Arretrati
Pagine Zen n°25
La Ceramica Raku
(Daniela Rigogliosi - Alfredo Rezzani)
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l termine “Raku” designa una particolare tecnica ceramistica nata in Giappone nel XVI° secolo. Il suo ideatore, Chojiro, diede origine ad una dinastia di ceramisti che da quindici generazioni continua a tramandare la tradizione: la dinastia Raku, appunto.
In Giappone questa tecnica è legata fin dalla sua nascita alla cerimonia del tè (cha-no-yu), ed ogni oggetto è il risultato di una precisa successione di operazioni che acquistano un carattere quasi “rituale”. Dopo la pubblicazione del libro di Bernard Leach “Potter’s Book” la tecnica Raku si è diffusa nel mondo occidentale, subendo radicali trasformazioni.
La particolarità del Raku sta nel fatto che i pezzi sono estratti dal forno ancora incandescenti per essere sottoposti ad una serie di interventi.
Il Raku è una tecnica a bassa temperatura (800-950°C). Ogni oggetto modellato e cotto una prima volta viene rivestito dallo smalto e successivamente sottoposto ad una seconda cottura, durante la quale il rivestimento applicato si fonde, e nella post-cottura, riducente, i componenti chimici in esso contenuti reagiscono dando vita a colori ed effetti del tutto particolari.
Il violento shock termico cui è sottoposta la ceramica nel momento dell’estrazione dal forno dei pezzi ancora roventi, impone l’uso di argille refrattarie particolarmente adatte. Molte delle argille che si trovano in commercio non resisterebbero alla forte ritrazione che l’oggetto subisce quando viene estratto ancora incandescente dal forno per essere sottoposto a riduzione, e si romperebbero irrimediabilmente.
Per aumentare questa resistenza si può aggiungere all’impasto una certa percentuale - dal 15% fino anche al 30/40% - di silice o di chamotte (cotto macinato).
La chamotte è un elemento dimagrante, che viene usato per diminuire l’eccessiva plasticità, facilitare l’essiccamento e dare maggior resistenza all’oggetto. Si tratta di argilla cotta e macinata in varie granulometrie.
La tecnica tradizionale di produzione delle ciotole da tè prevede la lavorazione a
mano con l’occidentalizzazione del Raku questo vincolo si è perso e le procedure tipiche (talvolta totalmente stravolte) sono applicate ad oggetti di qualsiasi tipo e forma.
Una volta modellata l’argilla utilizzando la tecnica desiderata (a mano libera, a lastra, a colombino, ecc.) il pezzo viene fatto asciugare dall’umidità in eccesso, per essere sottoposto ad una prima cottura: si ottiene così ciò che viene chiamato “biscotto”. Sul biscotto viene poi applicato il rivestimento ed il pezzo viene sottoposto ad una seconda cottura. Non appena si è raggiunta la temperatura di fusione del rivestimento, gli oggetti sono estratti dal forno (foto 1) per essere inseriti in buche o recipienti contenenti materiale infiammabile e ricco di carbonio, che a contatto con la ceramica incandescente innesca un’immediata combustione.
Il rivestimento esterno del pezzo, risente del forte sbalzo termico, e comincia a formare minuscole e caratteristiche crepe sulla superficie (craquelures intenzionali). A questo punto il ceramista interviene chiudendo ermeticamente il recipiente (o ricoprendo la buca), generando così all’interno dello stesso un’atmosfera riducente (foto 2): il fumo creatosi andrà a ricoprire il manufatto, interagendo con gli elementi chimici del rivestimento e dell’impasto ceramico.
E’ proprio da questa interazione che scaturiscono gli effetti speciali ed i lustri metallici tipici del Raku.
Le ultime fasi del procedimento sono l’immersione in acqua fredda (foto 3) e la pulitura della superficie dell’oggetto (foto 4) dalle eventuali incrostazioni, dovute all’azione del fumo. Il ceramista interviene di volta in volta modificando la composizione chimica dei rivestimenti, i tempi di cottura e di riduzione, il momento in cui il processo di riduzione viene interrotto con l’immersione in acqua fredda ecc., ottenendo così risultati sempre nuovi.
Sarà l’esperienza a suggerire quali soluzioni adottare sia per gli impasti, che per gli smalti e la cottura, anche se il risultato finale non sarà sempre del tutto prevedibile…
Al variare di uno solo dei fattori sopra citati, infatti, il risultato finale può subire radicali trasformazioni. Con la pratica e l’esperienza il ceramista riesce a controllare il processo fino ad ottenere il risultato prefissato, ma la continua sperimentazione di metodologie differenti porterà in ogni caso a confrontarsi con sempre nuove ed inaspettate situazioni.
L'ideogramma di Raku
L’ideogramma “Raku”, viene tradotto liberamente, per alcuni, con “godimento, gioia, soddisfazione, liberazione”,

per altri, diviene “gioire il giorno”, o “gioia del creare” ma la sua vera origine

