Arretrati
Pagine Zen n°26

Kohmio -ji Temple, Kyoto. Per gentile concessione Yamasa Corporation

Pensieri di ieri... tempi di oggi
(Hua To')
E’ opportuno ritornare sul concetto di inconscio per l’importanza che questo assume nel ruolo della vita di tutti i giorni.
Si è ampiamente ripetuto che l’inconscio altro non è che l’insieme dei contenuti psichici iscritti e apparentemente dimenticati negli strati profondi del nostro intimo e che affiorano e debbono affiorare al momento opportuno per tenere saldamente in pugno alcune situazioni. Che cosa sono dunque questi contenuti psichici?
Sono iscrizioni del profondo, non presenti nella coscienza vigile di ogni individuo, ma presenti e pronti a scattare in azione al momento giusto.
E’ ben su questo che si poggia lo zen. Ognuno di noi deve arrivare ad attingere a iscrizioni valide del passato, a quelle esperienze trascorse che risultano patrimonio del nostro io, a far riaffiorare gli impulsi giusti e logici che devono guidare le azioni del singolo.
Ma andiamo incontro a tutta la storia della filosofia dai primitivi ai più moderni.
Ci dovremmo costantemente chiedere se quanto facciamo è giusto oppure no, se è valido, vero o falso. E’ quello che non facciamo, quando ci si lascia trascinare dalle imposizioni che quotidianamente vengono accettate. Qualcuno nel passato ha parlato di piccole percezioni che dovrebbero essere attive nel senso di una presenza costante nella nostra coscienza.
Dapprima una lenta meditazione, poi la mano, con o senza pennello, inizia a tracciare sulla superficie vuota ciò che è già scritto chiaramente nella mente e nel cuore dell’artista. Ebbene sono proprio queste quelli che abbiamo chiamato contenuti psichici. E il riconoscimento di questa presenza ha costituito in parte tutto ciò che va sotto il nome di filosofia della natura. Per molti pensatori l’inconscio diviene il fondamento dell’essere umano, dell’essere pensante, quella base non percettibile della vita nella quale sono riposti i principi sia naturali che spirituali, a cui la nostra coscienza attinge di volta in volta, al bisogno.
O almeno dovrebbe attingere. E’ ben a questo livello che sviluppa quella lotta interiore che porta al giudizio di giusto e di valido. Se si utilizzasse questa base ogni qualvolta viene richiesto un giudizio critico le cose dell’umanità andrebbero ben diversamente.
E’ un modo questo, principale, per raggiungere la saggezza.
Vediamo attentamente le nostre azioni. Queste spesso sono guidate da altri, vedi la maniera di proporsi.
Lo abbiamo ripetuto più di una volta. Va assegnato all’inconscio l’organizzazione della intera vita dell’uomo. Occorre quindi che quanto iscriviamo in questa nascosta lavagna sia valido e non criticabile e che se ne faccia uso al momento opportuno.
E’ questo in definitiva quanto la pratica dello zen si propone: vivere inconsciamente ma coscienziosamente nel valido, attingere costantemente, quasi in modo inconsapevole a quei contenuti psichici del profondo io.
Si è una volta citato il valore dell’esercizio del tiro con l’arco che non si propone alcun fine pratico, ma che viene utilizzato come addestramento della nostra coscienza: A che fine? Quello dell’ottenimento di una sintonia della nostra coscienza con l’inconscio.
Occorre giungere a qualcosa o situazioni che rappresentino un superamento del momento, situazioni o circostanze che attingano costantemente alla base dell’inconscio.
La realtà appunto, che dovrebbe essere l’espressione di quanto appreso e iscritto nel passato.

ORIGAMI E CALLIGRAFIA GIAPPONESE
(Antonella Ballabio)

Tracce impresse sul foglio dalla "base della gru" ( vedi pagine zen 11)
Tracciato lineare dell'ideogramma Zen

