Arretrati
Pagine Zen n°19

Creatività e trasmissione dei saperi nell'arte del teatro noo
di Giovanni Azzaroni
Assistendo a una rappresentazione di uno spettacolo di teatro classico in Giappone, in Cina, in India o Thailandia - ma le considerazioni che seguiranno possono afferire anche altri paesi asiatici – uno spettatore che giudichi utilizzando categorie eurocentriche si chiederà come sia possibile distinguere un attore eccellente da un interprete mediocre se ogni movimento, ogni parola, ogni linea del trucco o ogni nastro posto sulla parrucca per abbellirla sono rigidamente codificati, tramandati da maestro ad allievo di generazione in generazione.
Questa domanda, all’apparenza banale e semplicistica, riveste invece grande rilevanza e merita la più ampia considerazione perché tocca nel profondo il significato del teatro in Asia. Dei molti casi possibili sceglierò quello del teatro noo, genere performativo sublime che per le sue origini attinge alle sfere del sacro. Se esiste un teatro simbolico, questo è sicuramente il noo, ove ogni segno è stato perfettamente codificato da Zeami nel quattordicesimo secolo. Come è possibile allora sostenere che un attore sia un mirabile maestro se il suo proporsi sulla scena è agito da un filo invisibile che lo lega indissolubilmente al maestro creatore? La sua grandezza è rinvenibile proprio in questa appartenenza, che lo connette alla tradizione e al tempo stesso gli permette, qualora sia un vero maestro, di reinventarla, con il magistero della sua arte. Come è ammissibile tutto questo?
Riplasmato dal maestro, come uno scultore fa con la creta, l'attore divino apprende perfettamente le kata del repertorio, le fa sue, le fa diventare parte del suo essere, in modo che quando le ripropone al pubblico, nell'assoluto rispetto formale e contenutistico della tradizione, mette in esse la sua intelligenza e la sua sensibilità - potrei suggerire il suo cuore -, e quindi le rende diverse e uniche. L'attore mediocre non è capace di operare questa trafigurazione al tempo stesso interiore ed esteriore, e pertanto si limita a mostrare kata così come gli sono state insegnate dal suo maestro.
Il grande attore noo non è la copia di un modello, ma un unico e inimitabile corpo vivente che con la sua arte rende visibile l'invisibile, trasmettendo allo spettatore l'emozione dell'invenzione. Nel passato ho provato questa sensazione assistendo attonito alla performance di Kanze Hideo, maestro dei maestri, che con un semplice gesto regalava emozioni indimenticabili. Oggi Umewaka Manzaburoo, erede dei grandi maestri del passato, è la vivente testimonianza di cosa significhi creare un'empatia emotiva partendo da una struttura codificata. L'attore orientale - quando è grande - non è un robot, è un inventore capace di trasformare un codice in una intuizione personale, senza violentarlo, rispettandolo, perché è proprio in questo rispetto che risiede la sua bellezza riproposta.

Giovanni Azzaroni: docente di Teatri Orientali presso il Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna e Direttore Scientifico dell’Istituto Europeo di Ricerca Teatrale è autore di numerosi libri e articoli sulla cultura e sui teatri asiatici.
IL FIORE DEL TEATRO NOO
Matteo Casari

