Arretrati
Pagine Zen n°12
UTAGAWA KUNISADA (1786-1864) Decorazione per Tanabata Matsuri: i cartigli multicolori
con le iscrizioni poetiche vengono legati alle fronde di bambù. Databile 1828-34
Titolo della serie: Hôsai Gosekku, “Le Cinque Feste, Ricchezza dell’Anno” –
Firma: Kôchôrô Kunisada ga – Sigillo dell’editore: Sanoki (Kikakudô, Sanoya Kihei) –
Sigillo del censore: aratame. Stampa formato grande verticale (ôban tatee),
xilografia policroma (nishikie), mm. 360 x 257. Museo Chiossone (S-1453).

Per gentile concessione del Comune di Genova
Copyright Museo Chiossone S-1453
TANABATA MATSURI
Festa giapponese delle stelle e dei desideri
di Donatella Failla
TANABATA
La leggenda delle stelle innamorate
In Giappone le stelle sono assai meno ammirate e cantate dai poeti di quanto non siano in Occidente. La sola eccezione ricorre per Tanabata Matsuri, quarta delle Cinque Feste (Gosekku) dell’anno tradizionale giapponese, che si celebra la settima notte del settimo mese, nel periodo più caldo dell’estate, per commemorare l’incontro di due stelle innamorate, il Mandriano e la Tessitrice. Detta anche Ginga Matsuri, “Festa del Fiume Argenteo” e Hoshi Matsuri, “Festa delle Stelle”, anticamente era anche denominata Kikôten, espressione che si riferisce alla richiesta di esaudimento dei desideri mediante offerte devozionali. Ancor oggi tenuta ovunque in Giappone, Tanabata Matsuri conserva intatto il suo incanto misterioso, il suo fascino remoto e soave. Poiché è credenza comune e molto diffusa che i desideri buoni, belli e onesti espressi in questa notte siano destinati a compiersi nel giro di tre anni, le richieste riguardano speranze individuali numerose e diverse.

La festa trae ispirazione da un’antica leggenda di origine cinese. Nell’èra degli dèi due stelle che abitavano sulle sponde opposte del Fiume Celeste (Amanogawa, la Via Lattea) s’innamorarono perdutamente: lei era Shokujo, figlia di Tentei l’Imperatore Celeste, la “Principessa Tessitrice” Tanabatatsume che creava stoffe meravigliose per vestire le divinità, lui era Kengyû, il Mandriano, chiamato anche Hikoboshi, “Principe Stellare”. Presi da folle passione amorosa, si dedicarono totalmente l’una all’altro, dimenticando ogni cosa e trascurando i loro doveri per lungo tempo: Shokujo smise di tessere, Kengyû tralasciò di portare il suo toro alla pastura, facendolo diventare pelle e ossa.
Quando gli dèi protestarono di non avere più di che vestirsi, l’Imperatore Celeste si adirò: decretò così che i due innamorati tornassero a vivere separati, sulle sponde opposte del Fiume Celeste, concedendo loro un solo incontro all’anno, nella settima notte del settimo mese. Ma il Fiume Celeste è ampio, impetuoso, privo di ponti, difficile da attraversare: così, quando giunge la fatidica notte, stormi di uccelli compassionevoli volano fino alla Via Lattea e, affinché Tanabatatsume vada ad incontrare il suo amato sulla sponda opposta, formano un ponte con le ali aperte.
Il desiderio d’amore, divenuto struggente e tormentoso nella lunga attesa, viene così finalmente esaudito. Ma dopo il breve incontro gli amanti debbono dividersi nuovamente: voce popolare dice che le copiose piogge di mezza e tarda estate sono in verità le molte lacrime di Tanabatatsume e Hikoboshi costretti a separarsi.