Tracciare ideogrammi con il pennello non è la stessa cosa che tracciare pieghe con i polpastrelli delle dita, ma ciò che resta impresso sulla carta è un identico tracciato lineare, in cui linee spezzate e continue si intersecano e si sovrappongono come fili di ragnatela. Le tonalità sfumano dal nero intenso al grigio chiaro per le pennellate più acquose, fino alle trasparenze
incolori dei solchi delle pieghe. Ma più che il colore contano i segni indelebili lasciati sulla carta: sferzate morbide e decise al contempo, compiute con movimenti rapidi senza ripensamenti di sorta. Al termine dell’esecuzione emerge un reticolo di chiari e scuri, una struttura composta da elementi astratti, da di-segni simbolici rappresentanti il mistero di un’antica cultura. Ideogrammi che portano con sé suoni e parole, pensieri e concetti; simboli grafici dalla storia millenaria, segni dalle linee ora dense e forti ora leggere e sottili; caratteri evocatori di tempi lontani ma sempre attuali per chi è sensibile all’antica saggezza dei nostri antenati.Il modello origami dispiegato rivela simmetrie e asimmetrie dall’andamento preciso ed equilibrato: linee orizzontali, verticali, oblique, costruite su un invisibile reticolo preesistente. Ogni linea ha un punto verso cui convergono altre linee, sovente un vero e proprio punto di riferimento verso il quale approdano rette provenienti da varie angolazioni.
Alla base delle due diverse espressioni artistiche vi è una perfetta padronanza della tecnica, raggiungibile solo copiando e ricopiando fedelmente modelli calligrafici e piegando ripetutamente un’identica figura svariate volte. L’esercizio assiduo è l’unica via di apprendimento praticabile, dato che per ogni linea tracciata non vi può essere alcuna esitazione. In caso di errore o ripensamento la pennellata non può essere ritoccata, così come la piega non può essere corretta, si può solo accantonare il foglio e ricominciare dall’inizio a tracciare nuovi segni. Segni: linee antiche di cose tramandate da secoli, espressioni simboliche della cultura e della spiritualità del mondo giapponese zen.
WASHI - CARTA DELLA PACE
( Luisa Canovi)
Immagini tratte dal Libro.
"LA CIVILTA' DELLA CARTA"
di Federico Sposato - Editori Riuniti

Intorno al 600 d.C arrivarono in Giappone dalla Cina il Buddismo, la scrittura ad ideogrammi e il segreto della fabbricazione della carta. La carta, nuovo materiale scoperto da un intellettuale cinese nel 105 d.C, trovò nel Giappone il paese ideale per raggiungere la perfezione tecnica ed estetica, grazie al clima e alla presenza di piante ideali a fornire la fibra per la sua fabbricazione.
Quando arrivò in Giappone la carta venne chiamata Kami, parola con più significati, ad esempio spirito superiore, dio, sopra, capelli, ma con il senso comune di stare in alto. Forse perché durante la lavorazione le fibre galleggiano sull’acqua, anche
per la carta è stato scelto questo nome, a cui
corrisponde un ideogramma che graficamente significa “filo della famiglia”, perché erano le famiglie intere ad occuparsi della fabbricazione dei fogli (fatti di fibre appunto e chiamate fili per similitudine col filo del baco da seta) durante l’inverno, quando il lavoro delle risaie era fermo. Ma l’ideogramma che nella lingua giapponese si pronuncia Kami ha un’altra pronuncia di origine cinese: shi. Washi è la parola composta da wa e da shi. Anche wa, come pronuncia, ha due significati: Giappone e pace. Il primo perché nella lingua giapponese ricorre spesso la particella wa, che per i cinesi identificava la lingua

stessa definendo il Giappone come “paese del wa” e il secondo perché l’analisi grafica dell’ideogramma wa
significa “cereale e bocca” cioè pace in quanto se le bocche hanno di che nutrirsi non c’è motivo per andare in guerra.

In caso di guerra, essendo gli uomini lontani da casa, non era possibile fabbricare la carta.
Al contrario, nei periodi di pace, la produzione dei preziosi fogli aumentava e così la carta fatta a mano, washi, diventò sinonimo sia di carta giapponese che di carta della pace.
Il procedimento per fabbricare la carta a mano è rimasto pressoché inalterato nei secoli.
Dopo aver raccolto le piante adatte allo scopo se ne sminuzzano le fibre, pestandole in un mortaio e mescolandole poi in un grande recipiente con acqua e un po’ di colla vegetale. Con un telaio formato di listelli di bambù si raccoglie uno strato di pasta di carta (fig. A), lasciandolo sgocciolare prima di deporlo su un feltro. I fogli alternati ai feltri vengono pressati e messi ad asciugare all’aria (fig. B). Questo procedimento, semplice ed essenziale, in Giappone ha raggiunto la perfezione, rendendo le carte washi le più belle del mondo.

Paper factory

NIHONGO DE HANASHIMASHOO - Paliamo in giapponese!
(Nicoletta Spadavecchia)

Giulia-san, eiga wa suki desu ka? Giulia, ti piacciono i film?
Hai, suki desu. Sì, mi piacciono.
Soo desu ka. Chiketto ga aru n desu ga, issho ni ikimasen ka. Davvero? Io ho dei biglietti, non verresti con me?
Ii desu ne. Ikimashoo. Itsu desu ka. Che bello. Andiamo! Quando è?
Raishuu no nichiyoobi desu. Domenica prossima.
Nanji kara desu ka. A che ora?
Gogo niji kara desu. Dalle due e mezza del pomeriggio.

