Arretrati
Pagine Zen n°15

Ryoko Kinoshita“Castagne” 2002Il riccio,
pungente,
inavvicinabile,
nasconde
un frutto gustoso.
Così il distacco.
L’IDEOGRAMMA DI “DISTACCO”
Ryoko Kinoshita e Akiko Shimazaki
Comparsa silenziosamente nella sala*, con indosso l’abito da monaca color lilla, di lei mi ha subito colpito la tipica bellezza di chi vive con distacco, così essenziale; non aveva nulla di troppo.
Lei è Harumi Setouchi, ottantun’anni, famosa scrittrice di best-seller. Si sposa giovanissima, poi la guerra, il divorzio e tante storie d’amore, vissute e scritte.
“… Sono entrata in monastero all’età di 51 anni.
Prima ho desiderato diventare una scrittrice e lo sono diventata. I miei libri andavano a ruba. Ho sempre ottenuto tutto quello che volevo. Ma non ero soddisfatta. Sentivo un vuoto dentro di me.
In quel periodo ero molto amica di due scrittori, Yukio Mishima e Yasunari Kawabata, ma poi si sono entrambi suicidati.
Ho pensato anch’io al suicidio. Ma ho scelto di morire vivendo, diventando monaca. Pensavo di arricchire e rendere più profondi i miei lavori”.
In questo modo si è lasciata alle spalle i rapporti amorosi, il denaro e la fama.
Con un carattere focoso e dinamico come il suo avrà certamente provato un profondo dolore interiore prima di giungere a questa decisione.
“… Le protagoniste nel GENJI MONOGATARI** erano amate dal principe Genji, ma non erano felici, e tante di loro hanno abbandonato il mondo per diventare monache, come me; con la differenza però che loro vi erano quasi costrette, mentre io ho deciso da sola, per potermi dedicare più profondamente alla letteratura.
… Piano piano ho cominciato a capire che non era necessario soltanto il mio massimo impegno, ma qualcosa di più grande, qualcosa di non-umano. Poteva essere anche Gesù Cristo ma, essendo io giapponese, mi sentivo più adatta al buddismo. L’insegnamento più importante del buddismo è dimenticare la felicità di se stessi, e rendere felici gli altri. Il dovere dei monaci è essere disponibili per l’altrui felicità”.

Decisa a dedicare il suo talento di scrittrice al servizio della gente, si dedica da molti anni a tradurre dalla lingua antica a quella dei nostri tempi. Ed ora è qui. E il suo distacco la rende così bella ...!
… Poi, ho capito che non è importante essere il primo fra gli scrittori. Volevo scrivere i migliori romanzi del mondo, ma i miei lavori non erano per niente belli, lontani da quello che volevo che fossero.
… Ho potuto tagliare tutti i desideri egoistici tranne quello di scrivere.

* Incontro con Harumi Setouchi presso la Feltrinelli, Milano 17/10/2002.
** Tradotto in giapponese moderno da Harumi Setouchi in oltre sedici anni di ricerca.

IL SIGNIFICATO DEL CARATTERE“DISTACCO”
Giuliana Malpezzi


MUSHI, il distacco, l'imparzialità, l'assenza di egoismo, è formato da due ideogrammi. Il primo, MU, è il nulla, la negazione dell'esistenza. Com'è noto, i kanji giapponesi hanno una pronuncia di origine cinese, che si usa in vocaboli composti ed una pronuncia autoctona del lessico giapponese. MU o BU è quindi anche "nai", "non" la negazione della struttura grammaticale. Il secondo carattere, SHI nella pronuncia di origine cinese e " watashi, watakushi" nella pronuncia di origine giapponese, è il pronome personale di prima persona : io, me stesso, ma anche ciò che è segreto, la sfera privata della nostra vita, in contrapposizione con l'io pubblico e sociale.
L'unione di questi due caratteri, usati separatamente con grande frequenza nella lingua colloquiale, crea un nuovo concetto di denso significato filosofico :l'abbandono dell'egoismo, del sè, verso l'astrazione, verso il disinteresse e l'abbandono delle cose materiali per raggiungere una più alta sfera spirituale.
IL TOFU
Graziana Canova

