Arretrati
Pagine Zen n°17

Zuisho - Auspicious birds in flight, 1993 (per gentile concessione Kirin).
L’IDEOGRAMMA DI INVERNO
Ryoko Kinoshita - Traduzione di Akiko Shimazaki

Non ricordo nessuno che abbia amato l’inverno come lo scrittore YASUNARI KAWABATA.
Per lui l’inverno non era una semplice stagione, ma una dimensione da cui traeva grande ispirazione e dalla cui bellezza era molto affascinato. Quando ricevette il premio Nobel per la letteratura disse che era giunta una gru da un paese del nord, paragonando la gru al premio. Molte gru (uccelli beneauguranti, simboli del Giappone) giungono ogni anno dai paesi del nord. Ma il premio, quell’unica gru, aveva preceduto tutte le altre, ed era giunta proprio per lui, così schivo e così convinto che in Giappone vi fossero molti altri bravi scrittori. E quasi a scusarsi per il fatto che quella gru fosse arrivata solo per lui, disse che ciò era successo a causa del suo romanzo YUKIGUNI (Il paese delle nevi), scritto da lui, ma che molti altri scrittori avrebbero potuto scrivere. Amò molto questo romanzo, al punto che nel 1972, due mesi prima del suicidio, aveva cominciato a trascriverlo con il MOOHITSU (il pennello tradizionale giapponese).
Non nacque in inverno, né in una città del nord del Giappone, ma la sua infanzia e la sua gioventù furono come passare attraverso un lungo inverno. Suo padre morì quando aveva due anni, l’anno dopo perse la madre, a dieci anni la sorella, poi a quindici il nonno, che l’aveva cresciuto. Fu allora che divenne veramente orfano. Così descrisse il nonno: “durante la vita non riuscì a fare nulla di grande, passò da un insuccesso all’altro. Chissà come fu difficile per lui. Lo ringraziava per aver vissuto fino a settantacinque anni, sopportando tutte le difficoltà. Perse tutti i figli e molti nipoti, non gli rimasero che pochi amici con cui parlare. Diventò quasi cieco e sordo. La sua fu “vera solitudine”.
Contrariamente al nonno Kawabata ebbe la fama e il successo da giovane.
Scrisse: “Ciò che è rimasto inciso nella mia mente più di ogni altra cosa è la luna d’inverno, che guardavo durante la guerra. Con le luci delle case spente, l’unica fonte luminosa era la luna pallida d’inverno, affacciata su una valle immersa nel silenzio e nel sonno. Mi ha fatto pensare profondamente alla tradizione giapponese, da salvare, perché andava perdendosi”. Spinto alla ricerca delle bellezze limpide prodotte
dal suo popolo, cominciò a collezionare opere d’arte, come l’haiku e il dipinto di Kobayashi Issa:
Utsukushiya
toshi kurekitta
yorunosora
Com’è bello il cielo nella notte di fine anno.
Così disse Kawabata: “E’ una poesia scritta ai piedi di una montagna. Immagino il cielo del pieno inverno, limpido, gelido, colmo di stella che brillano! Tanta naturale bellezza in una espressione semplice e comune: “com’è bello”, per creare una composizione di bellezza semplice e suprema.
Sensazioni che condivido pienamente: ricordo di essermi commossa in una notte d’inverno a Fukui. Ora in Giappone è in corso la mostra delle opere collezionate da Kawabata. La maggior parte di esse testimonia il suo amore per l’aria gelida e pura dell’inverno.

Hatsusorani
tsuru sembamau
maboroshino
Nel cielo
della prima mattina dell’anno
danzano mille gru
fatte di sogno.

IL SIGNIFICATO DEL CARATTERE INVERNO
di Giuliana Malpezzi
In origine questo carattere era una corda, messa a ferro di cavallo con due nodi alle estremità e indicava "la fine". Successivamente ha cambiato significato, evolvendosi anche nella forma grafica, ed ora vuol dire "inverno". Ci piace pensare che la ragione del cambiamento sia perchè i due nodi potevano sembrare fiocchi di neve, o più semplicemente che l'inverno era la fine di un ciclo stagionale di maturazione, il momento del riposo e del sonno, l'attesa che, nella rotazione continua delle mutazioni, precede la rinascita.

