Arretrati
Pagine Zen n°22

Enso - Il cerchio della pittura Zen
di Nicola Piccioli (prima parte)

Diversamente dal buddhismo originale indiano, nel quale i monaci si astenevano da ogni attività che li potesse coinvolgere con la polvere del mondo, alcune scuole di buddhismo che si sono sviluppate in Cina, nutrite dalle correnti di pensiero cinesi e dietro l’esempio dei letterati, sulla strada della realizzazione del risveglio, diedero una grande importanza alla pratica delle arti maggiori.
In particolare la calligrafia, a proposito della quale il poeta e filosofo Yang Xiong (53 a.C.-18 d.C.) diceva: “La parola è il suono dello spirito (xinsheng), la scrittura è la pittura dello spirito (xinhua), è dalle indicazioni date da questo suono e da questa pittura che si riconosce l’uomo elevato dall’uomo da poco”, fu la prima arte praticata dai monaci buddhisti cinesi, indirizzata allo svelamento della propria natura profonda al fine di far emergere la buddhità che è celata in ogni creatura vivente. In effetti il pennello è uno strumento estremamente sensibile che, come un sismografo, registra le componenti della personalità: qualità spirituale, capacità, e cultura. Questo è particolarmente evidente nel chan (san in coreano e zen in giapponese), scuola di buddhismo completamente sinizzato, dove meditazione e calligrafia hanno intimi legami. Ma le esperienze estetiche dei monaci erano generalmente guardate con sufficienza dai letterati cinesi, che non vedevano compatibilità tra la pratica di un’arte e il distacco dal mondo fenomenico propugnato dalla dottrina di Sakyamuni. Invece, quando il chan, tra XII e XIII secolo, approdò sul suolo giapponese, la sua concezione del mondo trovò larga approvazione presso la nobiltà dominante, divenendone un insostituibile supporto ideologico ed estetico. Così i frutti più esaltanti e apprezzati dell’arte della scrittura fatta dai monaci buddhisti si sono concretizzati nel paese del Sol Levante. In effetti l’arte zen è un’esperienza spirituale nel senso più autentico del termine. E’ praticata da monaci che dedicano intensamente la loro vita di meditazione alla ricerca del risveglio attraverso lo svelamento della vera natura della realtà. Così il loro fare calligrafia serve a realizzare l’emergere del proprio profondo e rende manifesta la sua realizzazione: è qui il grande potere di quest’arte. Affronteremo brevemente uno dei più sorprendenti e significativi risultati di questo fruttuoso incontro di culture: l’Immagine del Cerchio (cin. Yuanxiang, giapp. Enso). Il cerchio è una componente antica e basilare nella riflessione del buddhismo chan, dove sono chiare le derivazioni dalle concezioni cosmologiche daoiste e dalle loro posteriori elaborazioni neoconfuciane. In epoca Tang (618-907) la cosmologia daoista, con il “Diagramma del Culmine Supremo” (Taijitu), aveva definitivamente fissato il concetto di “Senza Culmine” (Wuji), rappresentato da un cerchio vuoto, come stadio antecedente al “Culmine Supremo” (Taiji), cioè alla manifestazione dell’energia nelle due polarità Yin e Yang, che nel loro rapporto dinamico danno vita a tutti i fenomeni.


Torei (1721-1792) "Bodhidharma".
La stilizzazione della figura di Bodhidharma in meditazione è stato uno degli elementi grafici che contribuirono alla sintesi segnica del Cerchio Zen.


Questo cerchio vuoto rappresenta il caos primordiale (hundun), caratterizzato dalla mancanza di forma, che potenzialmente contiene tutte le forme. Dunque il cerchio vuoto è il sublime e perfetto simbolo della totalità, dell’originale fisionomia di tutte le cose. Questo non poteva che intrigare i pensatori chan, per i quali realtà fenomenica e realtà assoluta non solo sono interdipendenti, ma sono necessarie l’una all’altra.
Così, già nel VI secolo, il monaco Jianzi Sengcan (?-606), considerato il terzo patriarca chan, nella sua Iscrizione della fiducia della mente (Xinxinming), affermava che “Il cerchio è identico al grande vuoto, niente manca niente è in eccedenza” (Yuan tong daxu wuqian wuyu).

