Arretrati
Pagine Zen n°20

Fukushima City (Fukushima). Per cortese concessione KIKKOMAN
PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
di Hua t’o
Si è più volte ripetuto che la predicazione zen risulta una derivazione del buddhismo i cui monaci all’inizio del secolo VI lo esportarono in Giappone. Fin dall’inizio il pensiero zen prevedeva la contemplazione del proprio intimo ai fini del raggiungimento della
buddhificazione individuale.
Ma i secoli sono trascorsi e qualcosa è cambiato. Quello che rimane di valido, in una cultura convulsa come l’attuale che sembra aver perso di vista i veri valori dell’esistenza è quanto lo zen poneva alla base della propria speculazione mentale: atteggiamenti di non violenza e soprattutto espressioni di non mondanità, un rifiuto delle cose correnti e imposte dalle abitudini del momento, rifiuto che veniva così a porre l’individuo al disopra di ogni umana debolezza, lo rendeva immune dai pregiudizi e lo allontanava definitivamente dagli idoli del suo tempo. Intendendo con il termine idoli le imposizioni che la stupidità umana mette a ogni piè sospinto davanti all’uomo. In altre parole faceva piazza pulita di ogni prodotto preconcetto.
Sulla base di questa predicazione si è più volte rivolto l’invito a guardarci dentro ed espresso in termini attuali diamoci un’occhiata dentro ogni qualvolta chicchessia cerca di intromettersi nella nostra vita.
In termini ancora più attuali la predicazione zen trova una sua giustificazione in quella disciplina, insegnata anche dalle cattedre universitarie di psicologia che va sotto il nome di psicodinamica o psicologia dinamica.
Questa studia ed esamina i moti del nostro interiore, l’affettività, il comportamento quali espressioni di uno stato psichico inconscio e in costante trasformazione.
Tutto questo conduce il soggetto a un processo di continua introspezione, la quale altro non è che una evoluzione della psiche attraverso l’indagine particolareggiata delle nostre pratiche interiori.
Il processo può prevedere l’indagine della nostra coscienza come anche quella dei disposti della psiche umana. Il sistema d’introspezione psichica incontrò da parte di molti filosofi, anche preclari, una notevole resistenza, fino a quando questo fu messo alla base della psicologia, con tutte le specializzazioni che seguirono, e si pose quale elemento chiave di ogni ricerca psicologica. Divenne così il fondamento di ogni ricerca e scuola psicologica, in quanto poneva come traguardo la rappresentazione degli stati di coscienza. Risulta pertanto chiaro che per addivenire a questo risultato e comprendere ogni nostro comportamento l’introspezione si pone come elemento determinante. Siamo allo zen quindi, ed eccoci davanti alla psicologia degli stati di coscienza profondi. Questi in particolare hanno necessità assoluta dell’introspezione anche se si finisce con lo scontrarsi con i processi dell’inconscio. Lo zen pone dunque alla base delle sue teorie tradotte nella pratica quotidiana i problemi esistenziali andando il più felicemente incontro al chiarimento di proprie posizioni, e prendendo atto degli intimi stati di coscienza per mezzo di una analisi che finisce col risultare un atto di intuizione. Attraverso e per mezzo di questa si possono acquisire condizioni di giudizio che ci salvaguarderanno dall’accettare imposizioni da altri indotte e che ci pongono e confondono nella massa non pensante, non giudicante, e che tutto accetta. I tempi attuali stanno a dimostrarlo. Ecco dunque la predicazione dello zen: ragionate, prendete in serio esame tutto quello che vi viene proposto, non accettate supinamente nulla, argomentate su tutto e seguite quel giudizio di fondo che finisce col porvi tra i soggetti assennati, in parole più semplici vi pongono tra i saggi.
NIHONGO DE HANASHIMASHO!
Parliamo in giapponese - di Nicoletta Spadavecchia


Sumimasen, koko doko desu ka?
Mi scusi, qui dove siamo?

Ee to, koko wa Loreto.
Questa è Loreto*.

Moscova wa mada desu ka?
Ci vuole molto per Moscova?

Ee, ato go fun kurai.
Ancora cinque minuti.

Ikutsume desu ka?
Quante fermate sono?

