Arretrati
Pagine Zen n°18

MAIKO E GEISHA
Bellezza, fascino, mistero...
A Kyôto si trovano i quartieri di "Gôka" (letteralmente "cinque fiori") che costituiscono uno dei patrimoni culturali del Giappone; Gion Higashi, Miyakawa-machi, Ponto-machi, ecc., ognuno con una sua organizzazione, sviluppatisi fino ai nostri giorni. Fin dall'era Tokugawa (1603-1875) Goka rappresentava uno dei luoghi di piacere sia per i signori feudali che per gli artisti, gli uomini di cultura, ecc. e costituiva al contempo un'occasione particolarmente raffinata di relazioni sociali. "Maiko" e "geisha" che intrattenevano gli ospiti ricevevano un'istruzione particolarmente severa, studiavano le regole di comportamento, apprendevano, oltre alla danza e alla musica, diverse arti raffinate come quella della cerimonia del tè, quella di disporre i fiori, di preparare l'incenso, ecc. fino alla calligrafia e alla pittura con cui si tenevano in continuo esercizio. In tal modo, dopo lungo studio, finalmente raggiungevano la qualifica di "maiko" e facevano la loro apparizione in modo meraviglioso e splendido nelle sale di intrattenimento ricoperte di stuoie, ma non si trattava esclusivamente di una carriera piacevole. Se si prende in considerazione anche solo il modo con cui le "maiko" dovevano rivolgere il saluto con deferenza alle "geisha" più anziane ci si rende conto della severità delle relazioni tra superiori e inferiori.
Una delle interpretazioni sostiene che in origine il termine “maiko”si scrivesse come "fanciulla che danza" ("mau kodomo"), abbreviato poi in "danzatrice" ("maiko"). L'acconciatura ufficiale con cui comparivano nelle sale di intrattenimento era rappresentata dalla pettinatura cosiddetta "warishinobu" (con un'aggiunta di capelli a quelli personali) su cui comparivano ornamenti quali spilloni o fermacapelli ("kanzashi"). Usavano il rossetto per disegnare le labbra oltre alla cipria bianca in pasta. Rialzavano le spalle dei kimono dalle maniche molto lunghe ("furisode") e lo vestivano sollevando il fondo, mentre usavano un colletto rosso per la sottoveste e in vita si allacciavano la fascia ("obi"), lasciandola piuttosto allentata. In questa vestizione venivano assistite da addetti denominati "otokoshû" i quali agivano anche come assistenti all'esterno dei locali delle "maiko" e per aiutare le "geisha" nel vestire lo "hakama" (indumento tipico giapponese, come una lunga gonna divisa in due). All'esterno dei locali calzavano zoccoli alti di legno e camminavano tenendo ben sollevati i lembi della gonna ("tsuma"). Il periodo di attività era di 4-5 anni fino a circa 20 anni.
La “geisha”rappresenta una promozione rispetto alla "maiko", anche con un cambiamento di abbigliamento; la capigliatura non è più di capelli soltanto, ma è rappresentata da una parrucca. Trascorsi alcuni anni di apprendistato la“geisha”può apparire in pubblico.
IL TEATRO NOO A BOLOGNA
Matteo Casari

La primavera 2003 ci consentirà di assistere allo sbocciare di un raro, prezioso e ineffabile fiore. Proprio il 21 marzo, infatti, il Maestro Manzaburoo Umewaka, attore di teatro noo di fama internazionale, giungerà in Italia per prendere parte ad un evento voluto ed ospitato dalla stagione teatrale della Soffitta - emanazione del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna - e prodigalmente sostenuto anche da Zen Sushi Restaurant (Milano-Roma).
Il fiore del teatro noo, questo il titolo complessivo del progetto che si produrrà per circa un mese a Bologna, tesserà attorno all’eminente figura del Maestro Umewaka una fitta rete di appuntamenti quali proiezioni, conferenze-lezioni, un laboratorio pratico e un’interessantissima dimostrazione-spettacolo.
L’elevato valore culturale dell’evento e il prestigio del Maestro Manzaburoo hanno valso a Il fiore del teatro noo, inoltre, il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO.