è legata a “Jurakudai”, il nome dello stile architettonico tipico dell’epoca Momoyama, il periodo in cui Chojiro e Sen Rickyu diedero origine alla ceramica Raku.
Il marchio Terra & Fuoco nasce dall’incontro di Daniela Rigogliosi, designer di moda, e Alfredo Rezzani, studioso dello Zen. Il loro sodalizio creativo, basato su una rielaborazione originale della lavorazione Raku, ha dato origine a una produzione artistica fatta di linee sobrie ed eleganti, di preziose iridescenze, di equilibri armonici che trasformano gli oggetti quotidiani – piatti, vasi, ciotole, monili, accessori di moda – in protagonisti, permeandoli di una spiritualità essenziale e immediata.
Terra & Fuoco - Showroom Le Api - via Tantardini, 20 – 20136 Milano - tel. 02 89400475,
email sito terrafuoco

PENSIERI DI IERI ... TEMPI DI OGGI

In un precedente pezzo si è cercato d’introdurre il concetto di inconscio e di portarlo all’attenzione di chi ci legge. Parecchie sono le ipotesi avanzate per precisare questo concetto; molti pensatori hanno dedicato il proprio tempo a tentare di definirlo ed ognuno ha fornito un suo punto di vista.
In termini moderni l’inconscio rappresenta quell’insieme di contenuti psichici che hanno trovato una iscrizione nel nostro intimo e quivi sepolti, o almeno apparentemente, dimenticati. Ma questi invece sono sempre all’erta e ogni qual volta ritengono necessario risalire in superficie lo possono fare, in contrasto con la psiche vigile e cosciente.
In tutto questo è contenuta la predicazione zen, che non si stanca da secoli di richiamare all’attenzione di chi lo pratica che occorre che molti dei nostri atteggiamenti comportamentali devono necessariamente essere poggiati su quanto l’inconscio ci detta e ci chiede di fare, se non si vuole cadere nel pregiudizio.
La battaglia, perché di tale si tratta, è più che violenta; da una parte le iscrizioni del nostro profondo che ci impongono di seguire una certa strada predeterminata e da tempo segnata nella nostra personale mappa genetica, dall’altra le imposizioni che vengono da altri, generalmente a scopo di lucro. A secondo se si vuole obbedire

al richiamo del profondo oppure a quanto imposto dalle recenti consuetudini, ecco la vera libertà oppure il soggiacere agli idola del momento, solitamente piuttosto passeggeri. Quelle iscrizioni che ognuno di noi reca nel proprio intimo possono rendere l’individuo differente nei suoi proponimenti, comunque libero dalle sopraffazioni di altri. Si va contro corrente, contro quello che viene definito atteggiamento del momento. E la vita di ognuno di noi non è fatta di soli momenti, specie se questi sono preordinati. L’uomo soggiace, rinunciando a quelle che sono state definite le proprie caratteristiche individuali; almeno è questo che sembra predominare nell’epoca che stiamo vivendo. L’integrazione di massa appare come il grande nemico contro il quale occorre opporsi: E’ sufficiente, con profonda calma e riflessione, andare a pescare nel nostro intimo o meglio lasciarsi guidare dallo stesso, il quale sa bene discernere quello che è giusto e quello che non lo è.
Sembrerebbe a questo punto che l’individuo, inteso come entità biologica, debba essere l’espressione di una sua storia portata attraverso i secoli, ma così no è: L’individuo, uomo o donna che sia, deve appoggiare inconsciamente la propria condotta su quanto di giusto e congeniale alla sua identità è iscritto nel profondo del proprio io. Non è questo un atteggiamento antistoricistico; l’uomo è anche il prodotto della storia, ma essenzialmente deve essere il prodotto di quella propria, di quei segni che ognuno di noi si porta dentro e che sembrano dimenticati, quasi buttati lì.
Il fatto che l’uomo venga investito spesso dall’inconscio, ebbene questo processo ha coinvolto più campi della speculazione mentale, fino ad arrivare alla analisi della psiche, a cui oggigiorno si dà una grande importanza.
Non c’è altro da fare. Molti nostri atteggiamenti devono essere influenzati o meglio ispirati dall’inconscio. Sono iscritti da lungo tempo, tentano di affiorare anche se la parte cosciente cerca con ogni mezzo di contrastarlo. E’ una bella battaglia, vincerla non è difficile. E in questo sta il contenuto dello zen
Enso - il cerchio della pittura Zen
di Nicola Piccioli (quarta ed ultima parte)

