Arretrati
Pagine Zen n°16


Lago di MASHU-KO, Hokkaido (per gentile concessione Kikkoman).
L’INVERNO GIAPPONESE”
Graziana Canova Tura
Il vento del nord soffia gelido, la neve ricopre i giardini e i ghiaccioli pendono dai sottotetti, i giorni sono brevi e freddi sì da far desiderare alimenti caldissimi: verdure cotte, minestre bollenti e fumanti. Ma ecco apparire i boccioli di camelia: spirito, mente e cuore sentono già l’arrivo della primavera.
- Menu invernale, radici di spinaci al sesamo, daikon stufato, scorzonera in padella, riso bianco, minestrone kenchinjiru.

Capodanno (OSHOOGATSU)


La festa più importante, il Capodanno vede il Giappone intero scatenato in una gara di regali e di bônenkai, cene e serate fra amici e colleghi che riempiono le ultime sere dell’anno. Entro il 30-31 dicembre si devono sistemare le pendenze, anche finanziarie, si fanno grandi pulizie in casa e si preparano cibi che potranno durare almeno due o tre giorni, perché nei primi giorni di gennaio nessuno lavora, nemmeno le casalinghe. Il primo dell’anno è festa nazionale, ma vi è l’usanza non scritta di godersi altri due o tre giorni di vacanza che, se si uniscono per caso a un sabato e a una domenica, possono far ricominciare la vita lavorativa attorno al 5-6 gennaio!
Moltissimi giapponesi tornano al proprio luogo natale (o al paese di provenienza dei genitori) e comunque anche coloro che restano in città, passano tutti il tempo nelle attività gioiose e benaugurali considerate di rito.

Si visitano i templi buddhisti o i santuari shintoisti (spesso indossando i migliori kimono) per pregare che il nuovo anno sia propizio sotto ogni aspetto, poi si visitano parenti e amici, oppure si sta in famiglia, godendo la pace e il silenzio e gustando i cibi tradizionali di Capodanno (osechi) che, prima di essere consumati, verranno offerti con un gesto simbolico alle divinità. In questi giorni, spesso

Haiku d’inverno

Sake nomeba
itodo nerarenu
yoru no yuki.

Pur bevendo sake
non riesco a dormire
Notte di neve.

Basho
o
spazzati dal vento, Tôkyô appare come una città italiana a ferragosto, e a causa del quasi totale fermo delle automobili, il cielo limpidissimo permette la vista del lontano monte Fuji.
Liberi dalla pratica più severa durante i rigidi giorni invernali, nei monasteri, come in tutto il Giappone, si gode la gioia dell’arrivo del nuovo anno. Anche monaci e monache si dedicano alla preparazione dei cibi particolari previsti dalla tradizione e i menu sono un po’ più abbondanti e ricercati.

Un esempio di menu: riso rosso con azuki (di buon auspicio); minestra con piccoli cubi di toofu grigliato, fette di daikon, pezzetti di mochi, due foglie di spinaci e miso bianco; scorzonera in padella; stufato di verdure (es. carote, patate, funghi, zucca, fagiolini); konnyaku piccante e fagioli neri stufati; verdure in salamoia; fagottini di patate dolci e castagne.

Tratto da
La Cucina Zen
di
Graziana Canova Tura
Ed. XENIA
INTRODUZIONE ALLA MUSICA GIAPPONESE
Nicoletta Spadavecchia - (prima parte)