INTRODUZIONE ALLA MUSICA GIAPPONESE
Nicoletta Spadavecchia - (seconda parte)


Nel 1562, ancora un monaco introduce in Giappone lo shamisen, strumento a tre corde che serve a creare la base musicale di brevi canzoni e ballate popolari e che accompagna la narrazione dei drammi del teatro popolare kabuki e bunraku. L’utilizzo dello shamisen in scena modifica il sistema delle percussioni, che si fa meno stereotipato e più vivace rispetto al noo.
Nel periodo di Edo (1600-1867), compaiono le scale eptatoniche di sette suoni nell’ambito dell’ottava e questo permette la modulazione melodica. Nascono anche i dan-mono, forme musicali a sezioni (dan) di uno stesso numero di battute con un’unica idea melodica, una forma ciclica che i fiamminghi avevano inventato poco prima. Al contempo si sviluppano forme di canto di genere lirico, nagauta, nelle quali la voce si innesta intorno a una certa altezza del suono, mentre varia il timbro. Questo genere di canto è presente sia nel teatro kabuki e nel teatro bunraku, sia in generi narrativi misti vocali e strumentali, kiyamoto e tokiwazu, dai quali più tardi si forma il repertorio concertistico esclusivamente strumentale fino ad oggi utilizzato. Ne è un esempio il complesso da camera con shakuhachi, flauto, shamisen e koto, arpa orizzontale.
Dal 1868 in poi, con la ripresa dei rapporti con il resto del mondo dopo una chiusura di due secoli e mezzo, la musica tradizionale giapponese perde di importanza rispetto al crescente interesse nei confronti della musica occidentale classica, operistica e leggera.
Certamente al nostro orecchio di occidentali, la musica tradizionale giapponese evoca una specificità di sensazione e di
emozione tale da supporre un’analoga specificità culturale e il percorso dello sviluppo musicale appena tracciato ne è una prova. Più universale è invece il linguaggio della musica contemporanea giapponese che ha cercato una mediazione tra la propria storia e quella occidentale, offrendo un prodotto originale in cui risuonano i vari componenti della cultura tradizionale e moderna e nella quale si possono individuare stimolanti prospettive future.

PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
Hua t’o

Si è parlato largamente di deduzione. A questa devono obbligatoriamente seguire delle conclusioni. Un attimo ancora sul significato o meglio sul valore della deduzione.
Intesa come termine logico questa sta ad indicare un ragionamento di carattere sia pur generico, che può assumere aspetti formali i quali partendo da affermazioni generali possono sfociare verso alcune affermazioni particolari.
In termini più moderni e quindi attuali la deduzione risulta quale risultato di un enunciato. E su questo si fa ampiamente leva per imporre. Chi lo ha deciso? Uno stilista o un logico, uno che deve vendere o un pubblicista?
Sotto certi aspetti la deduzione circa qualcosa o eventi porta a giudizi di carattere critico.
Ed è qui che si vuole giungere, a risollevare gli aspetti critici in generale per giungere a quelli particolari. Emettere giudizi equivale talvolta a porsi su posizioni non sempre accettabili, sempre che il giudizio critico sia giustamente indirizzato.
Se ci si pone in questa posizione, ripeto critica, ecco che compare una dimensione del tutto speciale per vagliare i particolari.
Ricorriamo a qualche semplice esempio. Anche se la tendenza, mi pare che si dica così, cerca con tutti i mezzi a disposizione, di imporre qualcosa, ecco che dovrebbe scattare il giudizio critico, che poi diviene un senso. E non appena questo entra a far parte di noi stessi, ecco che si inizia a risalire la corrente e a porsi in posizione di non accettazione, forse è meglio il termine accoglienza.
Non accogliere mai nulla per verità del momento, questa non può esistere. E’ ben su questi principi di accoglienza che vive e prospera l’imposizione contemporanea.
Ecco che l’imposizione s’inventa la divisa del momento, ben consapevole, che attraverso stampa e mass media riesce sempre a far breccia nella mente di chi non vuole nemmeno per un attimo soffermarsi a pensare criticamente.
Ma perché si deve accettare supinamente quanto da altri inventato, studiato, e infine tradotto nella pratica del quotidiano?
E’ mai possibile che si debba credere che nessuno, dico nessuno, almeno nella massa, voglia criticamente vedere quanto altri vogliono imporre?
Qui è in discussione la libertà di pensiero, la libertà di opinione, la libertà di decisione.
Cose grosse queste, ma che siamo giunti al punto di dover prendere seriamente in esame.

