Arretrati
Pagine Zen n°24

Sushimania
(prima parte)

Sushi non significa dover mangiare pesce crudo! Listelle di pesce, carne o cacciagione completamente crude ed inzuppate in salsa di soia si
chiamano sashimi.
Per sushi si intende riso condito con aceto, con moltissimi altri ingredienti: verdure, uova, tofu e pesce, crudo o cotto. Il tipo di sushi più conosciuto è il nigiri-zushi: un bastoncino di riso coperto da un filetto di pesce. Il sushi non ci crederete, riempie molto e può essere un pasto vero e proprio, uno snack veloce o il cibo ideale per una festa. In Giappone è molto diffuso per pranzo o con un drink dopo il lavoro. Il modo migliore per gustare il sushi è sotto l’occhio vigile dello chef, in un vero
sushi-ya. Alcuni non possono accogliere più di dodici persone, quindi è meglio prenotare per gli orari di punta. Il personale vi farà sedere, vi offrirà un tovagliolo caldo per pulirvi le mani, prenderà il vostro ordine per qualcosa da bere e vi offrirà l’o-tooshi con i complimenti della casa. Se siete seduti al bancone potrete ordinare pezzo per pezzo il vostro sushi, direttamente dallo chef. Stando ad un tavolo è forse più facile chiedere al personale un menù – toku-joo, joo o nami – ed in un kaiten-zushi vi potete servire direttamente dal nastro trasportavivande. Dal momento in cui entrate nel bar dovete considerarvi ospiti dello chef che sarà orgoglioso di potervi accontentare. Domandategli: “Kyo wa nani ga osusume, desu ka?” – “Che cosa c’è di buono oggi?” Oppure fate scegliere a lui a seconda di quanto volete spendere: “¥5000 no ornakase de!” perché dire soltanto “Ornakase”, senza un totale, è molto pericoloso! I prezzi sono per ogni portata (di solito due pezzi a seconda della grandezza) o per menù e talvolta non includono le tasse. Uno chef in un bar tradizionale si ricorderà quanto avete speso, mentre in un kaiten-zushi i piatti hanno un codice basato sul disegno o sul colore per dirgli che cosa avete mangiato.
Non ci sono regole quando si mangia sushi, ma per apprezzare la sottigliezza dei diversi gusti è

meglio cominciare con pesce leggero e delle carni bianche per poi continuare con un pesce più ricco e grasso – ed è bene anche seguire i consigli dello chef, che vi dirà quali pesci sono belli e di stagione. Poiché il sushi può essere fatto con qualsiasi cosa, il sushi vegetariano è sempre esistito e se avete una dieta specifica basta che diciate allo chef quello che non potete mangiare. Per finire si mangia spesso il tamago-yaki dolce, con o senza riso, come un dessert. Di solito vengono forniti i bastoncini, ma si dice che il nigiri-zushi abbia più sapore se mangiato con le mani. Versate un po’ di salsa di soia, inzuppate con attenzione la neta (guarnizione) nella salsa – tenendola ferma con un dito per evitare che si separi dal riso – e mangiatela direttamente senza posata. Per il sashimi sono necessari i bastoncini e potete aggiungere il piccantissimo wasabi verde sia alla salsa di soia che direttamente sul pesce. Se mangiate nigiri-zushi il wasabi è stato già aggiunto dallo chef e aggiungerne ancora o affogare la sua creazione nella salsa di soia significherebbe perdere il rispetto dello chef. La bevanda classicamente bevuta con il sushi è il nihon-cha (tè verde) che di solito è gratuito. Come le listelle arancioni o rosa di gari (zenzero sottaceto), serve anch’esso a rinfrescare il palato fra un sapore e l’altro. Alternativamente si può bere birra o sake, caldo o leggermente fresco. I sushi bar servono anche o-suimono e miso-shiru da succhiare dalla tazza fra bocconi di sushi. Tradizionalmente viene usato brodo di pesce o di alghe, ma l’elegante o-suimono può anche contenere glutine di grano e talvolta brodo di pollo.