La musica non ha bisogno di competenze specifiche per essere goduta: il suo linguaggio immediato non esige una traduzione in parole o una lettura particolare. Basta aprire il canale della comunicazione sensoriale e subito si percepisce. La musica, infatti, non è un prodotto esclusivo della mente, ma dell’essere nella sua interezza e come tale offre un’esperienza di comune sentire. Non tanto nella percezione, che è assolutamente soggettiva e rispetta le regole dell’elaborazione individuale, quanto nella risonanza collettiva.
In Giappone, come in ogni altra civiltà primitiva, la musica nasce come suono, rumore articolato. Talmente sorprendente era per il giapponese antico la trasmissione e la percezione del suono che questa pratica fondamentale della comunicazione veniva creduta una magia, un prodigio della natura; e quella della parola, suono articolato, un portento divino cui si dava il nome di kotodama, spirito vitale della parola. Fin dai tempi più antichi, a ciascun suono, a ciascuna parola – combinazione di suoni e rumori, di vocali e di consonanti – veniva attribuita una valenza positiva o negativa, secondo la casistica riscontrata nell’esperienza di vita stratificata e memorizzata nel corso dei millenni. Come nell’articolazione della parola, nella pratica musicale giapponese il suono e il rumore sono sempre mescolati. Non solo, ma parola e musica costituiscono un tutt’uno inscindibile che si integra con la gestualità e la rappresentazione, a creare quell’insieme di effetti comunicativi che contraddistinguono l’espressività umana.
Nel corso evolutivo della cultura giapponese, riscontriamo la presenza di esperienze musicali strettamente connesse con la vita quotidiana e scandite dal ciclo stagionale, presenti nel lavoro, nel rito, nello svago. Dal periodo di Nara (710 d.C.) cominciano a svilupparsi i fondamenti teorici musicali, con la distinzione di due scale pentatoniche e una precisa nomenclatura delle note.
Vengono tramandate anche le prime annotazioni musicali, o partiture, di musica colta, importata dalla Cina attraverso la Corea, cui si dà il nome di gagaku. Ma si sa per certo che in contemporanea si sviluppa un repertorio di musica autoctona, che oggi chiameremmo folk, di cui un esempio significativo è il saibara, “musica di un conduttore di cavallo da soma”. L’incontro di questi due filoni musicali con quello rituale e religioso dà vita a una serie di sperimentazioni che confluiscono, verso la metà del XIV secolo, in quella esperienza unitaria e totalizzante che è la rappresentazione noo
, forma teatrale che porta in scena archetipi di esistenza umana.
La musica del noo fa uso di voci, del flauto e di due tamburi. Manca nell’impianto musicale lo strumento a corde, che comunque è presente nelle forme musicali popolari che si sviluppano all’interno della classe mercantile dalla metà del XVI secolo, e anche nel repertorio buddista affidato ai biwa hooshi, monaci itineranti suonatori del biwa, il liuto giapponese. (continua)

PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
Hua t’o

Credere nell’autorità ti ha trasformato in un cavallo, che, animale libero per sua natura, è tenuto fermo forzatamente, legato alla mangiatoia per la cavezza e deve mangiare soltanto quanto gli viene dato. La tua mente e volontà sottomessa o influenzata da quella più autorevole di un qualsiasi personaggio, è obbligata a nutrirsi di alimenti che non gli sono congeniali e che soprattutto non rappresentano affatto quello che dovrebbe essere il cibo naturale.

Nulla di più attuale!
Così si esprimeva un pensatore del XV secolo, tale Nicola da Kues, meglio conosciuto col nome latinizzato di Nicola Cusano: parole queste tuttora valide e che sembrano precorrere i nostri tempi.
Sembrano parole scritte per molte attuali situazioni, che riflettono andamenti della attuale società che si adatta benevolmente a certe imposizioni e che obbediente a certi atteggiamenti, voluti e particolarmente fruttuosi in termini di moneta, si adatta agli ordini a testa china, non offrendo alcuna opposizione.
Rimane fermo un principio fondamentale: che nessuna verità o ritenuta tale è il prodotto della volontà di qualcheduno; sottostare a questi principi, parlo del principio di autorità, è regolare la propria volontà a qualcuno verso il quale occorrerebbe opporsi, contrapponendogli il proprio consenso, laddove bisognerebbe imporlo. Ma questo richiede una buona dose di giudizio critico, che oggigiorno sembra essere stato relegato in soffitta.
Abbiamo tirato in ballo il giudizio critico. Basta soffermarsi a riflettere che il mondo è stato creato e si regge su regole ben precise, le stesse che dovrebbero regolare la vita di ogni giorno e di ognuno. Va tenuto in tutta considerazione che il principio di concordia che sta alla base di ogni verità si regge saldamente laddove esiste il consenso, che a sua volta produce armonia e conoscenza, presa di coscienza e quindi in ultima analisi giudizio.
Quest’ultimo sembra scomparso, appare svuotato di ogni importanza. Forse perché l’umanità non vuole pensare e si adagia su quanto la volontà altrui cerca d’imporre. E’ una maniera molto comoda questa, quello di aver qualcuno che pensa e decide per noi.
Ma attenzione alle trappole messe sul percorso; sono queste molteplici, tutte col proponimento preciso e determinato di mettere nella testa del prossimo qualche idea, più o meno sballata.
E questo è quanto sta succedendo nei nostri tempi, nei quali si è riusciti a far dimenticare quale eredità ci siamo lasciati alle spalle. Parlo di eredità spirituale naturalmente.
Valori nei quali nei tempi trascorsi si era fermamente creduto, aspetti e regole di vita che venivano ferreamente osservate sembrano essere definitivamente passate nel dimenticatoio. E’ sufficiente soffermarsi un attimo a pensare come le giovani generazioni ignorino quanto recentemente è trascorso nella vita dell’uomo per