Ee to, hitotsu, futatsu, mittsu, yottsu,
Dunque, una, due, tre, quattro,cinque…

itsutsu... Moscova wa itsutsume desu.
Moscova* è la quinta.


E ora proviamo a contare secondo la numerazione giapponese.
Il classificatore per gli oggetti, fermate della metropolitana comprese, è tsu che si combina con le fonetiche che lo precedono in modo relativamente regolare. Ma tsu funziona da classificatore universale solo per gli oggetti e non per tutte le unità di misura. Non può contare, infatti, gli esseri viventi (persone e animali), né può misurare il tempo. Nel dialogo abbiamo le parole go fun, cinque minuti, espresse con la fonetica cinese di cinque, go, e il classificatore fun per i minuti.
Anche il fonema fu è facile all’agglutinazione, per cui si comporta secondo quanto segue: ippun nifun sanpun gofun roppun nanafun happun kyuufun jippun. Purtroppo non è così raro avere a che fare con un orario preciso, che tiene conto dei minuti!

* Fermate metropolitana Milanese
POLLO TERIYAKI
di Sara Maternini

Ingredienti per 4 persone:

1 cucchiaio di olio d’oliva (o di semi, se preferite)
600 gr di petto di pollo con la pelle
1 cucchiaio di sake
4 cucchiai di salsa di soia giapponese
4 cucchiai di mirin
2 cucchiai di zucchero

Facile
Preparazione 10 minuti
Cottura 20 minuti

Preparazione

Scaldare l’olio a fuoco medio in un padella antiaderente. Aggiungere i petti di pollo con la parte con la pelle verso il basso. Far soffriggere per 5 minuti. Girare i petti, coprire la padella e far soffriggere per altri 5 minuti, scuotendo spesso la padella.
Togliere il pollo e adagiarlo su un piatto. Gettate l’olio e, nella stessa padella, portare a ebollizione il sake, la salsa di soia, il mirin e lo zucchero, facendo attenzione a non far bruciare il composto. Rimette il pollo nella padella e portarlo a cottura (ancora 5-10 minuti, a seconda dell’altezza del petto), rigirandolo spesso nel caramello che si è formato.
Togliere il pollo e tagliarlo a fettine di 1 cm. Adagiarlo sul piatto e decorare con la carote, il cavolo bianco e il cetriolo. Può essere servito con riso (moltiplicate le dosi per la salsa se volete insaporire anche il riso), o con un insalata di carote grattugiate e cetrioli a cubetti.
Glossario
Mirin: vino dolce di riso, fermentato, usato esclusivamente per cucinare.
Sake: grappa di riso giapponese, bevuta caldo o freddo. Viene usata anche per cucinare.
Salsa di soia: la salsa di soia giapponese è differente da quella cinese, in quanto più delicata e meno salata. È consigliabile usare questo tipo di salsa di soia per le ricette giapponesi

DAITO-RYU AIKIJUJUTSU
di Antonino Certa (terza parte)