www.muspe.unibo.it/soffitta - Tel. 051.2092016 - 18/21
il fiore del
teatro noo

LA CUCINA GIAPPONESE FRA ARTE E RELIGIONE
Graziana Canova Tura


Arte e religione sono parte integrante della cucina giapponese sì che essa si trova a essere rappresentata negli antichi rotoli dipinti, nelle stampe, nelle opere a inchiostro degli antichi maestri Zen e nella letteratura.
Secondo i precetti buddisti non ci si può cibare di esseri viventi: da ciò la nascita, nei secoli passati, di una cucina vegetariana di tale alta classe da divenire ispiratrice di varianti, antiche e moderne, tra cui la macrobiotica e la nouvelle cuisine. Ma la religione originaria, lo Shintoismo, che cosa ci svela? Amaterasu, la dea del sole, coltivava riso e ancora oggi uno dei compiti cerimoniali dell’imperatore consiste nel trapianto rituale del primo riso dell’anno. Le offerte presentate ai templi shintoisti (dai più sacri, Ise e Izumo, a quelli minori) comprendono sin dai tempi antichi prodotti del mare come pesci, alghe, molluschi essiccati e alcuni fasci di riso del primo raccolto dell’anno.


Nel campo dell’arte si ha soltanto la difficoltà della scelta tra le innumerevoli rappresentazioni dei cibi, della cucina e dell’alimentazione, nei rotoli dipinti (emakimono), nelle pitture zen e nelle silografie. Ad esempio nel tredicesimo rotolo del Kasuga gongen genki e (del 1309) possiamo ammirare l’interno di una cucina dove cuochi e servi preparano un pasto: vi è chi taglia verdure (radice di loto), chi rimesta il cibo in una pentola, chi attizza il fuoco, chi trasporta una capace pignatta chiusa con un coperchio di legno identico a quelli ancor oggi usati, chi pulisce un tavolino laccato e chi infine dispone gli alimenti in piccole ciotole, poste su un altro tavolino fornito di un alto piedestallo centrale. Invece le zenga (pitture zen, di solito monocrome) rappresentano a volte soltanto semplici vegetali oppure, in genere, santi monaci, asceti o personaggi leggendari come Bodhidharma e alcune giungono a dipingere i suddetti venerabili resi un po’ “allegri” dal sake… .
Rape, peperoncini, melanzane e germogli di bambù così come vongole, granchi e gamberi sono addirittura rappresentati nei mon, gli stemmi circolari delle famiglie (nobili o appartenenti all’aristocrazia guerriera) che vengono anche ai nostri giorni apposti sui kimono da cerimonia.


Graziana Canova Tura ha scritto:

Il Giappone in cucina (Mondadori),
La cucina Zen (Xenia),
Giappone (Fabbri, per la collana di Cucina Etnica),
Sushi (Fabbri).
EKIBEN - L’ora di pranzo in treno, dal nord al sud del Giappone
Traduzione di Akiko Shimazaki (seconda parte)

EKI = Stazione
BEN (abbreviazione di BENTOO)= Pranzo da asporto

Ricordiamo che EKIBEN sono i pranzi da asporto, serviti nei contenitori che si vendono sia ai kiosk delle stazioni che sui treni a lunga percorrenza. E’ un modo economico e divertente per provare i piatti tipici delle diverse regioni del Giappone. Spesso vengono usati contenitori molto particolari, disegnati appositamente per rappresentare le specialità della zona (non solo cibi). Il te verde e’ la bevanda gradita per accompagnare l’EKIBEN e si trova sia freddo che caldo in lattina (fino a qualche tempo fa il contenitore era di plastica).

TOOGE (pronuncia: tooghe)
NO KAMAMESHI
Stazione di Yokokawa – Shin-etsu sen. Questo BENTOO è composto da riso cotto in brodo, guarnito con carne di pollo, SHIITAKE (un tipo di fungo), bambù, GOBOO (radice di bardana), SANSAI, uovo sodo, castagne dolci, ecc. Il contenitore è una ciotola di terracotta, una miniatura di pentola che originariamente veniva usata per cucinare questo piatto in maggiore quantità.

