Arretrati
Pagine Zen n°27


Esposizione formale di Pinus Pentaphilla in tokonoma

Kohmio -ji Temple, Kyoto. Per gentile concessione Yamasa Corporation

ZEN E BONSAI
Tratto da
“Lo Spirito del bonsai” di Kyuzo Murata
“…L’obiettivo del bonsai è di simulare quanto avviene in natura, e la natura esprime la sua eternità con lenti, lentissimi cambiamenti. Il bonsai dimostra il lento procedere della natura.
Quando sentirete questo, quando la vostra comprensione del bonsai arriverà così lontano, allora non potrete fare a meno d’entrare nel mondo del “Wabi” o “Sabi”. È impresa ardua, quasi impossibile, cercare di spiegare il significato di questi termini perché essi sono stati coniati per descrivere sentimenti creati, e attualmente sentiti, solo dai giapponesi, sentimenti maturati in un lento processo di generazioni. Essi erano sconosciuti agli occidentali fino a poco tempo fa.
Wabi è uno strato della mente o un luogo o l’atmosfera di una cerimonia del tè o un Haiku (breve pensiero poetico). È un sentimento di semplicità, di calma, di dignità.
Sabi è un sentimento di pace interiore, di semplicità che proviene da qualcosa di antico usato e riusato in cui è visibile, assieme al trascorrere del tempo, il tocco degli uomini che l’hanno creato o posseduto.
Pensate, per un momento, di essere seduti in un angolo del Ryoanji - il famoso giardino di pietra a Kyoto - è una serata nebbiosa del tardo autunno,
state guardando il giardino, poi chiudete gli occhi e sgombrate la mente.In quel momento non c’è alcun pensiero nella vostra mente, è vuota… eppure il vostro cuore e la vostra mente si riempiono di un sentimento d’appagamento, di serenità. Questo è Wabi.
Credo fermamente che l’obiettivo finale nel creare un bonsai sia la ricerca del sentimento di Wabi o Sabi, questo dovrebbe essere lo scopo ultimo dell’arte bonsai. Non ho conoscenze sufficienti per spiegare l’essenza del Wabi o Sabi, ma non posso fare a meno di credere che l’essenza della filosofia sia ricercare la verità, la virtù e la bellezza. Tutte cose altrettanto importanti anche per il bonsai.
Il sentimento di Wabi e Sabi è qualcosa di quasi stoico che si rifà al buddismo Zen. Non sono sentimenti facili, provengono da una disciplina calma ma severa, questi sentimenti sono comuni alle persone molto religiose e fra quelle che creano bonsai.
Credo di poterlo spiegare dicendo che questi sentimenti sono fondamentalmente amore. Amore per le piante, amore per gli esseri umani.”