IL TOFU
Graziana Canova

La comune definizione “formaggio di soia” usata in Occidente può essere fuorviante perché il to¯fu, al contrario del vero e proprio formaggio, ha origine esclusivamente vegetale. Si produce con il latte ricavato dai fagioli di soia che, con l’aiuto di un coagulante (cloruro di magnesio o solfato di calcio) viene fatto rapprendere versandolo in forme rettangolari, indi tagliato in panetti di circa 300 grammi che saranno poi venduti in vaschette contenenti acqua fredda. Di colore bianco e quasi insapore, ha la consistenza di un compatto formaggio magro oppure di un solido budino.
Tra le qualità del tofu, oltre al fatto che per millenni ha costituito la maggior fonte proteica per le popolazioni estremo-orientali, è necessario mettere in evidenza che:
- ha un basso valore calorico (meno di 100 calorie per 100 grammi) e un alto valore proteico
- del tutto privo di colesterolo, contiene potassio, 80% di grassi insaturi (come l’acido linoleico) e un minimo di grassi saturi
- non contiene tossine chimiche
- è molto digeribile, quindi adatto a bambini e anziani.
In Giappone il tofu viene venduto fresco di giornata, in Italia lo si trova in piccoli contenitori di cartone (brik) simili a quelli del latte ed è pronto da consumare, oppure lo si può acquistare fresco in qualche ristorante take-away; esiste anche quello istantaneo da preparare utilizzando la polvere contenuta in scatolette di cartone.
Il tofu fresco si conserva in frigorifero, in un recipiente pieno d’acqua fredda cambiata quotidianamente, per alcuni giorni. Può essere cucinato in moltissimi modi perché assorbe il sapore dei condimenti o degli ingredienti con cui viene cotto. Eccone ad esempio alcuni:
- agedashido¯fu: tagliato a dadini, passati nella fecola e fritti, serviti in una leggera salsa preparata con brodo dashi, salsa di soia, zucchero, sake e insaporita con daikon grattugiato e peperoncino;
- ganmodoki: sbriciolato, mescolato con carote, alghe kijiki, funghi e altro, ridotto a polpette che vengono poi fritte;
- hiyayakko: al naturale, freddo, condito con salsa di soia e zenzero o rafano o limone o altro;
- niyakko: al naturale, in un brodo caldo con zenzero, sake e salsa di soia;
- yudofu: cotto in brodo di alga konbu, in una casseruola di terracotta, e poi condito con salsa di soia, zenzero grattugiato e/o daikon grattugiato con peperoncino.

Tratto da
La Cucina Zen
di
Graziana Canova Tura
Ed. XENIA

PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
Hua t’o

roseguiamo nell’esame di quanti si sono cimentati sul definire il metodo e sulle posizioni che questo ha invitato a prendere.
Francis Bacon ci aveva esortato ad adottare un metodo che ci permettesse di liberarci dei idola (idoli, così da lui denominati, intendendo con questo termine sia i preconcetti che i pregiudizi) che fanno parte delle posizioni negative, collocabili nell’esame degli errori di credenze che vanno rimosse. In altre parole non accettare per verità assoluta quanto da altri affermato e nei tempi in tale direzione codificato (vedi i dogmi). Il metodo può procedere prendendo in esame l’errore e su questo principio è possibile costruire una intera filosofia. Esaminiamo quindi l’errore o gli errori che quotidianamente vengono compiuti.
Oggigiorno si tende a sottovalutare l’errore o quei comportamenti che finiscono col produrre errori. Cominciamo dal non rispetto per norme elementari. E da questo ecco che ne deriva il comportamento, gli atteggiamenti di spregiudicatezza che oggi sembrano essere il comune denominatore della vita di tutti i giorni. Si arriva così al dispregio delle leggi, di quei dispositivi che dovrebbero essere da tutti riguardati e osservati e davanti ai quali si dovrebbe essere più che rispettosi. (Il condizionale è ormai d’obbligo).
Ma ormai nulla di tutto questo! Esiste ancora il semaforo nelle strade? Nessuno ormai sembra più rispettarlo, per non dire degli indicatori di direzione. Perché addirittura non toglierli dai mezzi di trasporto! Per il disuso ormai nel quale sembrano caduti! E così via. Questi tra i più banali errori, seguiti da altri che sembrano essere entrati a far parte di ognuno di noi e del quotidiano.
Occorre attraverso il metodo piano piano cancellare l’errore e riportarsi su un piano comportamentale totalmente diverso.
Metodo quindi che segue regole elementari e nello stesso tempo complesse.
Il mondo sembra essersi diviso in due gruppi: uno molto piccolo, che rappresenta la testa pensante e che dispone; un secondo riconoscibile nella massa, che sembra non valutare in che direzione ci si vuole mandare, con i risultati che solo chi non vuol vedere non riesce a valutare. Il divario tra i due gruppi sembra proprio allargarsi sempre di più; un gruppo che dirige, una massa che segue ciecamente.

