Arretrati
Pagine Zen n°11

ARTI MARZIALI: DAITO -RYU AIKIJUJUTSU
Storia della millenaria
Scuola Tradizionale Giapponese (Antonino Certa)

La genesi di quest'arte risale intorno all'anno Mille, e la sua evoluzione prosegue per tutto il periodo dell'epopea feudale giapponese, epopea raccontata e cantata in romanzi, storie e film che hanno dipinto in Occidente la figura del nobile guerriero (bushi), o samurai (uomo che serve).
Questa scuola ha tramandato nel segreto, per quasi un millennio, le tecniche di combattimento di varie discipline tra le quali l'arco, la spada, la lancia, l'alabarda ed il corpo a corpo, attraverso i capo scuola (Soke), che erano tutti membri della famiglia Takeda. Gli insegnamenti erano volti alla formazione militare dei guerrieri e dei dignitari del clan in misura delle loro cariche e delle loro funzioni. Infatti i militari (d'ogni ordine e grado) studiavano sin da giovanissimi sia i principi morali che li avrebbero guidati (bushido) che le tecniche che avrebbero usato in battaglia.
Tra le molte arti militari armate che il nuovo clan Takeda già insegnava nel 1087 trovavano però posto anche lezioni di strategia e tattica belliche ed, ovviamente, anche il combattimento corpo a corpo, che si dice fosse stato adattato dagli avi di Minamoto Yoriyoshi (padre del fondatore dell'arte) derivandolo dalla Tegoi, forma di lotta autoctona ancor più antica da cui pare avesse tratto origine anche il sumo.
Già in epoca Heian (794 - 1185) fu codificata e documentata la struttura delle prime tecniche (di ciò che poi sarebbe divenuto il Daito-ryu Aikijujutsu), e si trova una tale attenzione verso quell'uso armonico dell'energia, che in epoca successiva (Edo, 1603-1867) era già nota con il nome di "Aiki-in-yo-ho" ("dottrina dello spirito basata sullo yin-yang"). Due furono le aree di sviluppo del Daito-ryu Aikijujutsu: l'arte dell'aiki (aiki no jutsu) e lo jujutsu . Le tecniche di "aiki" furono peculiari e nodali nello sviluppo della scuola Daito e ne costituirono da subito l'aspetto caratterizzante (ancor oggi), pur essendo solo una particolarità che va considerata insieme alle altre tecniche di jujutsu quali percussioni (atemi), strangolamenti (shime), chiavi articolari (kansetsu), pressione su punti vitali (kyushu) e proiezioni (nage).
L'integrazione di queste due grandi aree di sviluppo (aiki no jutsu e jujutsu) è al centro dello studio del Daito-ryu Aikijujutsu.
Il nome del clan Takeda ricorre nella storia giapponese, e i suoi personaggi rispecchiano il carattere indomito e risoluto dei bushi.
I fatti d'arme di questo clan si rincorrono e s'intrecciano nelle vicissitudini militari e politiche del Paese. Il quadro che segue indica alcuni tratti che legano la storia del Daito-ryu Aikijujutsu e del suo clan al passato feudale del Giappone.
La tradizione orale del Daito-ryu Aikijujutsu (Grande Scuola d'Oriente dell'Aikijujutsu) attribuisce l'origine dell'arte a Shinra Saburo Yoshimitsu Minamoto (1057-1127) terzo figlio di Yoriyoshi Minamoto, discendente della quinta generazione dell'imperatore del Giappone, della dinastia Minamoto, Fujiwara Seiwa (850-881).