Nicola Piccioli "Cerchio Zen".
Inchiostro orientale su carta cinese

Il cerchio, simbolo del compimento della natura ciclica dell’esistenza, è considerato la manifestazione visiva di uno dei più importanti testi buddisti, centrale nella riflessione zen:
il Sutra del cuore. E’ infatti evidente che in quest’immagine forma e vuoto sono interdipendenti, ognuno vive dell’altro o fa vivere l’altro. A questo modo si concretizza uno dei più alti messaggi di questo sutra: “Sariputra, la forma non è diversa dal vuoto e il vuoto non è diverso dalla forma, la forma è precisamente vuoto e il vuoto è precisamente forma” (cin. Shelizi se bu yi kong kong bu yi se se ji shi kong kong ji shi, sans. Iha Sariputra rupam sunyata sunyataiva rupam, rupan na prithak sunyata sunyataya na prithag rupam). Enso è dunque qualcosa di perfetto, è un simbolo universale di totalità, emblema dell’uguaglianza di tutte le creature viventi, riferimento all’onnicomprensiva virtù della dottrina buddista. .
E’ la quintessenza del mandala (lett. Cerchio)
Tra i monaci più famosi che hanno tracciato Enso ricordiamo:
Isshi Bunshu (1608-1646). Fu il primo abate del monastero Reigen, fondato dall’imperatore Gomizuno. Artista di grande rilievo, ebbe contatti e studiò con i maggiori poeti, calligrafi e pittori del suo tempo. Viene considerato l’iniziatore della zenga.
Hakuin Ekaku (1685-1768). Abate del tempio Myoshinji di Kyoto, nel 1758 fondò un suo tempio a Izu. Grande divulgatore delle dottrine zen presso il popolo, redasse molti trattati nella più accessibile scrittura kana. Di lui rimangono, oltre alle pitture e alle calligrafie, tre statue di legno e alcune ballate popolari. E’ il principale maestro zen degli ultimi trecento anni.
Torei Enji (1721-1792), convinto assertore della sostanziale identità tra shintoismo, confucianesimo e buddismo. Le sue opere, cariche di simbolismo e di un gusto straordinariamente moderno, sono più calligrafiche che pittoriche.
Sengai Gibbon (1750-1837). Di origine contadina, grazie alle sue grandi doti intellettuali, divenne abate nel più antico tempio zen del Giappone. All’età di settantun anni abbandonò tutto per vivere e predicare in mezzo al popolo. La sua innata semplicità lo portò a realizzare zenga ricche di grande sarcasmo profano. Alcune sue opere furono presentate alle Esposizioni Universali di Parigi del 1876 e del 1889; questo evento ebbe una certa influenza sulla pittura dei post-impressionisti, in particolare sulla linea calligrafica di Toulouse-Lautrec (1864-1901).
Nantembo (1839-1925). Nato da una famiglia di samurai, alla carriera nelle gerarchie monastiche preferì essere monaco errante. Dotato di grande umanità, è stato una delle maggiori figure del Rinzai zen. Il fondatore del movimento artistico Gutai, Yoshihara Jiro (1905-1972), paragonava il gesto segnico di Nantembo a quello del pittore americano Pollock
(1912-1956). Non solo i monaci si cimentavano e si cimentano con Enso; anche molti calligrafi ne fanno uno dei loro cavalli di battaglia. E artisti occidentali, attivi nel campo della pittura gestuale astratta, non disdegnano sperimentarsi attraverso lo studio della calligrafia estremo orientale, tracciando Enso.