Come abbiamo detto nel numero precedente, Gokajo è una serie particolare, composta da sei tecniche di jujutsu eseguite in tachiai, più un numero imprecisato di tecniche di difesa contro attacchi armati così raccolte:
1. Tasu-dori: sono tecniche di difesa contro un attacco da più uke (tasu in giapponese vuole dire addizionare). Gli uke attaccano uno alla volta o tutti assieme; generalmente si preferisce iniziare con due o tre uke, ma gli alti dan preferiscono utilizzare almeno cinque uke contemporaneamente! E’ questa una caratteristica unica del daito-ryu, che rispecchia il suo carattere di arte marziale completa (bujutsu): il samurai poteva essere attaccato da più nemici, da qui la necessità di studiare questo tipo di difesa.
2. Emono-dori: sono tecniche in cui tori ha ambedue le mani occupate, come quando si stanno trasportando degli oggetti; in sostanza tori non potrà mai fare una presa ma dovrà reagire con la parte restante del corpo, escluse le mani. Erano utilizzate dai samurai quando trasportavano oggetti, (valige, per esempio), mentre facevano la scorta al loro signore (daimyo).
3. Tanken-dori: sono tecniche di difesa contro attacchi di coltello, quali tanto, aikuchi o wakizashi. In pratica si applicano le tecniche di base apprese nelle serie precedenti, quali kansetsu (leve articolari), nage (proiezioni), atemi (colpi di pugno o calci), shime (strangolamenti), allo scopo di difendersi contro i vari attacchi di coltello.
4. Bo-dori: sono tecniche di difesa contro attacchi di bastone. Anche qui si applicano le tecniche di base cercando di disarmare e immobilizzare l’attaccante.
5. Jutte-dori: (bastone metallico biforcato) sono tecniche di difesa (ma anche di attacco) contro attacchi sia armati che disarmati.
Il jutte era un’arma molto usata dalla polizia nel periodo Tokugawa (1603-1867): esso permetteva di difendersi contro un attacco di katana per mezzo della sua biforcazione; si incastrava la lama della spada, si applicava una leva o un atemi, si immobilizzava per mezzo di una leva articolare (oaseru) o legandolo per mezzo di un laccio che il poliziotto portava sempre con sé. Il jutte era molto maneggevole e veniva indossato fra la hakama e la giacca del kimono.
6. Tachi-dori: sono tecniche di difesa contro attacchi di spada (katana). Anche qui si applicano le tecniche di base immobilizzando oppure fratturando una spalla o un gomito dell’attaccante. Occorre sottolineare che nel daito-ryu si preferisce (perché è più efficace) immobilizzare un attaccante piuttosto che proiettarlo; l’immobilizzazione permetteva al samurai di “finire” subito lo scontro per mezzo di un colpo finale con una qualunque arma, ad esempio un tanto, oppure di immobilizzare e legare l’attaccante. Allo scopo furono create delle specifiche tecniche per legare un prigioniero di guerra (torae-waza).
7. Kasa-dori: sono tecniche di difesa contro diversi tipi di attacchi, sia armati che disarmati. Tori si difende mentre porta con una mano un ombrello (kasa). Anche qui si applicano i movimenti di base adattati alla presenza dell’ombrello. Spesso è l’ombrello stesso a essere la parte principale della tecnica; per esempio, si utilizza il manico (nella versione giapponese è dritto) per premere e immobilizzare il gomito dell’avversario. Una particolarità: queste tecniche possono essere dimostrate solamente dal sohi (presidente) della scuola, cioè da Matsuo Sano-shihan.

Daito-ryu Aikijujutsu - Scuola Daito di Abashiri - www.daito-ryu.com, info@daito-ryu.com - Tel. 0248012143
Antonino Certa Shihan È responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
IL LINGUAGGIO GIOVANILE IN GIAPPONE
di Matteo Rizzi (prima parte)
Se il linguaggio giovanile viene generalmente indicato in giapponese con l’espressione corrispondente wakamono kotoba o con il termine ryuukoogo, linguaggio di tendenza, nei libri e negli articoli che trattano questo specifico tema appare sempre più di frequente il neologismo wakamonogo, a indicare un fenomeno che si è imposto con sempre maggior evidenza in questi ultimi anni.
Yonekawa Akihiko ne spiega esaurientemente il perché, mettendo in luce alcune motivazioni dell’utilizzo del termine tra i giovani: è un linguaggio con una sua specifica fraseologia, generalmente usata tra amici o parigrado dai tredici ai trent’anni circa, di entrambi i sessi; intende “sfuggire” alle regole a favore di una comunicazione libera e divertente, usata, ad esempio, per accelerare la conversazione attraverso contrazioni di parole, abbreviazioni, vocaboli che esprimono concetti o situazioni in poche sillabe, onomatopee, metafore, allusioni; vuole promuovere la comunicazione e la solidarietà all’interno del gruppo e, allo stesso tempo, occultare i contenuti del discorso a chi non ne faccia parte.
E’ dunque un linguaggio che funge da “filtro sociale”. In che modo è apparso il wakamonogo e in quale scenario si va diffondendo?