MASU NO SUSHI
Stazione di Toyama – Hokuriku Honsen. Questo BENTOO variopinto è un tipo di OSHIZUSHI: il riso condito per fare il SUSHI e il pesce (la trota, MASU) vengono pressati in una matrice di legno, che spesso ha una forma rettangolare. Il tutto viene tagliato per dividerlo in bocconcini e avvolto in foglie di bambù. Particolare è il suo profumo di cipresso del Giappone, usato come contenitore.

KANI MESHI
Stazione di Fukui – Hokuriku Honsen. KANI MESHI è un ottimo modo di gustare i KANI (granchi). Qui si usa una specie grande e apprezzata che si chiama ZUWAI ed è una specialità di Fukui. Per cuocere e insaporire il riso viene usata l’ovaia, mentre la polpa (dei granchi maschi) viene usata cercando di spezzarla il meno possibile.

UNAGI (pronuncia: unaghi) MESHI
Stazione di Hamamatsu – Tookaidoo Shinkansen. Questo BENTOO è costituito da riso ricoperto di anguille a KABAYAKI (filettate, cotte prima al vapore e poi grigliate con salsa a base di soia).

KAKI NO HA ZUSHI
Stazione di Nara – Kansai Honsen.
Con questo BENTOO potete assaggiare ben 5 tipi di OSHIZUSHI (vedi n. 7). Troverete quello con SHIO SABA (sgombro sotto sale), con rombo, con trota, con KONBU (specie di alga) e con dentice, tutti avvolti nelle KAKI NO HA (foglie di Caco).





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Ekiben precedente

DAL SUSHI AI TORTELLINI
Expo Riva Hotel e FUORICASA,
in collaborazione con la Fic in convegno a Riva del Garda.
“Dal sushi ai tortellini”
il provocatorio titolo del dibattito
Renato Prosperi e Hiromi Watanabe, rispettivamente direttore e chef dello ZEN SUSHI RESTAURANT di Roma, sono stati invitati a questo interessante convegno a rappresentare il vasto e complesso “mondo del sushi”.

Aimo Moroni, chef patron de Il luogo di Aimo e Nadia, Carlo Cracco, chef patron di Craccopeck, Carlo Caldana, presidente della Federazione Italiana Cuochi, Alberto Schieppati e Davide di Corato, rispettivamente direttore responsabile e caporedattore della rivista FUORICASA. Questi i partecipanti alla tavola rotonda del 23 gennaio sul tema della cucina fusion.

L’evento di Riva del Garda ha costituito anche una rara occasione di aggiornamento professionale, riservata, su prenotazione, a un numero chiuso di chef: Carlo Cracco, Aimo Moroni e Hiromi Watanabe si sono alternati nelle giornate del 27 e 28 gennaio per illustrare, attraverso la preparazione in diretta di loro creazioni, i principi guida del loro lavoro e il loro concetto di innovazione e tradizione.
PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
di Hua t’o
Molti secoli sono passati da quando ebbe nascita lo zen e naturalmente i tempi non sono più quelli, almeno noi viviamo in dimensioni umane che non sono certamente più quelle del secolo V o inizio del VI durante il quale il monaco Bodhidharma si sarebbe recato dall’India in Cina dando così inizio alla serie dei patriarchi cinesi che successivamente seguirono. Gli sviluppi e adattamenti posteriori di questa predicazione che trovò fertile terreno in Giappone risalgono al periodo, piuttosto lungo, che va dal VII al XII secolo, quando due monaci giapponesi, Eisai (1141.1315) e Dögen (1200-1253) posero le basi delle loro scuole di pensiero, la rinzai e la sötö che ben presto ebbero ampia diffusione entrando in quasi tutte le manifestazioni dello scibile umano, comprese le attività fisiche.