FeiMo

Paola Billi, creative e graphic designer, e Nicola Piccioli, studioso indipendente, sono artisti e docenti di calligrafia estremo orientale. Unici esponenti italiani di quest’arte esemplare riconosciuti a livello internazionale, diffondono attivamente l’esperienza estetico-grafica contemporanea della calligrafia han. Fondatori dell’Associazione Culturale FeiMo, hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (Scuola FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.
Tengono laboratori teorico-pratici nelle scuole pubbliche di ogni livello.
www.femaleproject.com - feimo@femaleproject.com - tel. 055224913
PENSIERI DI IERI ... TEMPI DI OGGI
di Hua T'o

Le volte precedenti si è portata l’attenzione sul valore e la necessità di esplorare e criticamente valutare le proprie iscrizioni psichiche, specie quelle che affondano le proprie radici nelle esperienze o nei fatti del passato.
Si è detto che il valore della introspezione risulta fondamentale nell’azione del futuro, se questa viene condotta intelligentemente e con determinazione e risulta essersi tradotta in uno sviluppo della propria vita psichica interiore.
Guardarsi dentro, nel profondo e valutare a posteriori quanto prima ha inciso nella nostra psiche l’esperienza di tempi passati, che indubbiamente hanno lasciato un segno o meglio hanno creato stati di coscienza che vivono in noi sopiti ma pronti a riaffiorare al bisogno. Questa è la vera valenza dell’esperienza personale, corredo preziosissimo, purché se ne sappia approfittare, divenendo in tal modo la nostra vera coscienza, quella che deve essere costantemente presente nella nostra azione di tutti i giorni. Questo è il traguardo finale che intende raggiungere lo zen.
Un “saggio” del passato, Matsu , vissuto nell’ottavo secolo ha definito questo stato di coscienza il quotidiano.
L’indagine introspettiva diviene pertanto il metodo da adottare quando si vuole accedere alle iscrizioni che l’esperienza o i tempi trascorsi ha segnato o lasciato qualcosa dentro di noi, prendendo in considerazione in senso critico quanto ci è
rimasto dentro delle esperienze passate. Questo risulta essere un elemento fondamentale che condizionante del comportamento umano.

Intuizione. Con questo termine va inteso tutto quanto riusciamo ad apprendere, purché si abbia una reale conoscenza di se stessi, dagli stati di coscienza e da quei valori e verità connotati dalle caratteristiche di verità razionali.
Il grande filosofo tedesco Husserl parla di intuizioni edipiche riferendosi alla intuizione delle cose nel loro intimo che ci fornisce in tal modo l’essenza delle cose stesse.
Se questo poi si sposa con il giudizio critico il discorso diviene più ampio e coinvolgente in quanto si vanno a pestare i piedi a molti.
L’intuizione viene spesso posta in parte alla base della conoscenza di ognuno di noi e apre un lungo discorso.
Questa, l’intuizione, viene anche definita come un qualcosa secondo cui alcune azioni o comportamenti vengono giudicati giusti o no. Eccoci ancora al giudizio critico. Questo ci supporta nel discernere il giusto dall’ingiusto.
Lo studio dell’intuizione ha prodotto differenti correnti di pensiero che rientrano tutte in quello che è stato definito intuizionismo.
Abbiamo pertanto un intuizionismo percettivo, che riconosce come intuitivi solamente i giudizi che giudicano buoni soltanto alcuni atti particolari; un intuizionismo dogmatico il quale fissa nel giudizio di bontà solamente alcuni fatti che devono rispettare un comportamento corretto; l’intuizionismo filosofico infine prende in considerazione soltanto quello che ci sembra nel giusto e nel corretto.
In altre parole, più chiaramente comprensibili, l’intuizione si può identificare con l’etica e di qui ne possono scaturire giudizi sulla bontà e soprattutto sul valore di alcune azioni o comportamenti.
In un linguaggio più alla mano, l’intuizione risulta essere quella presa di stato di coscienza riferito a quello che occorra fare o no. Intuire significa anche procedere nei giudizi, non adagiarsi su quanto il momento richiede. Rifiutare la massificazione, essere noi stessi. E’ a questo punto che l’intuizione acquista tutto il suo valore e, ripeto, può precedere i tempi.
DAL GIAPPONE ALLA THAILANDIA
Somiglianze e differenze - di Daniela e Giuliana Malpezzi