CAPODANNO GIAPPONESE
Graziana Tura Canova

L’inverno è il tempo della grande festa di Capodanno: importante come il Natale per gli occidentali, vede le famiglie giapponesi riunirsi, molti tornare al paese natio a godere gli antichi sapori della cucina della mamma (ofukuro no aji). In splendide scatole di legno laccato, quadrate e a più strati, verrà servito osechi, il cibo di Capodanno: sardine, frittate, fagioli neri cotti a lungo in un sugo dolce, nodi di alga, piccole orate, pezzetti di pollo, radici di loto all’aceto, uova di pesce e altre delicatezze. Le verdure di stagione sono gli spinaci e altre foglie verdi. Nelle case si predispongono le classiche decorazioni di Capodanno che comprendono:
kaki essiccati (significano salute e successo nella vita)
alga konbu (il suo nome ricorda il verbo yorokobu, rallegrarsi, gioire)
mochi (anche omochi) è un cibo tipico dell’inverno e tradizionale del periodo di Capodanno. Si prepara con riso glutinoso (mochigome) cotto a vapore, pestato a lungo in un grosso mortaio di legno, finché diviene una pasta molle ma compatta, che va poi modellata in piccole focacce. Il vocabolo mochi, se scritto con un altro ideogramma, può significare “avere, possedere”: equivale quindi a un augurio di ricchezza. La ricetta principale di Capodanno contenente il mochi è la minestra chiamata ozooni, ma il modo più semplice e appetitoso per gustarlo è quello di abbrustolire il boccone di mochi, intingerlo in salsa di soia e avvolgerlo in un pezzetto di alga nori. Due mochi di misura diversa fanno parte obbligatoria delle
decorazioni di Capodanno e vengono posti il piccolo sopra al più grande (kagami-mochi), insieme con arance amare e altri elementi, come offerta sull’altare shintoista presente nella casa, oppure in un luogo importante della dimora, o all’ingresso, dove di solito si pongono le decorazioni per il Capodanno. L’aragosta bollita è anch’essa indispensabile (appesa sulle porte o esposta nelle abitazioni). Il vocabolo generico ebi, che indica tutti i tipi di crostacei, dai gamberi all’aragosta, viene scritto con due ideogrammi che significano mare-vecchio, perché l’aragosta ha il corpo piegato come una persona anziana. Tutto ciò è di buon augurio per una lunga vita e anche in considerazione del fatto che in Giappone la vecchiaia è considerata dote apprezzabile, perché porta con sé saggezza ed esperienza.
ZEN per i manager
Keiko Ando Mei
A Milano, il 25 novembre, presso il Centro Incontri Culturali Oriente Occidente, è stata presentata la meditazione Zen da uno dei più grandi Maestri Zen viventi: il monaco Harada Sekkei Roshi, abate dell’ antichissimo tempio Hosshinj (Giappone), temporaneamente in Italia. Il Maestro Harada ha circa 80 anni ed è molto conosciuto, oltre che in Giappone, negli Stati Uniti, in Francia, in Germania. Ha scritto numerosissimi libri sullo Zen. La meditazione è molto seguita negli USA e, più recentemente, si sta diffondendo anche in Europa. Nel ritmo incalzante della vita di oggi, è indispensabile creare un momento di pausa da dedicare tutto a se stessi, per ritrovare uno stato di calma e rigenerarsi. Scriveva qualche anno fa Daniel Goleman, nel suo libro “La forza della meditazione”: “La meditazione si è infiltrata nella nostra cultura: milioni di americani l’hanno provata e molti l’ hanno integrata nelle loro vite frenetiche; viene utilizzata come un normale strumento nella