PENSIERI DI IERI ... TEMPI DI OGGI
di Hua T'o

Molti anni orsono un filosofo tedesco insegnante in Heidelberg, per la cronaca Eugen Herrigel, (1884-1955) decise di studiare la filosofia zen. Allo stesso venne consigliato di apprendere bene a fondo il tiro con l'arco, arte a cui la cultura zen è in particolare devota.
Nella introduzione al suo famoso libretto Lo zen e il tiro con l'arco l'Autore mette bene in evidenza che tutte le varie arti che vengono praticate in Oriente non hanno come fine alcun traguardo o l'ottenimento di qualcosa, ma rappresentano un tirocinio della coscienza e devono servire ad avvicinarla alla realtà ultima.
Tutti i gesti, i movimenti che queste arti richiedono vanno oltre la tecnica stessa dei movimenti, anzi questa va oltrepassata, in modo tale che quanto s'impara divenga una iscrizione nell'inconscio.
Ecco dunque che affiora il concetto dell'inconscio, quella parte del nostro io che accetta iscrizioni che devono divenire definitive, in termini scientifici genetiche. Se vogliamo, quotidianamente esercitiamo una opera di iscrizione nel profondo del nostro io, questa enorme tela che aspetta da sempre il giusto colpo di pennello che la vivacizzi.
Dimentichiamo noi stessi ogni qualvolta ci accingiamo a completare un'operazione qualsiasi, adattiamola alla nostra intuizione. Il risultato, che non può e non deve mancare, finirà letteralmente con lo stupirci. Il tiro con l'arco, consigliato dai maestri zen, non ha per scopo l'acquisizione dei segreti di questa attività sportiva, ma altresì di rendere l'arco, la freccia e il bersaglio una parte di noi stessi , per cui tutte le manovre che il tiro con l'arco impone risultino una parte di noi stessi e che non dovremmo più essere in grado di attivare singolarmente.