Iniziare a pensare con la propria testa, scevra di pregiudizi, sta alla base dello zen.
Questi diviene, nell’epoca nostra nella quale la sopraffazione sembra essere divenuto il comune denominatore della vita di ogni giorno, elemento di base dei nostri atteggiamenti quotidiani.
La sopraffazione è continua, costante, sta dietro ogni angolo; altro non aspetta chi desideri essere vittimizzato; perché in ultima analisi di questo si tratta. Oggigiorno la quasi totalità delle umane genti subisce passivamente gli aspetti della sopraffazione, sia che si tratti di pensiero, sia di atteggiamenti.
Un uomo politico ha detto a chiare lettere che la gente in genere va trattata alla stregua dei ragazzi non troppo svegli.
Ma ha dimenticato qualcosa; questo è e rimane il suo punto di vista e forse i tempi gli hanno dato ragione, ma in realtà il cervello del prossimo è solamente in letargo, occorre attendere che si svegli. Ma questo può richiedere tempi lunghi. Occorre aiutarlo a svegliarsi dal torpore in cui sembra sprofondato.
Ecco lo zen venire in aiuto.
Repetita iuvant. All’origine lo zen prevedeva la contemplazione del proprio intimo ai fini del raggiungimento della buddhificazione individuale.
Ma esaminiamolo in termini contemporanei. Diamoci un’occhiata dentro di noi ogni qualvolta c’è l’intromissione di qualcuno nella nostra vita. E l’intromissione nel nostro interiore avviene costantemente da parte di chi sa che pilotandoci ne ricava profitti. E di qui l’imposizione che possiamo soltanto demolire con un nostro posizionamento critico.
Quale il risultato? Probabilmente un rifiuto ad essere trattati come merce a cui si può appiccicare qualsiasi etichetta, tanto il risultato non cambia.
Ne consegue o ne dovrebbe conseguire un piccolo terremoto che andrebbe controcorrente, ma che farebbe l’uomo libero di pensare a quello che gli risulta più congeniale quindi da accettare.
Se questo vi pare poco!
Finalmente liberi di pensare, di scegliere, di rifiutare, di accettare, ebbene sì di pensare con la propria testa.
Entriamo ora nel vivo della trattazione zen.
Questo naturalmente oggigiorno finisce con l’esorbitare dagli stretti confini in cui venne posto al suo nascere e che ne fece una espressione della predicazione buddista. Va adattato ai nostri costumi, che differiscono sensibilmente da quelli orientali, va adeguato ai nostri tempi che non sono più certamente quelli di alcuni secoli fa. Ciononostante i valori di fondo della predicazione zen restano intatti e salvano in tutta la loro valenza i principi che lo hanno ispirato. L’opera di modernizzazione o meglio di reinterpretazione o se si vuole usare un parolone, l’ermeneutica dello zen visto in chiave contemporanea ci porterà a prendere in considerazione le trasformazioni o meglio gli adattamenti che questo modo di pensare deve produrre.
I contenuti ci sono, occorre saperli adattare.
EKIBEN - L’ora di pranzo in treno, dal nord al sud del Giappone
Traduzione di Akiko Shimazaki (prima parte)


EKI Stazione
BEN (abbreviazione di BENTOO) Pranzo da a sporto

EKIBEN sono i pranzi da asporto serviti nei contenitori che si vendono sia ai kiosk delle stazioni che sui treni a lunga percorrenza. E’ un modo economico e divertente per provare i piatti tipici delle diverse regioni del Giappone. Spesso vengono usati contenitori molto particolari, disegnati appositamente per rappresentare le specialità della zona (non solo cibi). Il te verde e’ la bevanda gradita per accompagnare l’EKIBEN e si trova sia freddo che caldo in lattina (fino a qualche tempo fa il contenitore era di plastica).

