Arretrati
Pagine Zen n°13

ARTI MARZIALI: DAITO-RYU AIKIJUJUTSU
di Antonino Certa (seconda parte)
Le ultime volontà di Shingen, ormai conscio del destino della dinastia Hashikaga, dettano al nipote, Takeda Kunitsugu, di trasferirsi presso il daymio della provincia di Aizu, Moriuji Ashina, a lui ancora fedele. Quest'ultimo accoglie il reggente Takeda Kunitsugu regalandogli delle terre ed un castello. Sarà proprio Kunitsugu, impareggiabile maestro delle arti marziali di famiglia, a continuare il nome del clan Takeda e della scuola nei secoli a venire.
Da allora il clan Takeda si chiude nel riserbo più assoluto (era il clan che aveva osato resistere all'astro nascente del nuovo shogun!) e solo i dignitari superiori del clan Aizu (oltre ai membri di famiglia del clan Takeda) potevano ricevere gl'insegnamenti della scuola Takeda in riconoscimento del dono d’ospitalità fatto a Takeda Kunitsugu dal daymio di Aizu, Moriuji Ashina. Da allora, questo ramo del clan Takeda diviene noto con il nome di Aizu-Takeda, per distinguerlo dal clan Kai-Takeda.
Nel 1600 nella battaglia di Sekigahara, Ieyasu Tokugawa sconfisse Hideyosi e aprì un nuovo periodo che prenderà anche il suo nome: periodo Tokugawa, noto in genere come periodo Edo (1603-1867) durante il quale, per circa 250 anni, il paese godrà della pace imposta dal nuovo Shogun. Uno dei primi editti del suo governo militare (bakufu) fu la riconciliazione con tutti i vecchi clan sconfitti nel periodo Momoyama (1572-1603).
Con la sua riabilitazione politica anche il clan Aizu-Takeda si allineò al nuovo corso e, nel 1664, nel territorio di Mutsu, è documentata l'esistenza del dojo principale del clan, il Nishinkan, che le narrazioni dell'epoca avvolgeranno in un alone di mito, rendendolo noto ed esemplare per secoli.
Lo Shogun volle che la sua guardia scelta fosse addestrata esclusivamente dal clan Takeda: fu così che, ben presto, molti dignitari del governo Tokugawa vollero istruirsi al Nishinkan, o ricevere gli insegnamenti del clan Takeda direttamente a Edo (oggi Tokyo), la capitale.
Alcuni documenti segnalano che, già nel 1674, l'influenza del Nishinkan del clan Takeda si è espansa per tutto il territorio d'Aizu, intorno al quale fioriscono molte importanti scuole marziali, che insegnano unicamente ai bushi del clan Aizu.
Si contano 5 stili di scherma, 2 di jujutsu (la famosa Mizu no Shinto-ryu e Shinmyo-ryu) proprie del clan Aizu, più una miriade di scuole private che insegnano anche ai samurai di rango inferiore: 22 di scherma, 16 di jujutsu, 16 d'armi da fuoco, 14 d'estrazione della spada, 7 di tiro con l'arco, 4 di lancia e 1 d'alabarda, falcetto con catena, bastone, lotta con l'armatura senza armi.
Per due delle scuole citate vige il divieto di fornire dimostrazioni in pubblico.
Sono le due scuole segrete del clan Aizu - l'Oshikiuchi (già Aiki-in-yo-ho, poi Daito-ryu Aikijujutsu) del clan Takeda e il kenjutsu di Misoguchi ha Itto-ryu del clan Aizu.

La storia completa della scuola su www.daito-ryu.com

Daito-ryu Aikijujutsu : info@daito-ryu.com • Tel. 0248012143

Antonino Certa Shihan ha studiato l’aikijujutsu della Scuola Daito con Takeda Tokimune (1915/1993) 36° Soke della Scuola in Giappone. Ha iniziato all'età di 15 anni studiando l'aikido con i maggiori maestri giapponesi presenti in Europa, il karate con Hiroshi Shirai sensei e, per oltre cinque anni, il kendo, arte nella quale ha maturato un'esperienza agonistica. Dal 1990 si reca ogni anno in Giappone, a Hokkaido, dove studia l'antico Daito-ryu aikijujutsu. È responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola
Daito.