Decorazione principale della festa sono frondose canne di bambù sistemate un po’ ovunque – in filari per strada, davanti alle case, lungo le gronde dei tetti, sugli usci e nelle stanze: queste eleganti verzure vengono ornate di “cartigli di cinque colori” (goshiki no kami) recanti poesie in lode di Tanabatatsume, composte e scritte in bella calligrafia la sera della vigilia da giovinette e bambini. Nell’antichità, quando la tessitura era una delle più importanti attività femminili, le ragazze pregavano per diventare abili tessitrici e ricamatrici, oltre che per trovare un marito affettuoso e fedele come Hikoboshi, mentre bambini e ragazzi offrivano orazioni per progredire negli studi e nella calligrafia, sperando inoltre di avere un giorno una sposa amorevole e laboriosa come Tanabata. Altri emblemi della festa, talora esposti in casa quali offerte alle divinità, sono il koto (cetra giapponese) e il flauto – strumenti musicali che, formando un duo melodioso, simboleggiano donna e uomo e rappresentano l’armonia coniugale. Si offrono anche incenso e fiori, foglie di gelso kaji, aghi speciali a cinque crune con fili di cinque colori e, infine, un abito bellissimo deposto su uno speciale cavalletto di lacca (ikô).

Tanabata è dunque, per tutti, notte di desideri d’amore adempiuti, notte di speranza, di musica e di poesia.

Donatella Failla, Direttore del Museo d’Arte Giapponese Chiossone, Genova
copyright 2000, Comune di Genova e Donatella Failla.
L'IDEOGRAMMA D'ESTATE
di Ryoko Kinoshita
Quando sento dire che fra poco inizia GION-MATSURI (festa tradizionale di Kyoto), mi accorgo che l’estate è in arrivo (sono di Osaka, vicino al Kyoto). Quest’anno inizia il 2 luglio. Anche TANABATA-MATSURI (il 7 luglio di ogni anno) era il segno dell’arrivo delle estati della mia infanzia.
L’estate è una stagione importante per la raccolta del grano e la tradizione di festeggiare per propiziarsi una buona annata è molto diffusa.
L’ideogramma di “estate” è nato dalle forme di una figura umana con la maschera che danza.
In Giappone molte di queste sagre sono famose per le danze. AWA ODORI di Tokushima, GUJOO ODORI di Gifu, NEBUTA MATSURI di Aomori. Gli appassionati delle feste e delle danze di questo tipo fanno appositamente lunghi viaggi per potervi partecipare. Intorno al 15 agosto in ogni città o paese vi sono feste o sagre. BON-ODORI (Bon = periodo, Odori = danza) è legata alla tradizione che commemora i morti, gli antenati. Si crede che essi tornino al nostro mondo in quel periodo. Dar loro il benvenuto, consolarli e aiutarli a tornare al loro mondo senza rimpianto: ecco il motivo delle danze di BON-ODORI. Come tutti anch’io indossavo lo YUKATA (KIMONO estivo) e andavo in piazza, dove la gente ballava creando dei grandi cerchi. Io ero timida e spesso me ne stavo in un angolo a guardare,
un po’ impaurita dal grande movimento.
Nei canti di BON-ODORI c’è una frase famosissima che dice più o meno così: ci sono gli scemi che danzano e gli scemi che guardano. Se comunque siamo scemi è meglio essere fra gli scemi che danzano! Una volta, ricordando questa frase, mi sono fatta coraggio e mi sono buttata in un cerchio di danzatori. Come era divertente! Ho ballato per tutta la notte.
Se avete occasione di andare in Giappone in estate, vi consiglio di partecipare alle feste. Garantisco che vi divertirete.

Il Significato del carattere estate
Giuliana Malpezzi

Questo carattere, oltre che estate, indica qualcosa di ampio e variegato. La parte inferiore, che sembra vagamente un 7, è il verbo "seguire un cammino, camminare". La parte superiore indica l'uomo, un uomo con le braccia tese per afferrare qualcosa, come fanno i contadini d'estate, quando il grano ed il riso sono maturi, e non occorre piegare la schiena per il lavoro dei campi. Basta tendere le braccia e raccogliere le spighe alte. Naturalmente l'ideogramma originario, nella sua forma più antica, riproduceva un uomo stilizzato, con le braccia in avanti, nell'atto di afferrare una pianta.La grafia attuale ha perso questa evidenza, ma non il significato della stagione del raccolto, in cui la fatica è stata ormai superata e possiamo finalmente goderne i frutti.
In cinese questo carattere si legge "Xia", il nome della prima, grande dinastia imperiale : nome di buon auspicio, dal momento che l'impero cinese ha dominato la Cina ininterrottamente dal 2205 a.C. fino al 1911 della nostra era.
CUCINA: L'ESTATE GIAPPONESE
Graziana Canova Tura

