellato, tagliato.I numeri, la logica, la capacità razionalistica dell'intelligenza umana, vanno da 1 a 9, alla fine c'è lo zero,il niente ed il tutto. lo zero è il non numero, il numeroperfetto, necessario e inesistente.

L'ARTE DELLA CUCINA GIAPPONESE
(Graziana Canova Tura)

Mangiare e bere sono il nutrimento della vita. Mangia cibo semplice. La carne dovrebbe essere consumata in piccole quantità. Scegli alimenti che nutrano il corpo.
Smetti di mangiare prima che il tuo appetito sia del tutto soddisfatto.
Cinque cose da tenere a mente quando ci si nutre:

1. pensa a chi ti dà il cibo
2. pensa alle fatiche di chi l’ha prodotto
3. ricorda che sei fortunato a godere di un buon pasto senza avere fatto nulla per meritarlo
4. ricorda che ci sono tanti esseri umani ben più poveri di te
5. pensa ai tempi antichi in cui gli uomini mangiavano frutta, radici e semi senza conoscere la cottura.
Astieniti dal mangiare troppo. Sii moderato nel cibo e nelle bevande.”

Così prescriveva nel 1713 lo Yojokun, un trattato in cui venivano formulate regole di vita per una buona salute fisica e spirituale.
L’arte della cucina è da secoli tenuta in grande considerazione in Giappone e ha collegamenti anche inattesi con molti aspetti della vita dei suoi abitanti.
Chiunque sia stato in Giappone avrà apprezzato l’estrema eleganza e la squisita delicatezza dei piatti anche più semplici. La cucina giapponese è la più “spirituale” del mondo: regola vuole che gli ingredienti mantengano la propria natura, il colore, la consistenza, che i colori del vasellame armonizzino con il cibo e con la stagione del momento, che i sapori siano leggeri ma non insipidi, che non vi sia ostentazione ma che ogni cosa sia perfetta nella sua austera, raffinata semplicità.
L’estetica dell’ospitalità giapponese è essenzialmente rappresentata dalla cucina kaiseki, che di solito viene servita prima della cerimonia del tè e nella quale si raggiungono vette di delicata, “povera” eleganza. Essa ha origine dall’elaborato pasto formale delle classi dominanti e dal cibo vegetariano dei monasteri Zen. Takeno Joo, un grande maestro del tè, nel 1500 raccomandava che durante il kaiseki non si servisse più di una zuppa e tre piatti (ichiju sansai) e questa regola fondamentale ha improntato l’arte della cucina fino ai nostri giorni. L’abbondanza è bandita: lo scopo del pranzo non è quello di riempirsi, ma di godere insieme agli ospiti del piacere della reciproca compagnia, in armoniosa pace e tranquillità.
L’influenza dello Zen è impalpabile ma forte: aeree composizioni vegetali ornano rustici piatti di ceramica e leggere ciotole di legno laccato, poste su bassi tavolini, creano sottili contrasti di rosso e di nero; i freschi colori dei vegetali armonizzano con il contenitore in cui sono deposti, il tavolino-vassoio si presenta come un quadro.

PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
(Hua T’o)
Si è parlato finora di come occorra opporsi al “trattamento” al quale ognuno di noi viene quotidianamente sottoposto, della qualità della vita alla quale siamo sottoposti e come occorra trovare, se non addirittura imporsi una uscita o trovare un argine da contrapporre per non essere travolti.
Basti solo un attimo soffermarsi a pensare a quanto quotidianamente ci viene riservato, e allora altro che stress, altro che preoccupazione esistenziale, occorre a questo punto porre una linea di confine oltre la quale esiste il non ritorno.
Prima di prendere in esame quanto alcuni atteggiamenti di pensiero ed elaborazioni mentali ci propongono, sarà opportuno condurre un chiarimento su alcune terminologie che riflettono condizioni psichiche particolari, senza le quali non è possibile avvicinarsi a quelle tavole a cui aggrapparsi nel tentativo di restare a galla e non colare a picco.
Non occorre per questo rappresentarsi tutta la storia del pensiero nella sua evoluzione, intere biblioteche sono state scritte al riguardo.
Basterà prendere in esame, molto volutamente, il problema della conoscenza, di quella conoscenza che solo in parte può spiegarci il perché della vita e soprattutto come questa vada affrontata.
Da secoli l’uomo insegue, esamina, discute, sviscera questo gravoso problema. Molte teorie sono state avanzate per offrire spiegazioni, accettate come valide oppure no.
E’ molto facile non pensare o meglio rifugiarsi in credi confessionali che offrono vie di soluzione che basta accogliere, perché altri così hanno predisposto (a loro esclusivo vantaggio). Esistono due tipi di verità che si riflettono in leggi, se così si possono chiamare:
Una legge divina naturale, che approva, persegue e rispetta un modo di vita proteso esclusivamente alla ricerca della conoscenza e l’amore di Dio, quest’ultimo aspetto derivato dalla conoscenza stessa la più estesa possibile.
Una legge divina rivelata, che ammette supinamente quanto altri hanno predicato e che propongono come fine stesso la giustizia, la carità, il bene condurre l’esistenza e l’amore di Dio.
Quest’ultima posizione è quella più diffusamente recepita in quanto passiva e non costringe a pensare. Altri lo hanno già fatto per noi.
Accettiamo in umiltà ed ubbidienza. Così è stato scritto.
Ma questo ultimo atteggiamento non è certamente quello che può liberarci dall’abbraccio della passività riflesso nel quotidiano.
Maledettamente dannoso non pensare e rifugiarsi nella accettazione.
Si è già in precedenza detto quanto deleteria sia l’integrazione di massa e la rinuncia alle proprie caratteristiche individuali, che altro non sono che un’affermazione di una personalità o meglio di una volontà precisa di non lasciarsi travolgere.
Basti pensare alla scarpa oggi tanto in vigore presso il genere femminile. Punte strepitose e tacchi più che a spillo, quasi inesistenti per la loro ridicola finezza. Orrende.
Basterà che domani qualcuno ne decreti la bruttezza e tutte le femmine smetteranno di indossarle, con grande gioia dei persuasori occulti, parlo di chi suggerisce gli artifici da adottare per far consumare.
Basta ordunque.
Ecco pertanto sia sotto il profilo storico che sotto quello della attualità alcune posizioni mentali che occorre apprendere.
IntuizioneQuesta si ricono-sce negli aspetti conoscitivi diretti e immediati di un qualsiasi oggetto, e nel nostro caso, di un qualsiasi atteggiamento.
Il filosofo greco Platone poneva l’intuizione quale base fondamentale di ogni cognizione che avesse un contenuto di valore. E già questa posizione ideologica fa di un uomo un essere pensante e quindi in grado di intuire quello che è valido, e non temporale, in altre parole libero di scegliere seguendo la propria volontà e il proprio cervello, inteso quest’ultimo come espressione di pensiero positivo.
Gli fa eco Aristotele che pone l’intuizione alla base dell’intelletto che percepisce i principi validi.
I filosofi medioevali hanno successivamente parlato sia di intuizione creatrice sia di intuizione quale forma di pensiero elevato, cioè va assegnato il valore di conoscenza oggettiva del reale solo all’intuizione stessa.
Il concetto e il valore di intuizione ebbero ampi sviluppi nei tempi che vennero (vedi il pensiero di grandi pensatori quali Cartesio, Locke e Leibniz), confermando nella sua importanza il valore della intuizione, seguendo quanto gli antichi avevano già messo in evidenza circa l’importanza di questa posizione, sfociando poi negli idealisti che hanno sostenuto che l’intuizione altro non è che una forma di conoscenza umana.
E’ mai possibile che nessuno si sia soffermato ad esaminare la insulsità di massa e come questa viene pilotata!
E’ mai possibile che nessuno abbia mai speso una parola per far comprendere la stoltezza di certi atteggiamenti.
Non occorrerà molto tempo per capire che le scarpe di cui tutte le giovani fanno oggi sfoggio sono orrende. Basterebbe usare la testa criticamente per comprendere questa verità, ma sembra essere vitale indossarle per sentirsi qualcuno al passo con i tempi.
Bei tempi! E che bel modo di pensare!
RUGIADA D'AUTUNNO

Rugiada d’autunno

Scivola nella foglia grande
trasparente nel verde vellutato del loto
fragile ma sicura.
Ma l’alba è bella breve e crudele
anche coi primi raggi deboli del sole d’autunno
si assorbe e volatilizza
fra i tetti ancora dormienti.