Ma molti secoli sono passati, e se anche il territorio dove queste scuole ebbero al loro espansione conserva tuttora caratteri di rigido conservatorismo, i tempi, si è detto, non sono certamente più quelli, anzi un adattamento compete e s’impone.
Fin dall’inizio la predicazione zen si proponeva atteggiamenti di non violenza e soprattutto espressioni di antimondanità, un allontanamento dalle cose correnti e comuni determinante posizioni che ponevano l’individuo al di sopra di ogni possibile debolezza.
Lo zen resta comunque una derivazione del buddhismo, sia pur assumendo una sua particolare connotazione che lo rende quasi a sé nella sua importante collocazione storica.
Ripeto ancora che molto tempo è trascorso da quando questa posizione di pensiero nacque ed adattarla ai nostri giorni, alla nostra mentalità e ai nostri atteggiamenti giornalieri non risulta cosa facile e realizzabile.
Ma si può, basta volerlo.
A dimostrazione che il pensiero, dovunque nasca e comunque si sviluppi, ha una sua continuità storica stanno le parole, espressione di elaborazione mentale, che un pensatore germanico del XX secolo ha elucubrato: ogni senso ha il suo proprio mondo e non ci rimane altro che concepire e analizzare tutti questi mondi in via puramente empirica, senza tentare di ridurli tutti a un comune denominatore. Basti ricordare quanto la filosofia dell’illuminismo (quella che in parte produsse la Rivoluzione Francese) ha battuto senza stancarsi su questa relatività.
Il progresso qui ottenuto consiste nel fatto che il centro del problema della realtà si è spostato; dal lato della sola sensazione è passato a quello del giudizio. Ma il giudizio stesso non è concepito e riconosciuto nella sua peculiare dignità logica; si cerca invece di trasformarlo in un semplice aggregato, in una consistenza e una successione di percezioni.

Ernst Cassiser, tale è il nome dell’Autore di queste meditazioni, ha sollevato, quasi buttato là, due grossi problemi. La riduzione ad un comun denominatore e il criterio di giudizio. Ora nei tempi che stiamo vivendo il comun denominatore, inteso come atteggiamento, come scia sulla quale navigare la vita di tutti i giorni, come posizione da assumere per non restare indietro e non essere


male collocato su posizioni retrò, sembrano aver assunto il sopravvento. Per non parlare del giudizio.Molte parole sono state da me spese in passato sulla totale mancanza di giudizio e sulla necessità di recupero dello stesso, in altre parole rompere col pregiudizio e col conformismo: ma questo è un processo che richiede una buona dose d’intelligenza e se vogliamo di autodeterminazione.
Il che sta a significare che occorre porsi in posizione di autoanalisi, circa il modo di vivere, di muoversi, di vestirsi, di atteggiarsi ecc. ecc. Vuol dire, come si è già detto, andare controcorrente.
E’ un recupero questo basato su una buona dose di giudizi, di quegli elementi che sembrano essere usciti dalla vita attuale, governata da purtroppo pochi altri. E’ un invito questo a recuperare certi valori apparentemente dimenticati, ma solo sopiti, un invito all’equilibrio interiore e a una padronanza del proprio modo di pensare, che sicuramente entrerà in opposizione a quello di tanti altri che vogliono a tutti i costi entrare nella nostra vita, nel nostro modo di pensare, il che equivale al non-pensare, come se fossimo giudicati privi di ogni possibilità di giudizio.
Non è questa la predicazione dello zen e l’attuale sua pratica applicazione?
Ribellatevi alle imposizioni del momento, delle mode passeggere; servono solo e soltanto a produrre profitto a chi si propone di suggerire come vivere, per poter a sua volta vivere piuttosto bene.
Entrare nell’area delle espressioni di giudizio non risulterà procedimento facile, diverrà estremamente semplice purché si voglia.
Entriamo quindi nel tema della volontà come potenza, e stiamo sicuri.
Ogni essere vivente possiede un suo potenziale di volontà.