medicina, nella psicologia, nelle tecniche di educazione e di sviluppo personale.” Lo Zen è l’essenza della meditazione. Per secoli ha rappresentato la disciplina, la forza interiore, dei samurai. Grandi personaggi del passato e, oggi, uomini politici, presidenti di società, managers, persone di qualsiasi posizione e estrazione sociale, hanno trovato e trovano nello Zen la risposta per confrontarsi con le difficoltà quotidiane, per avere una visione più ampia e significativa degli eventi della vita. Che cos’è lo Zen non e spiegabile. Un grande Maestro ha detto:
“lo Zen è la Vita”. Una pratica che ha il suo fondamento nella Via di ricerca aperta da Gautama, il principe Siddharta, divenuto poi il Buddha (“colui cha ha raggiunto l’illuminazione”). Attraverso il suo insegnamento, il Buddha ha indicato agli uomini la Via che conduce al superamento del dolore e al “risveglio”. Effetti psicologici: Rilassamento dalle tensioni, stato di calma, possibilità di distaccarsi dai coinvolgimenti psicologici, avere maggiore padronanza di sè, affrontare le scelte con più decisione, più sicurezza interiore, aprirsi ai significati della vita, in una visione più ampia. Effetti terapeutici: Recentemente sono stati resi noti dal mensile Time i risultati di una serie di studi condotti negli ultimi dieci anni e illustratial M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology) circa gli effetti della meditazione sulla salute. In base a questi studi, è stata accertata l’influenza benefica su determinate patologie quali l’ipertensione, gli stati d’ansia, la depressione, le irregolarità cardiache, l’asma, l’insonnia, gli stati di dolore, i disordini gastrointestinali. Riducendo lo stress e rafforzando le difese immunitarie
può essere anche di grande aiuto in più gravi malattie, offrendo, allo stesso tempo, un valido sostegno psicologico ai pazienti.
Anche in Giappone, negli ultimi decenni, sono stati portati avanti studi scientifici, sul medesimo argomento, da parte di numerosi ricercatori. Il Prof. Kasamatsu, dell’Università di Tokyo, specializzato in neurologia, ha riscontrato che, in una persona che sta facendo zazen (lo stare seduti in posizione zen) le onde cerebrali si addolciscono e il numero delle respirazioni diminuisce (effetto di rilassamento simile a quello che si consegue durante il sonno). Allo stesso tempo, però, i battiti del polso, nel soggetto in esame, sono risultati in lieve aumento; sintomo che, a differenza di quando si dorme, vi è massima concentrazione, prontezza, vigilanza. I monaci Zen, che sono più avanti nella pratica, possono raggiungere questo stato in pochi secondi. Inoltre, riescono a mantenere questa condizione, non solo mentre fanno meditazione, ma , anche dopo, per un certo tempo. Il Prof. Hasegawa, dell’Università di Tokyo, ha trovato che, in coloro che praticano regolarmente lo zazen si rinforza la funzionalità del sistema nervoso parasimpatico. Nel suo libro “Lo Zen come medicina”, illustra, inoltre, anche altri effetti che influiscono positivamente in varie patologie (pressione bassa, disfunzioni dell’apparato gastrodigerente, giramenti di testa,etc.). Il Prof. Takeuchi, della stessa Università, nel suo libro “Come avere una lunga, sana e giovanile vita” afferma che la meditazione Zen aiuta ad attivare la circolazione sanguigna, sopratutto in quegli organi dove ristagna, stimolando, così, anche le funzioni cerebrali.