Una valida risposta all’interrogativo viene dall’analisi dei cambiamenti sociali avvenuti in Giappone dall’epoca Meiji (1868-1912), periodo di significative innovazioni economiche e sociali, durante il quale il linguaggio giovanile comparve e si sviluppò in varie forme, aiutato dal rinnovato ambiente di modernizzazione che “liberava” il singolo dalle limitazioni e dalle regole pressanti delle epoche precedenti.
La prima tipologia di linguaggio giovanile, nata proprio nel periodo Meiji, è il gakuseigo, linguaggio studentesco, ancor oggi utilizzato:ne sono un esempio le te-yo-da-wa kotoba, termine con cui si indicano le particelle grammaticali te, yo, da, wa che, senza avere un significato preciso, annesse alla fine della frase ne determinano il tono, il colorito, lo stile.
Tali particelle erano, sino a quel periodo, espressioni in uso nei quartieri popolari di piacere e il loro diffondersi ad altri strati sociali fu particolarmente criticato; eppure, negli ultimi anni Meiji il loro uso è entrato nel linguaggio comune parlato da intere categorie di persone, non da ultime le studentesse.
Può far sorridere oggi il fatto che i giornali e le riviste dell’epoca riportassero critiche severe all’utilizzo da parte degli studenti maschi di boku e kimi – tu e io nel linguaggio informale – ma è significativo dell’atteggiamento difensivo di quegli adulti che, in qualsiasi epoca, tendono a vedere innovazioni linguistiche come una minaccia al sistema, alle regole convenzionali, alla società. Sembra risalire allo stesso periodo la comparsa di nuovi termini correlabili ai sentimenti di ribellione e di emancipazione che animavano le giovani donne, più vincolate e limitate nella loro libertà individuale rispetto agli uomini.
Anche nel linguaggio dei giovani giapponesi di oggi le parole usate dalle ragazze, joshi kotoba, assumono un ruolo leader rispetto ad altre tipologie. Ciò deriva in parte dal fatto che, dopo il fallimento dei movimenti studenteschi promossi negli anni settanta dagli studenti, l’attenzione della società si è spostata sui movimenti femministi. D’altra parte, nei successivi anni ottanta i giovani sono diventati oggetto (target) di consumo, in modo particolare le studentesse universitarie e le giovani impiegate (OL o office lady). Riguardo al linguaggio femminile grande attenzione è stata accordata al cosiddetto kaiwa no nori, espressione di difficile interpretazione che designa l’insieme delle condizioni capaci di dare agilità, ritmo, intelligibilità e armonia al discorso. Contemporaneamente sono andate moltiplicandosi le espressioni costruite su giochi di parole, asobi kotoba, che, attraverso l’uso di forme grammaticali contratte e vocaboli abbreviati, mirano a una comunicazione leggera, talvolta ambigua, tipica del linguaggio giovanile dei nostri giorni. Tali caratteristiche della lingua parlata degli anni ottanta si sono sviluppate nei successivi anni novanta con due particolarità significative: il loro diffondersi tra le studentesse liceali, joshikoosei, che rappresentano oggi i principali soggetti “fornitori” di linguaggio giovanile e la sua amplificazione attraverso i mass-media, prima fra tutte la televisione. Proprio il connubio joshikoosei-mass media ha portato, verso la metà degli anni novanta, alla nascita di un business legato alla figura delle giovani studentesse, dette kogyaru, e di una nuova forma di linguaggio, chiamato kogyarugo.


Tratto da QUADERNI ASIATICI,
edito dal Centro di Cultura Italia-Asia “Guglielmo Scalise”.