L’Oriente è un mondo vasto e vario, i cui paesi presentano caratteristiche tanto diverse che siamo tentati di paragonarlo ad un caleidoscopio. Conosciamo la pienezza vitale dell’India, l’indaffarato affollamento della Cina, mentre identifichiamo il Giappone con la raffinatezza della semplicità. Difficilmente riusciamo a pensare che abbiano delle matrici culturali comuni, mentre, in realtà, ai lati estremi dell’Asia, in paesi tanto diversi come la Tailandia ed il Giappone troviamo aspetti simili nella tradizione culturale.
Se diamo un’occhiata alla storia, possiamo constatare che l’India è stata per entrambi i paesi il grande ispiratore della spiritualità, della filosofia e della struttura statale. In tempi antichi, quando i traffici marittimi erano legati al regime dei monsoni e l’andare per mare era una sfida alla natura, le rotte marittime e commerciali erano controllate dai mercanti indiani che navigavano verso Est per trasportare le merci giunte dall’Occidente e per riportarne in cambio spezie, tè, seta cinese, pietre preziose, profumi, e sostanze medicinali. Tutti questi tesori dall’Oriente arrivavano in Europa passando per l’India e le vie carovaniere dell’Arabia. I mercanti indiani, a causa appunto del regime monsonico, si fermavano nei paesi del Sud Est asiatico e dell’Estremo Oriente per lunghi periodi dell’anno, portandovi oltre alle merci la cultura, la filosofia Buddhista, i modi di governo e l’arte di costruire i templi. Fu così che la Tailandia assimilò e rielaborò, in sincretismo con le proprie usanze, il carattere della regalità e gli ideali guerrieri ispirati

al sistema indiano per cui il re era il sovrano-dio, il deva-raja che garantiva, grazie alla consacrazione divina, il benessere e la fertilità : in termini pratici, la coltura del riso attraverso la gestione delle risorse idriche e l’organizzazione sociale.
Ancora oggi sia in Tailandia che in Giappone, paesi che hanno adottato un sistema democratico di tipo occidentale, il Re e l’Imperatore sono rispettati come gli antichi deva-raja e questi ultimi, come i loro antenati, garantiscono la prosperità del paese grazie alla stabilità della loro funzione.
Anche se il riso non è più la maggior risorsa alimentare, tuttavia rimane la base dell’alimentazione in entrambi i paesi, dove si consuma cotto al vapore e serve da accompagnamento ai piatti principali, un tocco di bianco-neve tra i caldi profumi delle ciotole.
Il mito cosmologico del Monte Meru, la montagna sacra dimora degli dei, ha ispirato la forma architettonica dello stupa che, originariamente rotonda, si è andata allungando in alto nel cammino verso Oriente, diventando il chedi tailandese a campana e la pagoda giapponese a tetti sovrapposti. Concepito in origine come tumulo funerario, lo stupa è diventato il simbolo dei templi Buddisti dedicato all’elevazione spirituale. Il Buddismo è giunto in Tailandia attraverso le rotte marittime dal sud dell’India, mentre ha raggiunto il Giappone dalla Via della Seta e dalla Cina. Dalla Cina, infine, sono scese le tribù che in tempi antichissimi hanno popolato la Tailandia : tuttora un’alta percentuale di tailandesi sono cinesi. Per questo alla corrente Hinayana del credo buddista si è unita la filosofia cinese del Tao, basata sulla conoscenza del Sé, che sotto il nome di Zen è largamente praticata in Giappone.