Tearose

IKEBANA: la vita, l'uomo, gli stili
(Nicoletta Spadavecchia) Terza Parte

La sintesi di shintoismo e buddismo come feconda esperienza di vita
Il senso dell’impermanenza della vita rimane un’emozione comune anche al giapponese dei secoli successivi. Impermanenza la cui espressione giapponese è “mujokan”. Mujo nasce come termine religioso indicante il risveglio buddhista e sembra essere stato il monaco Dogen (1200-1253) ad averlo usato per la prima volta. In campo letterario indica il sentimento comune alle opere dei periodi di Kamakura e Muromachi, nelle quali diventa qualcosa di più di un semplice senso di pathos. Nel periodo Muromachi (XIV-XVI sec) il fiore diventa simbolo vitale, simbolo religioso, metafora della vita umana e della vita universale. Esemplificante è la scelta del termine “hana”, fiore, come immagine indicante la consacrazione suprema dell’attore del teatro No.
Lo scrive Zeami (1363-1443) nel “Fushi-Kaden” “Il trasmettersi del fiore dell’interpretazione”, uno dei trattati sull’arte del No, pietra miliare nella storia dell’estetica giapponese. Nascono composizioni estremamente complesse ed elaborate che rappresentano, nei vari elementi, la realtà cosmica della natura, in un giusto compromesso tra espressione naturale e simbolismo religioso. Sono monaci, noti con il nome di Ikenobo, i primi a proporre tale linguaggio floreale e con essi nasce la professione dell’“esperto dell’arte dei fiori”, nascono tendenze e gusti nuovi con diversificazione in stili ed elaborazione di teorie. Piuttosto ricercate sono le prime composizioni floreali, classificate col nome di rikka. Il termine deriva dalla lettura di due ideogrammi, il primo indicante il concetto di innalzare, creare erigendo in altezza, e il secondo il concetto di fiore. La composizione è costituita da sette elementi simboleggianti vari aspetti della natura (sole, luna, monti, acque e via dicendo). A questa ricercatezza si contrappone la naturalezza e semplicità dello stile negeire, letteralmente “lanciare e inserire”. Si dice che la sua nascita sia dovuta al lancio casuale di un fiore in uno stagno. In esso gli elementi fondamentali si riducono notevolmente (anche un solo fiore e un solo ramo possono essere sufficienti alla composizione) e di vitale importanza diventa il contenitore, un vaso generalmente alto. Naturalezza e semplicità caratterizzano anche lo stile chabana. Il termine letteralmente significa, “fiori per il tè” e si riferisce alla composizione destinata all’ambiente dove si svolge la cerimonia del tè. Gli stili negeire e chabana sono capaci di portare ad un approccio immediato e sicuro con le forze universali.

Siamo nel pieno dell’esperienza Zen, ben distinguibile sia nel gusto scarno
del prodotto artistico, sia nell’implicazione di un atteggiamento spirituale, il migliore possibile nell’atto della produzione. Nel secolo XVII nasce lo stile seika. Anche letto shoka, il termine significa “fiori viventi” e nasce dalla necessità di esprimere la vitalità misteriosa sprigionata dai fiori e dai rami di una composizione. Gli elementi che la compongono sono generalmente tre e simboleggiano cielo, uomo e terra. Nello stile seika la composizione perde il senso primitivo di offerta agli dei, favorendo il ruolo svolto dall’uomo. Questo stile nasce in pieno periodo Tokugawa (1603-1867), nel quale, grazie all’adesione delle teorie neo-confuciane, viene data alla figura umana una posizione preminente nella vita sociale e naturale. L’uomo, tramite tra cielo e terra, costituisce il fulcro della composizione, l’elemento indispensabile all’equilibrio della stessa. Col seika si evidenzia la tridimensionalità e l’asimmetria dell’arrangiamento floreale, che diventa vera e propria arte: i rami e i fiori che escono dall’acqua in uno stesso punto, si sviluppano armoniosamente nello spazio secondo linee chiare, essenziali, asimmetriche.
Essenzialità e asimmetria permettono, nella libertà di forme, di entrare con facilità nell’opera d’arte, di penetrarne lo spirito.
CUCINA: CARPACCIO DI SALMONE E BRANZINO
(Luciano Yamashita)
(Per 2 persone) Piatto freddo indicato
per il periodo primavera – estate
Per il carpaccio