IKURA BENTOO
Stazione di Iwamizawa – Hakodate Hon-sen (nome della linea ferroviaria). Questo BENTOO è costituito da salmone e IKURA (uova di salmone) su riso condito con salsa di soia.

IKA MESHI
Stazione di Mori – Hakodate Hon-sen. IKA MESHI è un intero calamaro con ripieno di riso, cotto in una salsa speziata e anche un po’ dolce. Il BENTOO contiene 2 o 3 calamari.

NISHIN MIGAKI BENTOO
Stazione di Hakodate – Hakodate Hon-sen. Per questo BENTOO, le aringhe (NISHIN) sono cotte in una salsa dolce e speziata per ore e ore, perchè si possano mangiare anche le lische. Naturalmente è servito con il riso.

KOKESHI BENTOO
Stazione di Morioka – Toohoku Shinkansen. Il protagonista di questo BENTOO è il contenitore fatto in ceramica e ha una forma di una testa di KOKESHI, bambolina artigianale fatta di legno, famosa nella regione di TOOHOKU (nord-Giappone).

DARUMA BENTOO
Stazione di Takasaki – Jooetsu Shinkansen. Questo BENTOO ha un contenitore di plastica con la forma di DARUMA.Dopo aver mangiato il BENTOO, si può usare come salvadanaio. In genere contiene SANSAI (erbe selvatiche di montagna).

L'ACQUA
Prima di divenire complice della Camelia Sinensis*
Rugiada d'autunno
La vita ha bisogno più di ogni altra cosa dell’acqua per continuare; l’acqua è mutevole, è inscindibile, senza confine. Al contrario la terra è delimitata, immobile, quadrata, apparente equilibrio.
Ma l’acqua si insinua nella terra, e viceversa. Così dall’acqua le prime forme di vita, l’acqua come principio, come generatrice della
trasformazione dell’essenza della vita. L’acqua per i cinesi ha un’importanza ancora maggiore rispetto gli altri popoli. L’acqua non è necessaria solo per la sete fisica o la sopravvivenza, ma anche per la filosofica, artistica ed intimistica. Nella storia dei cinesi tanti e più corsi d’acqua sono stati bolliti per preparare il tè: tè come bevanda prelibata dell’imperatore supremo o dell’umile contadino; tè dissetante nei discorsi di Mao, fluenti quanto le miglia percorse dalla lunga marcia; ristoratore nei momenti di pausa dell’operaio, durante le assemblee interminabili della rivoluzione permanente; tè come palliativo e sostegno per gli ammalati; tè come filo conduttore per gli amici nelle sale da tè pervase dai canti degli uccellini nelle gabbie di bambù; tè come segno di incontro e di conciliazione ad un tavolo di lavoro, di affari, di decisioni e di scambi di idee; tè per risvegliare i disattenti.
L’acqua rappresentava l’unico bagaglio che Lao Tze teneva nella zucca secca che portava a tracolla nel suo vagabondare, perché per lui tutto il resto era superfluo.
L’acqua è essenziale per le migliaia di risaie che rispecchiano i cieli del sud della Cina, per la crescita dell’alimento insostituibile per la sopravvivenza di moltitudini.
L’acqua ha diluito fiumi di inchiostro di china che ha dato forma a rotoli e rotoli di ideogrammi e di pitture monocrome nei secoli, testimonianze dell’antichissima civiltà cinese.
L’acqua ha disciolto i colori dell’acquerello e dell’arcobaleno, e ha dato alla quasi totalità della storia della pittura cinese la freschezza cromatica, la visione animistica e trasparente del mondo.
L’acqua è amabile, fluida e gentile, cedendo tutto lo spazio quando vuoi immergerti in essa, ma è determinata ed insistente nello scavare la dura roccia in riva al mare creando le tipiche rocce bucate, tanto ammirate dai filosofi cinesi per la loro forza “immateriale”. L’acqua è segno di vita, ma anche di morte quando sopraggiunge l’inondazione.
Tutto ciò è l’acqua che versi nella teiera.