Occorre farlo inconsciamente. Il risultato finale sarà sempre centrare il bersaglio.
Siamo al concetto dell'inconscio.
Cos'è dunque l'inconscio se non l'insieme di impulsi, immagini, momenti, iscrizioni, idee, che entrate a fa parte del nostro io non devono essere evocati dal soggetto, anzi devono agire ignorati affiorando dagli stadi profondi della nostra coscienza. Da tempi immemori, dai neoplatonici ai mistici ai filosofi indiani antichi si è ben saputo che taluni aspetti della nostra vita psichica non sono coscienti, concetti questi successivamente confluiti in una dottrina filosofica ad opera di Leibniz, il quale aveva osservato che alcune quotidiane minime percezioni rimanendo sia pure al disotto di ogni minima soglia percettiva, scolpiscono in maniera talmente incisiva da entrare a far parte del nostro inconscio. Una lavagna quindi che ognuno di noi si porta dentro e sulla quale si scrive inconsapevolmente e che passa poi nel dimenticatoio.
Ma qualcosa rimane e al momento giusto occorre che affiori.
L'ipotesi dell'esistenza di una attività psichica affidata all'inconscio, e questo sta a dimostrare come da più culture e prospettive di pensiero i concetti confluiscano verso lo stesso traguardo, (alludo al pensiero occidentale nelle sue identificazioni col pensiero orientale) ha dominato le speculazioni mentali della filosofia moderna, a partire da Schopenauer per approdare a Sigmund Freud. Esiste forse una contesa tra volontà cosciente e inconscio, una rivalità tra intelletto e volontà incosciente?
Molti pensatori si sono occupati del problema ed ognuno ha dato una sua interpretazione a questo concetto. Resta basilare quello freudiano.
Per Freud il termine inconscio sta ad indicare la totalità dei contenuti psichici profondamente iscritti e che tentano di risalire alla superficie opponendosi a questi la psiche cosciente.
E' questo il significato dello zen. Moltissimi dei nostri atti devono essere aiutati, guidati dall'inconscio, anche quando la ragione cosciente vi si oppone e vorrebbe imporre altro.
E' questo che libera. gli uomini dalla schiavitù imposta da altri uomini.
Parlo della schiavitù pregiudiziale.
Enso - Perfezione e completezza
di Nicola Piccioli (terza parte)
Per i monaci la calligrafia e la pittura erano, più che una ricerca estetica, parte integrante della pratica spirituale. Da queste nuove esigenze nacque la zenga. Questo tipo di pittura, derivata dalla pittura cinese monocroma (cin. shuimohua, giapp. suibokuga, lett. pittura ad acqua ed inchiostro) praticata dai letterati, dette vita a opere di grande originalità e immediata efficacia. Era strettamente grafica e la calligrafia vi aveva un grande ruolo, anzi a volte era la protagonista indiscussa. Non che prima di quest’esperienza non esistesse un’arte zen. In Giappone, infatti, fino dalla sua comparsa, lo zen ha contribuito al progresso di tutte le arti. Particolare rilievo ebbe la calligrafia dei monaci, venerata più delle immagini e definita “Tracce d’inchiostro” (cin. Moji, giapp. Bokuseki) che divenne spesso, anche per il suo legame con la cerimonia dei maestri del tè, un’espressione di esplosiva forza anticonvenzionale.
Paola Billi e Nicola Piccioli "Profumo del Cerchio".
Inchiostro orientale su carta cinese, cm.97x80
I monaci che praticavano la zenga, alla ricerca di un linguaggio immediatamente comprensibile e di facile presa sulle masse popolari, portarono la loro attenzione su un segno grafico basato sull’assoluta spontaneità, immediato e casuale, che rifletteva un reale distacco dal mondo, sull’elementarietà dei simboli, sul cosciente rifiuto del bello, sulla scelta del grottesco fino all’irriverenza.
La loro gestuale ed espressiva pennellata dava bruscamente vita a Buddha e Bodhidharma, a Confucio e Laozi, a Hotei (cin. Budai) e a tutta una serie di episodi e personaggi, tra il serio e il faceto, tratti dalla tradizione buddhista, colta e popolare. Ma anche a opere calligrafiche composte da concetti essenziali, a volte costituiti da un solo carattere. In questo vasto panorama iconografico fece la sua dirompente comparsa, eseguito con una violenta pennellata dotata di un’energia mai riscontrata prima, il cerchio: Enso.
Questo cerchio vuoto, generalmente, è accompagnato, equilibrato nell’economia dello spazio, da una brevissima calligrafia, o addirittura da un carattere al suo interno, che con i loro contenuti offrono ulteriori e sottili indicazioni di significato e sottolineano quanto questo gesto confini con l’esperienza della meditazione. Questo soggetto, infatti, sempre frutto dello stesso segno, evidenzia l’unicità di ogni momento come completo; ognuno rivela diversi momenti della stessa persona.
Enso rappresenta magistralmente la dinamica sintesi dei concetti di vuoto daoista (xu) e vuoto buddhista (kong). Ricordiamo per inciso che il carattere Yan, che indica il cerchio ha, secondo i contesti, anche i significati di “perfetto, completo, compiuto”. Tale carattere, con questi altri significati, è usato per tradurre molte espressioni buddhiste, come ad esempio la parola sanscrita Nirvana, che non si trova solo traslitterata foneticamente, ma anche tradotta come “Perfetta quiete” o “Perfetta mente”; si trovano, inoltre, tra gli altri, “Completa perfezione” (il tathata), “Perfetta e completa dottrina” (il buddhismo Mahayana), “Completo risveglio”. A questo punto il cerchio assunse una simbologia straordinariamente ricca. Indica la perfezione e la completezza di tutti i concetti che gli sono posti accanto. E’ la rappresentazione grafica dell’infinito, del caos primordiale alla cui unità bisogna ritornare per capire l’essenza del mondo fenomenico, della non dualità iniziale che dobbiamo riscoprire in noi alla ricerca della nostra natura di buddha. Raffigura il distacco dal mondo e la profonda quiete della meditazione, che ci faranno approdare al risveglio.

FeiMo

Paola Billi, creative e graphic designer, e Nicola Piccioli, studioso indipendente, sono artisti e docenti di calligrafia estremo orientale. Unici esponenti italiani di quest’arte esemplare riconosciuti a livello internazionale, diffondono attivamente l’esperienza estetico-grafica contemporanea della calligrafia han. Fondatori dell’Associazione Culturale FeiMo, hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (Scuola FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio. Tengono laboratori teorico-pratici nelle scuole pubbliche di ogni livello.
www.femaleproject.com - feimo@femaleproject.com - tel. 055224913

DAITO-RYU AIKIJUJUTSU
La tecnica e i metodi di allenamento

di Antonino Certa (settima parte)