LA MASCHERA NOO
di Matteo Casari (prima parte)

“In Shinra, a mezzanotte,il sole splende.
Il meraviglioso è l’ineffabile, è il punto in cui il cammino del pensiero si distrugge”. Con questa formula zen, Zeami (1363-1444), il riconosciuto fondatore del teatro noo, sintetizza in uno dei suoi trattati il grado massimo cui il magistero di un attore può giungere.
Da quanto detto è facile derivare la stretta parentela che lega il noo allo zen. Questa filosofia non filosofia, questa religione non religione (nessuna affermazione e nessuna negazione interessa lo zen secondo Suzuki), informa non solo il noo nella sua interezza, ma anche i singoli aspetti ed oggetti che in esso trovano una perfetta fusione.
È il caso della maschera noo, noomen o omote, chiamata in scena ad indicare “tipi di condizioni umane non di personalità” (Hearn), e a fondere magistralmente il particolare e l’universale. Gli opposti, costituiti in questo caso dagli elementi di un volto specifico e da quelli di un volto neutro, assoluto, si fondono in una mirabile sintesi che, secondo il principio tipicamente zen dell’economia, rendono la noomen, almeno all’apparenza, semplice.
La “semplicità” propria della noomen apre la possibilità ad una minima quantità di segni di produrre una massima quantità di significati. La più grande magia riconosciuta all’attore è considerata, infatti, la capacità di rendere viva la maschera sfruttando piccoli, continui, quasi impercettibili movimenti del capo per dar luogo a inseguimenti di luce e ombra in grado di animarne la superficie con una sorprendente cangianza espressiva.

Tale effetto è ottenuto anche grazie all’atteggiamento creativo degli scultori delle omote, guidati intimamente dal precetto dell’immediatezza del gesto, che non perseguendo la simmetria come scopo, e non avendone probabilmente nessun altro nel loro creare (manca nello zen, sempre per Suzuki, un oggetto su cui fissare il pensiero) producono volti di raffinata e umana bellezza.
Yoroboshi, maschera di proprietà della famiglia del Maestro Umewaka Manzaburoo III
Tutte le maschere noo, in legno di cipresso o di sandalo, possono essere suddivise in sei categorie: Okina, donne (onna), uomini (otoko), anziani (joo), demoni (kijin), spiriti (ryoo).
Tra gli aspetti principali da analizzare vi è sicuramente quello dell’esiguità dei fori oculari. Questi, comportando la pressoché totale assenza di visuale, obbligano l’attore a cercare fissi e immutabili punti di riferimento per essere in grado sempre di capire la propria posizione nello spazio. Tale esigenza ha sicuramente contribuito alla determinazione di uno spazio scenico (butai) invariabile nei suoi elementi strutturali: i pilastri che sostengono il tetto (il palcoscenico, originariamente all’aperto, è oggi un’architettura nell’architettura) e i tre pini lungo il ponte (hashigakari) che collega il butai ai camerini (gakuya) non possono ad esempio mancare.
L’attore Kanze Hisao, per ovviare ai problemi legati alla limitazione visiva imposta dalla maschera, parla della necessità di crearsi una ragnatela mentale sulla quale potersi muovere con sicurezza senza perdere mai il senso d’orientamento. Il maestro Umewaka Makio (oggi Manzaburoo), presso il quale ho studiato in Giappone, indica invece nella capacità di estraniarsi in certo qual modo dal proprio corpo, e quindi nella possibilità di osservarsi dall’esterno, una valida soluzione al problema. Questo metodo, per concludere, ricorda molto da vicino il riken no ken di Zeami, ossia l’adozione da parte dell’attore di un punto di vista oggettivo, posto al di fuori di sé e in grado di trasformarlo così nel migliore e più critico spettatore di sé stesso.[…]
NIHONGO DE HANASHIMASHOO! - Parliamo in giapponese
Nicoletta Spadavecchia


Hajimemashite ………desu. Doozo yuroshiku.


Sono…… Mi fa piacere conoscerla

Quando vogliamo parlare in giapponese con un giapponese, questa è la prima frase da imparare. Ci presentiamo con il nostro nome (i giapponesi diranno prima il cognome e poi il nome) seguito dalla parola desu che corrisponde al nostro verbo essere. Hajimemashite significa “per la prima volta” e doozo yoroshiku è una espressione che auspica un seguito positivo nel rapporto appena iniziato.
L’intera formula può essere utilizzata anche dall’interlocutore, che dovrà solo inserire il proprio nome. Così la relazione interpersonale è avviata in modo facile e nel rispetto delle regole: la corretta formalità, ancor più della puntualità grammaticale, è il giusto ingrediente per mantenerla e consolidarla.
Convenevoli come quello riportato nell’esempio si prestano molto poco a una traduzione letterale, perché sono eredità di un linguaggio arcaico, difficile da analizzare secondo i criteri grammaticali noti. Per di più, come succede spesso in tutte le lingue parlate, alcune parti delle espressioni originarie non vengono esplicitate e rimangono incomplete. E’ in genere il verbo a essere omesso. Ricordiamo che nella frase giapponese il verbo occupa l’ultimo posto, non certo in base a un criterio di valore, ma come regola grammaticale che vuole a inizio e a fine di frase gli elementi più significativi del discorso.
PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
Hua t’o