capire tante cose, non ultime quante brutture passate furono prodotte e legate al fatto che si era creduto in qualcuno.
Ma questo è ciarpame potrebbero dire in molti! Oggigiorno occorre svecchiarsi, abbandonare certi atteggiamenti o credi del passato e cominciare ad atteggiarsi diversamente nella vita di ogni giorno.
Nulla di più errato. La predicazione Zen si rifà continuamente a scuole di pensiero che contano parecchi secoli, predicazione che trova molti analoghi risvolti in modi di pensare appartenenti ad altre sfere di intelletto.
In precedenza si è parlato di metodo. Semplifichiamo questo concetto che molto in passato ha dato da discutere e che ha prodotto scuole filosofiche che hanno una loro storia.
Il metodo consiste nel principio di non accettazione di credi o dogmi, nella regola di vita che, se occorre, deve saper risalire la corrente, nella autoimposizione di quanto più ci è congeniale, arriverei a dire, se occorre, rottura franca e decisa con le imposizioni da altri indotte, ovviamente quando errate o criticamente sanzionabili, nell’ascoltare con pienezza d’intenti chi detiene esperienza e saggezza comprovate queste da uno stile di vita e dall’osservanza di regole ben precise.
La vita è una continua interpretazione, oltre che una lotta. Soprattutto il primo di questi due aspetti se bene e a lungo meditato.
Lo studio della storia c’insegna che generazioni su generazioni si sono dedicate alla risoluzione o almeno alla ricerca di una giusta strada che conducesse verso una giusta interpretazione.
Questa consiste soltanto in un adattamento giusto a quanto ci viene richiesto, non imposto, non mercificato, non pregiudizialmente adattato.
Liberatevi dunque dai legacci nei quali la vita di ogni giorno vi avviluppa. Siate voi stessi, per quello che siete, come siete fatti e secondo le vostre possibilità e i vostri potenziali intellettivi.
Questa nei suoi fondamentali è la regola, questo è il metodo.
Adottarlo ed applicarlo è più semplice di quanto si possa immaginare.

Basta volere e soprattutto, ragionare e pensare.
Il resto viene da sé.
L'IDEOGRAMMA DI LIBERTA'
Ryoko Kinoshita (traduzione di Akiko Shimazaki)