*Varietà di Camelia le cui foglie vengono usate per la preparazione del tè.
IL TE'
di Graziana Canova Tura
Il tè era usato anticamente come medicinale. Grazie al suo potere stimolante, veniva consumato dai monaci per mantenere viva l’attenzione durante lo studio e la meditazione. La consuetudine di bere l’infuso fu importata dalla Cina e col tempo agli scopi medicinali si aggiunsero quelli rituali.
Il tè, cha, anche ocha (lat. Camellia sinensis) contiene teina (del tutto simile alla caffeina), tannino, vitamina C, aminoacidi. Aiuta la concentrazione, libera la mente, stimola la circolazione, riesce a eliminare le tossine dell’alcol, è dissetante, diuretico e astringente (ad esempio per le gastroenteriti). Il delicato sapore leggermente amaro del tè verde giapponese e di alcuni tè cinesi è dovuto alle catechine, sostanze che vengono considerate importanti anche da un punto di vista medico per le proprietà antiossidanti, oltre che antibatteriche (e anticarie!), per la capacità di abbassare la pressione sanguigna e il livello di colesterolo nel sangue. Pare addirittura che, molto concentrato e applicato in loco, il tè fosse usato nella cura del Fuoco di Sant’Antonio (Herpes zoster).
Il tè verde usato in Giappone e in molti Paesi dell’Asia orientale, si ottiene con un procedimento diverso da quello usato per il tè che si beve in Occidente. Le foglioline di quest’ultimo (scuro) vengono lasciate fermentare e poi essiccate, mentre per quello verde i teneri germogli sono messi a seccare dopo una leggera cottura a vapore. Ciò fa sì che le sostanze in esso contenute rimangano inalterate.
In genere tutti i tè consumati in Cina e Giappone non ammettono aggiunte di latte, limone e dolcificanti: vanno bevuti al naturale. In altri Paesi invece si possono mescolare con spezie, burro e molti altri ingredienti.
I diversi tipi di tè giapponese che possiamo trovare in Italia sono, grosso modo, i seguenti:
• gyokuro, molto delicato, è considerato di altissima qualità e ha un aroma fragrante, leggero, che giustifica il suo nome: “rugiada di gemme”;
• sencha, di buona qualità, è quello che in famiglia si offre più comunemente a un ospite;
• hôjicha, di colore marrone ha un sapore di affumicato dovuto alla tostatura;
• genmaicha, di tipo comune, mescolato con riso tostato;
• bancha, è il meno costoso, a foglie grosse, di un color marrone chiaro.
Il konbucha (o kobucha) è una bevanda istantanea di alga konbu polverizzata. Ha un sapore di mare e si può usare nelle minestre trasparenti, come brodo per il tôfu o in qualsiasi ricetta che richieda un “profumo di mare”. La preparazione è molto semplice: un cucchiaino di konbucha e una tazza di acqua bollente, si mescola con i bastoncini di legno ed è pronto.

Piantagione di tè a Shizuoka

Il matcha è il tè in polvere usato nella cerimonia del tè. Piuttosto costoso, si vende in piccole scatolette metalliche e viene preparato con le più tenere e fresche foglioline, rigorosamente scelte e raccolte a mano. Esse vengono poi fatte asciugare e ridotte in polvere finissima, quasi simile a cipria, pestandole in un mortaio.
Per la preparazione del tè giapponese, che va servito nelle ciotole o tazze cilindriche senza manico, si deve mettere nella teiera un cucchiaino di foglie per persona (meno per il sencha), e poi versarvi l’acqua calda, che è stata tolta dal fuoco poco prima del bollore.
In genere la temperatura dell’acqua dev’essere attorno agli 80° (o poco meno per il gyokuro) 50-60°; si lascia in infusione per un minuto o due e non appena il tè ha raggiunto il colore previsto, lo si versa nelle tazze attraverso un colino di bambù. Si può anche farne a meno in quanto le foglie aumentano di volume e non passano dai forellini della teiera.