STRANE PAROLE
di Matteo Rizzi

Che cos’hanno in
comune strane parole “giapponesi” come “amuraa”, “tomoraa”, “komuraa”…? Essenzialmente due cose:
1) tutte terminano con “raa”. 2) non le troveremo mai su nessun vocabolario giapponese.
I giovani mirano a rendere divertente, ritmica e sintetica la conversazione informale; i vocaboli costruiti attraverso i kotoba-asobi (giochi di parole) rivelano la ricerca dell’immediatezza, della velocità di comunicazione, dell’esigenza di utilizzare il minor numero di sillabe possibile per far comprendere all’interlocutore un determinato contesto, un’immagine e tutta una ampia gamma di sfumature che solo questa tipologia di linguaggio può pienamente rendere. Dico ‘costruiti’ perché nascono dall’applicazione di una sorta di regola grammaticale –seppur inventata- che prevede l’annessione della sillaba “ra” con un allungamento della vocale (“raa”) alla parte di un nome. Pare che la prima parola di questo tipo sia stata shaneraa: partendo dal nome della nota marca Chanel (pronuncia giapponese “shaneru”) applichiamo la regola (shaneru + raa) e con delle modificazioni eufoniche otteniamo shaneraa. Usiamola poi per indicare tutte quelle ragazze che seguono la moda, comprano o collezionano gli accessori della marca Chanel e il gioco è fatto! Esistono termini originati a partire da un nome comune: prendete ad esempio un barattolo di maionese (in giapponese mayoneezu); consideriamo le prime due sillabe “mayo” e annettiamo sempre “raa”. Chi mai saranno i mayoraa? Ebbene si…tutte quelle persone che su qualsiasi cosa mangiano ci mettono della maionese. A partire dagli anni ’90 si sono diffuse anche parole che derivano dai nomi di alcuni personaggi famosi: questi vocaboli si usano per
indicare le persone che presentano una somiglianza esteriore, un modo di parlare o di atteggiarsi simili al personaggio a cui si riferiscono. Soprattutto cantanti ed attori sembrano essere le fonti ispiratrici delle nuove tendenze linguistiche giovanili: così i fans della giovane cantante Namie Amuro sono detti amuraa, quelli dell’attrice Tomoko Yamaguchi i tomoraa e grazie alla popolarità televisiva di Naoko Iijima molti giapponesi si sono scoperti naoraa da un giorno all’altro.
Non possiamo dimenticarci dell’intraprendente produttore discografico Tetsuya Komuro perché oltre al vocabolo komuraa, dal suo nome sono nate anche delle forme verbali che vengono correntemente utilizzate dai giovani: komuru (komu + ru): “cantare al karaoke le canzoni degli artisti che sono prodotti da Tetsuya Komuro” komuro suru (komuro + suru): “passare la notte in bianco”. Perché? –vi chiederete-… semplice, il suo nome ha la stessa pronuncia degli ideogrammi che formano la parola tetsuya che appunto significa “stare svegli tutta la notte”! Anche l’attore Tetsuya Takeda avendo lo stesso nome non è sfuggito alla regola: takeda suru è sinonimo di komuro suru.
Concludendo, se in Giappone vi capiterà di andare in un locale karaoke e cantare le canzoni di qualche artista prodotto da Tetsuya Komuro, alla domanda di un amico “Cosa hai fatto di bello ieri sera?” sostituite la lunga risposta “karaoke de Komuro famirii no uta wo utaimashita” con un semplice e disarmante “komutta”, forma passata del verbo komuru.
TSUTSUMI
Arte giapponese per impacchettare i regali Luisa Canovi
Letteralmente tsutsumi significa pacco, pacchetto e per attinenza tematica anche regalo e deriva dai verbi tsutsushimu (essere riservato, discreto), tsutsumikakusu (nascondere, tenere segreto) e da tsutsumu (avvolgere, coprire).
Se il senso più diretto è sicuramente l’ultimo, cioè l’atto di avvolgere, per la propensione della lingua giapponese ad accomunare le cose che hanno nomi simili, occorre considerare come pari importanza anche i significati di discrezione e di segretezza. L’avvolgimento che rende il pacchetto e il suo contenuto segreti avviene spesso tramite la carta, Kami (gami nelle parole composte come origami, Kirigami ecc.) e infatti tsutsumigami significa proprio carta per i pacchi, carta da regalo. La carta in Giappone ha sempre avuto un valore simbolico molto importante, perché l’ideogramma Kami (carta) si pronuncia come l’ideogramma che rappresenta le divinità dello Shintoismo, i Kami (spiriti superiori, dei).
Nelle cerimonie ai Kami si offrivano doni quali riso, frutta, dolci e altro presentati in bianchi fogli di carta piegati semplicemente e sapientemente, per ricavarne ciotoline, scatole, portaofferte. La carta quindi, oltre alla sua sacra omofonia, diventava anche un mezzo privilegiato di comunicazione dell’uomo verso i Kami della “Via degli Dei”, questa infatti è la traduzione della parola Shintoo.