“Kanzan e Jittoku-zu” è fra i temi preferiti dai pittori Zen. Kanzan era un poeta che, dopo un lungo vagabondare, arriva a un monastero, dove Jittoku lavorava come cuoco (siamo nel periodo T’ANG per la Cina, TOO per il Giappone, 618-907). I due diventano subito amici e vivono una vita serena, per nulla turbata da pensieri mondani.
La gente di città, che invece viveva oppressa dai problemi quotidiani, li vedeva come due figure ideali, piene di felicità e di spirito Zen. C’era anche chi li considerava incarnazioni degli dei: Kanzan del Dio di Saggezza-Intelligenza, Jittoku del Dio della Legge.
SUMI-E (SUMI = inchiostro, E = dipinto. Vedere Pagine Zen n. 3) è un’arte nata dallo Zen. La libertà per lo Zen è non avere attaccamenti ai propri desideri, o cose, o per se stessi. Chi vive in questa condizione ha davanti a sé soltanto un vasto orizzonte. Solo lì si è protagonisti, perché tutto il resto gira attorno a noi, naturalmente, a nostro favore. Questo stato di libertà consente la visione dell’essenza delle cose, non soltanto la loro forma; visione che l’artista può trasferire sulla carta.
Kanoo, la famosa bottega artistica preferita dalla famiglia dello Shogun, aveva artisti in possesso di una grande tecnica, ma nei loro dipinti non c’era anima, armonia.
Assolutamente opposto è invece il lavoro di Miyamoto Musashi (1584-1645), conosciuto come Kengoo, maestro di arti marziali. Pochi sanno che era anche un bravo pittore. Sapeva raggiungere una grande concentrazione (capacità che gli derivava dalla pratica dell’arte marziale) e ottenere l’armonia col soggetto da dipingere. Disse lui stesso: “Quando ho dovuto dipingere all’ordine dello Shogun il mio lavoro non è mai risultato armonico come sapevo di poterlo realizzare, perché in me c’era, il desiderio di fare bene per piacere allo Shogun.
Invece, se ritrovo il mio centro riesco a liberarmi di ogni desiderio di affermazione personale e il mio dipinto corrisponde al modello che è in me prima di essere sulla carta.
La ricerca della libertà interiore porta al progressivo superamento dei condizionamenti provenienti dall’esterno e da noi stessi, consentendo sempre più ampia possibilità di espressione alla parte più alta di noi.




IL SIGNIFICATO DEL CARATTERE "LIBERTA'"
di Giuliana Malpezzi

Libertà, in cinese "ziyou" ed in giapponese jiyu, é composto dall'ideogramma de " il sè, sé stesso, l'io" e da quello che significa "dipendere da qualcosa o qualcuno". Quindi, la somma dei due caratteri indica "il dipendere sono la sé stessi".
Una curiosità : il primo carattere significava, e rappresentava graficamente, in origine : "il naso". Infatti cosa identifica meglio il nostro volto se non il naso, che si estende sulla forma piatta della faccia e esprime anche meglio degli occhi la nostra personalità nascosta?

VALORI SRADICATI
La storia del Daito-Ryu Aikijujutsu (VI e ultima parte) di Antonino Certa
La figura di Takeda Sokaku va però misurata nel contesto di un Paese che soffriva d'una profonda rivoluzione, dove i valori radicati da millenni nell'animo dei bushi vennero gettati alle ortiche in pochi anni. Essi vedevano il mondo crollare sotto i loro piedi. Adeguarsi non era facile, soprattutto per le convinzioni morali e i condizionamenti così forti che avevano subito sin dall'infanzia.
Alcuni reagirono.
Takeda Sokaku volle rinominare l'arte della scuola e la chiamò "Daito-ryu Aikijujutsu" per richiamarsi ai nomi e luoghi d'origine dell'arte e del suo clan:
Il castello di Daito del principe Shinra Saburo Yoshimitsu Minamoto e la particella "Aiki" che derivava dall'antico nome "Aiki-in-yo-ho" dell'arte in epoca Edo.
Takeda Sokaku fu l'uomo che fece uscire l'arte dal riserbo e dal segreto secolare in cui si era tramandata, e la insegnò a moltissimi allievi. Benché analfabeta, teneva corsi e registrava tutto in appositi registri che faceva compilare e firmare direttamente agli allievi (registri conservati presso l'honbu dojo di Abashiri) con minuziosità impressionante, che oggi ci permette di ricostruire molti eventi con un dettaglio incredibile.
Ebbe molti allievi importanti: ministri, ammiragli, generali, magistrati, potenti magnati dell'economia d'inizio secolo, le forze di polizia e anche futuri maestri d'arti marziali tra i quali:
Matsuda Hosaku, Takuma Hisa, Yoshi Sagawa, Yamamoto Kakuyoshi, Taiso Horikawa, Kodo Horikawa, Yoshita Kotaro, Morhiei Ueshiba e, ovviamente suo figlio Takeda Tokimune (1915-1993).
Alcuni allievi di Takeda Sokaku in seguito crearono scuole proprie, traendo in misura diversa dai fondamenti tecnici del Daito-ryu Aikijujutsu: l'aiki no jutsu e lo jujutsu della scuola. Da esso, infatti, derivano l'Hakko-ryu, l'Akido, e l'Hapkido, e indirettamente lo Shorinji-kempo (vedi il libro di Draeger, Budo Moderno).