Un altro metodo di allenamento è Oyo-geiko, allenamento per applicare e personalizzare le tecniche di base. Questo modo di allenarsi, generalmente in coppia, serve per impadronirsi delle tecniche di base, cioè una volta imparata bene una o più tecniche si cercherà di applicarle ad altri tipi di attacchi. Vediamo un esempio: ura-otoshi di base è una tecnica in cui ci si difende contro una presa alla manica del keikogi (sode), durante l’oyo-geiko si studierà come applicare ura-otoshi contro un attacco di jodantsuki (attacco di pugno al viso). Scopo dell’allenamento di oyo-waza (tecniche che nascono applicando le tecniche di base) è di padroneggiare completamente una tecnica. Col tempo ogni praticante si specializzerà in un gruppo ristretto di tecniche (non più di dieci o quindici) che “sicuramente” riuscirà ad applicare contro diversi tipi di attacchi. E’ questa la fase in cui ci si appresta ad abbandonare il kyon studiato per tanto tempo con tanta perfezione (almeno dieci anni). Il praticante è invitato a “personalizzare” le tecniche di base, e ad adattarle secondo la sua costituzione, sia fisica che mentale: le tecniche dovranno rispecchiare il carattere dell’esecutore; si andrà dallo “studio dell’universale” allo “studio del particolare”.
Kaeshi-geiko, allenamento alle contro-tecniche.
Questo modo di allenarsi, generalmente in coppia, serve per acquisire sensibilità alla reazione di uke, è l’anticamera del randoru.

Daitokan di Abashiri 1990 - Istruttori.
In alto a destra il maestro Certa.

In pratica è uno studio in cui due praticanti, molto affiatati, cercano di cogliere un punto debole durante l’esecuzione della tecnica del compagno. E’ un allenamento difficile non privo di rischi di incidenti; per questo è praticato solo da due praticanti di grado superiore. Si parte da una tecnica di base e, se il compagno avverte un punto debole nell’esecuzione di questa, cerca di opporsi con un’altra tecnica adeguata.


Occorre essere molto sinceri, perché occorre resistere e reagire solo nel caso di una reale imperfezione nella tecnica! Spesso è il compagno a congratularsi con l’altro per la perfetta e veritiera riuscita della contro-tecnica. In questa fase si abbandona il kyon, si praticano solamente le tecniche personalizzate anche se ogni tanto il praticante ritornerà ad allenarsi con dei gradi inferiori praticando le tecniche di base nella maniera più precisa possibile, anzi solo adesso sarà pienamente cosciente della validità dello studio del kyon.
Randoru-geiko, allenamento al movimento libero. Questo modo di allenarsi, da non confondere con il randori del judo, è il fine di tutti gli altri tipi di allenamento. Randoru vuol dire “libertà d’azione” intesa come mancanza di regole (ran in giapponese vuol dire caos, ribellione), non esistono più tecniche di base, non esistono più i ruoli di tori e di uke, essi vengono interscambiati a seconda delle necessità. Si parte dallo studio di una o più tecniche per cercare di applicare le varie strategie imparate precedentemente dei go-no-sen, sen-no-sen e sen, durante l’esecuzione delle tecniche ci si opporrà a una tecnica non corretta, si cercherà solo e unicamente l’efficacia, a volte brutale.In questa breve sintesi ho cercato di descrivere il programma iniziale e i metodi di allenamento del daito-ryu


aikijujutsu, una scuola tradizionale di bujutsu che concentra il suo studio solo ed esclusivamente sull’efficacia delle tecniche; non si cura minimamente dell’estetica dei movimenti né tanto meno della “moralità” della tecnica (do in giapponese). Le tecniche del daito-ryu aikijujutsu sono tecniche reali tramandate immutate per quasi mille anni, nate dall’esigenza quotidiana della professione del samurai, il quale cercava soprattutto di sopravvivere nel corso di una battaglia. Tutto ciò che era superfluo veniva obbligatoriamente eliminato, ad esempio la ricerca estetica della tecnica o gli aspetti filosofici dell’arte. La cosa più importante era vincere e possibilmente sopravvivere!

Naturalmente esiste anche un vasto programma per lo studio delle armi, quali katana, kodachi, yari, bo, jutte, tessen, shuriken, tanto, di cui parlerò in seguito.
A tutt’oggi nell’honbu dojo di Abashiri si tramandano gli insegnamenti di Takeda Tokimune per mezzo dei suoi anziani uchi-deshi (allievi interni al dojo): Matsuo Sano-shihan, Kato Shigemitsu-shihan e Arisawa Gunpachi-shihan, i quali hanno studiato con l’ultimo soke (caposcuola) tutti i giorni per oltre 40 anni. Tutti noi abbiamo nostalgia di Takeda Tokimune, che era un maestro austero e molto severo anche in tarda età. Parlava spesso di suo padre Sokaku, uno dei maestri di Morihei Ueshiba, il fondatore dell’aikido.