Basti pensare alle brutture che la moda riesce ad imporre; la massa segue, non ha il coraggio di opporsi, non riflette su alcuni concetti basilari che dovrebbero essere il verbo della nostra vita quotidiana.
Penso, critico, non accetto, respingo. Regole molto semplici, anche se costose da adottare.
Adozione quindi di un metodo, di una regola di vita che dimostri desiderio di contraddizione, che analizzi e spieghi i nostri vari giudizi e adotti linee di azione giuste e sagge.
Occorre a questo punto fare una breve divagazione sul concetto di libertà. Questo non è fare qualsiasi cosa ci passa per la testa. Questo è comportarsi da irresponsabili, da violatori di ogni regola, arriverei a dire da asociali. La libertà altro non è che un processo di autodeterminazione, che viene da noi, quindi nel rispetto di alcune regole. Regole che prevedono anche processi di autocoercizione. Facciamo un esempio: se voglio raggiungere una meta, un risultato qualunque esso sia, si è obbligati a costringerci a fare qualcosa per ottenere questo risultato, e questo spesso comporta un processo di coazione. Vuoi diventare un bravo ingegnere, ebbene rompiti la schiena sui libri a tavolino, consúmati la vista sui trattati di calcolo e così via. Si è adottato in tal modo un metodo di vita, un metodo, un’etica che comporta giudizi riguardo al giusto e all’ingiusto, la bontà o no, la virtù o il vizio, la desiderabilità o saggezza delle azioni, le disposizioni, gli scopi, gli oggetti o la condizione degli affari umani.
Metodo che s’identifica con disciplina, autodisciplina.
Questa finisce col coinvolgere un’analisi psicologica. Chi siamo, cosa stiamo facendo, siamo sulla giusta strada o seguiamo passivamente una corrente. Diviene questa anche un’analisi sociologica e offre una spiegazione dei nostri giudizi etici tanto da definire le nostre linee di azione, scopi o modi di vita. A questo punto il problema presenta alcuni aspetti complessi. Andiamo in cerca di approvazione del nostro comportamento o siamo maggiormente interessati all’azione; desideriamo dare spiegazioni delle nostre azioni o vogliamo spiegarle per ottenere approvazione. Vogliamo dunque definire un ideale, un modello di condotta, un criterio etico o principio primo? La scelta è esclusivamente nostra. Ed è esattamente questo che lo zen vuole farci capire, non insegnare. Capire come ci stiamo comportando e come dovremmo.
Oggi occorre risalire la corrente, nuotare contro, se appena non si vuole essere trascinati via.
La storia del Daito-Ryu Aikijujutsu (V parte)
Antonino Certa