Si è parlato di deduzione. In termini logici questo è la risultante di un processo mentale mediante il quale si impegna il raziocinio, intendendo con questa parola quell’elaborazione mentale attraverso cui si perviene ad un giudizio. Giudizio critico che ci oppone alla consuetudine, al conformismo, in altre parole ai processi di integrazione. Ed oggi assistiamo, purtroppo, ad un appiattimento di questo giudizio, sino all’inesistenza, o all’annullamento dello stesso. Basta dare un’occhiata in giro e individuare quale divisa mentale stia indossando una buona parte dell’umanità.
C’è stato un pensatore, circa un paio di secoli fa, che ha ritenuto di chiarire il concetto di deduzione dando a questo termine una collocazione differenziale: una che convalida i processi di concettualizzazione motivandoli, l’altra, chiamata anche deduzione empirica che dovrebbe chiarire come un fatto abbia inizio. In altre parole la deduzione altro non è che il risultato di un complesso ragionamento che trova la sua origine attraverso un preciso calcolo mentale. Parliamo una lingua ancora più chiara.
Noi dovremmo essere portati a dedurre attraverso un ragionamento che si rispecchia in certi canoni, regole di base, che conducono ad un giudizio.
Ecco prorompere una domanda. Perché accettiamo le imposizioni di chi deve solamente trarne profitto? Dietro tutto questo si nascondono interessi che il comune mortale non riesce nemmeno ad immaginare.
Mettiamo che qualcuno furbescamente immagini d’imporre un suo punto di vista, sia questo un vestito piuttosto che un modo di vivere. Ecco mettersi in moto una complessa macchina che, attraverso molteplici canali, deve raggiungere un solo scopo: convincere e quindi imporre. Ecco che qualcuno dapprima timidamente, poi più sfacciatamente, quindi quasi provocatoriamente, convince e trascina dietro una massa sterminata di folla, che segue, che accetta supinamente. Mi sbaglio oppure è stato utilizzato il termine “fare tendenza”.
Che vuol dire questo. Significa assuefazione supina, indossare una divisa mentale da altri pensata, costruita e fatta quindi adottare. Nessuno si è mai accorto come questo appiattisca e quanto renda meno, molto meno interessanti le persone e le situazioni conseguenti. Contro tutto questo si schiera lo zen e si oppone.
Ognuno di noi sembrerebbe chiamato al comportamento istintivo, quello che prorompe dall’interiore, ad esteriorizzare quel credo che ognuno di noi inconsciamente si porta dentro. E che cerca soltanto di essere sollevato alla superficie.
Ecco la predicazione zen.
Siamo noi stessi, soltanto noi stessi, non accettiamo passivamente tutto ciò che mentalmente e materialmente ci si vuole mettere addosso. Liberiamoci dalle imposizioni, di qualunque tipo o modello esse siano.E’ un concetto di libertà questo. E’ un processo di autodeterminazione. Vivo alla maniera che io voglio, non come mi si vuol far vivere. Attenzione, non è questo un processo libertario, anarchico, ma solo e soltanto un rifiuto. Rifiuto del lavaggio del cervello, ripeto, indirizzato unicamente al profitto.