Matteo Rizzi è diplomato all’Is.I.A.O. di Milano, si occupa attualmente di composizione musicale, con uno sguardo preferenziale al mercato giapponese e di disegno grafico-fumettistico. Ha ottenuto nel 1998 il primo premio al concorso oratorio di lingua giapponese, organizzato da ANA, Japan Foundation e Istituto Giapponese di Cultura di Roma. Ha partecipato a programmi radiofonici con l’emittente giapponese Tamana hot radio.
L'IDEOGRAMMA DI ACQUA
di Giuliana Malpezzi
Il carattere "Acqua" (che si legge sui/mizu in giapponese e shui in cinese) è la stilizzazione dell'antico pittogramma che rappresentava la linea curva e tortuosa di un fiume, con ai lati quattro piccoli segni, come goccie o onde.
L'ideogramma originario aveva il significato sia di acqua che di corso d'acqua, di fiume.
Nelle lingue moderne, oltre al carattere semplice, il segno dell'acqua si scrive anche come radicale con tre piccole pennellate sulla sinistra dell'ideogramma per indicare cose che sono in relazione con l'elemento liquido.
Nella filosofia cinese antica l'acqua era uno dei cinque elementi costitutivi della materia, uno dei cinque agenti da cui era composto l'universo.
Fonte naturale di energia, era considerata più forte del Fuoco, nasceva dal Metallo, faceva nascere il Legno, ma veniva sopraffatta dalla Terra.
SUMINAGASHI Inchiostro fluttuante (prima parte)
di Luisa Canovi
Suminagashi è un’arte, una tecnica decorativa, un modo per meditare, anche un gioco ma la leggenda racconta che all’origine fu un dono degli dei agli uomini.
La parola è formata da “sumi” che significa inchiostro e “nagashi” che si può tradurre con i verbi galleggiare, scorrere via, fluttuare. Inchiostro fluttuante quindi, ma come e dove l’inchiostro può fluttuare?
Nell’acqua, insieme all’acqua e attraverso l’acqua. Un’altra storia racconta di un calligrafo che, giocando coi pennelli ancora intrisi di sumi si sia divertito a lasciare tracce d’inchiostro sull’acqua scoprendovi poi forme evocatrici o significati divinatori. Nel suminagashi infatti si usano gli stessi strumenti della calligrafia, i famosi quattro tesori: “sumi” il bastoncino d’inchiostro, “suzuri” la pietra, “hude” il pennello e “kami” la carta. L’idea che qualche calligrafo si sia divertito a disegnare sull’acqua e abbia così scoperto una nuova e magica tecnica pittorica è molto probabile così come altrettanto credibile è che lo stesso calligrafo abbia pensatodi averla avuta in dono dagli dei.
Tutto ciò nel Giappone dell’anno 1150 circa. Nel suminagashi si disegna sull’acqua e quando il disegno è pronto lo si raccoglie con un foglio di carta. Nato come gioco il suminagashi diventa ben presto una tecnica decorativa per creare carte particolari usate nella legatura dei libri ma anche come sfondi per stampe e dipinti. Le linee morbide e sinuose ma anche spezzate e irregolari dei disegni suminagashi infatti evocano facilmente gli elementi della natura amati da sempre dalla cultura orientale. Riconoscere nei cerchi dell’inchiostro mari in tempesta o paesaggi rocciosi diventa così un nuovo gioco di società fra gli artisti e gli intellettuali ma soprattutto, intorno al 1700, entra a far parte delle pratiche adottate dai monaci zen. L’essenzialità dei materiali, le poche e semplici regole, il silenzio e la concentrazione che spontaneamente avvolgono chi disegna, la sorpresa gioiosa nel vedere fluttuare l’inchiostro e la magia del foglio di carta che dall’acqua ne raccoglie la memoria fanno del suminagashi una tecnica di meditazione attiva di rara bellezza.
CORSO PRATICO DI ORIGAMI
di Luisa Canovi - Fabbri Editori
Un libro di origami, l’arte giapponese del piegare la carta, che attraverso capitoli a tema offre una panoramica di modelli dalla tradizione alla contemporaneità.
Dopo una breve storia dell’origami accompagnata dalle figure classiche come il fior di loto e la gru, fanno seguito modelli di biglietti e segnalibri, scatole e contenitori, animali e fiori, pacchetti regalo e sculture mobili, vasi e lampade, numeri e lettere dell’alfabeto.
Ogni modello è spiegato in modo chiaro e dettagliato attraverso disegni passo passo per accompagnare anche l’origamista più inesperto. Con questo libro e un po’ di carta, sia quella speciale per origami ma anche con carte comuni si realizzano figure per giocare e per arredare, per divertirsi e per rilassarsi, per piegare e per creare.

Luisa Canovi si diploma in scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e si laurea presso il DAMS di Bologna con un film di origami animati. Lavora come autrice e come paper designer nel mondo della carta. Dopo aver diretto il Centro Diffusione Origami a Bologna nel 1995 fonda a Milano il Paper Factory, centro culturale di Arti Cartarie. A Milano si diploma presso l’ISMEO in lingua e cultura giapponese.