Il clan Minamoto era uno dei maggiori del Giappone e Yoriyoshi Minamoto, principe militare ereditario (daymio) della provincia di Chinjufu era stato inviato dall'imperatore a sedare una rivolta del clan Abe. La guerra durò per 11 anni (1051-1062) sino a quando Sadatou Abe fu sconfitto nella battaglia di Yakata Koromogawa. Successivamente i figli di Yoriyoshi combatterono nella guerra Gosannen (1083-1087) contro il clan Kiyohara. Minamoto Yoshiie (uno dei figli) era in difficoltà, fu raggiunto dal fratello Yoshimitsu e insieme espugnarono la fortezza di Kanazawa.
Dei due si racconta la ferocia e l'innovativo approccio "scientifico" all'arte marziale: avrebbero sezionato i cadaveri dei nemici sconfitti per meglio comprendere il funzionamento delle articolazioni che erano coinvolte nelle tecniche di kansetzu (rottura) proprie dell'Aikijujutsu, di cui Yoshimitsu era maestro.

Yoshimitsu era il signore del castello di Daito (da cui deriva poi il nome dell'arte), ma il figlio Yoshikiyo al termine della guerra si trasferì a Takeda nella provincia di Kai, dove assunse il nuovo nome di Yoshikiyo Takeda.
I documenti certi (anche non di proprietà del clan) risalgono a questo periodo, e precisamente al 1087, quando Yoshikiyo Minamoto, trasferitosi nella provincia di Kai vicino all'attuale Tokyo, fonda il nuovo clan, il Kai genji Takeda, appunto. (Epoca Heian 794-1195). Nasceva così il clan Takeda, al cui capostipite lo Shogun concesse il titolo ereditario di principe militare con tutti i diritti propri dei vassalli feudali (daymio).
(continua)


Daito-ryu Aikijujutsu - Scuola Daito di Abashiri
www.daito-ryu.cominfo@daito-ryu.com • Tel. 0248012143
Antonino Certa: Shihan ha studiato l’aikijujutsu della Scuola Daito con Takeda Tokimune (1915/1993) 36° Soke della Scuola in Giappone. Ha iniziato all'età di 15 anni praticando l'aikido assieme al karate. Ha studiato l'aikido con i maggiori maestri giapponesi presenti in Europa e karate con Hiroshi Shirai sensei. Per oltre cinque anni ha studiato il kendo, arte nella quale ha maturato un'esperienza agonistica. Dal 1990 si reca ogni anno in Giappone, a Hokkaido, dove studia l'antico Daito-ryu aikijujutsu, una delle più antiche Ryu tradizionali giapponesi. È responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
IKEBANA: Arte Maestra di Vita
(Nicoletta Spadavecchia)- ultima parte -

L’ikebana, riflesso della ricchezza culturale giapponese.
Ormai l’ikebana è un prodotto artistico, che ha acquisito i caratteri che oggi noi gli riconosciamo. Da una parte è diventato una forma d’arte che si preoccupa di creare opere esteticamente valide, nella ricerca di un equilibrio tra gli elementi che lo compongono, siano essi linee movimentate, siano punti di forza, siano masse di colore. La composizione deve risultare interessante senza scadere nell’eccentrico, armoniosa senza essere uniforme, veritiera senza essere monotona o bizzarra. E’ necessario che sia una copia della natura quel tanto che basta per essere vera e la veridicità non sta tanto nell’applicazione di leggi o regole e nell’espressione di un certo gusto, quanto nell’atto di creare con l’atteggiamento di chi si cala nella natura, si identifica con essa o con parte di essa, comportandosi nello stesso modo. Creare diventa quindi imparare e imparare è seguire in tutto e per tutto il modello a cui ci si ispira. Tale atteggiamento implica un intervento intuitivo piuttosto che razionale: è lo spirito che si mette in comunicazione con un altro spirito, e, perché tale comunicazione si realizzi, è indispensabile una notevole dose di umiltà, di delicatezza, di sincerità.