FeiMo

Paola Billi, creative e graphic designer, e Nicola Piccioli, studioso indipendente, sono artisti e docenti di calligrafia estremo orientale. Unici esponenti italiani di quest’arte esemplare riconosciuti a livello internazionale, diffondono attivamente l’esperienza estetico-grafica contemporanea della calligrafia han. Fondatori dell’Associazione Culturale FeiMo, hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (Scuola FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio. Tengono laboratori teorico-pratici nelle scuole pubbliche di ogni livello.
www.femaleproject.com - feimo@femaleproject.com - tel. 055224913

Sushimania
(seconda e ultima parte)

Continuiamo la nostra veloce incursione nel mondo dei sushi parlando del nigiri-zushi, che viene anche chiamato edomae-zushi, da Edo, la vecchia Tokyo, mentre Osaka è la patria dell’oshi-zushi: frutti di mare e riso
compressi in formine di legno. Sempre da Osaka e Kyoto viene il bo-zushi:
involtini di riso ricoperti di pesce, spesso macarello o carpa. Il sugata-zushi consiste
di pesce ripieno con riso e servito intero, con capo e coda. Specialità sono anche apparse fuori dal Giappone, come per esempio il california-maki: nori, avocado e granchio o crocchette di pesce, talvolta ricoperti passandoli nell’arancione tobiko. Sembra quasi un paradosso, visto che sushi ormai è divenuto un simbolo di freschezza, ma originariamente era un modo di conservare il cibo. Il pesce ed il riso venivano pressati insieme e lasciati per mesi così che il riso, fermentando, conservasse in salamoia il pesce. Dal 17esimo secolo venne aggiunto l’aceto per accelerare questo processo. Il nare-zushi, dal sapore forte, proveniente dal lago Biwa, vicino a Kyoto, è fatto in questo modo usando la carpa, anche se è ormai un gusto ricercato e non più popolare. Il nigiri-zushi moderno era già venduto sulle bancarelle nelle strade di Edo dal 19esimo secolo.
Per diventare un shoku-nin (tecnico) del sushi o un itamae (chef, alla lettera “con il
tagliere davanti”) ci vogliono anni di apprendistato e impegno per raggiungere la
perfezione. L’itamae dà gli ordini ai suoi assistenti in dialetto sushi (murasaki per salsa di soia, ‘sabi invece di wasabi) mentre fa battute su quello che ha trovato quella mattina al mercato del pesce.
Sia ospitalità che durezza sono parte della tradizione e vi conquisterete il rispetto dello chef – e pertanto anche un ottimo pasto – se seguirete i suoi consigli. Piccoli bocconcini ed altri extra possono anche apparire davanti ai suoi clienti preferiti. Come la maggior parte del cibo a base di pesce, il sushi ha un alto contenuto di vitamine ed un basso contenuto di grassi saturi. Anche i pesci cosiddetti grassi hanno meno calorie del pollo per grammi e possono persino aiutare a ridurre il colesterolo, cosicché è facile capire perché la dieta giapponese sia associata con un basso tasso di malattie di cuore. Piccoli segreti naturali vengono usati per garantire che il pesce crudo sia sicuro da mangiare. Il sushi è preparato secondo le necessità di ogni specie e il wasabi, l’aceto e le decorazioni di foglie di bambù sono tutti antisettici naturali. Ed ora, dopo aver tanto parlato del sushi, non ci resta che passare all’aspetto pratico: andiamo a gustarcelo!

Una tastiera pieghevole
di Akiko Shimazaki

In Giappone i messaggini col cellulare (sms) sono un filino complicati; scrivere il testo giapponese con i tasti vuol dire immettere il suono della parola con alfabeto ABC… e trasformare il tutto in scritte giapponesi, che sono sempre un misto fra ideogrammi e lettere fonetiche giapponesi (HIRAGANA e KATAKANA). Il fatto è che gli sms (per i giapponesi sono la stessa cosa delle e-mail e hanno indirizzi tipo xxx@zzz.ne.jp anche sul cellulare) sono così diffusi che si usano anche per gli affari. Ma quando il messaggio è lungo e complicato, diventa davvero noioso lottare coi soliti tasti e il dizionario del cellulare. Ecco che è nata una tastiera pieghevole che si collega al cellulare, come se fosse una periferica per PC. Quando è aperta ha le dimensioni minime indispensabili: cm.9x30, quando è piegata sta in una tasca. Pesa 180g, compresa la pila. Costa intorno a 8.000 yen (circa 60 euro)
Qualsiasi cosa, purchè sia Gentei - hin
di Akiko Shimazaki