Calda piovosa e umida, l’estate giapponese richiede, più di altri Paesi dal clima secco, che i piatti stuzzichino l’appetito e portino in tavola un tocco di freschezza. Cetrioli, melanzane, tôfu e sottile pasta sômen: sapori preziosi nell’ispirare piatti leggeri e rinfrescanti le cui proprietà aiuteranno a prevenire l’indebolimento dell’organismo.
• Menu estivo: peperoncini verdi in padella, konnyaku crudo, pasta fredda, zucca stufata, verdure in salamoia.
Sômen.
Vermicelli di farina di frumento molto simili ai capelli d’angelo, ma prodotti con farina, acqua, sale e poco olio. Sono sottilissimi, il loro diametro va da 1 a 1,5 mm e si dice che con 10 g. di farina si possano produrre da 100 a 300 spaghettini! Si cuociono in acqua bollente non salata per brevissimo tempo, vanno poi scolati e passati sotto l’acqua fredda. E’ bene comunque seguire le istruzioni (possibilmente tradotte…) sul pacchetto che li contiene.
E’ il solo tipo di pasta ammesso nei monasteri zen femminili che usavano avere come badessa una principessa imperiale. Considerato cibo aristocratico, anticamente non veniva consumato dal popolo tranne che in rare occasioni; veniva invece presentato ai sacerdoti buddhisti e ai templi come offerta votiva.Tratto da La Cucina Zen
di Graziana Canova Tura - Ed. XENIA

Daito-ryu Aikijujutsu
Antonino Certa (seconda parte)

La storia di questa scuola si intreccia con le vicissitudini militari e politiche del Giappone
Le circostanze circa le origini del Daito-ryu Aikijujutsu prima del 1087 non sono documentabili con precisione storica, ma benché le vicende e i fatti attribuiti alla genealogia del clan non abbiano riscontro certo prima di tale data, è opportuno notare che i membri del clan Minamoto, e quindi Yoshokyio, il padre Yoshimitsu, lo zio Yoshiie, e il nonno Yoriyoshi, sono tutti personaggi citati non solo nelle antologie del clan Takeda ma anche altrove, in testi indipendenti che riferiscono del periodo Heian e che riportano le medesime battaglie e guerre.
Dopo il 1087 s'incontrano diverse fonti, sia orali che scritte, che contribuiscono in modo importante alla ricostruzione storica della Scuola e del clan Takeda.
Alcuni di questi racconti ci sono giunti direttamente attraverso la famiglia Takeda (in particolare da Takeda Tokimune, ultimo Soke, ovvero “caposcuola”) e sono stati raccolti sia da Stanley Pranin, nel 1994, nel suo libro "Interviste ai Maestri di Daito-ryu Aikijujutsu", sia da altri autori. Fondamentale il contributo di Matsuo Sano S. e Shigemitsu Kato S. (allievi interni - uchideshi - dell'ultimo soke per più di 40 anni, ed oggi direttori della Scuola in Giappone), in interviste a me stesso.
Tra le battaglie documentate vi sono quella per il castello di Kanazawa (sopra descritta) vinta da Yoshimitsu Minamoto, il 14 novembre 1087 (periodo Heian 794 - 1195); La guerra contro Kenshin Uesugi, daymio di Echigo, vinta dal daymio Takeda Shingen nel 1561 al servizio dello shogun Hashikaga (periodo Muromachi 1392 - 1572); le campagne militari che vedono il clan Takeda, sempre con il benestare della dinastia Hashikaga, contro Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu, campagne vinte dal daymio Takeda Shingen (1570-1572); da ultima la celebre carica della cavalleria pesante Takeda contro gli eserciti combinati di Nobunaga e Tokugawa, sette volte maggiori in numero, assalto in cui morirono tutti i 15.000 cavalieri del clan Takeda che, leali al bushido, avevano rifiutato di usare le armi da fuoco di cui invece disponeva l'avversario: è l'epica battaglia di Nagashino no Kassen del 21 maggio 1575 (periodo Momoyama 1572 - 1603).