Il Maestro Takeda Tokimune
La storia completa della scuola su www.daito-ryu.com

Daito-ryu Aikijujutsu
Scuola Daito di Abashiri
www.daito-ryu.com

info@daito-ryu.com
Tel. 0248012143

Antonino Certa Shihan
ha studiato l’aikijujutsu della Scuola Daito con Takeda Tokimune (1915/1993) 36° Soke della Scuola in Giappone. Ha iniziato all'età di 15 anni studiando l'aikido con i maggiori maestri giapponesi presenti in Europa, il karate con Hiroshi Shirai sensei e, per oltre cinque anni, il kendo, arte nella quale ha maturato un'esperienza agonistica.

Dal 1990 si reca ogni anno in Giappone, a Hokkaido, dove studia l'antico Daito-ryu aikijujutsu. È responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
ORIGAMI E CERIMONIA DEL TE'
Antonella Ballabio
Cerimonia del tè (cha-no-yu in giapponese) e origami prevedono un procedimento metodico e ripetitivo che assume le sembianze di un rituale. Ogni gesto viene misurato, eseguito con calma e compiuto in silenzio. Sono i pacati movimenti dell’unica tazza passata di mano in mano, sorseggiata per due volte, ruotata per trovare la “faccia giusta” e passata al vicino che a sua volta ne ripeterà l’austero rituale, o ancora la lenta rotazione del foglio di carta rigirato più volte fra le mani per poterne identificare il senso delle fibre.
In un susseguirsi di azioni prestabilite e codificate nei secoli, si compie l’intero atto rituale che costituisce l’elemento indispensabile per rilassare la mente e creare uno stato d’animo meditativo. I sensi vengono coinvolti e rasserenati uno ad uno. Il tenue chiarore che filtra attraverso la carta di riso dello shoji, il profumo dell’incenso che si consuma, il borbottio del bollitore sul braciere acquistano – all’interno della cerimonia del tè – una loro specifica intensità, portando alla scoperta di un piacere spiritualizzato, necessario a risvegliare la bellezza del cuore.
Un accurato lavoro di interiorizzazione che rallenta i cicli vitali, tutto diviene più calmo, più naturale: il respiro si regolarizza, la tensione muscolare si allenta, il tono nervoso si distende. I movimenti si fanno più lenti e cadenzati, la manipolazione degli oggetti diventa più consapevole.
Nell’origami la carta viene soppesata con minuzia e attenzione: si osserva il colore e l’opacità del foglio, si apprezza il particolare profumo che emana, si ascolta l’impercettibile fruscio che mormora fra le dita; si cerca di penetrarne gli aspetti più profondi.
Gradualmente si raggiunge una sorta di pulizia spirituale, che ben rispecchia una pulizia esteriore riservata agli utensili usati nella cha-no-yu e alla stanza in cui si svolge la cerimonia. Le mani, unico strumento utilizzato nell’origami, vengono lavate prima di procedere a qualsiasi tipo di manipolazione. L’acqua libera dalle impurità corporali e predispone di accostarsi con idonea disposizione d’animo alla dimensione spirituale.