Il maestro di ikebana come maestro di vita

Ecco che l’atto creativo viene ad avere una sua etica, alla quale soggiace l’artista, un’etica che coinvolge sia il suo atteggiamento spirituale, sia il suo comportamento. Questo spiega l’atmosfera serena, gentile, tranquilla e armonica che si crea intorno al maestro di ikebana mentre compone: le sue mani si muovono con delicatezza e con rispetto, a tal punto che il piegare e il tagliare perdono ogni senso di intervento forzato e cruento e si sublimano come atti di amore creativo; ogni movimento è un atto di amore, ogni atto di amore è un’opportunità di miglioramento.
Già in questo momento del suo processo di sviluppo, appare chiaro quanto sia errato e sviante considerare l’ikebana come una pura tecnica o come una semplice forma d’arte. La validità dell’esperienza di vita che esso propone è provata ancora una volta storicamente dal modo con cui reagisce alla delicata situazione che si presenta in Giappone intorno alla metà del XIX secolo: il rinnovato contratto con il mondo esterno e soprattutto con l’occidente influenza l’intera produzione culturale. L’ikebana impiega fiori di provenienza europea, in uno stile nuovo, il moribana, che usa tecniche più semplici e di più facile realizzazione.

Il termine pone l’accento sul fatto di mettere insieme in modo armonico dei fiori (letteralmente significa “fiori messi insieme”). Questo stile usa vasi bassi e larghi, ripieni di acqua, da un lato dei quali escono fiori e rami, trattenuti da una piastra a chiodi di metallo. La viva presenza dell’acqua accompagnata all’occorrenza da una spruzzata di sassolini sul fondo del vaso, rende ancora più evidente il proposito di rifarsi alla natura.
La capacità di adattamento formale indissolubilmente legata a una salda coerenza ai suoi principi, permette all’ikebana di arricchirsi, di rinnovarsi, di modernizzarsi quel tanto che basta ad assicurarsi nuova linfa vitale e a camminare con i tempi. La comparsa di uno stile astratto, dopo la Seconda Guerra Mondiale, con impiego di materiale non necessariamente vegetale e di forme nuove, è un ulteriore testimonianza della sua adattabilità; ma ancora una volta, la ricerca costante e assidua della sua vera identità, nel tentativo di rinnovamento, lo porta a rifiutare ogni produzione che non contempli un intento artistico e un coinvolgimento spirituale.
In tal modo viene confermato e ribadito come, anche oggi, fare dell’ikebana vuol dire imparare a conoscere se stessi, a vivere la propria esperienza di vita nel migliore modo possibile, confrontandosi con la natura; come la “via dei fiori” è una via di ricerca interiore, di miglioramento spirituale, di realizzazione di se stessi, non tanto come artisti quanto come persone umane. Tutto ciò è valido non solo per il giapponese e per il Giappone, ma per ogni individuo, qualsiasi sia la sua nazionalità e residenza, che sia attratto da una tale appagante pratica di vita.
Tratto da QUADERNI ASIATICI, Anno III n. 9
Edito dal Centro di Cultura Italia-Asia “G. Scalise”
ORIGAMI: IL CAVALLO
(Antonella Ballabio)
Secondo la tradizione cinese il 2002 è l’anno del cavallo.
Segno di forza, vitalità e resistenza, il cavallo è laborioso, amabile, incurante della fatica, caratteristiche che contraddistinguono anche le persone nate in tali anni: 1990, 1978, 1966, 1954, 1942 …
Partendo dalla base della Gru (vedi)

L'IDEOGRAMMA DI KUU. IL CIELO... IL VUOTO...
(Ryoko Kinoshita)