Nobunaga aveva preso accordi con alcuni mercanti portoghesi, che gli avevano venduto centinaia di moschetti, possibilità preclusa alla maggior parte dei Clan rivali, che si rifiutavano di commerciare con degli stranieri, o che consideravano le armi da fuoco degli esempi di codardia. Quando Takeda Katsuyori, figlio del grande Shingen, ordinò la carica non si rese conto fino all’ultimo della presenza dei battaglioni di fucilieri: tuttavia nessuno dei samurai Takeda fuggì o rallentò... corsero, con disprezzo del nemico, verso la morte in onore del Clan; questa battaglia fece da precursore per la caduta dell'ultimo baluardo del clan Kai-Takeda nella primavera del 1582 quando la provincia di Kai venne invasa dalle armate combinate di Nobunaga e Tokugawa: il daymio Takeda Katsuyori, sconfitto, eseguì il seppuku con tutta la famiglia (Harakiri, “taglio del ventre”). L'assassinio di Takeda Shingen sulla strada per Kyoto (inverno 1572) segna, per alcuni storici, la fine dell'era Muromachi (1392 - 1572), dominata dalla dinastia Hashikaga: tutti questi avvenimenti sono narrati, pur con l'adattamento necessario ad una trasposizione cinematografica, nel celebre film, firmato dal regista Akira Kurosawa, "Kagemusha, L'ombra del Guerriero", che descrive gli ultimi anni di quest'era tracciando la biografia del daymio Takeda Shingen e delle sue campagne militari.

Daito di Abashiri
www.daito-ryu.cominfo@daito-ryu.com • Tel. 0248012143

Antonino Certa Shihan ha studiato l’aikijujutsu della Scuola Daito con Takeda Tokimune (1915/1993) 36° Soke della Scuola in Giappone. Ha iniziato all'età di 15 anni studiando l'aikido con i maggiori maestri giapponesi presenti in Europa, il karate con Hiroshi Shirai sensei e, per oltre cinque anni, il kendo, arte nella quale ha maturato un'esperienza agonistica. Dal 1990 si reca ogni anno in Giappone, a Hokkaido, dove studia l'antico Daito-ryu aikijujutsu. È responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
LIBRI: LA VERITA' DELLO SPECCHIO
Matteo Casari
Cento giorni di teatro Noo con il maestro Umewaka Makio
Ed. Il principe costante
www.principecostante.it

Il mondo del teatro Noo vissuto nel suo quotidiano, descritto a partire dal ritmo pulsante del suo stesso cuore, spiato dal di dentro con occhi spesso stupiti e affascinati.
Questo libro, frutto di una straordinaria esperienza d’arte e di vita, è incentrato sul racconto di un giovane studioso italiano, allievo per tre mesi a Tokyo del grande maestro Noo Umewaka Makio.
L’incontro con il maestro – capo di una famiglia che vede coincidere le proprie radici professionali con le origini stesse dell’arte che rappresenta – e la possibilità di lavorare alle sue dipendenze attingendo al ricco patrimonio di conoscenze da lui custodito sono risultati fondamentali per innescare un processo di ripensamento e messa a registro di una serie di nozioni date per assodate e certe.
Tra i risultati sicuramente più interessanti e per certi versi sorprendenti di questa ricerca sul campo, emerge la centralità della trasmissione orale e diretta dei saperi attorici rispetto a quella scritta, rappresentata per antonomasia del Noo dai Trattati di Zeami.
Oltre a fornire gli elementi minimi per introdurre al teatro Noo chiunque non abbia mai avuto occasione di incontrarlo prima, La verità dello specchio può interessare il lettore già esperto grazie agli approfondimenti e alle peculiarità inedite in esso contenuti.