Impariamo altre espressioni di tempo. Innanzi tutto il classificatore per le ore è ji, che non presenta problema alcuno di modificazione eufonica: ichiji niji sanji yoji goji rokuji shichiji hachiji kuji juuji juuichiji juuniji… L’unico pericolo lo corre il numero quattro, la cui fonetica cinese shi (leggi: sci) corrisponde a quella di morte: ad ogni costo si evitano errate o poco gradite interpretazioni e quindi si ricorre alla sillaba yo della numerazione giapponese. Il computo delle decine viene fatto con la cifra della decina seguita da juu, dieci: nijuu è venti, sanjuu è trenta e così via. Lo stesso avviene per le centinaia, hyaku, per le migliaia, sen, per le decine di migliaia, man, cui si riferiscono anche le centinaia di migliaia e i milioni. Così nihyaku è duecento, sanbyaku trecento, yonhyaku quattrocento; nisen è duemila, sanzen tremila, yonsen quattromila; niman è ventimila, nijuuman duecentomila, nihyakuman due milioni. I giorni della settimana hanno yoobi come classificatore; domenica è il giorno del sole, nichi (leggi: nici).

SERVICE MANSHION - Appartamenti di lusso a contratto mensile
(Akiko Shimazaki)

A chi va in una città per affari e ci resta per qualche settimana, un mese, o poco più, oppure a chi cerca una casa in una nuova città, conviene affittare un appartamento settimanale, il cosiddetto Weekly Manshion. Come una casa per le vacanze in Italia, è arredato (in Giappone non sono diffusi gli appartamenti arredati, anzi non ci sono quasi se non di questo tipo), Il contratto è settimanale e naturalmente costa meno rispetto ad una camera d’ albergo per lo stesso periodo.
La gamma di utilizzatori è assolutamente eterogenea. Come quei giovani sposini che, tornati in Giappone dalla Cina per un periodo non definito a causa della SARS, dovendo trovare una casa dove rimanere fino all’ottenimento del permesso di poter tornare ancora in Cina, come sistemazione occasionale hanno deciso di prendere un appartamento settimanale, ma… la cucina è elettrica, poco potente; le finestre non si possono aprire, come quelle dei grandi alberghi; l’aria climatizzata è troppo secca… Magari per un uomo d’affari, che non cucina, che in casa ci torna solo per dormire, andrebbe bene. Ma, se ci vuoi abitare veramente, il tutto è un po’ scomodo e squallido…
Vi sono poi appartamenti arredati mensili di lusso, pensati per essere affittati agli stranieri di un certo livello, che vengono in Giappone per lavoro. Sono situati in pieno centro, nelle grandi città come Tokyo. I servizi sono quasi come quelli di un albergo: l’affitto comprende il cambio degli asciugamani e delle lenzuola (2 volte alla settimana) e le pulizie (1 volta alla settimana). Assicurati tutti i comfort come TV satellitare, la linea ADSL per il collegamento internet, la lavatrice e l’essicatrice, gli utensili della cucina, le stoviglie e, naturalmente, tutti i mobili necessari, ma che mobili necessari! Sono tutti firmati da grandi designers.
Questi sono i Service Manshion e cominciano ad essere conosciuti anche tra i Giapponesi più esigenti. Sono cari, ma tra i clienti, oltre a persone che non hanno problemi di soldi, ci sono anche persone di ceto medio, che desiderano magari gustare un breve periodo di “vita metropolita”. Qualche esempio più concreto: a Tokyo per un appartamento di 45 mq si spendono 400.000 yen (3125 euro circa); 380.000 yen (2970 euro circa) per uno di 35 mq.
IN CUCINA CON BANANA YOSHIMOTO
(Barbara Buganza - Il leone verde edizioni)