“Perché guardi sempre quel libro quando nella stanza accanto c’è il Maestro?”.
Con questa inaspettata risposta alla mia ennesima citazione da Zeami, Hasegawa san, allievo del Maestro Umewaka Manzaburoo, mi ha offerto uno dei doni più preziosi che abbia mai ricevuto.
Giunto a Tokyo nella primavera del 2000 per studiare il teatro noo con il Maestro Umewaka, ero talmente carico di conoscenze, talmente pieno di certezze, talmente informato dai precetti formulati nei primi quarant’anni del XV secolo da Zeami – il riconosciuto fondatore del noo, nonché massimo teorico e drammaturgo del medesimo genere teatrale – da risultare praticamente impermeabile ad ogni insegnamento ulteriore, sordo e cieco rispetto tutto ciò che si scostasse dalle mie conoscenze pregresse.
Il maestro, figura addirittura archetipica nella cultura estremo orientale e sicuramente centrale nell’economia di una compagnia di attori, era nella stanza accanto, non più solo una descrizione arabescata più o meno bene in inchiostro come la avevo fino ad allora incontrata. Avevo letto molto, infatti, sul maestro, ne conoscevo in linea teorica i requisiti, le modalità di comportamento, la funzione strutturale all’interno di un gruppo dato, ma ancora non ne avevo incontrato uno, ancora non mi ero sperimentato nella umile e fruttuosa arte dell’ascolto: le parole di Hasegawa san hanno svuotato la mia pienezza rendendomi pronto ad accogliere un nuovo apprendimento, quello diretto, immediato e non intellettuale tipico del rapporto maestro-allievo.
I trattati di Zeami hanno rappresentato e rappresentano per me un approccio fondamentale allo studio del teatro noo, ma l’arricchimento conoscitivo e prospettico sopravvenuto dopo l’incontro e il dialogo con il Maestro Umewaka Manzaburoo è risultato nella mia esperienza nodale.
L’incontro con il Maestro Umewaka Manzaburoo è quindi fissato a Bologna per la settimana dal 22 al 27 marzo, nella cornice della stagione teatrale della Soffitta, con il progetto Il fiore del teatro noo, un’occasione voluta dal Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Ateneo felsineo per offrire a molti una rara occasione d’ascolto.

Matteo Casari: esperto di teatro noo,
è autore di articoli e libri sulla cultura e il teatro giapponesi. Attualmente svolge il dottorato di ricerca in Studi teatrali e cinematografici presso il Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna.


Sopra, senza maschera,
il Maestro Manzaburoo. Nel 2001 l’UNESCO ha ufficialmente dichiarato il noo Masterpieces of the Oral and Intangible Heritage of Humanity, sancendo l’universalità del suo messaggio.

NIHONGO DE HANASHIMASHO!
Parliamo in giapponese - di Nicoletta Spadavecchia


Irasshai mase!
Ee to, mikan o ichikiro kudasai.
Sore kara ikko nihyakuen no ringo o goko kudasai.
Mikan o ichikiro, nihyakuen no ringo o goko desu ne.
Hai.


Prego! Desidera?
Dunque, mi dia un chilo di mandarini.
E cinque mele da 200 yen l’una.
Un chilo di mandarini, cinque mele da 200 yen, vero?
Sì.

Come in tutte le lingue, anche in Giapponese l’utilizzo dei numeri è questione di sopravvivenza quotidiana. Ma più delle altre lingue, quando si entra nella sfera delle cifre i meccanismi si fanno terribilmente complicati. Per prima cosa, è necessario stabilire la numerazione con la quale ci si vuole esprimere: quella in fonetica cinese o quella in fonetica giapponese. E quindi si sceglie tra: ichi ni san shi go roku shichi hachi ku juu...
oppure hi fu mi yo itsu mu nana ya koko too.


Poi si decide il classificatore più adatto. Il classificatore è un nome che si accompagna al numero e che stabilisce la categoria di appartenenza del numero: per esempio se si contano persone o edifici o macchinari o animali di piccola taglia e via dicendo.
E se per la numerazione in fonetica giapponese si può contare fino a dieci utilizzando un solo classificatore per tutti gli oggetti, per quella cinese è possibile contare all’infinito con una scelta molto vasta e appropriata di classificatori, a seconda della tipologia. Nel dialogo sopra riportato, vengono richiesti mandarini e mele, oggetti tondi e quindi perfettamente tridimensionali, che hanno come classificatore ko. Il quale classificatore ko è sensibile all’agglutinazione fonetica e si raddoppia a seguito di sillabe come chi (leggi: ci), per cui ichiko diventa ikko. Qualche altra regola? Sì, tante altre una volta che entriamo nel merito dei numeri. Ma non si era detto che i nomi -e quindi anche quelli degli oggetti comuni- non hanno in giapponese né genere né numero? Questo è vero fino a che non si deve contare...!
Un’ultima annotazione: en è il contatore della valuta giapponese, lo yen.
EKIBEN - L’ora di pranzo in treno, dal nord al sud del Giappone
Traduzione di Akiko Shimazaki (seconda parte)