Jeeg Robot, Mazinga, Candy Candy...
Le sigle TV degli anni '80 di Matteo Rizzi

Dalla fine degli anni ’70 i piccoli schermi italiani sono stati pacificamente invasi dalle serie animate di produzione giapponese: se prima di allora con il termine “animazione” ci si riferiva alle produzioni di Walt Disney, l’arrivo delle serie d’animazione made in Japan riuscirono, con una loro specifica modalità narrativa e uno stile grafico accattivante, a rappresentare da subito un’alternativa e a conquistarsi una nutrita schiera di spettatori e appassionati. La concomitanza con la nascita e la diffusione dell’emittenza privata ha dato via via maggior impulso al mercato dell’importazione, del merchandising relativo ai cartoni animati ma anche in quello delle sigle televisive. La colonna sonora costituisce una parte importantissima di ogni produzione animata: rappresenta il suo biglietto da visita; le note e i testi si legano indissolubilmente alla storia e ai personaggi del cartone animato. In Giappone per ogni anime (parola giapponese che deriva dall’inglese “animation”) vengono solitamente prodotte almeno due sigle differenti: una di apertura (OP, opening) e una di chiusura (ED, ending) e sono pure pubblicati i sottofondi musicali (BGM, background music) che accompagnano in sincronia con le immagini le sequenze nei singoli episodi. Il mercato giaponese muove un giro d’affari impressionante se paragonato al nostro, ma anche in Italia il boom delle sigle televisive fino alla metà degli anni ’80 ci ha regalato delle canzoni indimenticabili. Chi non ricorda Jeeg Robot, Mazinga, Sampei…? Chi non ha mai cantato il ritornello di Candy Candy o Lady Oscar? Buona parte di queste sigle in Italia è stata prodotta dall’etichetta discografica RCA (attualmente BMG) che nel settore soundtrack all’epoca vantava la collaborazione di bravissimi musicisti.

I principali gruppi e artisti che produceva erano i Superobots, Rocking Horse, I Cavalieri del Re di Riccardo Zara, Le mele verdi di Mitzi Amoroso, e Nico Fidenco.
Così ad esempio scopriamo che Douglas Meakin -leader dei Superobots e dei Rocking Horse, nonché compositore e cantante in Candy Candy*, ha lavorato tra gli altri con Cocciante, Barbarossa, Morricone, che negli anni ’60 col complesso dei Motowns ha contribuito a portare il sound del beat inglese in Italia, che il suo amico chitarrista Dave Sumner ha suonato con i Primitives di Mal, che Franco Migliacci oltre ad essere autore del testo di “Volare”, la celebre canzone di Modugno, lo è anche di Mazinga. Grandi musicisti hanno realizzato canzoni per bambini: sicuramente è uno dei motivi per cui le loro sigle, studiate per essere piacevoli e orecchiabili sono ricordate e apprezzate anche da un pubblico più maturo. A conferma di questo interesse sono state organizzate fin’ora tre edizioni de “La notte delle sigle” degli eventi live che si sono tenuti nel 2000 e nel 2001 rispettivamente al Piper Club e al Palacisalfa di Roma e lo scorso 11 maggio presso il Rolling Stone per la prima volta a Milano, in cui gli artisti si sono esibiti dal vivo di fronte a un pubblico emozionato nel riascoltare le sigle che hanno accompagnato la loro infanzia. Proprio in quella giornata ho raccolto per voi un’intervista a Douglas Meakin, una buona occasione per conoscere più a fondo un artista le cui sigle sono oramai “evergreen”.

*...il nostro produttore mi disse che stavano cercando una sigla per il telefilm “Lassie”, allora io ho scritto “Lassie oh Lassie...” (la canta con la melodia di “Candy Candy”) ma quando l’ha sentita ha detto “...questa può andare per Candy”...(tratto dalla gustosa intervista a Douglas Meakin, qui interamente pubblicata
DAITO-RYU AIKIJUJUTSU
di Antonino Certa (quinta parte)
Particolare enfasi viene data alla pratica in ginocchio, che ha una sua origine storica: in passato, quando un samurai transitava nell’obanbeya (ampia stanza di un castello nel quale era consentito l’accesso solo a persone di un certo rango) del castello di Edo (l’antica Tokyo), doveva consegnare le armi, a meno che non fosse un nobile dal titolo di suke o kami, a cui era consentito tenere dei coltelli (tanto e aikuji). Al cospetto dello Shogun non si poteva stare in piedi; non si poteva estrarre un’arma, si era costretti dall’etichetta a muoversi in ginocchio; da qui il caratteristico modo di camminare in ginocchio chiamato shikko. Anche se molti considerano obsoleta questa forma di allenamento, essa rafforza le anche e le gambe, ma soprattutto il continuo allenamento in tale posizione “costruisce” il senso della percezione dell’hara.
Per muoversi in ginocchio occorre muovere le anche e il proprio centro fisico, altrimenti è molto difficile spostarsi o lo si fa in maniera goffa.