Antonino Certa Shihan è responsabile per lo sviluppo all’estero della Scuola Daito.
www.daito-ryu.com info@daito-ryu.com - tel. 0248012143

Stagione di Yukata
di Akiko Shimazaki

Da qualche anno sembra che i kimono siano tornati di moda. Complicati da indossare e un po’ troppo costosi, il loro utilizzo era parecchio in discesa. In più, sono scarse le occasioni per indossarli. Risolvendo i primi due problemi con il kimono “istantaneo” (due pezzi: camicia e gonna lunga, invece di un unico pezzo da avvolgere e piegare) di tessuto sintetico, come il poliestere, invece della seta, restava il problema dell’occasione per indossarlo. Paradossalmente, essendo un kimono diciamo “finto”, non si può più neanche metterlo in occasioni formali, come un matrimonio o una cerimonia del te, gli ultimi campi per i quali sopravvive la tradizione dei veri kimono. Con la prenotazione di KITSUKE, puoi essere sicura di arrivare alle feste in YUKATA perfetto e di fare un figurone.
Questa estate, con le influenze negative della guerra e della SARS, tanti giapponesi hanno rinunciato a prenotare viaggi all’estero per località balneari, anche perché, da qualche anno, le donne giapponesi tengono più che mai alla pelle bianca (non abbronzata). Così, non essendo le previsioni della vendita di costumi da bagno rosee, i commercianti hanno puntato, con l’aiuto di queste promozioni e servizi speciali, su una più consistente vendita dello YUKATA, un abito adatto a molte occasioni estive, fra tradizione e mo-dernità.
Lo YUKATA, un kimono estivo che non costa molto, difendeva ancora il suo campo di utilizzo: feste con fuochi d’artificio (grandi eventi estivi che i giapponesi adorano) o feste locali d’estate. Comunque resta il fatto che tu quello YUKATA te lo metti una o due volte durante l’anno e basta. Un vero peccato! Allora sono nate tra i commercianti alcune idee per promuoverne l’uso e la diffusione. Per esempio alcuni grandi magazzini organizzano festicciole e serate riservate alle persone che hanno comprato
uno YUKATA presso il loro negozio. Naturalmente, per le ragazze l’abito in questione è di rigore. Oppure, ti regalano i ticket per vestirti (si chiama KITSUKE), perché il tutto è così complicato che per compiere questa operazione ci vuole l’assistenza di professionisti, se non hai mai imparato.

L'ideogramma di "Metallo"
di Giuliana Malpezzi

In giapponese KIN, in cinese JIN)
L’ideogramma è formato da tre parti: un tettuccio in alto, puramente fonetico; la parte centrale, la terra, che in sé contiene i metalli, l’oro, cioè i due segni in basso che partendo dalla linea verticale si dirigono verso l’alto. In giapponese il giorno del metallo è il venerdì. La correlazione simbolica del metallo lo associa all’autunno, all’ovest, al gallo ed alla scimmia come segni dello zodiaco.
Sgombri con Miso
di Sara Maternini

Antipasto per 4 persone

Ingredienti:

2 filetti di sgombro da 200g l’uno
5 cl di sake
100 gr di miso bianco
1 cucchiaio di zucchero
2 cm di zenzero


Veloce e semplice

Preparazione.

Lavare i filetti di sgombro e asciugarli con della carta assorbente. Tagliarli in 3 o 4 pezzetti, incidendo più volte la pelle.
In una ciotola, diluire il miso con 30 cl di acqua mescolando continuamente con la frusta. Pelare lo zenzero e tagliarlo in 3 pezzi. Aggiungerlo al miso con il sake e lo zucchero. Trasferire il tutto in un wok e portare ad ebollizione. Aggiungere i pezzetti di sgombro, abbassare il calore e lasciar cuocere coperto per 15 minuti, o finché non avranno assorbito parte della salsa. Servire subito.

Glossario:

Miso: pasta di fagioli di soia fermentati con riso o altri cereali. Il miso bianco, una delle tante differenti varietà, non è in realtà bianco, ma di colore giallo-arancio. Ha un sapore salato tendente al dolce.

Sake: grappa di riso giapponese, bevuta calda o fredda. Viene usata anche per cucinare.

Wok: tipica pentola cinese, dal fondo arrotondato e utilissima per qualsiasi cucina asiatica, ma anche europea. La si può facilmente trovare nei negozi di specialità orientali.