EKI = Stazione
BEN (abbreviazione di BENTOO)= Pranzo da asporto

Ricordiamo che EKIBEN sono i pranzi da asporto, serviti nei contenitori che si vendono sia ai kiosk delle stazioni che sui treni a lunga percorrenza. E’ un modo economico e divertente per provare i piatti tipici delle diverse regioni del Giappone. Spesso vengono usati contenitori molto particolari, disegnati appositamente per rappresentare le specialità della zona (non solo cibi). Il te verde e’ la bevanda gradita per accompagnare l’EKIBEN e si trova sia freddo che caldo in lattina (fino a qualche tempo fa il contenitore era di plastica).


NIKU MESHI <Stazione di Shin Koobe – Tookaidoo Shinkansen> Koobe è una città conosciuta per la produzione di carni di manzo di altissima qualità: inevitabilmente il BENToo di questa zona è costituito da carne di manzo e riso. Si dice che la carne sia marinata con ben dodici spezie prima di essere cotta.

SAWACHI (pronuncia: sauaci) BENToo <Stazione di Takamatsu – Yosan sen> Questo BENToo è diviso in quattro parti, quattro piatti diversi e varia tra cucina giapponese, per esempio SUSHI, e non, per esempio un piatto di pollo cotto in un modo occidentale.

SHOOYU MESHI <Stazione di Matsuyama – Yosan sen> Questo BENToo consiste in GOMOKU GOHAN, “riso con cinque altri ingredienti”, cioè pollo, carota, SHIITAKE (una specie di fungo), GOBoo (radice di bardana) e banbù. Sono cotti con salsa a base di soia.

SANSHOKU BENTOO <Stazione di Hakata – Tookaidoo-Sanyoo Shinkansen> Tre contenitori messi uno sopra l’altro, diversamente colorati, nero, rosso e verde, (SANSHOKU vuol dire tricolore), in ognuno dei quali vi è riso e qualcos’altro (non semplici contorni, ma quasi secondi piatti). Quindi un BENToo che basterà per soddisfare l’appetito di due persone.

SATSUMA TONKOTSU BENTOO <Stazione di Nishi Kagoshima – Kagoshima Honsen> Questo BENToo contiene TONKOTSU, “ossa di maiale”. Qui si intendono le costine di maiale, cotte per ore e ore con salsa di soia, SHOCHUU, che è una specie di grappa, MISO (un pesto di soia fermentata), KUROZAToo (zucchero grezzo), ecc. A Kagoshima si allevano prevalentemente maiali neri.