Purificati ci si accosta con umiltà e rispetto al materiale cartaceo certi di non contaminarne le candide fibre.
Si potrebbe continuare ad analizzare altri gesti ancora, e l’esito sarebbe identico: in ognuno di essi apparirebbe tutta la perfezione del movimento che emerge dal radicale svuotamento della mente. Non esiste un gesto meccanico o un’azione “routinaria”, ma un lento susseguirsi di movimenti che sgorgano fluidamente uno dopo l’altro come lo scorrere dell’acqua.
Arte: YUTAKA TAI e LOREDANA BALDIN
(Tullio Pacifici)
Yukio Gohara espone allo
Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
dal 14 Dicembre 2002 al 18 Gennaio 2003
Loredana Baldin espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
PROROGATA FINO AL 9/1/2003

Viaggia dal Giappone, risiede e lavora a Parigi per uno studio di interior design, arriva e vive a Milano. Di recente ha esposto a ginza, quartiere dei mercati della capitale giapponese. L’esperienza francese di un quinquennio, durante le rivoluzioni culturali e studentesche, si mescola con gli impulsi all’astrazione dettati dalla giovane età. Yukio Gohara traduce questi momenti pittorici con un informale ispessito da un certo uso della materia. Un esempio è il quadro gli uomini; al centro figure leggermente in rilievo informano colori bianchi, neri, grigi sembrando segni immobili, profili asimmetrici, o punti neri. L’incontro con la moglie e con il nostro paese producono un cambiamento. L’esigenza dell’artista resta quella di trovare un accettabile equilibrio tra qualità e quantità, ovvero arte e mercato, ma le espressioni pittoriche mutano segno. La nuova indagine si vale di soggetti precisi, stilosi, realizzando figure romantiche. Come nei trittici di fiori e lune, su fondi marroni oppure blu mescolati con seppia, rosa e viola, paiono immersi in un clima acquatico non melmoso.
Calle e rose, in qualche caso, occupano tutta la superficie della tela diventando una paletta per il ventaglio. Oppure, come è già capitato ad una rosa blu, una stampa gigante (3 mt x 5) per un tappeto. In altri casi l’uso della forza decorativa dei vegetali è utilizzata per costruire la cornice di un quadro a finestra. Lo sguardo si porta più o meno inevitabilmente sullo sfondo rappresentato da collina e chiesa.
Di segno opposto perché sono le figure a sognare e non chi guarda, il quadro in cui una bambina, un piccione e un campo narrano la loro voglia di volare con l’aria aperta. Si accompagnano a questo genere di lavori quelli in cui prevale la decorazione di grandi superfici, i muri di un asilo nido o quelli di un’azienda, ma anche di carte postali e manifesti. In generale l’atmosfera delle opere è un pizzico magica, la natura delle figure quasi sempre calma e spesso ricercata.

Contrapposti dinamici

In mostra una serie di piccole sculture e alcuni disegni in cui si possono vedere i progetti dei prossimi lavori. Le figure tetraedriche esposte sono portatrici di una precisa intenzione artistica: Loredana Baldin vuole esprimere che la figura è in relazione. Per questo crea corpi solidi che si contrappongono dinamicamente con gli spazi esterni. Vediamo silhouette di donne e di uomini che si esprimono in atteggiamenti di tensione in avanti, di sospensione e capovolgimento. Le figure fronteggiare, assorbire, scambiare e scaricare le forze energetiche che le circondano. L’impatto con aria e terra produce scuotimento, i corpi si allungano e c’è un cambiamento delle sembianze. Per esempio osservando Grecale notiamo l’effetto dell’omonimo vento dell’est che plasma i corpi proiettandosi su di essi. Le due donne sono disposte in direzioni contrarie e si danno le spalle, mentre abiti e capelli si gonfiano e prendono la forma di vele. Un’altra opera, Sciarpa, dove la figura femminile non è in posizione di caduta ma di ribaltamento portando al collo l’unico elemento di raccordo con la terra, una sciarpa appunto, la sagoma assume una postura particolare modellando il corpo e le mani a formare angoli concavi; in questo modo la relazione che si stabilisce nei confronti dell’aria è di armonia e raccoglimento. Da notare anche le caratteristiche di Orizzontale dove la figura maschile con il cappotto poggia sdraiandosi sulla pancia e mentre il viso è proteso a respirare sensazioni di equilibrio, la cravatta e i pizzi del cappotto sono di nuovo gli unici elementi di contatto con la superficie del suolo. Ogni lavoro è quindi l’idea che volare con le vitalità della mente e del corpo è, forse, uno dei rapimenti più efficaci per contattare e ritrasmettere energie ponendosi con sé e verso il mondo secondo un abito mentale di relazione e di positiva disposizione.