Arretrati
Pagine Zen n°21

HOKUGA SUMIE
La pittura a inchiostro del sogno

I Giapponesi hanno da sempre cercato di esprimere la bellezza della natura e il piacere di vivere in armonia con ciascuna stagione, attraverso la poesia, la pittura, la musica e la danza.
Una delle più rappresentative espressioni artistiche di questa sensibilità è la pittura a inchiostro di china, suibokuga.
Attraverso il delicato chiaroscuro della china, il suibokuga realizza la prospettiva, la tridimensionalità, il movimento e il senso di vitalità. L’armonia e l’alto livello di espressività del tratto sono ottenuti cambiando e combinando la forza e la velocità del pennello nel tracciare linee rette e curve. I metodi per dipingere un suibokuga sono quattro.
Il metodo nijimi sfrutta gli effetti dell’assorbimento utilizzando una china molto solubile in acqua che viene assorbita bene dalla carta e dalla seta.
Il metodo bokashi si serve della sfumatura, che trasforma gradatamente la tonalità. Hatsuboku è un metodo molto dinamico, che arricchisce l’atmosfera tramite schizzi della china sulla tela. Con il metodo tarashikomi si dipinge prima con una china densa e scura, alla quale si aggiungono gocce d’acqua prima che l’inchiostro asciughi.
Nella pittura a inchiostro apparentemente i colori della natura vengono eliminati, ma il cuore del pittore vede l’essenza nascosta nella multicolore natura che è davanti ai nostri occhi e si sforza di esprimerla con tutta la gamma di grigi che si trovano tra il bianco e il nero. In giapponese esiste un’espressione che mi sembra molto significativa: “ci sono cinque colori nell’inchiostro”.
Il suibokuga ebbe origine in Cina. I materiali che vengono usati, la carta, il pennello, la pietra per stemperare l’inchiostro e la china stessa sono stati inventati dai cinesi. Le due correnti principali del suibokuga in Cina erano la scuola hokuga (pittura del Nord) e la scuola nanga (pittura del Sud).La corrente hokuga nasce nel clima rigido e nel paesaggio severo della Cina settentrionale: è caratterizzata dalla forza della pennellata e da un’espressione impetuosa e vigorosa. La corrente nanga nasce invece nella Cina meridionale, dove un’intensa luce solare si accompagna a un clima umido con pioggia e nebbie,

nuvole bianche viaggianti nel cielo azzurro e pianure ricoperte di un verde rigoglioso: l’espressione è più delicata, ricca di chiaroscuri e il metodo più utilizzato per rendere questo mondo particolare è il metodo bokashi. Appena entrato in Giappone, il suibokuga della corrente nanga venne immediatamente apprezzato e questa sintonia dei giapponesi con la corrente nanga è certamente dovuta alla somiglianza tra il paesaggio giapponese e quello della Cina meridionale. Ma la base per la diffusione del suibokuga in Giappone era stata costruita dai monaci Zen (lo Zen entra in Giappone fin dall’epoca Heian) e la sensibilità Zen contribuì a diffondere la corrente hokuga. Il suibokuga in Giappone raggiunse l’acme con l’apparizione del pittore Sesshu, sul finire del XV secolo, grande rappresentante della scuola hokuga, la cui solidità compositiva, la limpidezza del chiaroscuro e un’inconfondibile impronta di individualità e di sicurezza si intonano allo spirito Zen, che predilige la concisione e la semplicità.

Tratto dal testo di Yasunori Gunji pubblicato sul catalogo presente in galleria.

Presso la Fondazione Matalon
Foro Buonaparte 67 – Milano
KAZUO KIMURA
HOKUGA SUMIE: LA PITTURA A INCHIOSTRO DEL SOGNO
Mostra personale di Kazuo Kimura, pittore, architetto e monaco buddhista, che espone per la prima volta in Italia grazie al contributo della Japan Foundation di Tokyo e del Centro di Cultura Italia Asia, con il patrocinio del Comune di Milano e del Consolato Generale del Giappone.
La mostra sarà visitabile dal 2 al 31 maggio,
da martedì a sabato,
dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19.
Domenica e lunedì chiuso.