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PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
di Hua t’o
Abbiamo più volte ripetuto che il monaco indiano Bodhidharma, operante nel VI secolo pose alla base del buddismo da lui predicato una nuova corrente di pensiero, o meglio un nuovo metodo di contemplazione del proprio intimo come mezzo di pervenire alla buddhificazione singola. Ecco la nascita dello zen. Ho detto VI secolo, da allora d’acqua sotto i ponti n’è passata parecchia, il mondo attuale non è più quello di quando questa nuova impostazione mentale nacque e pertanto, sia pur facendo salvi i principi che stanno alla base della predicazione zen, occorre reinterpretarlo in chiave contemporanea. Oggi tutti si lamentano di una vita convulsa che non lascia spazi alla persona, o meglio alle espressioni singole di ognuno. Si è ormai andati incontro a una massificazione, poiché di questo si tratta.
Stesse scarpe, stessi pantaloni, stesso abbigliamento, a seconda di quanto frulla per la testa a stilisti di ogni formazione o estrazione; andare in macchina sia pur per brevi spostamenti, è divenuto un obbligo, alla salute dello smog e delle polveri fini che penetrano nei nostri poveri polmoni. Quello che conta è l’ultimo modello, bisogna consumare ad ogni costo, si conducono apposite campagne pubblicitarie che pongono alla base l’obbligo del consumo e relativi ringraziamenti perché si consuma.
Tutto questo è pazzesco! Il senso critico sembra sia andato a farsi benedire, ossia scomparso. E invece è proprio questo che occorre recuperare, ad ogni costo.
Ricordo, sono ormai passati molti anni con una guerra di mezzo, quando ci si pensava attentamente prima di affrontare una spesa. Non si vuole con questa ultima affermazione fare della dietrologia, ma possibile che non si voglia capire quanto danno si possa produrre e che si scivola inesorabilmente verso una crisi di sovrapproduzione!
Ma questo esula dal tema, ne viene fuori un discorso economico-politico: contenuti veri o falsi.
Secondo alcune scuole di pensiero il giudizio pone alla base l’analisi, la quale deve contenere il criterio della non contraddizione.
Torniamo al giudizio. Di questo ne esistono diversi tipi, almeno stando ad alcune, chiamiamole così, classificazioni.
Cos’è innanzi tutto il giudizio? Altro non risulta essere che una operazione mentale che asserisce oppure contesta un qualcosa che si suppone abbia dei valori dichiarati. Seguendo una consuetudine abbastanza antica il giudizio deve affermare un valore, che a sua volta si riflette sui contenuti. In altre parole un giudizio può avere deiE di contraddizioni il mondo attuale in cui viviamo
è pieno, ridonda.
Questa è una delle prime posizioni che deve essere adottata da chiunque voglia far entrare lo zen nella propria regola di vita.
Non ritrovarsi mai in contraddizione con il proprio operato e con la propria condotta.
Quindi questo significa spazzare via i pregiudizi, le imposizioni, (gli idola di cui una volta abbiamo parlato), adottare criteri d’intendimento con la propria congenialità, significa adottare giudizi categorici ossia precisi, senza sottintesi, che devono essere una chiara espressione
dell’intelletto umano.
Ecco dunque nuovamente l’invito, ponetevi in posizione mentale di non contraddizione, non seguire l’onda della massa, così facilmente influenzabile dai momenti e dai movimenti, siate determinati e determinanti nella e della vostra vita e non lasciate, nel rispetto dell’estetica e del buon giusto, che alcuno, sottolineo alcuno, possa interferire nella vostra vita. Siate quindi soggetti e non oggetti della vita di ogni giorno. C’è tanto da guadagnare, le sorprese possono essere invalutabili. Imparate, prima di scendere nel profondo, a confrontarvi col proprio io.
ORIGAMI - IL NOSHI
di Antonella Ballabio
Il pesce, alimento primario della dieta giapponese, è da sempre considerato un dono prezioso del mare, tanto che regalare pesci, alghe o molluschi è un’abitudine, radicata ancor oggi, per augurare buona fortuna e felicità.
Strisce sottilissime di pesce seccato e salato, o talvolta ridotto in polvere, erano parte integrante degli approvvigionamenti dei samurai in tempo di guerra. Ed è a loro che nel XII secolo veniva offerto il noshi-awabi, un mollusco marino seccato al sole (da noi conosciuto col nome di orecchia di mare o abalone) protetto da un foglio di carta ripiegato. Di forma allungata, simile alla punta di un’alabarda, rappresentava la forza vitale e l’energia che dovevano accompagnare il samurai in partenza per una battaglia. Nella nostra epoca il noshi è stato soppiantato da una striscia di carta gialla, mentre il foglio che l’avvolgeva ha assunto sempre più un ruolo predominante, fino a diventare più importante del contenuto stesso. Oggi accompagna un dono, ma il suo significato augurale di buona fortuna è rimasto inalterato nel tempo. La confezione, perfezionata e impreziosita di nuove piegature a fisarmonica, viene fermata con una semplice fascetta dorata o con un nastro formato da cinque cordoncini di carta arrotolata – il mizuhiki – che cambiano di colore secondo le regole dettate dall’etichetta: rosso e bianco, oppure oro e argento per le circostanze felici, bianco e nero per le offerte funebri (in questo caso senza il noshi).
La piegatura del modello che vi proponiamo, non avendo punti di riferimento obbligati, risulta abbastanza complessa da eseguire. Per un buon risultato occorre curare le proporzioni osservando attentamente lo schema di piegatura.