Inizia il periodo Meiji (1868-1912), e la rivoluzione sociale che ne segue stravolge il concetto di caste: basti pensare che nessuno può più portare in pubblico il daisho (le due spade, lunga e corta, simbolo della classe militare dei samurai).
Pochi anni prima era nato un bimbo: Takeda Sokaku (1860-1943), che all'epoca aveva solo otto anni. Il padre, Takeda Soikichi, discendente della stirpe Takeda nel feudo di Aizu, lo aveva nascosto al sicuro, e ben presto il giovane Takeda oltre a studiare l'arte di famiglia, l'Oshikiuchi, inizia il suo musha shugyo (pellegrinaggio d'apprendistato): crescendo con quell'educazione era divenuto, senza volerlo, un ronin, ovvero un bushi senza padrone - il nuovo governo aveva abolito le classi e tutta la struttura sociale dei buke. Studia in tutte le migliori scuole di spada, di lancia (era allievo della celebre Hozoin-ryu) e di bastone del paese sino a divenire talmente abile che, pur portando in pubblico sino alla morte le due spade simbolo della casta abolita dei samurai, nessuno ebbe mai il coraggio di disarmarlo.
Ci sono numerosi aneddoti riguardo alla vita di Takeda Sokaku, che rispecchiano, in parte la situazione caotica in cui si trovava il Giappone in questa fase finale della sua storia. Ne riportiamo qui solamente qualcuno: a 20 anni, tornando a casa la sera, fu aggredito da cinque banditi armati, che lo volevano derubare. Sokaku riuscì a salvarsi tagliando le gambe ai due più vicini e gettandosi nel fiume sottostante. Qualche anno dopo, sempre durante la notte, si imbatté in un gruppo di 60 operai che tornavano alle loro case, molti dei quali erano ubriachi. Un piccolo gruppo di riottosi si staccò ed aggredì Sokaku Takeda: lui ne uccise 15 a colpi di spada.Intervenne la polizia, e lui venne arrestato con l’accusa di strage.
Il giudice, tuttavia, lo assolse, data la legittima difesa, ma dispose il sequestro della sua spada, una Kotetsu di metà del ‘600, che oggi avrebbe un valore incalcolabile.
Takeda Sokaku fu molto criticato per il carattere irascibile e scontroso, per i modi altezzosi e arroganti, e per il disprezzo che pubblicamente nutriva nei confronti del nuovo ordine sociale. E’ per questo che non si fidava mai di nulla e di nessuno, quasi al limite della paranoia: ma aveva ragione. Durante un momento di rilassamento nelle terme, 4 assassini gli tesero un agguato, e, non so voi, ma io nudo e armato solo di un asciugamano bagnato, di certo non sarei riuscito, come il Dai Sensei, a rompere ossa e versare sangue... Takeda era sospettoso persino nel mangiare: si era fatto costruire delle ha-shi (le bacchette per mangiare) in metallo, e le aveva affilate, per essere pronto ad usarle come shuriken in casi estremi!
La storia completa della scuola su www.daito-ryu.com

Daito-ryu Aikijujutsu - Scuola Daito di Abashiri - www.daito-ryu.com • info@daito-ryu.com • Tel. 0248012143

PARLIAMO GIAPPONESE
NIHONGO DE HANASHIMASHOO! Di Nicoletta Spadavecchia

Sumimasen! Chuuoo eki wa doko desu ka?
Scusi dov’è la Stazione Centrale?

Quando non si conosce una città è inevitabile dover chiedere informazioni lungo la strada. E’ quello che succede al nostro virtuale amico giapponese, che parla la sua lingua anche qui in Italia, con la speranza di trovare qualcuno che lo capisca e gli risponda. Nessuna paura. Ci siamo noi a farlo sentire a suo agio e a dargli tutte le informazioni del caso.
Proviamoci.

Chuuoo eki desu ka? La Stazione Centrale?
Massugu itte kudasai. Vada dritto.
Ookii hiroba ni demasu.
Si troverà in una grande piazza.
Chuuoo eki wa sono hiroba ni arimasu.
La Stazione Centrale si trova in quella piazza.