L’articolo “il tè” è tratto da "La Cucina Zen" di Graziana Canova Tura
Ed. XENIA
INTRODUZIONE ALLE ARTI CINESI DELLA SCRITTURA E DEI SIGILLI
di Nicola Piccioli - Ed. Librerie CUEM
…Per entrare in contatto con la calligrafia e la sigillografia, che insieme alla pittura formano la triade delle arti visive maggiori estremo orientali, è necessario avere una certa conoscenza del mondo dei letterati cinesi che le ha originate e che ne è tuttora la forza motrice essenziale. In particolare è necessario rendersi conto del senso che in Cina si dà, in rapporto all’arte, alla natura, alla gestione del potere e del fatto che fino alla fine del secolo scorso gli artisti cinesi provenivano esclusivamente dalla classe egemone dei letterati. Questi intellettuali, che in larga parte coincidevano con i funzionari dello stato, erano imbevuti di una raffinatissima cultura umanistica e letteraria…

…I letterati, qualsiasi fosse la loro appartenenza ideologica, si sentivano spinti ad una coltivazione di se stessi che li mettesse in grado di percepire l’armonia universale che sorregge tutte le cose, in modo da intuire le leggi alle quali conformare il proprio comportamento. Dunque solo loro, attraverso la propria educazione, si sono sentiti legittimati a condurre la cosa pubblica e a praticare le arti maggiori. Infatti, attraverso le proprie emozioni, potevano rendere manifesta la loro comprensione dell’ordine universale nell’opera d’arte. Naturalmente la prima arte visiva che permise questo fu quella della scrittura che, unendo nella sua pratica cultura e sensibilità estetica dette vita, attraverso un gesto spontaneo che rende pienamente conto della consapevole gestione dell’energia che tutto pervade, alle prime opere di pura arte che l’umanità ha prodotto…

…Le tradizioni calligrafiche e sigillografiche estremo orientali, siano esse coreana, vietnamita o giapponese, dipendono strettamente, almeno fino ad oggi, da quella cinese che le fornisce dei loro contenuti e della loro vitalità.
Queste due arti si presentano come una materia molto complessa poiché affondano la loro tradizione, senza soluzione di continuità, nell’alba della storia; in un secondo momento furono elevate ad arti maggiori dai letterati di quel paese, sono il frutto della loro elevatissima speculazione filosofico estetica. Inoltre ogni carattere della scrittura ha più significati, che variano secondo le epoche storiche e il contesto di applicazione…

…L’arte della scrittura è il fondamento dell’esperienza estetica cinese e senza una sua buona conoscenza non ci può essere una sua chiara comprensione. Essa non solo è la più antica arte visiva maggiore, ma è anche quella dove trovano applicazione le più sofisticate concezioni del pensiero cinese, oltre ad essere la chiave privilegiata per aprire la porta alla conoscenza di quel mondo. L’arte della scrittura, dal suo sorgere, è stata lo stimolo costante nell’avanzamento delle arti dei letterati. Inoltre è dal suo sviluppo durante il secolo scorso, e in quello parallelo dell’arte dei sigilli, che presero forza degli elementi che, autonomamente dall’Occidente, hanno dato vita all’arte moderna in Cina e in tutto l’Estremo Oriente…



(Brani tratti daalla Prefazione)

Nicola Piccioli Presidente dell’Associazione Culturale FeiMo. Docente di calligrafia e sigillografia cinesi presso ISIAO di Milano. Studioso di estetica estremorientale. Maestro di calligrafia presso il Monastero Zen IL CERCHIO, Milano.
Arte: GUIA SPRINGOLO e LOREDANA BALDIN
(Tullio Pacifici)
Guia Springolo espone allo
Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
dal 18 gennaio 2003 al 14 febbraio 2003
Loredana Baldin espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
PROROGATA FINO AL 28/1/2003