E’ consigliabile l’uso di un foglio bianco da un lato e rosso dall’altro, avendo l’accortezza che il lato colorato rimanga all’interno del modello finito. I più esperti piegando due o più fogli sovrapposti di misura decrescente potranno ottenere un elegante bordino multicolore, da abbinare alla tinta della carta usata per impacchettare il dono. Per finire: inserire una striscia di carta gialla, chiudere con una fascetta dorata e applicare l’augurio personalizzato sulla parte superiore destra del pacchetto.
DAITO-RYU AIKIJUJUTSU
di Antonino Certa (seconda parte)

Proseguendo la nostra trattazione vediamo come sono concepite le cinque serie di tecniche, alle quali abbiamo accennato nello scorso numero.
Ikkajo è composta da dieci tecniche eseguite con tori (colui che porta la tecnica) e uke (colui che attacca e subisce la tecnica) che praticano nella caratteristica posizione in ginocchio, idori. Seguono cinque tecniche in hanza-handachi: tori si difende in ginocchio (kiza) uke attacca in piedi (tachi). Seguono dieci tecniche in tachiai, sia tori che uke praticano in piedi. Per ultimo seguono cinque tecniche di ushiro in cui l’uke attacca tori da dietro le spalle. Nell'ikkajo sono presenti tecniche quali ippondori e gyakude-dori (tecniche che in aikido sono chiamate ikkyo), shiho-nage, kiri-gaeshi e obi-otoshi (tecniche che in aikido sono chiamate kokyu-nage oppure shokumen-iriminage). La strategia principale che si applica in questa serie è go-no-sen (aspettare un attacco per poi rispondere).
Nikajo è composta, come ikkajo, da trenta tecniche. Qui sono presenti diversi movimenti di kote (torsione circolare del polso), come kote-zume, shuto-zume, kote-gaeshi, gyaku-gote (tecniche che in aikido sono chiamate nikyo). E’ ancora seoi-nage, koshi-guruma e kata-guruma (tecniche che in aikido sono chiamate koshi-nage).
Due sono le strategie che si applicano in questa serie: go-no-sen e sen-no-sen (rispondere contemporaneamente mentre si è attaccati). Sankajo è composta, come ikkajo, da trenta tecniche. Qui sono presenti movimenti di maki-zume (torsione elicoidale del polso-mano) quali tsuri-otoshi e maki-zume (tecniche che in aikido sono chiamate sankyo). Due strategie si applicano in questa serie: go-no-sen e sen-no-sen.
Yonkajo è composta da quindici tecniche eseguite solo in tachiai. Qui sono presenti i movimenti di ura-gote e uchi-gote (pressione sul tendine del polso, che in aikido è chiamata yonkyo), che poi sono anche un modo efficace di presa al polso per applicare altre tecniche. Si riprendono alcune tecniche delle serie precedenti, quale ad esempio ura-otoshi,
e si applicano utilizzando la presa ura-gote. E ancora: irechigae (tecnica che in aikido è chiamata udekime-nage), tatsu-maki (tecnica simile al tomoe-nage del judo), daruma-geashi (tecnica che in aikido è chiamata juji-garami o juji-nage). Le strategie che si applicano in questa serie sono: sen-no-sen (anticipare un attacco mediante un nostro attacco) e sen (assumere l’iniziativa, attaccare). E’ importante sottolineare che il daito-ryu aikijujutsu è un sistema completo di lotta, nel quale accanto alle tecniche di pura difesa ci sono tecniche di attacco; a seconda delle opportunità il praticante decide se difendersi oppure prendere
l’iniziativa e portare un attacco.
Essendo la quinta, gokajo, una serie complessa e composita, è preferibile rimandare la sua trattazione al prossimo numero.