C’è una poesia di un poeta giapponese, AIDA MITSUO, che mi piace tanto. Dice di “alzare gli occhi e guardare il cielo”. Cosa vedi? La nuvola che galleggia, gli uccelli che volano, non hanno nessuna preoccupazione. “Capirai quanto sei piccolo”
Non ti capita mai, quando sei preoccupato per qualche cosa o sei ansioso, di guardare il cielo, alto, vasto, così, senza motivo o scopo – e all’improvviso pensi: “Perché mi sto preoccupando così tanto? Non è niente di grave” e ti senti sollevato?
Lo zen chiama, il cielo KUU. Il fondatore, capostipite dello Zen, Bodhidharma, ha usato la parola KUU per spiegare l’illuminazione. “L’essenza dell’illuminazione è perfetta ed è KUU (senza forma alcuna). Un giorno, mentre stava meditando rivolto verso il muro (atteggiamento e forma di meditazione che protrasse per nove anni), gli si avvicinò Eka, uno studioso che poi divenne il suo primo discepolo, il quale gli disse “Non riesco a stare tranquillo. Mi aiuti a calmare la mia anima? Bodhidharma rispose “Portami la tua anima”. Eka: “L’ho cercata, ma non l’ho trovata” (non si mostra in quanto priva di forma). Quindi Bodhidharma disse: “Vedo che ti ho già calmato”… Eka lo capì ed ebbe la tranquillità nella sua anima. E’ opportuno non riempire l’anima con i pensieri. Se l’anima è vuota (KUU), lì entrerà l’essenza dell’illuminazione e l’anima sarà perfetta. E non vi sarà spazio per i desideri che causano i pensieri, i quali poi danno turbamento.Graficamente, la parte superiore è uno spazio ricavato nella terra o nella roccia, per mezzo di due barrette, che crea un rifugio sotto un tetto. La parte inferiore è invece il "lavoro", "l'opera", "l'abilità dell'artigiano". Complesso è il significato di questo ideogramma : è il lavoro che rende libero l'uomo dalla necessità, o il lavoratore è libero dalla fatica quando è a casa, o forse


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non è che nel suo rifugio, l'uomo che ha superato la necessità, ha per sè l'infinito, che è comunque solo nel suo cuore?
Questo ideogramma, che in giapponese si legge "Ku" ed in cinese "Kong", ha il significato di "vuoto, libero, non occupato" sia come spazio che come tempo. In giapponese vuol dire anche "cielo" ed in associazione con altri caratteri esprime , di volta in volta, i concetti di "aria, atmosfera, cielo limpido", ma anche di "perdita, di spreco". In cinese, invece, anche in combinazione, mantiene il significato di "spazio", di "tempo libero", da dedicare a sè stessi, al divertimento ed allo spirito.
Giuliana Malpezzi
LIBRI: KOKIN WAKA SHUU
(Ikuko Sagiyama - Ed Ariele)
La prima delle ventuno antologie imperiali di poesia classica giapponese, Kokin waka shuu, compilata all’inizio del X sec., è un florilegio prestigioso che dominò per secoli la scena letteraria come fonte più autorevole dei codici estetici giapponesi.
Da un elaborato tessuto di immagini e di sentimenti da esse veicolati, emergono una raffinata sensibilità alle cadenze del ciclo stagionale, e una melanconica visione del flusso delle vicissitudini umane.
Tale empatia con la natura e la rassegnata coscienza dello scorrere del tempo pervadono ancora oggi la mentalità del popolo giapponese.
Questa è la prima traduzione integrale in lingua italiana del Kokin waka shuu, e comprende anche le due Prefazioni originali. La Prefazione Giapponese (Kanajo), in particolare, è il primo trattato organico di poetica classica giapponese, di cui fondò i canoni fondamentali, e costituisce un testo essenziale per la storia della letteratura giapponese.
La traduzione è corredata di un’introduzione storico-culturale, di note esplicative alle singole liriche, e di un indice degli autori con brevi cenni biografici.
Tali supporti aiuteranno il lettore ad addentrarsi in questo universo poetico così ricco di suggestioni del passato ma anche sorprendentemente vicino alla sensibilità moderna.