Basta adattarlo ai nostri tempi.
L'ANNO DELLA CAPRA
Ryoko Kinoshita - Traduzione di Akiko Shimazaki
L’anno della CAPRA si scrive con l’ideogramma che, secondo gli esperti trova una sua integrazione in quest’altro ideogramma cioè il SAPORE.
Quello della capra è infatti l’anno in cui tutto matura e si distinguono di più il sapore e le caratteristiche delle cose. L’anno in cui tutti i misteri e i fatti non risolti si chiariscono. Il 2003. Penserete: come sarà questo nuovo anno? In Giappone gli anni si contano anche secondo l’era degli Imperatori; e questo è l’anno 15 di Heisei (il 15° anno dell’Imperatore Heisei). Per l’oroscopo cinese è l’anno “della capra”, che però in Giappone viene detto “della pecora”. Si dice che le persone nate sotto questo segno (2003/1991/1979/1967/1955/1943/1931/1919….) sono pacate, oneste, pietose, spesso religiose, ma che si preoccupano subito, anche delle cose minuscole, sono pignole, un po’ paurose, molto caute e magari un po’ pessimiste. Cercando di superare le caratteristiche negative, riescono ad avere una vita positiva, ottenendo ad esempio il favore di persone importanti, raggiungendo così, a loro volta, grandi successi. Spesso, dalla giovane fino alla mezza età, hanno difficoltà. In seguito però la loro vita diviene tranquilla e felice.
In Giappone si dice che soprattutto le donne-capra avranno i maggiori ostacoli, per cui le ragazze non amano nascere sotto questo segno, ma direi che un eccesso di superstizione non è mai positivo.Disegnare ispirandomi a questo animale non è un compito facile. Perfino il grandissimo maestro Hokusai non mi sembra che abbia fatto un gran lavoro.
Piuttosto mi faccio portare dalla mente in Cina, la cui storia mi affascina da sempre.
Diversamente dal mio paese, il Giappone, che è una piccola isola, la Cina, con il suo vastissimo territorio, ha alle spalle una storia immensamente più grande.Durante il periodo HAN l’imperatore cinese BUTEI respinse i barbari lontano, a nord, oltre il deserto di Gobi. In questo episodio della grande storia cinese la mia fantasia è catturata da Eisei, fratello minore della moglie dell’imperatore. Quando era piccolo faceva il pastore nel paese natale di suo padre. Insieme al nipote Kaku Kyohei, compì questa grande impresa, dimostrando molto coraggio. E questo è un canto, un lamento di un anonimo barbaro, che perse le terre sulle quali viveva con la sua gente:

Abbiamo perso il monte Shiren,
ormai non ci saranno più i giorni passati con le nostre capre,
le mucche e i nostri cavalli.
Abbiamo perso il monte Enshi, non avremo più cipria per le nostre mogli.

E su queste vicende la mia immaginazione corre e spazia. La parola “capra” fu importata in Giappone dal continente, dalla grande Cina, attraverso la via della seta.

Nota: I nomi dei personaggi e dei luoghi cinesi sono scritti seguendo la lettura fonetica giapponese degli ideogrammi.
IL SIGNIFICATO DEL CARATTERE "CAPRA"
di Giuliana Malpezzi

La capra, per la sua natura docile e gentile, è diventata il simbolo della dolcezza e dell'umiltà. L'ideogramma YANG, nella versione pittografica più antica, riproduceva, in forma ben bilanciata, la visione frontale del capo, con le corna, le zampe e la coda bene in evidenza. Nella versione moderna possiamo ancora riconoscere le corna nei due segni superiori e, magari con un po' di fantasia, le zampe e la coda, come se guardassimo l'animaletto dall'alto. Nella lingua cinese tutti gli animali della sottofamiglia degli ovini si scrivono con il carattere "YANG" posto a destra.
Interessante notare i nuovi significati che si ottengono da questo carattere in combinazione con altri ideogrammi : aggiungendo quattro segni nella parte inferiore si ha "GAO", l'agnello. Le quattro barrette aggiunte sono il fuoco, su cui l'agnello viene arrostito per nutrire l'uomo. Aggiungendo sulla sinistra le 3 pennellate che indicano l'acqua, "YANG" acquista il significato di "oceano, vastità", ma anche di "straniero, europeo". Cosa avrà pensato l'ignoto calligrafo che per la prima volta ha apportato la modifica? Che non si può attraversare il mare ed andare verso l'ignoto senza il dolce animale che assicura latte, lana e carne? E poi, quando è passato ad indicare anche "lo straniero", non c'era forse un intento ironico per lo strano aspetto barbuto degli occidentali?
Un'ultima curiosita' : l'8° segno zodiacale dell'oroscopo giappone e' "hitsuji", la pecora, che sia in giapponese che in cinese significa "non, non ancora". Aggiunto all'aggettivo corrisponde al significato opposto: es. "consapevole" "inconsapevole"