Cucinare per le persone alle quali si vuole bene significa impegnare del tempo pensando ai loro gusti, alla loro crescita, al loro benessere. Guarnire i piatti che si consumeranno insieme aggiunge un tocco di arte al momento conviviale per eccellenza. E’ l’idea di fondo dei romanzi Kitchen, Honeymoon e Amrita di Banana Yoshimoto, che intravede nel cibo condiviso una ricetta di felicità.
Mangiare bene significa vivere bene. Nutrirsi in compagnia consolida i legami sociali e favorisce il buon umore. In una Tokyo a metà strada tra il 2° e il 3° millennio, dove la cerimonia del tè convive con i ritmi incalzanti dell’era tecnologica, dove i maestri di sushi vendono pesce crudo e zuppe dal sapore antico accanto alle catene di fast-food, i personaggi della Yoshimoto si interrogano sui ruoli nell’ambito della famiglia e scoprono che il segreto della felicità, soprattutto dopo una perdita, risiede nelle cose semplici della vita, come una casa accogliente e ben attrezzata, il sereno dialogare tra persone di animo gentile, una tazza di tè fumante e del buon cibo.
Nella cucina di Banana Yoshimoto vi è un menù per ogni occasione: ecco 38 ricette per tornare ad amare la vita e gli altri.


Barbara Buganza ama curiosare fra culture vicine e lontane, soprattutto in materia di cibo. Ha pubblicato diversi racconti in antologie e riviste letterarie on-line.

CUCINA: NIKUMAN - Palline di pasta ripiene di carne
(Adattamento a cura del maestro di sushi Ichikawa Harou)

Si tratta di un piatto di origine cinese, molto diffuso anche in Giappone. Qui viene proposta la ricetta cinese con cottura a vapore in cestello di bambù.

Ingredienti per la pasta

(24 palline, 4 persone)
650 gr. di farina
50 gr. di zucchero
450 ml acqua calda
1 cucchiaio di lievito
2 cucchiai di strutto (oppure di burro)

Ingredienti per il ripieno

300 gr. di carne (maiale e/o manzo) tritata
3 cucchiaini di salsa di soia
1 cucchiaino di salsa di ostriche
1 cucchiaio di sale
1 cucchiaino di olio di sesamo
di porro tritato
1 cucchiaino di zenzero grattuggiato
40 ml di acqua fredda

Preparazione:
Sciogliere il lievito nell’acqua calda. Aggiungere lo zucchero e lasciare riposare 10 minuti. Impastare quindi con la farina e lo strutto e lasciare lievitare per 2 ore nel forno spento e chiuso, coprendo con un panno umido. Nel frattempo in una ciotola mescolare la carne tritata con la salsa di soia, la salsa di ostriche, l’olio di sesamo, il porro tritato e l’acqua fredda. Salare e insaporire con lo zenzero. Mettere da parte. Trascorse le 2 ore di lievitazione della pasta, formare un rotolo del diametro di 4 cm circa. Tagliare 24 rondelle e stenderle con un mattarello finché non avranno raggiunto lo spessore (massimo) di 1 mm. (più sottili sono, meno cottura necessitano). Riempire i dischetti con il ripieno di carne e chiuderli a forma di sacco. Riporli di nuovo in forno spento e chiuso per 20 minuti, per ultimare la lievitazione. Riempire 2/3 del wok con acqua, portare a ebollizione, appoggiare le palline nel cestello di bambù (non troppe per volta: le palline devono rimanere separate perché durante la cottura si gonfiano) e porre il cestello coperto nel wok. Se si dispone di più cestelli, è possibile impilarne due o al massimo tre per volta. In Cina si usa appoggiare le palline nel cestello di bambù per la cottura sopra una foglia di insalata, che oltre a proteggere insaporisce. Si raccomanda di verificare durante la cottura a vapore che nel wok ci sia sempre sufficiente acqua.
Se necessita, aggiungere acqua molto calda per non interrompere il flusso di vapore. Si consiglia di non aprire il cestello durante la cottura, che dura 10 minuti. Servire le palline ben calde, ancora nel cestello di bambù, come si usa ad esempio nelle strade di Shanghai.

IDEOGRAMMA DI TERRA
(Giuliana Malpezzi)
L’ideogramma, originariamente raffigurante una piccola zolla, è formato da due segni orizzontali: quello in alto è la superficie terrestre, quello in basso è il sottosuolo. La linea verticale significa ciò che la terra produce, le radici degli alberi, i fili d’erba, gli steli dei fiori, poiché la terra è la grande benefattrice che tutto produce. In correlazione simbolica la terra era associata al centro, al sapore dolce, alla fragranza, al cane, bue, pecora e drago come segni dello zodiaco. In giapponese il giorno della terra è il sabato
CORSI DI
DAITO-RYU
AIKIBUDO
Antica arte
marziale tradizionale
giapponese
oggi utilizzata
come efficace
difesa personale
I corsi si svolgono
presso il
Tonic Network Benessere
via Mestre 7 – Milano
daitokan@daito-ryu.it
www.daito-ryu.com
Direttore dei corsi
Antonino Certa Shihan