Ikuko Sagiyama è docente di Lingua e Letteratura giapponese presso l’Università degli Studi di Firenze. Nell’ambito della poesia giapponese, in particolare, ha già tradotto in italiano i testi integrali di Tsuki ni hoeru di Hagiwara Sakutoro e di Saki no juugaban utaowase compilato da Fujiwara no Kintoo; ha inoltre pubblicato un saggio sul Man’yooshuu con una raccolta scelta di liriche.
PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
(HuaT'o)
Nel precedente discorso si è parlato sul valore dell’intuizione e dei suoi riflessi sugli umani atteggiamenti.
L’intuizione entra a far parte dei tre elementi che stanno alla base della speculazione mentale secondo il filosofo francese Cartesio.
Ecco quindi delinearsi alcune posizioni di analogicità tra il pensiero del secolo XVIII e il pensiero zen.
Questa analogicità tra due modi di vivere e di pensare, tra loro così lontani, riflette la necessità e il principio di non accettare quale verità nessuna idea che non abbia caratteri precisi di certezza e distinzione. In altre parole occorre delineare un metodo che si proponga in tale direzione di definire gli scopi della ricerca e del vivere.
Il pensiero zen ha avuto i suoi sviluppi in tal senso fermo restando che nell’inquadramento finale questo pone alla base dello sviluppo delle sue idee la conoscenza.
Il problema della conoscenza nasce con l’uomo, ha dato origine a scuole di pensiero, ha riempito intere ed enormi biblioteche, ha conservato la sua grande importanza ed attualità in ogni tempo e paese. Le più svariate teorie ed ipotesi si sono succedute nei tempi per risolvere il problema della conoscenza, gli indirizzi più vari sono stati proposti, ma sembra che questi offrano più soluzioni, ma solo una resterà valida. Proiettata nel tempo e nei comportamenti di ognuno.
Il problema della conoscenza resta quindi fondamentale.
Senza di questa nulla può esistere. Ed è nello stesso tempo una ossessiva condanna, a cui ognuno di noi può differentemente rispondere. Ma esiste una conoscenza pura. Raggiungerla potrebbe essere lo scopo vitale in assoluto, o almeno sfiorarla, poiché ottenerla resta sempre e comunque un’ipotesi.
Nel XIX secolo si volle porre l’individuo come forma dell’idea dell’uomo realizzata nella storia. In altre parole l’uomo esiste come idea, come principio e quello che vediamo pensare, camminare, agitare, altro non è che la manifestazione di una idea preesistente. Fortunatamente chi ha rivisto criticamente queste posizioni ha voluto, giustamente, vedere l’individuo come unità antropologica e quindi a se stante.
Va dunque messo un punto fermo sull’uomo in quanto substanzia cogitans (Cartesio). Ricordiamoci pertanto che siamo esseri pensanti e conseguentemente sottoponiamo alla nostra mente quanto giornalmente ci viene proposto.
Non accettiamo nulla per definitivamente vero e valido, altrimenti cadiamo preda di quanto e di quello che gli altri vogliono. Di qui il passo è breve, nasce l’insicurezza, la perdita della direzione, l’affanno quotidiano, infine la depressione, che sembra, quest’ultima, essere divenuto il comune denominatore della vita quotidiana.

Passiamo ora alla Deduzione

Altro non è questa che una forma logica, la quale sta ad indicare un ragionamento il quale partendo da asserti generali giunge ad affermazioni particolari…E’ ad Aristotele che siamo debitori di una attenta disamina di