Arte: Simona Lombardi e Stefano Minzi
di Tullio Pacifici

Simona Lombardi
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano
via Maddalena, 1
dal 6 settembre al 3 ottobre 2003
Stefano Minzi
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 9 settembre al 16 ottobre 2003

Di fronte a questi quadri: conquistarsi un punto di vista e sintonizzare comunicazione. In che senso? L’artista parte dall’osservazione di alcune parti della natura, le foglie, ma opera una serie di ripetizioni delle stesse con la tecnica dell’impronta. Così facendo lascia attive delle impronte, tracce cromatiche, che per le loro composizioni materiche, acrilici arricchiti da inserimenti di zone lucide con smalti, chiudono insieme un aspetto estetico, un modo di guardare, e una maniera di informare, un’ottica mentale. A questi elementi la pittrice attribuisce significati propri, come se le immagini racchiudessero tracce di vita, visioni dall’interno, risposte alle Sue palpitazioni. I titoli dei lavori, frammenti di una storia, l'anima della foglia, due, nel fuoco, sul muro, preghiera, nell'aria, nell'acqua, foglie e rami, possono esemplificare. In realtà proprio perché si tratta di tele che richiedono uno sforzo ulteriore, restano semplici indicazioni. Le tavole esigono una fatica della vista e dell’intelletto tali da riuscire ad accompagnare ai piaceri degli occhi, delle apparenze dirette e immediate, un lento e progressivo processo di allontanamento. E’ indispensabile una sottrazione dal rappresentato. Proprio questo è il segreto e la bellezza di questi lavori. Sono figure che intrigano il pensiero ad un viaggio di scoperta. Solo così è possibile lasciarsi conquistare e liberare quelle energie che mettono in moto un’immaginazione roteante, sollevata e staccata dalle cose delineate e definite. L’artista procede secondo un percorso cromatico che non è del tutto asettico rispetto alle emozioni vissute, piuttosto accompagna i colori equilibrando pennellate convulse e difformi ad una graduale e variabile tensione geometrica. Queste considerazioni sono alla base dei risultati. Le mani pensanti dell’artista si dispongono alla neutralità delle superfici operando secondo differenti densità e accostamenti cromatici, tali da giustificare accanto ad un impianto pittorico informale una sequenza di resoconti astratti.

Partiamo dai fatti vitali, ovvero da quanto ha recentemente coinvolto l’attività di quest’artista. In particolare, facendo riferimento al Suo elaborato di tesi, Il Centro di Attività Espressive La Vinaia, riguardante una delle più importanti esperienze di Art Brut in Italia, ci rivolgiamo allo spunto riflessivo di alcune parole dell’introduzione. Ad un certo punto, citando l’esperienza di ricerca di uno studioso svizzero, Michel Thévoz La Legittimazione dell’ “Arte dei Folli”, troviamo scritto: “secondo Thévoz il punto fondamentale concerne lo sguardo con cui ci si accosta alle produzioni artistiche dei malati mentali”. Prescindendo dagli sviluppi successivi delle argomentazioni dissertate ci parrebbe utile soffermare l’attenzione sul punto “sguardo” proprio in quanto elemento significativo per una lettura delle opere esposte. Lavori che, si legge dalla biografia di Stefano Minzi, prendono via e attualmente proseguono una ricerca connessa ai percorsi incisori calcografici - ruotando intorno al concetto di distruzione e scomposizione delle immagini ottenuto con morsure molto forti e prolungate affiancate all’uso di tecniche dirette – incontrando poi la fotografia bianco – nera e, come nel caso della presente esposizione, il dipinto. Ma in che senso lo sguardo avrebbe peso? Il termine, grazie alla presenza iniziale della esse (s), contiene una forza di intensità maggiore. Rispetto al guardare la parola connota infatti un’attività per cui gli occhi si rivolgono a qualcosa con particolare attenzione e interesse. Estendendone il significato si potrebbe parlare di scivolamento. Come questa metafora calza agli elaborati di Stefano Minzi? Ciò che sembrerebbe volere comunicare, stando soprattutto ai modi di portare i colori, mescolati caoticamente, sprigionati con gesti quasi incomprensibili, riflette la possibilità di porre chi osserva nella condizione di slittare. In altre parole l’artista richiederebbe un’attivazione alla fruizione che, come di fronte ad un test di Rorshach, l’esperimento in cui vengono mostrate delle macchie di china e viene chiesto cosa ci si vede, attivi occhiate, sguardi, sviste che fissano vedendo dentro l’inchiostro e, al di là delle macchie, s-muovano un altrove di sensazioni emozionali non riconoscibili.