La struttura della frase giapponese segue il criterio soggetto-complemento-verbo (SCV). O meglio, a inizio di frase colloca il “tema” o “argomento” della frase marcato dalla particella wa proposta al nome.
La frase interrogativa si distingue per l’aggiunta di ka a fine frase.
Se il verbo kudasai – come abbiamo già visto – significa “per favore mi dia”, quando è preceduto da un altro significa “mi faccia il favore di” e assume la funzione di richiesta gentile.
L’avverbio precede il verbo e l’aggettivo precede il nome.
Mentre il nostro verbo “essere” copre sia la funzione di identificazione, sia quella di esistenza, in giapponese esistono due verbi diversi e due strutture di frase diverse. Il verbo essere dell’identificazione è desu, quello dell’esistenza arimasu.
ORIGAMI E IKEBANA
Antonella Ballabio
Nell’origami come nell’ikebana la ricerca e la scelta del materiale assumono un’importanza primaria nella realizzazione dell’opera compositiva. La materia viene trasformata da elemento grosso in costruzione logica riordinata e riespressa, da inerte diventa vivente.
Dei rami si analizzano curvature e inclinazioni, si saggiano elasticità e resistenza per stabilirne la posizione e il ruolo da assegnare a ciascuno di essi all’interno dello schema compositivo.
Della carta si tastano morbidezza, malleabilità, cedevolezza al tatto, resistenza alla piega.
Materiali diversi ma entrambi fragili, da maneggiare con cura e precauzione per non spezzarne – piegandoli involontariamente – il ciclo vitale. Anche i tagli e le asportazioni parziali vengono relegate al minimo indispensabile per evitar loro inutili sofferenze.
Nell’ikebana i fiori non vengono colti a caso, ma scelti con pazienza tra arbusti e piante che la natura offre di stagione in stagione. Un’attenzione particolare è rivolta al loro linguaggio simbolico: i boccioli appena schiusi rappresentano il futuro, i fiori appesantiti e carichi di semi indicano il tempo trascorso unito alla saggezza.
Nell’origami la carta viene selezionata tra quelle
che meglio rispecchiano le caratteristiche del modello che si desidera realizzare. La regola preferisce fogli quadrati e in caso di utilizzo di altre forme geometriche regolari, consiglia di ricavarle partendo sempre da un foglio quadrato.
Dimensione, spessore, colore sono scelti con cura anche in base al simbolismo che la figura finale rappresenta: se si piega una gru sarà bianca (colore appartenente alla tradizione origamistica oltre che all’animale stesso) e di carta washi (carta giapponese fatta a mano).
La qualità e la resistenza allo strappo della carta fatta a mano è maggiore di quella fatta a macchina perché le fibre vegetali, disponendosi casualmente in tutte le direzioni, si intrecciano tra di loro creando un robusto reticolo di fibre.
La scelta dei materiali, sia che si parli di ikebana che di origami, non dipende esclusivamente da accordi armoniosi di forme, linee, colori, simboli, ma da ciò che l’artista vuole comunicarci attraverso di loro: un sentimento, uno stato d’animo.
E tanto più l’artista è abile, tanto maggiore sarà la sua capacità nel trasmetterci il messaggio valorizzando l’essenza primordiale del materiale impiegato: un fiore di campo che cresce in uno specchio d’acqua, un foglio piegato a valle lungo una diagonale.
Per percepire attraverso l’arte zen il soffio dello spirito.


Arte: YUTAKA TAI e LOREDANA BALDIN
(Tullio Pacifici)
Yutaka Tai espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal15 novembre al 13 Dicembre2002
Loredana Baldin espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 31 Ottobre 2002 al 5 dicembre