Ci posso scommettere, i Giapponesi amano “GENTEI-HIN” (merce che ha qualche limitazione, di qualsiasi tipo: il numero di pezzi prodotti, il periodo di produzione o limitazioni di reperibilità). Non si tratta solo di oggetti firmati da stilisti famosi, ma anche, magari, di semplici dolciumi o gadget. Mettiamo che una diciottenne che vive in un paesino vada a Tokyo per un week-end con la famiglia. ( E’ molto probabile che tutte le amichette dicano “che bello….!” “vorrei venire anch’io…!”…) Finito il week-end, prima di mettersi in viaggio per il ritorno, che fa? Naturalmente va a comprare dei ricordini per gli amici. Non può spendere tanto, ma deve assolutamente prendere qualcosa che “dimostri” che è stata a Tokyo; cose che non si trovino in nessun altro posto che a Tokyo... Nei kiosk della Stazione di Tokyo, ci sono torte e biscottini che sono venduti solo lì. Ecco un esempio di “TOKYO-EKI GENTEI (limitato alla stazione di Tokyo)”. Personalmente trovo molto carini i biscotti messi in una scatola con forma e colori dei vagoni delle linee ferroviarie di Tokyo, con un disegno stilizzato, ma curato fin nei minimi particolari. Linea YAMANOTE: gusto burro; Linea CHUOO: gusto tè inglese; Linea KEIHIN TOOHOKU: gusto zucchero nero. Il NINGYOO YAKI è un morbido panino, dai vari tipi di forma, con un ripieno dolce. Sempre nei kiosk di Tokyo si può trovare il NINGYOO YAKI di SAZAE-SAN (un personaggio di un cartoon famosissimo, che nasce come breve striscia su un quotidiano nel 1946, finisce solo nel 1974, dopo aver fatto la sua comparsa sul piccolo schermo nel ‘69. La creatrice di questo personaggio ha vissuto a lungo a Tokyo e ha addirittura aperto un museo (Museo di Hasegawa Machiko, che proprio da lei prende il nome) per la collezione delle opere d’arte raccolte da lei e dalla sorella, naturalmente con tanti disegni originali di SAZAE-SAN e altri personaggi da lei creati). I gusti del ripieno di questo panino sono “cioccolato”, “crema pasticcera” e “ANKO (pesto di fagioli rossi,


usato spessissimo nei dolci giapponesi)”. Vi sono anche cose di altra provenienza, ma vendute strategicamente come TOKYO-GENTEI. Una torta, per esempio, che si chiama CHOCO-BANANA prodotta da TOKYO BANANA, un pasticciere. E’ come un”girello”, ma con la panna montata e crema di banana nel soffice pan di spagna, al gusto di banana e cioccolato. Si dice, che tutti i giorni, nel tardo pomeriggio, tutti i pezzi siano terminati (….anche questa è una “magica parola” per un normale giapponese!). Il motivo di tutto ciò? Perché ci piace che gli altri ci invidino un po’….forse!

Vongole al sake
di Sara Maternini

Antipasto per 4 persone

Ingredienti:

800 gr di vongole fresche
20 cl di sake
1 pezzetto di zenzero
lungo 1 cm
Erba cipollina
2 cucchiai di salsa di soia giapponese

Semplice e veloce

Preparazione.

Pulire accuratamente le vongole e scartare tutte quelle con la conchiglia già aperta. Metterle in una pentola con il sake, coprire e lasciar cuocere per 3-4 minuti, quando la maggior parte delle conchiglie saranno aperte.
Condire con la salsa di soia e zenzero ed erba cipollina tritati. Servire caldo.

Glossario:

Sake: grappa di riso giapponese, bevuta calda o fredda. Viene usata anche per cucinare.
Salsa di soia giapponese:la salsa di soia giapponese è differente da quella cinese, in quanto più delicata e meno salata. È consigliabile usare questo tipo di salsa di soia per le ricette giapponesi.

Sara Maternini ha una sua società di catering e organizzazione eventi GUSTO ASSOLUTO - gustoassoluto@libero.it

Arte
di Tullio Pacifici

Milano
Daniela Rigogliosi e Alfredo Rezzani
espongono allo Zen Sushi Restaurant di Milano via Maddalena, 1
dal 6 settembre al 31 ottobre 2003
Roma
Stefano Minzi
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 9 settembre al 16 ottobre 2003