Arte
di Tullio Pacifici

Milano
Paolo Bosisio
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano via Maddalena, 1
dal 15 novembre2003
Roma
Guia Springolo
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 9 settembre al 20 novembre 2003

Le realtà intorno a noi sono fonti straordinarie di metamorfosi. Ricchissime e avanzatissime nelle loro esecuzioni producono creatività. Ci troviamo sulla terra e osserviamo. Quasi inevitabilmente si innescano dei processi, necessari e per lo più condizionati dalle circostanze. Le attuali, specie tenendo presenti le rivoluzioni comportate dalle immagini foto e video grafiche, sembrano quelle in cui ogni cosa è possibile. Le tecniche di esecuzione, antiche e presenti sono qui a disposizione e in continuo divenire. Un’artista può quindi immaginare ed eseguire il presente e l’antico, sognare e descrivere quello che può essere il suo punto di vista circa ciò che accade. In questo caso si tratta di una serie di quadri sviluppati indagando nel tempo l’aspetto verticale dei tronchi delle betulle. L’approdo è coloristico e risalta gli aspetti di continuità e di contrapposizione tra vivacità delle superfici e monocromia del supporto. Alla base ci sono i colori e gli impasti. Gli stacchi visivi, ancora ri-percorrendo una dichiarazione del pittore, non hanno pretesto di prospettiva o di variazione. In che senso? Studia come si dispongono degli schemi fissi e dopo averli immaginati se ne allontana progressivamente. A tale riguardo pare interessante accordare spazio ad uno dei titoli dei lavori. Qui pare evidente il collegamento e il richiamo ad uno dei processi essenziali della vita delle piante. E’ l’opera che chiama xilematica. L’autore pensa alla linfa ascendente raccolta dalle radici fino alle foglie e ai germogli, ad uno dei giochi quasi perfetti della botanica, dove le piante e i loro processi interni sono oggetti di analisi. Da qui probabilmente cresce la sua ispirazione. Tesa quindi a fare qualcosa che perda i contatti con linee e contorni. Cerca di concentrare le energie in modo che dalle pennellate traspiri coesione e tensione: come se le tele esercitassero su di sé la pressione dell’acqua che spinge. Questi effetti sono tenuti però ad un livello che non tiene conto delle dimensioni. L’intento parrebbe così essere quello di bilanciare una perdita rivolgendo l’attenzione ad un processo di deframmentazione, ad una scomposizione delle tinte in tanti colori, ad una continua e caotica miscellanea di chiazze.

L’I Ching o libro dei mutamenti, antico testo cinese composto di parti scritte cui corrispondono figure grafiche geometriche sempre diverse, è oggetto degli studi di quest’artista e fonte ispiratrice dei suoi quadri. Le opere, pitture su tele, contengono infatti precisi riferimenti al manoscritto. Spiccano i tratti minimali e raffinati, a volte ingrassati dallo spessore prodotto dalle colate del colore, degli esagrammi I Ching. Questi corpi, composti di linee parallele che si alternano in segmenti spezzati e continui, occupano certe parti dei quadri e ne costituiscono comunque gli elementi motori primari apparenti. I lavori pur proponendosi secondo una veste estetica che risponde a gusti scuri, per certi aspetti sepolcrali, contengono in realtà un intento specifico: essere oggetti augurali per il pubblico. L’augurio, parola di per sé positiva, è utilizzata dall’artista come cifra e punto di sintesi dei messaggi contenuti e tramandati dal testo orientale: in sostanza suggerimenti per orientare la nostra vita verso un continuo progresso. Questa idea di fondo diventa quindi per la pittrice veicolo del suo modo di comunicare. Un linguaggio che però, proprio perché pittorico, prescinde da qualsiasi interpretazione, mistico oracolare piuttosto che filosofico scientifica del testo dell’I Ching. Quindi un piano espressivo diverso che pur attingendo trasforma e arricchisce. La materia delle idee espresse in parole si liquefa in colori acrilici, prevalentemente bianco, nero, marrone, grigio azzurro, oppure assorbita nello stucco, in collage con carta di riso, spago, bastoncini di legno, pietre. Con la pittura le idee tornano come ad uno stato primario, confuse e visibili a tratti, a pezzi, significative per il loro essere solo apparenze. Guia Springolo rappresenta bene questo aspetto con combinazioni mono, bi e tri cromatiche, spalmate in modo da creare differenti effetti visivi. Si osservino a questo proposito le tele n. 32 Durata e n. 35 Progresso: piani increspati e ondulati in cui è possibile intravedere qualcosa che dentro il colore affiora e scompare.