Questo crea col tempo il proprio hara; lo crea sia fisicamente, sia psichicamente; in seguito, in piedi, ci si muoverà con molta più sensibilità, con molta più libertà in ogni direzione e con molta naturalezza.

Antonino Certa Shihan è responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
www.daito-ryu.com info@daito-ryu.com - tel. 0248012143

L'INTERPRETAZIONE DI SUMINAGASHI (terza e ultima parte)
di Anna Zanardi

L’interpretazione dei disegni suminagashi offre un’indicazione sugli stati d’animo attuali dell’autore del disegno stesso.
L’assunto teorico che sottostà ai criteri interpretativi si basa sul fatto che l’essere umano è immerso in un campo di frequenze misurabili attraverso sofisticati strumenti messi a punto dalla fisica quantistica (squid) che rappresentano la qualità della sua vita biologica ed emotiva.
Il primo a “scoprire” questa dimensione è stato il pioniere della biologia molecolare Rupert Sheldrake che lo ha denominato campo morfogenetico di apprendimento.
In sintesi ogni volta che emettiamo un pensiero, un comportamento conseguente, un’emozione, diamo una forma caratteristica alle nostre frequenze che a loro volta impattano sulle frequenze altrui interagendo ed influenzandosi reciprocamente. Questo impatto avviene anche sulla materia che in questo caso è costituita dall’acqua e dall’inchiostro.
Le nostre emozioni si impregnano sulla carta che assorbe la distribuzione dell’inchiostro nell’acqua.
Prendiamo questi due disegni suminagashi e vediamo cosa ci dicono:

Disegno A
C’è un legame simbiotico con la madre che si sviluppa intorno a un nucleo profondo di totale identificazione della visione materna, questo impedisce da un lato l’emancipazione dalla madre, dall’altro una visione autonoma del mondo maschile col quale non vi sono apparentemente legami di sorta. Anzi appare addirittura una conflittualità nei confronti del mondo maschile che spinge lontano il padre. La conseguenza sarà l’impossibilità di viversi un rapporto di coppia sereno ed equilibrato.
Disegno B
L’autore mostra una forte conflittualità nei confronti del padre che rende frammentaria la sua emotività.
Tende ad avere un legame forte con la madre seppur critico e non del tutto pacifico.
La forte frammentazione del suo mondo interiore richiederebbe uno sforzo di elaborazione dei traumi emotivi vissuti che pur essendo antichi impediscono un’integrazione serena sul presente ed uno stato d’animo rilassato.

Anna Zanardi. Psicologa esperta in malattie psicosomatiche consegue la specializzazione in Terapie Espressive ed Artistiche al Lesley College dell’Harvard University di Cambridge, Massachusetts. All’attività accademica presso l’Università IULM di Milano affianca quella organizzativa di consulenza, è iscritta all’albo degli psicologi e dei giornalisti. Pubblica libri per Gruppo Futura, Franco Angeli, Tecniche Nuove i cui temi trattano lo sviluppo del quoziente emotivo, l’automotivazione, la psicologia del benessere, la gestione dello stress e i modelli di psicosomatica. Collabora con Paper Factory negli incontri di Paper Therapy.

Luisa Canovi si diploma in scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e si laurea presso il DAMS di Bologna con un film di origami animati. Lavora come autrice e come paper designer nel mondo della carta. Dopo aver diretto il Centro Diffusione Origami a Bologna nel 1995 fonda a Milano il Paper Factory, centro culturale di Arti Cartarie. A Milano si diploma presso l’ISMEO in lingua e cultura giapponese.

Paper Factory - Corso San Gottardo 18 - 20136 Milano
Tel. 02 8322170 - www.paperfactory.it
YUMEZORA-GO UN PLANETARIO MOBILE
di Akiko Shimazaki

Su una linea delle ferrovie giapponesi che collega Muikamachi e Saigata in Niigata (la prefettura centro-nord del Giappone) è in servizio un nuovo modello di treno: si chiama YUMEZORA-GO (YUME=sogno, ZORA (=SORA)=cielo).
Si tratta di un proiettore con DVD che proietta le costellazioni sul soffitto del treno.
L’affascinante idea sfrutta il fatto che il 67% del percorso si svolge in galleria.