MATTEO CASARI (Nogara, 1975) si è laureato in Teatri orientali al Dams di Bologna con una tesi sul teatro Noo. Ha partecipato come relatore al convegno “Teatro e cultura materiale” (1997), organizzato dal Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna, e ha pubblicato l’articolo “Semantica della maschera Noo tra mito e vuoto”, in Mascheramenti, a cura di Paola Bignami (1999).
PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
Hua t’o
Riprendendo il precedente discorso, si è detto che gli accadimenti particolari sono in stretta dipendenza da quelli generali e che questo concetto è stato ben recepito da quanti vogliono, e sembrano riuscirci perfettamente, imporre precisi indirizzi o maniere secondo cui atteggiarsi, in altri termini come imporre la propria volontà. Orbene è proprio contro questo principio che occorre dirigersi, o meglio risalire la corrente e non accettare quanto da altrui desiderato, naturalmente per un preciso scopo economico. L’andare contro corrente è quanto può rendere l’uomo libero da imposizioni altrui.
Questo costituisce il nucleo basilare della predicazione zen: riflettere, intuire, dedurre. Ecco la forza della deduzione, l’indirizzo che questa può fornirci, quello di andare verso posizioni esclusivamente proprie e rispondenti più alla nostra natura che alle imposizioni che vengono da altre direzioni, comunque ben indirizzate verso precisi scopi.
Si è detto che la deduzione risulta essere una forma logica che si pone alla base di un ragionamento; quindi occorre ragionare. Perché per sentirsi al passo con i tempi si deve supinamente accettare; perché farsi trattare, come alcuni che hanno ben compreso il problema, alla stregua di soggetti molto facilmente pilotabili? Verso che cosa e verso quali obbiettivi, se non quelli a loro esclusivo vantaggio!
Occorrono delle idee e queste possono solo scaturire da una attenta osservazione circa i comportamenti. Ecco quindi nuovamente presentarsi alla mente le due iniziali posizioni: intuizione e deduzione. Una domanda affiora a questo punto: esiste una connessione logica tra una teoria e la sua dimostrabilità? Si esiste, l’unico metodo ragionevole resta la deduzione. E su questo concetto basilare occorre dilungarsi. Essenzialmente va una volta per tutte chiarito che il processo deduttivo risulta essere più semplice di quanto si possa immaginare. Basta usare la testa. Va soltanto preso in esame che quanto si è intuito è giusto, è vero. In tal modo abbiamo costruito gli elementi di una tesi. Dimostrare questa risulta essere una banale dimostrazione deduttiva. Parliamo in maniera più pratica e comprensibile. Un certo momento della storia dell’umanità viene deciso che un atteggiamento qualsiasi debba essere condotto in una direzione. Basta chiedersi: perché, chi lo ha deciso, a che fine? Il porsi questa domanda ha così avviato il processo deduttivo; la risposta viene da sola. Si è innestato un procedimento che va verso la verità o meglio ci introduce nell’area del pensiero libero che a sua volta produce riflessi di comprensione vera. In altre parole ancora, per tornare sul tema, la deduzione resta il solo criterio possibile da adottare. Pensiamo dunque, mettiamo in movimento le facoltà intellettive, quelle che dovrebbero farci comprendere la differenza che intercorre tra imposizione ed accettazione passiva.