YUTAKA TAI
Fotografie

Come scrive Giuliana Scime’, nell’immaginario collettivo, il Paese del Sol Levante, come ogni altro, è vissuto con forti stereotipi. Tra questi luoghi comuni c’è quello che riguarda le persone delle Geishe. Tra il 1867 e il 1912, in epoca Meiji, durante i primi contatti con l’Occidente, erano le uniche donne che potevano intrattenersi con i coloni, da qui la loro popolarità e l’equivoco. Le aristocratiche dame si chiamano Maiko e Geiko (nel dialetto di Kyoto Geiko significa geisha) e vivono nelle Okiya. A Kyoto ci sono 5 quartieri (Hanamachi) dove dall’età di 13/15 anni le Maiko sono iniziate alle arti, specializzandosi in varie discipline (letteratura, musica, canto, ballo) e convivendo con esse fino al diploma superiore: superato il periodo del riscatto diventano indipendenti. Da questi presupposti culturali traggono ispirazione i mirabili scatti di Yutaka Tai. L’artista esalta la bellezza delle movenze e la grazia delle maniere delle Signore della cultura. Con un’attenta e ricercata indagine sui colori ed eliminando gli sfondi non necessari le immagini, di vari formati (25 x 30 e 70 x 100), sono appassionate esplorazioni su mondi che hanno il sapore di antiche tradizioni. Le foto puntano a ricercare un’esatta comprensione del mondo delle Geishe; l’artista le fotografa mentre danzano e si esprimono nelle arti figurative. La fonte luminosa è la luce solare e le pellicole sono Fuji Belvia 50 (con soggetto statico), Fuji Provia 400 (con soggetto in movimento) e negativo Superia 400. Non sono immagini-ritratto, ma istantanee che puntano a cogliere di un particolare del personaggio femminile l’aspetto più affascinante e significativo. Con la nitidezza di cartoline focalizzano momenti particolarissimi delle sapienze del sol levante: la festa di Ghion, la danza di Kyoto, la cerimonia di spargere chicchi di soia per scacciare i demoni, la cerimonia del tè, la seduzione, la bellezza, l’autunno, il saluto dell’esteta, il trucco, i templi. I corpi e le vesti delle signore ritratte sprigionano magia e incanto. I loro drammi soffocati dal silenzio del tempo hanno le sembianze di storie dipinte sui loro volti. Il viso delle Geische è un libro di addii e di speranze; come le scene di uno dei capolavori del filmaker cinese Chen Kaige, Addio mia Concubina, queste fotografie narrano la dolce morte di un amore, l’evanescenza di un sogno, il sospiro e la vibrazione di un’emozione

LOREDANA BALDIN
Contrapposti dinamici

In mostra una serie di piccole sculture e alcuni disegni in cui si possono vedere i progetti dei prossimi lavori. Le figure tetraedriche esposte sono portatrici di una precisa intenzione artistica: Loredana Baldin vuole esprimere che la figura è in relazione. Per questo crea corpi solidi che si contrappongono dinamicamente con gli spazi esterni. Vediamo silhouette di donne e di uomini che si esprimono in atteggiamenti di tensione in avanti, di sospensione e capovolgimento. Le figure fronteggiare, assorbire, scambiare e scaricare le forze energetiche che le circondano. L’impatto con aria e terra produce scuotimento, i corpi si allungano e c’è un cambiamento delle sembianze. Per esempio osservando Grecale notiamo l’effetto dell’omonimo vento dell’est che plasma i corpi proiettandosi su di essi. Le due donne sono disposte in direzioni contrarie e si danno le spalle, mentre abiti e capelli si gonfiano e prendono la forma di vele. Un’altra opera, Sciarpa, dove la figura femminile non è in posizione di caduta ma di ribaltamento portando al collo l’unico elemento di raccordo con la terra, una sciarpa appunto, la sagoma assume una postura particolare modellando il corpo e le mani a formare angoli concavi; in questo modo la relazione che si stabilisce nei confronti dell’aria è di armonia e raccoglimento. Da notare anche le caratteristiche di Orizzontale dove la figura maschile con il cappotto poggia sdraiandosi sulla pancia e mentre il viso è proteso a respirare sensazioni di equilibrio, la cravatta e i pizzi del cappotto sono di nuovo gli unici elementi di contatto con la superficie del suolo. Ogni lavoro è quindi l’idea che volare con le vitalità della mente e del corpo è, forse, uno dei rapimenti più efficaci per contattare e ritrasmettere energie ponendosi con sé e verso il mondo secondo un abito mentale di relazione e di positiva disposizione.