- 150 g di filetto di salmone
- 100 g di filetto di branzino
- erba cipollina
- lime

Per la salsa Ponzu
- 100 ml di succo di lime
- 20 ml di salsa di soya
- 100 ml d’acqua
- 5 ml di sake dolce (Mirin)
- 10 ml di aceto di riso
Tagliare il pesce a fettine sottili, facendo attenzione a compiere l’operazione nel senso contrario alla fibra del filetto.
Tagliare delle fettine sottili di lime facendone poi dei pezzettini.
Preparare dei pezzettini di erba cipollina.
Disporre le fettine di pesce tagliato su di un piatto (meglio rotondo).
Avrete in precedenza preparato la salsa ponzu, per la quale sarà sufficiente unire gli ingredienti e mescolare.
Versare in modo uniforme sulle fettine di pesce tutta la salsa preparata.
Quindi cospargere di pezzettini di lime ed erba cipollina.
La decorazione centrale, che in questo caso è un fiore di salmone, è affidata alla vostra creatività.
Arte -
(Tullio Pacifici)
Milano-Kinkyo Ishikawa
Calligrafia Giapponese in Batik
Roma- Veronica Menghi
L’arte della pittura

Tinte dei fondali delle tele come screens, Kinkyo Ishikawa scrive caratteri, lettere, ideogrammi. Dipinti, figure, di-segni, che possono essere letti in ogni direzione: alto basso, sinistra destra, orizzontale verticale, centrale laterale, esterno interno. Possibili quindi, letture multipiani, molteplici interpretazioni. Dipende anche dai punti di vista, dalle voglie di sognare. Le traduzioni linguistiche portano a certi risultati e significati; a queste si possono aggiungere le scorse estetiche, occhi emozionati dal bello. Screens (schermi) immaginando i movimenti, impercettibili, delle tele, degli ideogrammi. Le tele, qui supporti materici leggeri, velate, con la fiction cinematografica diventano teloni, proiettabili, con la tv quarzi, tubi catodici, screen con il pc e la rete. Un’immagine riprodotta sul web è un po’ come una scultura virtuale. Prospettive altre, più livelli. Il Batik è emozione in diretta, tangibile, classica. C’è l’impressione meravigliata di sostare, leggere il quadro. Le Calligrafie giapponesi ci suggeriscono pennellate curate, delicate; le mani sono grammatiche automatiche, come il montaggio. Altrove scrivono volti, pelli, ricordiamo The Pillow of Book - Peter Greenaway – ‘96. I fondi scuri dei tessuti possono scivolare, sembrare cascate di numeri, segni, immagini, impronte, parole di altro, altri mondi, realtà parallele, paragonandole a certi passaggi, scenografie, di Matrix.
L’Arte della Pittura parla delle possibilità di creare continuando ad operare nel mutamento e nell’immobilità; dinamicità e staticità, sono, in questo caso, gli sforzi dell’artista autrice di un mondo. Veronica Menghi opera e si sofferma a ricercare; guarda le sue opere come risultati di un certo utilizzo del tempo, statico-dinamico, durata di variazioni e quiete.
I risultati dipendono dai punti di vista e dagli stati d’animo.
Gemelli – rosa costretta – ad Angelica, compagna e amica, campagna magica 1
e 2 – sogno IV – sarago costretto, possono essere materie-immagini-colori vitali, energiche, trasparenze, leggerezze, pallori, chance, avvertimenti di un senso
di straniamento, allontanamento, visualconfusion, e anche, semplicemente, elementi, assemblati, ricuciti, incollati, stratificati, ma in quanto tali immoti. È come se da un fisso più o meno caotico di figure e tinte, ad un certo punto, interventi manuali e oculari “traducessero in un'altra lingua”, cominciando ad apparire non più solo una tela, non più solo una poesia, ma poevisioni, vedute poetiche altre, nuovi tentativi.
Kinkyo Ishikawa
espone allo Zen Sushi Restaurant
di Milano, via Maddalena, 1
dal 23 marzo al 19 aprile 2002
Veronica Menghi
espone allo Zen Sushi Restaurant
di Roma, via degli Scipioni, 243
dal 16 marzo al 5 aprile 2002