Daito-ryu Aikijujutsu - Scuola Daito di Abashiri - www.daito-ryu.com, info@daito-ryu.com - Tel. 0248012143
Antonino Certa Shihan È responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
RISTORANTI GIAPPONESI
di Sara Maternini
Mangiare fuori gioca un importante ruolo sociale ed economico nella società giapponese. La cena in un ristorante costoso è la conclusione normale di una giornata di lavoro. Il ristorante è anche il luogo dove vengono ultimati tutti gli affari, e non sono visti come un lusso, ma come una necessità per dimostrare il proprio status. Di conseguenza, in Giappone si trova una notevole varietà di ristoranti, la maggior parte dei quali specializzati in un solo tipo di cucina, tipo sushi o tagliatelle. Una specialità culinaria molto popolare sono i bento box , cestini per il pranzo con compartimenti separati per riso, pesce, carne e verdure.
Ristoranti speciali
A mezzogiorno gli impiegati giapponesi mangiano in ristoranti specializzati in piatti a base di udon e soba. Ma è per il dopo lavoro che i giapponesi hanno un’ampia scelta di ristoranti che offrono ognuno uno specialità differente, dalla quale prendono anche il nome:

• Nomi-ya: bar dove vengono serviti sake, whisky o birra accompagnati da snack
• Yakitori-ya pezzi di carne, pesce o verdure vengono grigliati, arrotolati in foglie di bambu e intinti in varie salse.
• Tempura pesce e verdure fritti in una leggera pastella
• Tonkastu-ya braciole di maiale impanate servite con una salsa speciale
• Teppanyaki: tipo di ristorante dove il cibo viene cotto su una piastra di fronte al cliente
• O-konomiyaki specializzati in frittelle composte secondo le scelte del cliente
• Sukiyaki fondue giapponese
• Shojin-ryori ristoranti dei templi buddisti, sono specializzati in cibi esclusivamente vegetariani
• Sushi i ristoranti più famosi sia in Giappone sia all’estero
• Fugu ristoranti specializzati nel servire il pesce palla, altamente pericoloso: il fegato e le ovaie del pesce contengono un potentissimo veleno (solo una goccia potrebbe uccidere) per il quale non si conosce l’antidoto; solo cuochi autorizzati possono maneggiare, cucinare e servire questo pesce
• Kaiseki a loro cucina affonda le sue radici nella tradizionale cerimonia del tè; i commensali si tolgono le scarpe prima di entrare, e per mangiare ci si inginocchia sul tatami, una stuoia di paglia di riso. La cena è composta da infinite portate della cucina giapponese tradizionale
Arte: LUCA RENDINA e AL MARI
di Tullio Pacifici
Luca Rendina espone allo
Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 15 marzo 2003 al 11 aprile 2003
Al Mari espone allo
Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
fino all' 8 maggio 2003