Paper Factory - Corso San Gottardo 18
20136 Milano Tel. 02 8322170 www.paperfactory.it
Arte: KAREN BERESTOVOY e AL MARI
di Tullio Pacifici

Karen Berestovoy espone allo
Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 12 aprile 2003 al 16 maggio 2003
Al Mari espone allo
Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
fino all' 8 maggio 2003

La tecnica che utilizza quest’artista è la rayografia, la fotografia senza macchina fotografica, dove le immagini sono ottenute per interposizione dell'oggetto fra la carta sensibile e la fonte luminosa.
I processi avvengono in camera oscura, lavorando con l’emissione di una penna luminosa puntata da diverse angolature verso le superfici. Sono soggetti delle scene le Sue mani, pezzi di filo, sale, cotone, piccole figure in vetro, oppure, semplicemente, della plastica accartocciata. In generale la caratteristica comune ai materiali è la trasparenza, necessaria per consentire un migliore passaggio dei raggi.
Diretti verso l’interno costituiscono il motivo di quest’indagine: si vuole mettere a fuoco le parti degli oggetti che, a prima vista, possono risultare sconosciute. In questo modo la fotografa si rende responsabile della manifestazione surreale della corporeità delle cose e del loro essere suscettibili di possibili trasformazioni.
Con la luce crea delle tracce, ombre e profondità, rivelatrici di un’interiorità simile ad un sistema di funzionamento meccanico vivo.
Questa vitalità corrisponde alle differenze prodotte dalle figure ed è variabile a seconda dei tempi di esposizione; la linea luminosa incontrando l’oggetto può infatti determinare differenti risultati, visibili in termini di maggiori, minori trasparenze, nonché diverse sfumature di grigio tra il bianco e il nero.
Inoltre ciascuna rappresentazione innesca in chi guarda un senso di straniamento, una tensione verso un altrove in cui gli effetti posti dalle immagini prendono delle strade autonome rispetto alla loro configurazione iniziale.
Astrazione quindi come separazione da ciò che non è più e successiva manifestazione della libera scoperta della fantasia. Come guardando da una lente di ingrandimento alla ricerca dei mondi privati delle cose, queste immagini sono associabili alle progressive trazioni e distrazioni di un tessuto muscolare la cui energia si identifica con la curiosità intelligente di chi guida gli sguardi della sorgente luminosa.

Il mio sentimento, dice Mari, è la nostalgia di un mondo se non incontaminato almeno non ridotto a com’è ora. Guardiamoci in faccia: la responsabilità è nel fondo di ciascuno di noi. Queste parole guidano l’operare dell’artista nel corso degli anni, dando corso ad una produzione che accanto a momenti di pausa, si è caratterizzata per un rapporto stretto con i luoghi in cui l’autore ha vissuto (l’isola d’Elba, Livorno). La maggior parte dei suoi quadri sottolineano soprattutto questo aspetto: contro le degenerazioni prodotte da un insensato e non preventivo uso dei mezzi che la natura mette a disposizione reagisce con una pittura di non esplicita denuncia, piuttosto proponendo figurazioni di tipo evasivo: si allontana dalla realtà come appare per trasfigurarla. Questa operazione lo avvicina a diversi stili, il divisionismo, il surrealismo, l’informale, quasi sempre mosso da un’esigenza di fuga verso l’astratto. In questo senso il suo tentativo di interpretare la darsena della vecchia città della Torre di Passanante guardando al mare, alle pietre, alle barche, come se fossero insiemi di mattoncini. Tecnicamente i vecchi quadri utilizzano il pastello e l’acrilico su legno; sotto il profilo della distribuzione dei colori cerca la limitazione degli spazi della tela con singole tinte; in certi paesaggi e marine questa geometrizzazione senza sfumature produce dei risultati pittorici simili ai paesaggi artificiali medioevali. Per parlare invece degli ultimi lavori si nota un cambio di direzione verso una comunicazione visiva vicina ai linguaggi del manifesto pubblicitario. I soggetti inscenati sono il risultato di collages ottenuti assemblando pezzi di carta e le rappresentazioni grafiche ottenute con una cerca carica immaginativa si orientano al mondo della moda. L’artista non perde tuttavia di vista il tema ricorrente del suo operare. L’idea che ci troviamo in uno stato di dissipazione ambientale e corporale è qui sottolineata utilizzando l’espediente del disordine e della frantumazione di oggetti di consumo.
Le cose entrano nei corpi e si sostituiscono a certe loro parti ma non le decostruiscono.
Il risultato è un processo di copertura grafica: enigmatico nell’uso dei colori, abile nel gioco delle apparenze, ma non effettivamente antiestetico.