FeiMo

Paola Billi, creative e graphic designer, e Nicola Piccioli, studioso indipendente,
sono artisti e docenti di calligrafia estremo orientale. Unici esponenti italiani di
quest’arte esemplare riconosciuti a livello internazionale, diffondono attivamente l’esperienza estetico-grafica contemporanea della calligrafia han. Fondatori dell’Associazione Culturale FeiMo, hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (Scuola FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio. Tengono laboratori teorico-pratici nelle scuole pubbliche di ogni livello.
Info: www.femaleproject.com - e-mail: feimo@femaleproject.com - tel. 055224913

La prossima lezione al Monastero Zen Il Cerchio “Enso-ji”,
Via dei Crollalanza 9 - Milano tel. 02 83 23 652
sarà il 7 Giugno 2003; mentre l’ 8 Giugno 2003 condurranno un laboratorio intitolato “Bambù & Calligrafia”, sempre presso il Monastero Zen Il Cerchio “Enso-ji”.
IL LINGUAGGIO GIOVANILE IN GIAPPONE
di Matteo Rizzi (seconda parte)

La delicata tematica kogyaru è strettamente connessa con l’aspetto sociale della trasgressione e nel contempo rappresenta un fenomeno difficile da definire nelle sue molte sfaccettature. Nel 1996 il termine kogyaru si riferiva a studentesse liceali che presentavano un abbigliamento o un portamento ritenuto anticonformista: capelli decolorati e tinti solitamente di castano chiaro (mai colori forti), il corpo perfettamente abbronzato, abiti molto appariscenti e stravaganti secondo canoni di effimere mode. Le ragazze si riunivano in vere e proprie bande, si ritrovavano in preferenza a tarda sera nel quartiere di Shibuya, il più alla moda di Tokyo, e parlavano un linguaggio proprio sia per le forme che per la pronuncia. Per questo motivo il kogyarugo è considerato da molti studiosi un tipo di linguaggio a se stante. Dal 1997 si è notato un avvicinamento tra le trasgressive kogyaru e le più tradizionali studentesse joshikoosei dato che queste ultime sono venute uniformandosi alle prime in termini di comportamento: consce di essere una icona estetico-economica, spesso alla ricerca di facili guadagni da spendere in articoli firmati o all’ultima moda, hanno favorito la nascita dell’enjo koosai, il fenomeno dello “scambio di aiuti” o del “rapporto basato sull’assistenza” che nasconde dietro l’innocuità del termine una vera e propria rete di centri di smistamento (telephon club o “terekura”) di appuntamenti con uomini, in media quarantenni, disposti a regalare grosse somme di denaro in cambio di compagnia per una serata. Non sono pochi i casi riportati dalla cronaca il cui l’uomo, nel bel mezzo dell’incontro viene derubato del portafogli, minacciato o addirittura preso a bastonate da amici della ragazza.
La pur sintetica analisi dell’ambiguo fenomeno enjo koosai ha inevitabilmente condotto il discorso sul piano sociale e porta a riflettere sul fatto che molti adulti giudicano la comunicazione giovanile leggera e priva di sostanza, senza rendersi conto che il linguaggio giovanile rispecchia più degli altri, nelle forme e nei contenuti, la società consumistica che proprio gli adulti hanno creato. Negli ultimi tre anni i giovani rappresentano il maggior target a cui si rivolge il mercato della multimedialità: nel loro linguaggio di conseguenza appaiono sempre più spesso termini tecnici attinenti a questi nuovi sistemi, vocaboli che nella lingua parlata vengono abbreviati, contratti, annessi tra loro a crearne dei nuovi allo scopo di ottenere una comunicazione rapida e concisa.
I linguisti, da parte loro, limitano le ricerche a uno scrupoloso raffronto con il contesto grammaticale, quasi a dimostrare che i giovani che parlano in modo scorretto stravolgono e sopprimono la “bellezza” della lingua giapponese.