(dal quotidiano Asahi - 30 aprile 2003)”
Arte: ANDREA CEREDA e ROBERTO FARINA
di Tullio Pacifici
Andrea Cereda
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano
via Maddalena, 1
dal 21 giugno al 18 luglio 2003
Roberto Farina
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 19 giugno al 9 settembre 2003

E’ un’occasione dialettica, un momento di passaggio, una situazione ambientale che gioca con i significati delle parole. Rispetto alla precedente esperienza, Convivenze, assistiamo ad un mutamento di situazione e di punto di vista. Non si tratta di una rottura con il passato quanto piuttosto di un’operazione di estremizzazione. In che senso? Le opere in questione sono circa una ventina di bozzetti di studio (tecnica mista su carta), una decina di sculture da parete (lamiera di ferro e ossidi) e qualche scultura da tavolo realizzata a tutto tondo. Rispetto alla serie citata l’artista lavora in modo che i materiali impiegati possano creare una sorta di corto circuito tra loro, con le superfici, e l’ambiente esterno. Il punto focale delle opere sta nel termine Erosioni, ad indicare con questa parola che si tratta di espressioni che privilegiano un uso semplice e immediato dei pezzi, cuciti insieme perché l’estetica della bella figura lasci spazio a quel che viene fuori viene fuori. Si tratta di un approccio che guarda alla Land Art, utilizzando materiali come il legno e il ferro, per poi riassemblarli e ricucirli secondo una logica quasi casuale. Un’espressività visiva quindi in cui gli elementi coloristici e formali utilizzati sembrano volere perdere identità, la loro primigenia funzione di metalli o legni, per acquisire una necessità o una vita nuova. Combinandosi insieme, fusi e ossidati, mettono in rilievo la possibilità delle riconfigurazioni ambientali. In questo punto prendono corpo quelle increspature della materia e quegli incontri forzati che generano una reazione emozionale e fisica. Erodere quindi per bruciare l’interno e l’esterno, riconducendo l’oggetto ad un ruolo di mediano con gli stati d’animo di chi entra in visione con esso. L’intento, insieme a quello di portare l’attenzione sugli stati emozionali, cerca là dove le materie metalliche si rifondono su stesse generando qualcosa che rispetto alla superficie mostra un’immensa potenzialità di vita comunicativa.

Lavora secondo parametri classici, la camera oscura e il modo dell’internegativo. Con questo accorgimento la pellicola in diapositiva non è stampata ma rifotografata con un’altra negativa. Ottiene così un immaginario focale in cui i colori assumono toni brillanti, aumentano i contrasti e le luminosità. Artisticamente è guidato da un’idea vicina a quella di un reportage in cui va alla scoperta di una natura specifica. Una documentazione di ritagli fotografici ripresi viaggiando nei luoghi delle isole Seichelles. Baie d’argento e acque cristallo dove si trovano a vivere rocce significativamente sensibili ai mutamenti ambientali. Le chiama giardini di pietra appunto perché certe vulcaniche assumono configurazioni particolari venendo a contatto con la spiaggia, il mare e il cielo. Le immagini sottolineano all’obiettivo i punti naturalmente e magicamente più idonei a riflettere il calore e il freddo dei colori. Ecco allora gli eccezionali esempi dell’azzurro e dell’arancio, cose non immediatamente apparenti, che tuttavia assorbono l’attenzione dell’artista come magneti producendo insieme stupore e tranquillità. I piani foto non portano mai presenze personali, ma sottolineano gli aspetti di vuoto e pieno che si genera attraverso i riflessi delle rocce. Esse sembrano avere la capacità di restituire alla quasi e apparente immobilità del loro essere un’immensa carica immaginifica ed energetica. Quando l’obiettivo guarda da vicino cerca di cogliere i mescolati delle tinte con il loro proprio di naturalezza, diventando panoramiche cosmiche in cui piccolo è grande. Questa uguaglianza apparente coincide con l’intento degli effetti fotografici, quello di portarci di fronte all’insolito del tempo, quello delle metamorfosi lente, dove l’ambiente si fa costellazione per altre visioni. Trame, mappe e disegni in cui l’elemento oggetto reale produce insoliti movimenti interni, assorbendo e ritrasformando lentamente tratti di aria, trasparenze dell’acqua e scosse della terra.