DAITO-RYU AIKIJUJUTSU
di Antonino Certa (prima parte)
Antonino Certa con il suo Maestro giapponese
Da un’esperienza personale nasce la descrizione delle caratteristiche tecniche e dei metodi di allenamento della scuola resa famosa da Sokaku Takeda, uno dei maestri di Morihei Ueshiba, il fondatore dell’aikido
Sono arrivato ad Abashiri, nell’Hokkaido, nei primi giorni di giugno del 1990 dopo un lungo viaggio; non sapevo parlare l’inglese, né tantomeno il giapponese. Avevo portato con me solo alcune cose: 27 anni di aikido, 7 di karate e 5 di kendo; in più conoscevo alla perfezione la vita di O-sensei Ueshiba, creatore dell’aikido. Soprattutto, però, avevo una domanda alla quale dovevo rispondere: possibile che l’aikido praticato ai nostri giorni fosse quello creato da Ueshiba? Mi ero accorto che l’aikido non era più un’arte marziale, ma era diventato una ricerca filosofica, un modo di vedere la vita, le sue tecniche si erano addolcite tanto da sembrare una danza giapponese. Ero insoddisfatto del modo in cui avevo praticato l’aikido nell’ultimo decennio: avevo partecipato a stages con i maggiori maestri giapponesi presenti in Europa, tutti enfatizzavano questo aspetto filosofico, nessuno l’efficacia della tecnica. Solo alla “fonte” potevo trovare la risposta al mio bisogno.
Avevo bussato alla porta del Daitokan (il dojo di Tokimune Takeda), molto emozionato e pieno di speranze; mi aveva aperto un ragazzo giovane, che gentilmente, ma in maniera decisa, mi aveva sbarrato l’entrata. Non capivo nulla di ciò che mi diceva (non potevo entrare se non invitato da un allievo interno). Mostrai la lettera di presentazione che portavo gelosamente con me, fui presentato a Matsuo Sano, il più anziano uchi-deshi del Daitokan e intimo amico di Takeda Tokimune (come venni a sapere in seguito). Sano-sensei è un uomo di poche parole ma dallo sguardo penetrante e profondo; mi guardò per alcuni istanti che mi sembrarono lunghissimi, poi mi fece compilare dei moduli e mi invitò ad assistere alla lezione. Avrei iniziato l’indomani stesso il corso per aspirante istruttore, oltre, naturalmente, ai corsi aperti a tutti gli altri allievi; Sano-sensei mi invitava inoltre, se ne avessi avuto voglia, nel suo dojo personale nella città di Kitami, dove risiedeva.
Iniziò così il primo periodo, durato tre mesi, di intensi allenamenti che mai potrò dimenticare nella mia esperienza di praticante di arti marziali; Takeda Tokimune appariva nel Daitokan saltuariamente per supervisionare gli insegnamenti, i quali erano diretti alternativamente da Matsuo Sano e Kano Shigemitsu. Sono poi tornato altre volte ad Abashiri, ma quelle prime impressioni sono scolpite in profondità nella mia mente; nel frattempo, nel 1992, Takeda Tokimune era morto.

La struttura delle tecniche di base
Materia di studio erano le trenta tecniche che avrei imparato a chiamare ikkajo (prima serie). Mi spiegarono che questa era la base di partenza per le 118 tecniche di base chiamate hiden-mokurokù (il catalogo segreto delle tecniche di base). Questo primo gruppo di insegnamento contiene oltre cento tecniche di jujutsu catalogate secondo una difficoltà applicativa crescente: all’inizio c’è la serie più semplice da eseguire, ikkajo, poi vengono nikajo (seconda serie), sankajo (terza serie), yonkajo (quarta serie), e per finire gokajo (quinta serie).