E’ questa una regola ben conosciuta e purtroppo ampiamente radicata e che si espande a macchia d’olio. Arrivare a tutti i costi. Costi quel che costi.
Ma ritorniamo un attimo sulla deduzione.
Non occorre scomodare pensatori del calibro di I. Kant per ipotizzare che esistono atteggiamenti mentali che dovrebbero rispettare o meglio rifarsi a idee aprioristiche, cioè preesistenti. Che c’è di preesistente negli atteggiamenti o nei comportamenti delle attuali generazioni. Nulla se non il non rispetto di alcuni atteggiamenti mentali che dovrebbero stare alla base della costituzione stessa di quell’intelletto di cui la natura sembra ci abbia fornito.
Per settimane si è parlato del fatto che abbiamo perduto una partita di pallone. Signori via, si tratta di pallone, di undici personaggi che corrono contro altri undici dietro una palla che deve finire dentro una rete. Ma che interessi economici stanno dietro a tutto questo?
Aveva ragione dunque l’ideatore di Alice nel paese delle meraviglie quando alla fine del racconto fa pronunciare alla sua eroina la fatidica frase: infine non siete altro che un mazzo di carte!
Non accettiamo pertanto di farci trasformare in un mazzo di carte, abilmente manipolabile da chiunque ci voglia condurre verso un suo obbiettivo. La vita di ogni giorno sta a dimostrare che siamo su questa strada.
Ecco apparire all’orizzonte, sia pur sfumato, il rimedio.
Un metodo. Il metodo, che ha impegnato pensatori di tutti i tempi, ha prodotto scuole e istituzioni, che in definitiva ha cercato più strade, più modi di giustamente disporsi per non essere travolti.
Un sistema – metodo di vita che consenta libertà, di azione, di collocamento, libertà di pensiero, libertà di essere se stessi, come vorremmo essere, anche se talvolta ce ne manca il coraggio.
ANTICHI STRUMENTI MUSICALI
Ricostruiti e suonati in meravigliosi concerti
Più di mille anni fa, dall’estremità occidentale dell'Asia, attraverso la Cina continentale e la penisola coreana, furono introdotti in Giappone numerosi strumenti musicali. Tra questi alcuni sono oggi ormai scomparsi ed altri non vengono quasi più utilizzati.
La ricostruzione di questi strumenti antichi iniziò negli anni Settanta ad opera del Teatro Nazionale. Sono stati studiati gli antichi documenti cinesi e i frammenti degli strumenti conservati nella collezione dello Shosoin (Tesoreria Imperiale di Nara), che vanta una storia di 1300 anni. Riproducendo il più fedelmente possibile la qualità del materiale e la struttura originale, si è voluto cercare di ricreare il suono di allora. A tal fine sono stati riprodotti fino ad oggi circa 25 tipi tra strumenti a fiato, a corde e a percussione.
A partire dal 1998, grazie al contributo dell'associazione Shinnyo-En (Ordine Buddista), oltre all’attività di ricostruzione sulla quale si è concentrato il maestro Toshi Ichiyanagi, sono stati riprodotti sette tipi di strumenti, tra cui alcuni metallofoni a percussione.
Qualora si consideri la musica giapponese come oggetto di una nuova creazione, non solo é necessario tramandare i brani classici, già a uno stadio di perfezione, ma penso che sia altresì indispensabile un intervento che la rivitalizzi. A livello mondiale oggi ci si interroga su come poter recuperare, insieme a uno specifico pensiero asiatico dimenticato e perduto anche a causa del processo di modernizzazione, la forza originale che la musica possedeva allora. Ciò significa ritornare al punto d’origine. In questo senso, gli strumenti dello Shosoin, introdotti in Giappone dal continente asiatico più di mille anni fa, attraverso l’opera di ricostruzione nella quale siamo impegnati tutt’oggi, ci permettono di dare uno scossone ad una visione consolidata, per lasciare intravedere uno spiraglio verso una concezione rinnovata.
U (organo a bocca basso): strumento a fiato constituito da 39 canne di bambú, sulle quali sono state applicate ance di metallo. Con I’immissione del fiato, le singole ance vibrano e risuonano nella canna corrispondente.




Kugo arpa angolare (a forma di L) con 23 o 25 corde.
La cassa in legno di paulonia è cava e munita di corde di seta.





Henshoo strumento a percussione intonato, costituito da un telaio al quale sono sospese campane di bronzo. Le sue tredici campane permettono di coprire un'estensione di due ottave. Con una singola campana si possono produrre due suoni di altezza differente di una terza circa.
L’IDEOGRAMMA DI “SILENZIO”
Ryoko Kinoshita e Akiko Shimazaki
Il silenzio è un fattore molto importante per comprendere la mentalità giapponese.
Vorrei citare una haiku di BASHO (1644-1693).

Furuike ya
Kawazu tobikomu
Mizu no oto





Immaginate uno stagno in mezzo alla natura, lontano dal chiasso del centro abitato. Una rana vi si tuffa. Un piccolo tonfo e il silenzio sembra violato. Ma osservate bene: all’espandersi dei cerchi sulla superficie dell’acqua sembra corrispondere il dilatarsi del silenzio. La rana non è più una rana. Così pure lo stagno. Rimane solo il senso del silenzio.
Ma se, essendo realisti, bisogna dire che la natura vista da Basho fu sicuramente diversa da quella che vediamo nel nostro tempo, a noi contemporanea è invece un’oasi di silenzio: il mondo della cerimonia del tè. Il suono del ribollire dell’acqua è l’unico sottofondo di una cerimonia che procede seguendo le sue regole rigorose. Un’occasione, un’opportunità, un luogo fisico e della mente, per cercare di dimenticare e superare i ritmi freneti del mondo esterno. Per ritrovare se stessi.