Quando le cose sono vicine al punto della fine possono essere recuperate creativamente. Se poi ci si trova in uno stato di piacevole e gioiosa consonanza musicale c’è comunicazione. In questo caso il motivo visivo è dire l’assenza con i colori. L’arancio, il giallo e il violetto non descrivono; c’è un quasi niente dei tratti e delle tonalità che non urta per scioccare, è piuttosto un invito all’attenzione. Le superfici catturano con piccole variazioni gioiose ed estroverse. Come quando si ascolta avvolgendosi ai suoni, qui si guarda ai mixaggi policromatici, alle semplici sfumature, ai piccoli inserti ottenuti con filo di cucito. Un soffermarsi calmo e graduale sugli impasti lasciandosi andare ad un insieme prodotto con bagno schiuma, acrilici da imbarcazione e smalti. Sotto altre spoglie espressive rispetto a queste ultime tele, anche il trittico del ’98 è un invito al silenzio: piccoli quadri con al centro un pulviscolo di parti più chiare che si dipanano verso l’esterno occupando gli spazi con sempre maggiore densità. E se le fonti ispiratrice restano la musica jazz e le mute profondità degli ambienti naturali, gli apparenti equilibri di neve, mare e rocce, non solo le pitture entrano a far parte dei suoi interessi. Cercando l’esistenza interna dei materiali per coglierne vibrazioni e metamorfosi, anche la scultura che diventa installazione è un elemento di confronto. E’ così che quando la ruggine intacca il ferro c’è ancora spazio per altro. L’invenzione di una veste color pantera rosa per una scaletta in disuso un piglio per l’ironia, l’assemblaggio di piccole tazzine una fragile vita al movimento, la composizione di blocchi di legno di montagna un ricordo a un paesaggio land. Quello che gli interessa è riuscire ad esprimere uno stato di benestare soggettivo; non annoiato, sempre in tensione verso un fuori che è laboratorio infinito di possibilità cerca la consonanza con sé stesso. La sua arte è un gioco sul campo in cui entrano in scena la quantità di cose viste e la qualità di quelle vissute.

Il mio sentimento, dice Mari, è la nostalgia di un mondo se non incontaminato almeno non ridotto a com’è ora. Guardiamoci in faccia: la responsabilità è nel fondo di ciascuno di noi. Queste parole guidano l’operare dell’artista nel corso degli anni, dando corso ad una produzione che accanto a momenti di pausa, si è caratterizzata per un rapporto stretto con i luoghi in cui l’autore ha vissuto (l’isola d’Elba, Livorno). La maggior parte dei suoi quadri sottolineano soprattutto questo aspetto: contro le degenerazioni prodotte da un insensato e non preventivo uso dei mezzi che la natura mette a disposizione reagisce con una pittura di non esplicita denuncia, piuttosto proponendo figurazioni di tipo evasivo: si allontana dalla realtà come appare per trasfigurarla. Questa operazione lo avvicina a diversi stili, il divisionismo, il surrealismo, l’informale, quasi sempre mosso da un’esigenza di fuga verso l’astratto. In questo senso il suo tentativo di interpretare la darsena della vecchia città della Torre di Passanante guardando al mare, alle pietre, alle barche, come se fossero insiemi di mattoncini. Tecnicamente i vecchi quadri utilizzano il pastello e l’acrilico su legno; sotto il profilo della distribuzione dei colori cerca la limitazione degli spazi della tela con singole tinte; in certi paesaggi e marine questa geometrizzazione senza sfumature produce dei risultati pittorici simili ai paesaggi artificiali medioevali. Per parlare invece degli ultimi lavori si nota un cambio di direzione verso una comunicazione visiva vicina ai linguaggi del manifesto pubblicitario. I soggetti inscenati sono il risultato di collages ottenuti assemblando pezzi di carta e le rappresentazioni grafiche ottenute con una cerca carica immaginativa si orientano al mondo della moda. L’artista non perde tuttavia di vista il tema ricorrente del suo operare. L’idea che ci troviamo in uno stato di dissipazione ambientale e corporale è qui sottolineata utilizzando l’espediente del disordine e della frantumazione di oggetti di consumo.
Le cose entrano nei corpi e si sostituiscono a certe loro parti ma non le decostruiscono.
Il risultato è un processo di copertura grafica: enigmatico nell’uso dei colori, abile nel gioco delle apparenze, ma non effettivamente antiestetico.