Nel prossimo numero, vedremo una alla volta come sono concepite queste tecniche.
Daito-ryu Aikijujutsu - Scuola Daito di Abashiri - www.daito-ryu.com, info@daito-ryu.com - Tel. 0248012143
Antonino Certa Shihan È responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
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Arte: FABIO MARRAS e IKUYO TOBA
di Tullio Pacifici
Fabio Marras espone allo
Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 15 febbraio 2003 al 14 marzo 2003
Ikuyo Toba La carezza del vento
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
FINO AL 6 marzo 2003
Non si definisce un pittore ma un illustratore. Le sue raffigurazioni simboleggiano parole che appartengono ai linguaggi dell’economia, della scienza e della letteratura. Questo retroterra lavorativo è anche premessa necessaria alla comprensione del fare di questo artista. Preambolo perché quello che gli interessa trovare è un modo espressivo che tenga conto di diversi aspetti: libertà di creare, attenzione alla qualità dei risultati e alle risposte del mercato. Alla contemporaneità questa operazione sembra ancora più possibile alla luce del fatto che l’arte può cercare il confronto con quei mezzi che tessono legami con il concetto di riproducibilità. Fabio Marras utilizza infatti strumenti industriali pensati per opere in serie. A partire dal ’97, quando fa propria l’incisione su linoleum, crea una serie di prodotti che implicano un riferimento diretto al concetto di moltiplicabilità delle immagini senza togliere spazio alla libera materializzazione delle idee. Quanto ai lavori esposti, al di là dei soggetti rappresentati, per la maggiore parte riconducibili a paesaggi urbani del sud america (Brasile), per lo più rappresentati con bicromie di bianco e nero, in certi casi lugubri, occorre dire come si arriva a questi risultati e se c’è una relazione tra il materiale utilizzato e i risultati estetici. L’artista cammina e fa schizzi di ciò che vede; quindi ingrandisce trasferendo il tutto su un materiale che ha caratteristiche di gommosità e fluidità. L’operazione di ampliamento dei disegni è in effetti un processo di ritorno della memoria su stati d’animo e percezioni precedenti: si potrebbero perciò chiamare paesaggi della memoria. Il linoleum contribuisce a tracciare, in certi casi, forme deformi (La notte), in altri, segni che paiono essere stati influenzati da un processo di naturalizzazione (Porto Seguro e O mato). Questa caratteristica si può di nuovo ricondurre ad un processo della memoria: l’autore assapora gusti e aromi di una natura prorompente, decadente, e ne ritrasmette gli influssi con architetture in cui la vita della natura è linfa e geometria viva dei muri.
Il viaggiare di Ikuyo Toba Chiba, lasciandosi trasportare dai venti di tradizioni, modi e tecniche diverse, costituisce una delle possibili novità che emergono dal suo fare. Dunque è il movimento ad arricchire la sua sensibilità artistica di capacità manuali e di punti di vista che, pur non trascurando le ricchezze e gli entusiasmi delle proprie terre, producono la crescita e il progresso della sua identità. Due, in sintesi, i soggetti di cui quest’artista si occupa: la natura come paesaggio e l’architettura senese. Attraverso schizzi a china, disegni e dipinti quasi monocromi, da corpo ed espressione ad opere dai tratti raffinati, vaporosi e morbidi. Secondo un modo d’essere tipicamente orientale le sue azioni prevedono un atteggiamento di profonda e attenta analisi delle cose e di se stessa. Si direbbe quindi che l’estasi e l’abbandono all’ascolto profondo del vento delle cose (naturali e non) si mescola ad un attento esercizio di riflessione. In che senso? Il senso è quello del soggetto che mentre dipinge guarda e insieme sente, riconosce, che le materie hanno una loro propria esistenza ed energia interna. In particolare, partendo da opere quali deserto, pini mediterranei, aghi di pino, vento, scena del palio, si può cogliere uno degli aspetti innovativi delle sperimentazioni di quest’artista. La novità è una visione obliqua del “vocabolario” della natura. L’obliquità che è anche trasversalità può corrispondere allo scorrere/trascorrere del vento e dell’aria. Nei lavori citati si vede la ricerca dell’inclinazione: i piani sono obliqui e apparentemente privi di profondità. In realtà i soggetti raffigurati appaiono sempre mossi come se fossero tenuti in quella posizione da forze esterne impalpabili e invisibili: le “carezze” del vento e dell’aria. La pittura di Ikuyo Toba Chiba è quindi profonda perché aerea. Praticamente, in certi lavori, la pittrice mostra, “un modo di stare al mondo” e di guardare che da una rappresentazione orizzontale e inclinata delle cose ne coglie lo spessore.
In altre parole: un’osservatrice che guarda da una dimensione profondamente piana.