IL SIGNIFICATO DEL CARATTERE “SILENZIO”
Giuliana Malpezzi

Significato del carattere SEI = calma, inattività, calmare, acquietarsi
L'ideogramma è composto di due caratteri : il primo, a sinistra, dà il valore fonetico "SEI" alla parola. E' il blu, il verde, ciò che non è ancora maturato o l'inesperienza.Rappresenta anche il colore delle piante in boccio, diversi colori : il verde, il blu,il nero, il grigio ed il bianco dell'uovo. E' costituito da diversi elementi, ciascuno con un suo significato, rispettivamente : le piante, il loro colore rosso, il cinabro, minerale ricco di mercurio, il crogiolo, strumento degli alchimisti per la ricerca della pietra filosofale, ed il focolare, rosso di fuoco.
L'ideogramma di sinistra riproduceva, nella sua forma originaria, due mani che si contendevano un bastone, quindi rappresentava simbolicamente la lotta. Benchè la sinistra prenda il sopravvento sulla destra, non c'è vantaggio dell'una sull'altra, come ammoniscono due vecchi detti cinesi :" la ceramica e la porcellana non devono combattersi", "le uova non devono litigare con le pietre".
Morale della favola : anche se siamo giovani ed impetuosi, anche se mille attività ci impegnano, anche se viviamo nel crogiolo della vita, non dovremmo mai lasciarci prendere dall'ira. Non dobbiamo lasciarci trascinare dalle nostre passioni in sterili lotte, ma,prima dell'azione, ragionare con calma, nell'inattività e nel silenzio del nostro essere.Affrontando poi il problema, scopriremo probabilmente la verità di certe sagge cose : perchè lottare rischiando la catastrofe? Lottare per le proprie idee, sì, ma una volta raggiunta la vittoria, cerchiamo di dimenticare la follia del "guai ai vinti!"
Arte: YANG-YE GEMMA KIM
(Tullio Pacifici)
Milano-
Yang-Ye Gemma Kim espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano
via Maddalena, 1
dal 31 agosto al 27 Settembre 2002
Roma-
Dal 19 Settembre al 31 Ottobre 2002
EVA GIOVANNINI
Esporrà allo Zen Sushi Restaurant di Roma.
La presentazione nel prossimo numero.
Il nome interseca oriente-occidente, Yang-Ye Kim (bella/buona educazione) incontra Gemma. Queste componenti, rimescolate, riflettono vissuti, trascorsi, luoghi. L’esserci stata, l’aver visto, Turchia, Congo, Emirati Arabi Uniti, Italia, Inghilterra, sono patrie, humus, cittadinanze poetiche, grimaldelli per fare la Sua arte. E’ così che l’anima-artista diventa occhi, trascrivente, messaggera, interrogativa: perché non parlare? Questo è il livemotif, le domande sono le fondamenta. Sono le questioni dirompenti sollevate da attente osservazioni dei mondi, dipinti: why forget Japanese Inurde? Le tecniche miste, gli olii, il batik, le calligrafie cinesi, disegnano quello che le forze immaginifiche vedono: figure/corpi dall’osservazione di piante - Year ’93, body form from nature (raccoglie l’idea taoista di un’armonia viventi e natura) - pensieri alla creazione - L’uomo è un frutto, ’99 - ricostruzioni delle relazioni tra i moti dei corpi e le caratteristiche psicologiche degli individui attraverso gli studi comparati Leonardo-Freud-Bacon, in particolare Study from the Human Body, ‘49. Dipinge con ironia, graffio, raccoglie i punti di vista, le differenze, dei viventi: Two People e observers. Le risposte sono possibili, continue, mutevoli; sottolineano distorsioni, aberrazioni, incontri, conflitti - Ethnic Conflict IV (After) 1999 - sofferenze - Voto di pittore - tecnica mista del ’98. In quest’ultimo dipinto, lì dove si rappresenta la solitudine filosofica, la figura del sublime, un urlo, appare come una rimessa in scena, un sapiente recupero contestuale, di The Scream, Munch.