Copyright Fusosha
Se ciò sia vero o meno è difficile stabilirlo, dato che il concetto di bellezza è soggettivo. Il solo fatto indiscutibile è il continuo cambiamento che connota li fenomeno lingua: con l’introduzione di forme e vocaboli nuovi la lingua giapponese ha trovato in ogni epoca la sua raffinatezza espressiva. Non è forse probabile che ciò che oggi è definito un “brutto” giapponese sarà in futuro considerato “bello”? Nel mondo accademico della linguistica e della comunicazione si pensa che la lingua sia uno ”strumento per la comprensione reciproca” e che la sua modificazione ed evoluzione costituisca un fattore intrinseco estremamente importante. In altre parole il farsi capire è il fine, la lingua il mezzo, le modificazioni apportate dal linguaggio giovanile rappresentano novità di utilizzo del mezzo. A voler ricorrere a un paragone, si può dire che, se l’immagine è stata da sempre usata per comunicare un determinato contenuto, allo stesso modo nei secoli abbiamo assistito a un’evoluzione di mezzi e di tecniche espressive: mosaico, affresco, dipinto, fotografia. Si pensi anche all’evoluzione degli strumenti per realizzare queste opere: alla varietà di pennelli che utilizza un pittore o ai differenti filtri che può scegliere un fotografo per comunicare in modo altrettanto variegato. Non è forse la medesima evoluzione che coinvolge la lingua scritta e soprattutto quella parlata? Come sarà difficile convincere un pittore che per una vita ha utilizzato spatola e colori ad olio che esiste un altrettanto valido sistema di colorazione mediante il computer, così risulterà difficile per molti linguisti giapponesi ammettere che anche un linguaggio scorretto - o meglio non inquadrabile nella cornice delle regole grammaticali comunemente accettate - sia tuttavia nell’ambiente giovanile una valida tipologia di comunicazione.
Sicuramente è importante tenere presente che nessuna nuova modificazione o nessuna nuova terminologia preclude automaticamente l’uso delle forme fino ad oggi utilizzate: partendo da questa premessa sarà forse più facile avere un approccio positivo nei confronti di questa forma giovanile di comunicazione.


Matteo Rizzi si diploma in lingua e cultura giapponese presso l’Is.I.A.O di Milano, si occupa di disegno grafico-fumettistico e musica. Lavora attualmente come compositore per l’etichetta discografica giapponese AVEX. Ha ottenuto nel 1998 il primo premio al concorso oratorio di lingua giapponese, organizzato da ANA, Japan Foundation e Istituto Giapponese di Cultura di Roma. In Giappone ha tenuto corsi di disegno presso scuole elementari e ha partecipato a programmi radiofonici con l’emittente Tamana Hot Radio.

L’IDEOGRAMMA DI "FUOCO"
di Giuliana Malpezzi

IL FUOCO (In giapponese KA ed in cinese HUO) è il secondo degli elementi di cui, secondo l’antica filosofia cinese, era composto l’universo, forza terrificante della natura che porta calore ma anche calamità all’uomo, che è facile da attizzare ma che può essere difficile controllare.
Sui gusci di tartaruga e sulle ossa oracolari tale ideogramma era rappresentato da una fiamma a tre punte, che per stilizzazione si è trasformata nel carattere attuale. In correlazione simbolica il fuoco era associato all’estate, al sud, al cavallo ed al serpente come segni ciclici dello zodiaco. In composizione con l’ ideogramma di “grano” forma la parola “autunno”, cioè la stagione in cui le stoppie vengono bruciate per poter procedere alla semina, e per ricominciare il ciclo vitale della fertilità. In giapponese il giorno del fuoco è il martedì.

DAITO-RYU AIKIJUJUTSU
di Antonino Certa (quarta parte)
Proseguiamo dicendo che in questa quinta e ultima serie, Gokajo, sono applicate tutte e tre le strategie di combattimento, go-no-sen, sen-no-sen e sen; il tori sceglie nella maniera più idonea la strategia da applicare contro un attacco, a volte la stessa tecnica è applicata con differenti strategie.