Questo è uno dei punti basilari della predicazione zen.
Ed è giusto prendere in seria considerazione quanto i maestri del pensiero ci hanno sottoposto, ma a un certo momento deve innestarsi quasi un processo di liberazione, quella liberazione che ci porta al ragionamento reale, sincero, frutto di un nostro personale convincimento. Di qui le scelte, nostre, esclusive, particolari, che si staccano dalla corrente di massa, affermando in tal modo quelle che dovrebbero esprimere le caratteristiche individuali.
Qualcuno si è mai chiesto come mai resistano nei tempi certi atteggiamenti, frutto sicuramente di certi posizionamenti educativi o meglio di espressioni formative?
Soltanto perché sono manifestazioni di elaborazioni mentali che hanno dimostrato il loro valore e importanza nel tempo e non mai hanno accettato sopraffazioni del libero pensiero.
Ribadiamo ancora il nocciolo del problema. Pensare, pensare, pensare ancora con la propria testa. L’uomo spesso, per non dire durante tutta la sua esistenza, si trova costantemente davanti a due grossi problemi: la necessità di adeguamento e il desiderio di andare controcorrente.
Se non si vuole entrare a far parte di quello che è stata chiamata la massa integrata, occorre fermamente non accettare imposizioni o se si preferisce tendenze o mode. Il principio di non accettazione distingue l’uomo libero, che si pone criticamente davanti al quotidiano. Con questa affermazione non si vuole pertanto sostenere che non esiste nulla di valido, al contrario; occorre salvaguardare quanto di valido e buono viene proposto e che nel tempo subisce una sua evoluzione. Esistono pertanto dei canoni da rispettare, lungo i quali muoversi ed agire, senza timori, purché si sia nel giusto e nell’onesto.
E’ quanto lo zen si propone e sottopone a chi abbraccia questo modo di concepire la vita e il rapporto tra uomini retti.
ARTE
(Tullio Pacifici)
Milano-Sara Montani
Insonnie del Nero
Roma- Elizabeth Frolet
Carte Giapponesi
Le incisioni sono le arti di intagliare a mano
superfici di materiale duro, legno, linoleum, metallo, altro. Per ricavare e produrre, in genere su carta, esemplari a stampa, variano utilizzando vari tipi di tecniche. Insonnie del Nero sono calcografie da lastre in legno flessibile dove i segni scrivono secondo linguaggi non seriali. Piuttosto l’intento è quello di vivificare, dato un certo contesto, matrici originarie, ciascuna opera con un suo dire proprio, creare pezzi irripetibili. Diversi i formati dei lavori, le opere producono scivolamenti tra colori e segni; macchie informi, estemporanee, impalcature dell’immaginazione grafica. Realizzano crossover e rimescolamenti pensando al nero come elemento di rottura-apertura, colore insonne. E’ visto come chi, sonno ribelle, sveglia le sue potenzialità espressive e diventa altro, tinte nuove, altri segni. L’artista lavora con le potenzialità dei possibili, le differenti metamorfosi che si creano a partire da regole inevitabili, quelle delle incisioni. Le stesse norme implicano margini di imprevedibilità, errori, differenze; i risultati mai uguali all’originale sono finestre su mondi paralleli e altri, anarchie delle chimiche delle materie.
In suo scritto del 2002 (vedi www.zenworld.eu ) l’artista dichiara di avere preso il corpo come punto cardinale di espressione, di ricerca, il corpo riflesso del mondo che ci circonda. Un cosmo di materie, disponendo collage, impastando legno, cera, pigmenti, gesso, piombo, altri elementi. Oppure costruisce, rifà, ossature leggere, riguardando l’interno dei corpi, le architetture dei manichini, Passeggeri in Transito (vedi l’omonimo titolo della mostra del 2000). Gli alfabeti di Elizabeth Frolet utilizzano video, pittura, disegno, scultura, fotografia. Sono grammatiche, linguaggi, traduzioni di segni e simboli antichi (in Giappone l’artista conosce le arti delle calligrafie e delle ceramiche con il maestro Noriko Kobayashi), graffie, graffi alle scritture, memorie di sacre gestualità, Leggende (vedi l’omonimo titolo della mostra del ‘92). Attraverso il tempo e i corpi, sognanti, palpitanti in un abbraccio, semplicemente scritti (vince il premio Shibusawa-Claudel per un testo sul movimento mingei degli anni trenta, titolo del libro Yanagi Soetsu ou Les éléments d'une renaissance artistique au japon, Publications de la Sorbonne, 1986), visualizza, memorizza, sottolinea, l’importanza e la necessità delle parole quali elementi basilari di comunicazioni altre, ad ogni piano possibile, civile, sociale, culturale.