GUIA SPRINGOLO
L’I Ching o libro dei mutamenti, antico testo cinese composto di parti scritte cui corrispondono figure grafiche geometriche sempre diverse, è oggetto degli studi di quest’artista e fonte ispiratrice dei suoi quadri. Le opere, pitture su tele, contengono infatti precisi riferimenti al manoscritto. Spiccano i tratti minimali e raffinati, a volte ingrassati dallo spessore prodotto dalle colate del colore, degli esagrammi I Ching. Questi corpi, composti di linee parallele che si alternano in segmenti spezzati e continui, occupano certe parti dei quadri e ne costituiscono comunque gli elementi motori primari apparenti. I lavori pur proponendosi secondo una veste estetica che risponde a gusti scuri, per certi aspetti sepolcrali, contengono in realtà un intento specifico: essere oggetti augurali per il pubblico. L’augurio, parola di per sé positiva, è utilizzata dall’artista come cifra e punto di sintesi dei messaggi contenuti e tramandati dal testo orientale: in sostanza suggerimenti per orientare la nostra vita verso un continuo progresso. Questa idea di fondo diventa quindi per la pittrice veicolo del suo modo di comunicare. Un linguaggio che però, proprio perché pittorico, prescinde da qualsiasi interpretazione, mistico oracolare piuttosto che filosofico scientifica del testo dell’I Ching. Quindi un piano espressivo diverso che pur attingendo trasforma e arricchisce. La materia delle idee espresse in parole si liquefa in colori acrilici, prevalentemente bianco, nero, marrone, grigio azzurro, oppure assorbita nello stucco, in collage con carta di riso, spago, bastoncini di legno, pietre. Con la pittura le idee tornano come ad uno stato primario, confuse e visibili a tratti, a pezzi, significative per il loro essere solo apparenze. Guia Springolo rappresenta bene questo aspetto con combinazioni mono, bi e tri cromatiche, spalmate in modo da creare differenti effetti visivi. Si osservino a questo proposito le tele n. 32 Durata e n. 35 Progresso: piani increspati e ondulati in cui è possibile intravedere qualcosa che dentro il colore affiora e scompare.

LOREDANA BALDIN
Contrapposti dinamici

In mostra una serie di piccole sculture e alcuni disegni in cui si possono vedere i progetti dei prossimi lavori. Le figure tetraedriche esposte sono portatrici di una precisa intenzione artistica: Loredana Baldin vuole esprimere che la figura è in relazione. Per questo crea corpi solidi che si contrappongono dinamicamente con gli spazi esterni. Vediamo silhouette di donne e di uomini che si esprimono in atteggiamenti di tensione in avanti, di sospensione e capovolgimento. Le figure fronteggiare, assorbire, scambiare e scaricare le forze energetiche che le circondano. L’impatto con aria e terra produce scuotimento, i corpi si allungano e c’è un cambiamento delle sembianze. Per esempio osservando Grecale notiamo l’effetto dell’omonimo vento dell’est che plasma i corpi proiettandosi su di essi. Le due donne sono disposte in direzioni contrarie e si danno le spalle, mentre abiti e capelli si gonfiano e prendono la forma di vele. Un’altra opera, Sciarpa, dove la figura femminile non è in posizione di caduta ma di ribaltamento portando al collo l’unico elemento di raccordo con la terra, una sciarpa appunto, la sagoma assume una postura particolare modellando il corpo e le mani a formare angoli concavi; in questo modo la relazione che si stabilisce nei confronti dell’aria è di armonia e raccoglimento. Da notare anche le caratteristiche di Orizzontale dove la figura maschile con il cappotto poggia sdraiandosi sulla pancia e mentre il viso è proteso a respirare sensazioni di equilibrio, la cravatta e i pizzi del cappotto sono di nuovo gli unici elementi di contatto con la superficie del suolo. Ogni lavoro è quindi l’idea che volare con le vitalità della mente e del corpo è, forse, uno dei rapimenti più efficaci per contattare e ritrasmettere energie ponendosi con sé e verso il mondo secondo un abito mentale di relazione e di positiva disposizione.