E’ importante sottolineare che arrivati alla pratica di questa serie si sottintende che il praticante di daito-ryu sia entrato veramente nello stato di jutsu (arte o abilità), cioè esso è in grado di applicare le tecniche in maniera libera e sempre in funzione di chi attacca, ad esempio relativamente alla corporatura più o meno robusta di uke, all’altezza (se è maggiore oppure minore di quella di uke), che uke sia in uno stato di difesa oppure di offesa. Fra le molteplici combinazioni di ogni possibile variabile, sia fisica che mentale, il praticante cercherà istantaneamente e, se possibile, istintivamente di trovare la soluzione migliore che gli dovrà assicurare la vittoria; sarà in questo stadio di allenamento che esso cercherà di migliorare il suo jutsu, a volte impiegandoci una vita intera.
Questo primo gruppo di tecniche dell’insegnamento di base chiamato shoden, a cui appartiene l’hiden-mokuroku(chiamato anche hyakujuhachikajo, serie delle 118 tecniche), dimostra come il daito-ryu aikjujutsu sia profondamente legato alle tradizioni militari dei samurai. Il samurai utilizzava queste tecniche in molte situazioni della vita quotidiana: nella posizione seduta (kiza), nella posizione inginocchiata (hiza), in piedi (tachi), da attacchi da dietro (ushiro), mediante l’uso di un’arma, ad esempio un bastone, un jutte, od oggetti di uso quotidiano come l’ombrello di cui si è già parlato. Questo modo di allenarsi è peculiare delle arti marziali tradizionali giapponesi (chiamate koryu: antiche scuole); esso rispecchiava le necessità del guerriero professionista: occorreva sapersi difendere in ogni posizione e in ogni luogo, con qualunque tipo di arma. Occorreva conoscere un po’ di tutto, dalle tecniche di lotta corpo a corpo, alle tecniche armate, dalla strategia alla medicina (per le ferite o gli incidenti che possono accadere durante un allenamento nel dojo).

Antonino Certa Shihan è responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
www.daito-ryu.com info@daito-ryu.com - tel. 0248012143

PENSIERI DI IERI ... TEMPI DI OGGI
di Hua T'o

Ho più di una volta ripetuto che lo zen studia ed esamina i nostri movimenti interiori, le pulsioni affettive, il nostro modo di proporsi, in altre parole il nostro comportamento, risultante di una condizione psichica inconscia e in continua evoluzione. Pur rimanendo fermo il punto che nella pratica zen si deve ricorrere ad una continua introspezione, determinante a sua volta una continua evoluzione psichica, che richiede un accurato ed approfondito esame delle nostre pratiche interiori, oggi e nei tempi successivi dedicheremo la nostra trattazione alla creazione di un piccolo vocabolariste o meglio a un glossario dei vari termini che sono stati usati. L’ottenimento di stati di coscienza profondi, senza i quali non è possibile addivenire ad un giudizio critico, base di ogni nostro estremo atteggiamento, è fondamentale nella pratica zen. Si è a questo punto chiarito che occorre essere molto espliciti, altrimenti si corre il rischio di creare confusioni ed incertezze.

Introspezione.
E’ questo uno sviluppo della conoscenza della propria vita psichica interiore attraverso un esame delle esperienze personali. Questo procedimento può prendere in considerazione soprattutto quello che contiene la nostra coscienza come anche le norme che stanno alla base della psiche di ognuno di noi.
Le più svariate scuole di psicologia hanno ripetutamente preso in esame il valore della introspezione, fermo restando che l’esame dell’io e delle sue manifestazioni rimangono quale base fondamentale di ogni processo critico, da cui poi scaturiscono i comportamenti che altro non sono che processi conoscitivi di alto livello. Il termine introspezione trova un riscontro nelle operazioni di riflessione, quali le hanno intese i filosofi dal 1770 in avanti. Occorre differenziare i processi introspettivi che si dividono in due categorie: quelli che si succedono nell’immediato e che richiedono un esame senza interposizioni e quelli che richiedono una riutilizzazione di condizioni trascorse nel tempo mediante un processo di retroispezione. Siamo all’inizio della psicologia sperimentale che pone l’introspezione alla base di ogni scienza psicologica. Questo lo si deve al filosofo tedesco Wundt considerato il fondatore della psicologia sperimentale. Uno dei cardini su cui Wundt ha imperniato la sua ricerca s’identifica con la predicazione zen, cioè l’esperienza soggettiva che è in grado di mettere a nostra disposizione elementi immediati e contingenti. L’indagine introspettiva diventa il metodo per antonomasia che sta alla base di ogni analisi psicologica interpretata come rappresentazione di stati di coscienza tradotta in ultima analisi come atteggiamenti comportamentali. L’analisi introspettiva degli stadi psicologici profondi conduce così all’analisi delle esperienze interiori iscritte nel subconscio pervenendo in tal modo alla cognizione dei processi inconsci. Siamo giunti in tal modo alla immagine degli stati di coscienza riposti mediata da condizioni di intuizione consapevole ponendo in tal modo i processi introspettivi alla base di tutti gli intendimenti.
Ogni atto ritenuto cosciente richiede dunque una analisi introspettiva per controllare (questo termine forse non è molto ortodosso), forse è meglio verificare quanto di precedente è andato inscritto nel nostro inconscio ed agire conseguentemente, cioè comportarsi conseguentemente. In tal modo si ovvierebbe alle ripetizioni, al soggiacimento ad imposizioni volute dalla mente di altri; in altre parole ci si libererebbe dalla volontà di altri. Il processo non risulta facile, ma possibilissimo, purché lo si voglia adottare, finalizzato ad una liberazione dei nostri atti.
LIBRI: GIAPPONE
di Graziana Canova Tura
Minoru Hirazawa e Graziana Canova Tura Cucina etnica - Fabbri, 2001 (2a ediz.), pagg. 120