deduzione nei suoi vari aspetti e sviluppi, come da lui esposto negli Analitici primi. In altri termini quello che Aristotele ha definito deduzione viene ad identificarsi col concetto di sillogismo, per cui una argomentazione,assunte alcune premesse, sfocia obbligatoriamente in alcune conclusioni, La deduzione quindi va distinta dall’induzione, in quanto la prima va dall’universale al particolare, mentre la seconda va dal particolare all’universale. In altre parole la deduzione sostiene un principio con caratteri generali e va verso aspetti più particolari, mentre l’induzione all’opposto. In altre parole ancora gli accadimenti particolari altro non sono che una dipendenza di quelli generali. Si è parlato di conoscenza ovviamente umana; questa ci conduce ad esaminare i fatti particolari come concatenati o dipendenti da principi generali. Quanto sopra è stato ben compreso da chi vuole imporre determinati indirizzi o modi di atteggiarsi, o meglio da chi vuole imporre la propria volontà.
Ed è qui che la riflessione secondo i principi dello zen deve portarci a pensare con la nostra testa ed intuire che tutto quanto ci viene propinato è una imposizione.
Da qui le nostre intuizioni e deduzioni, che devono essere esclusivamente nostre o di chi, come noi, la vuol pensare fuori dagli schemi imposti. Riflettiamo quindi sul concetto di deduzione ed approderemo ad una deduzione empirica, la quale verrà a dimostrarci che tutto quanto percepiamo ci viene dall’esperienza e da quanto questa ci suggerisce. Arriviamo dunque a dedurre che i ritmi e le maniere di vivere ci vengono radicalmente imposti e indirizzati verso traguardi che non rispecchiano certamente quelli voluti e che altro non possono fare che condurre a una massificazione, intendendosi con questo termine mettere a riposo il proprio, intimo, personale modo di riflettere e pensare. Pensare soprattutto.
ARTE
(Tullio Pacifici)
Milano
Mariko Tomioka
L’intervallo
Roma
Lory Sun


Originaria di Tokyo, docente di liceo artistico, pittrice, collaboratrice di uno studio design, Mariko Tomioka attualmente lavora a Milano. Dipinge con olii e/o acrilici su lino con colori passionali, stranianti. Di recente presente allo Spazio Arte – Rapsodia Café e alla galleria del Cortile con la mostra Inconfondibili levità. Espressioni e visuali del proprio sentire, intime, espresse con un concettuale fuori di sé. La città, la casa, gli spazi fuori e dentro, qui non necessariamente esprimibili in forme, piuttosto sognanti esplosioni, astratte, note colorate. Colori e tinte brillanti, non evanescenti raccolgono intensità cromatiche che danno agli spazi-tele una consistenza visiva delicata, accesa, vorticosa, magica. Gli ultimi lavori, quelli che lei chiama un nuovo mondo poetico, sono le serie L’intervallo, 1999,2000. Un concettuale pennellato astratto. Astrazione di colori come note, forme non comunemente visibili, non sempre consce, oggettive, mostrabili, dimostrabili, piuttosto esplosioni di tinte udibili. Sono suoni interiori, spazi all’immaginazione, quella coloristica, in questo caso, sentita e così vissuta. Un tentativo di intervallare l’attimo fuggente, il tempo, la durata. Il colore è suono perché cerca di intervallare, rappresentare, il tempo, la durata, l’attimo fuggente, la sospensione (v. Wassily Kandinsky, Composizione VII). Nulla quindi di più intangibile, con mano, del tempo di una nota, se non dando ai colori la forza di essere tempo con le mani, pennellate e via.
Così l’artista, il mio modo di fare arte attraverso il mezzo pittorico, non è altro che un modo di fare tentativi, non c’è un modo per spiegare, non c’è un sistema di lavoro…. prima di divenire forma esiste una tensione esistenziale, prima del colore o di qualsiasi altro elemento una tensione spaziale, un’intuizione profonda, un’esigenza etica, equivalenza di un desiderio ardente. Le opere affiorano, portano a superficie, l’intimo, l’apparentemente nascosto, un impulso che è, in questo caso, desiderio di cercare e cercarsi guardando e facendo vedere. Effimere e problematiche, continuamente messe in discussione nei loro esiti, sono segni, impronte, scenari immaginifici; un teatro dei sogni in cui l’anima dell’artista, di colei che non dice in linguaggi-parole, ma con l’informalità di gesti schizzati (v. E. Vedova), non costruisce piuttosto scompone. Il dissolversi delle immagini, là dove prevalgono le bicromie, combinazioni coloristiche rosse, bianche, nere, variabili in densità e intensità (v. le differenze Quadrato 1, mappa 3), si accompagnano ai cambiamenti delle tecniche, miste e a stampa monotipale. Come registrazioni simultanee, conversazioni, le opere sono scintille di desideri, specchi del profondo, è la persona dell’autrice, il suo evolversi eruttivo.