Gli artisti guardano i loro pezzi e ne colgono la venuta all’essere. Sono la fisicità calda che esce e l’esclusivo uso delle mani a rifare la natura delle materie prime. Sì perché la ceramica Raku giapponese non usa mai il tornio, è piuttosto una creazione-generazione dall’interno. Quando si incontrano terra e fuoco e le fiamme fanno loro gli oggetti disanimandoli d’aria e riempiendoli di voluttà. Sono infatti desiderio e passione che muovono Daniela Rigogliosi e Alfredo Rezzani a fare che questi oggetti comincino a respirare. Magie particolari, antiche quanto tradizionali, incontrano questi pezzi. Trattati per creare vari gusti, assemblati a gioielli, oppure come supporti d’arredo e d’uso comune. Originali perché inconsueti e perché da scoprire nelle loro stranezze. Gli esiti creativi scoprono una buona sinergia tra i processi combustivi e le capacità di inventarsi situazioni. Le forme dell’anima qui sono perciò presenti sotto altre sembianze. Come sensazioni che si estendono e trasmettono. Visibili a sguardi attenti a questo tipo di mondi e a questo genere di pratiche. L’importanza dei pezzi sta nelle gestualità e nei riti di cui rinarrano e rileggono le espressioni orientali. Alle pareti si trovano questi supporti bruciati e lavorati. Pezzi unici di una collezione più ampia e differenziata. Inaspettati, con questi effetti un po’ stranianti e reticolari, specie quando i fondi sono chiari e le crepe sembrano più evidenti. Anche ciò che appare inusuale, un po’ fuori dalle abitudini correnti, può risultare affascinante. Le combustioni delle terrecotte salgono grezze alle superfici degli oggetti e con esse insinuano percorsi sempre nuovi. E questi intrecci in alcuni casi sembrerebbero sfornare un paesaggio vulcanico. Altrove invece un supporto/piatto assume sembianze inquietanti. Nero, rosso, bianco a piccoli tocchi e una superficie rettangolare leggermente curva. Oppure un corpo bruciato, ritoccato, quando c’è la lavorazione delle dita che dalla materia morbida fa trecce unite e aperte come venature di foglia o capelli di medusa. Trovate assonanti le scelte coloristiche delle bruciature, variabili con questo pezzo in particolare dal bianco alle nouances di marrone? Gli infuocamenti sono di gradevole raffinatezza se inseriti nel giusto contesto. Sobrie, eleganti, semplici, ipnotiche a volte. Per un arredare che lascia immaginare spazi utili quanto preziosi.

Partiamo dai fatti vitali, ovvero da quanto ha recentemente coinvolto l’attività di quest’artista. In particolare, facendo riferimento al Suo elaborato di tesi, Il Centro di Attività Espressive La Vinaia, riguardante una delle più importanti esperienze di Art Brut in Italia, ci rivolgiamo allo spunto riflessivo di alcune parole dell’introduzione. Ad un certo punto, citando l’esperienza di ricerca di uno studioso svizzero, Michel Thévoz La Legittimazione dell’ “Arte dei Folli”, troviamo scritto: “secondo Thévoz il punto fondamentale concerne lo sguardo con cui ci si accosta alle produzioni artistiche dei malati mentali”. Prescindendo dagli sviluppi successivi delle argomentazioni dissertate ci parrebbe utile soffermare l’attenzione sul punto “sguardo” proprio in quanto elemento significativo per una lettura delle opere esposte. Lavori che, si legge dalla biografia di Stefano Minzi, prendono via e attualmente proseguono una ricerca connessa ai percorsi incisori calcografici - ruotando intorno al concetto di distruzione e scomposizione delle immagini ottenuto con morsure molto forti e prolungate affiancate all’uso di tecniche dirette – incontrando poi la fotografia bianco – nera e, come nel caso della presente esposizione, il dipinto. Ma in che senso lo sguardo avrebbe peso? Il termine, grazie alla presenza iniziale della esse (s), contiene una forza di intensità maggiore. Rispetto al guardare la parola connota infatti un’attività per cui gli occhi si rivolgono a qualcosa con particolare attenzione e interesse. Estendendone il significato si potrebbe parlare di scivolamento. Come questa metafora calza agli elaborati di Stefano Minzi? Ciò che sembrerebbe volere comunicare, stando soprattutto ai modi di portare i colori, mescolati caoticamente, sprigionati con gesti quasi incomprensibili, riflette la possibilità di porre chi osserva nella condizione di slittare. In altre parole l’artista richiederebbe un’attivazione alla fruizione che, come di fronte ad un test di Rorshach, l’esperimento in cui vengono mostrate delle macchie di china e viene chiesto cosa ci si vede, attivi occhiate, sguardi, sviste che fissano vedendo dentro l’inchiostro e, al di là delle macchie, s-muovano un altrove di sensazioni emozionali non riconoscibili.