La cucina giapponese non è solo pesce crudo! Questo libro offre un viaggio affascinante in una cucina delicata e dietetica frutto di millenarie tradizioni e di insospettabili apporti dall’esterno.
L’arte gastronomica del Sol Levante è una delle più raffinate del mondo: non solo il gusto viene
solleticato da sapori sconosciuti, ma il senso
estetico è appagato dall’elegante presentazione degli elementi che costituiscono il piatto.

GRAZIANA CANOVA TURA si è laureata in lingua e letteratura Giapponese all’Università di Venezia e ha vissuto per molti anni in Giappone. E’ membro dell’Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi e vicepresidente del Centro di Cultura Italia-Asia. Ha curato varie traduzioni di classici giapponesi e ha scritto:
"Il Giappone in cucina" (Mondadori),"Sushi" (Fabbri) e "La cucina Zen" (Xenia).

MINORU HIRAZAWA, diplomato alla prestigiosa Scuola di cucina TSUJI di Osaka, ha lavorato in Giappone per otto anni. A Milano è responsabile del Poporoya, negozio e sushi bar,Koma, sushi bar, e del ristorante Shokujitei.

SUMINAGASHI Inchiostro fluttuante (seconda parte)
di Luisa Canovi

I famosi quattro tesori:

“sumi” il bastoncino d’inchiostro,
suzuri” la pietra,
“hude” il pennello
“kami” la carta

La tecnica per praticare il suminagashi è estremamente semplice, una specie di gioco che riesce sempre (o quasi) e che sempre stupisce. Si prepara una vaschetta bassa con un po’ d’acqua, che deve rimanere immobile come la superficie di un lago e si macina l’inchiostro sfregando il bastoncino di sumi sulla pietra inumidita.
Quando l’inchiostro è pronto, nero e profondo, si intinge il pennello e ci si prepara spiritualmente alla creazione del disegno. Con una mano si tiene il pennello inchiostrato e con l’altra mano un secondo pennello intinto nel fiele di bue (una sostanza incompatibile con l’inchiostro). Concentrandosi unicamente sul proprio respiro si appoggia la punta del pennello sul pelo dell’acqua formando una macchia circolare. Subito dopo con l’altro pennello si tocca la macchia, che istantaneamente si espande in una linea circolare, lasciando libero lo spazio interno.
Si continua ad alternare inchiostro e fiele, formando dei cerchi concentrici sempre più fitti e più sottili.
Quando, senza un motivo razionale, si sente che il disegno è finito, si appoggia un foglio di carta giapponese da calligrafia e ogni traccia di sumi rimane impressa nelle fibre del foglio. I cerchi d’inchiostro in realtà ben presto modificano la loro forma regolare, assumendo configurazioni imprevedibili date dalle vibrazioni che l’artista trasmette all’acqua involontariamente.

L’acqua diventa quindi non solo un supporto tecnico, ma uno strumento creativo al pari della mano del calligrafo.
Ai giochi di vibrazioni involontarie si possono aggiungere effetti pensati e provocati come ad esempio leggeri tocchi contro le pareti della vaschetta o un soffio sul disegno, oppure una carezza con un ventaglio o ancora un capello fatto scorrere sul filo d’acqua.
Fuori da ogni progetto precostituito il disegno apparirà libero e naturale, ma anche personalissimo e rivelatore delle emozioni di chi l’ha realizzato. La magia del suminagashi è affascinante e con le sue regole semplici e intuitive rende possibile a chiunque la creazione di disegni sempre diversi e irripetibili, ma soprattutto regala momenti di completa serenità.
Arte: FLORENCE DI BENEDETTO e ROMINA POWER
di Tullio Pacifici
Florence di Benedetto espone allo
Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 17 maggio 2003 al 20 giugno 2003
Romina Power espone allo
Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
fino al 19 giugno 2003

Le soste, le inquadrature, gli spazi di questi lavori riflettono e concretizzano le dimensioni di un vissuto mentale. Di quale immaginazione si tratta? Ad un primo livello è quella che si ispira ai linguaggi dell’arte di schiocco (pop art), facendo emergere dalla banalità comunicativa di certi oggetti e di una determinata cultura urbana un senso estetico non neutrale: enfatizzandone le dimensioni, le colorazioni, piuttosto che riproducendone i significati mediatici. Da questo punto di vista, parzialmente, si giustificano alcune delle riprese esposte ed effettuate durante i viaggi di quest’artista a Londra, Los Angeles, Las Vegas, Boston, Bangkok. Osserva quei soggetti che sono quotidianamente utili - underground, clock, crossroads, garage, pepsicola, parking, black car - ma artisticamente indifferenti e ne sottolinea l’importanza in quanto elementi regolatori della scansione temporale e spaziale delle nostre giornate. Il primo profilo di quest’immaginazione non sembra tuttavia quello conclusivo. Si possono infatti individuare altri aspetti proprio muovendo dai risultati estetici delle tele: le apparenze giocano un ruolo determinante. In che senso? E’ quello che si può individuare guardando come l’ampia gamma di soggetti ritratti da Florence Di Benedetto si combina con i processi tecnici utilizzati. Fotogrammi ottenuti con una polaroid 690 vengono successivamente manipolati ai bordi provocando un’emulsione incontrollabile di colori. Si producono così tinte dalle sembianze surreali che, successivamente, vengono trasferite alla tela con un procedimento di plotteraggio digitale e quindi ulteriormente arricchite da interventi pittorici. Le immagini ottengono una sorta di rapimento verso realtà che stanno all’interno di uno spazio in cui la vita è immaginazione e dove si producono continui effetti di scioglimento e di coagulazione. Da queste tele, simili per profondità a finestre e per tattilità al pelo dell’acqua di uno stagno, l’artista guarda il rispecchiamento del mondo con le sue fattezze di liquidità, trasparenza e densità.

Si avvicina alla pittura giovanissima, negli anni ’60 a Roma, incominciando ad osservare sua madre Linda Cristian mentre lavora al cavalletto. Forse già questo può far dire che nel Suo sangue scorre una vena pittorica, ma va anche tenuto presente che il nonno, Frederick Tyrone Power, quando non recitava in teatro, dipingeva, e che la zia Anne, sorella del padre Tyrone, era pittrice di professione. Romina Power è autodidatta e il suo percorso pittorico prosegue negli anni senza sosta fino ad oggi. Da quanto si legge nel testo tratto da Perché dipingo, per Lei la pittura rappresenta un mezzo per esprimere i sentimenti senza dover usare le parole. Usa i colori come sensazioni, le spatole decise, come sfogo personale, senza intermediari. E ancora scrive l’artista, sei solo tu, la spatola, la tela e i tuoi sogni. Predilige le tele di grandi dimensioni, adopera tinte ad olio e preferisce la spatola al pennello. Si esprime secondo una pittura materica perché ritiene che attraverso lo spessore del colore e il modo di stenderlo è possibile rendere meglio visibili le esatte dimensioni della tessitura e di ciò che si vuole rappresentare. Vediamo ora alcune di queste premesse poetiche tradursi nei quadri della presente personale, in particolare riferendoci all’opera intitolata Fujiama. Il cielo, il monte e i girasoli in primo piano si offrono ad una equilibrata disposizione nel piano e colpiscono immediatamente per un uso delle tinte emotivamente forte. La tela risuona di percettività immaginifica, fonte interiore della pittrice di fronte all’imprevedibile e fantastica complessità di ciò che è ambiente. Questo modo di sentire, espresso con tratti energici, sembra consonare con certe motivazioni della sensibilità giapponese, in particolare l’idea di una natura come entità a sviluppo spontaneo e voce cui prestare attenzione. E’ così che la materia dei segni e delle linee di questa tela sembra impregnarsi di uno spessore tellurico che muove lo sfondo e rapisce come quando si vedono le scosse ondulatorie attraversare un terreno deserto.