In più la carta, che si fabbrica in Giappone coi metodi tradizionali, viene chiamata washi, che significa sia carta giapponese sia carta della pace.
Tutte queste radici etimologiche, rituali e religiose fanno sì che una qualsiasi piccola cosa, una volta impacchettata con un foglio di carta, assuma un valore simbolico altissimo e spesso richieda un’altrettanto importante cura nel dono che sarà ricambiato.
Il senso di uno tsutsumi è quindi nascondere e proteggere il dono avvolgendolo nel sacro (Kami-carta come Kami-divinità) e poi offrirlo in segno di pace e armonia.
A questi significati si aggiungono l’attenzione e il tempo che vengono dedicati alla preparazione dello tsutsumi e che denotano un dono ben più importante del regalo che viene impacchettato, è infatti un pezzetto della propria vita che si dedica aquesto gesto, e più accurato sarà lo tsutsumi, più prezioso sarà il suo valore simbolico.
Uno tsutsumi considera l’oggetto come qualcosa di
unico da conoscere e valorizzare, a volte con inviluppi semplicissimi, a volte con piegature lunghe e complesse. La carta può essere bianca, ma anche colorata, decorata e stampata, così come può avere al suo interno petali di fiori, fili d’erba, foglie, pagliuzze, pezzetti di corteccia o presentare rilievi o trasparenze, può essere a foglio singolo o a fogli sovrapposti, leggera e impalpabile o spessa e materica, morbida e avvolgente o forte con pieghe ben delineate…
Il dono può suggerire lo tsutsumi, che a volte lo impacchetta completamente, a volte lo lascia parzialmente in vista per valorizzarlo meglio. Certi doni richiedono tsutsumi che abbracciano e sottolineano il volume o il profilo degli oggetti. A volte soltanto una parte del regalo viene considerata, altre volte più doni vengono raccolti insieme in un unico tsutsumi.
Può succedere che il foglio di carta sia più prezioso del dono, o che l’impacchettamento risulti più interessante del contenuto, o addirittura che lo tsutsumi sia così esteticamente perfetto da non richiedere la presenza di alcunché nel suo interno.
SUSU HARAI
Akiko Shimazaki
Il mese di dicembre è piuttosto ricco di usanze ed eventi tradizionali. Un’usanza sicuramente presente in tutte le famiglie giapponesi è quella delle grandi pulizie di casa. La festa di capodanno è molto importante e ci teniamo a trascorrerla in una casa particolarmente pulita. In Giappone le aziende chiudono intorno al 27-29 dicembre e almeno fino al 3 gennaio non si lavora, per cui i mariti e i figli che lavorano non hanno scuse per non aiutare mogli e mamme in questo impegno domestico tradizionale. Ma questa usanza vale per tutti i luoghi dove si vive e dove ci si incontra; per esempio anche per i templi. Una delle più famose “spolverate” è quella dei templi di NISHI HONGANJI e HIGASHI HONGANJI di Kyoto; i seguaci giungono da tutto il Giappone e il 20 di dicembre spolverano e puliscono con gli antichi movimenti, divenuti ormai rituali, tramandati da generazioni.
OKERA MAIRI
Akiko Shimazaki
Kyoto è sicuramente una delle città che ha mantenuto di più le usanze tradizionali. Fra le tante interessanti vi è OKERA MAIRI. OKERA è il nome di una pianta medicinale. MAIRI è invece l’atto di recarsi in un luogo, ad esempio un tempio, per una preghiera. OKERA MAIRI si svolge nell’ultimo giorno dell’anno. Consiste nell’andare a prendere il fuoco sacro trasferito alle lanterne dove viene fatta bruciare OKERA. Il fuoco viene portato a casa, per le candele del piccolo altare di famiglia (scintoista), oppure utilizzato per cucinare ZOONI, una zuppa tradizionale con dei pasticcini di riso MOCHI. Il fuoco viene “preso” con un cordoncino portafortuna. La particolarità è che affinchè il cordoncino infuocato non si spenga, la gente torna a casa facendolo roteare. Il tempio di YASAKA JINJA di Kyoto attira ogni anno tantissima gente per OKERA MAIRI, che è un modo di augurarsi un anno nuovo di salute e felicità.

Arte
di Tullio Pacifici

Milano
Vito Scamarcia
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 13 dicembre 2003 al 16 gennaio 2004
Roma
Stefano Ruta
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 20 novembre 2003 al 12 gennaio 2004

Interessato all’incontro con altre culture, giapponese e africana in particolare, viaggia e ritrova somiglianze con la sua terra, la Puglia. Dall’osservazione dei luoghi e dai viaggi, negli oggetti e nelle tracce che restano, cose trovate, che recupera e ricostruisce. Lavora con le matite, i colori, e carte di vario genere, da quelle pop alle raffinate tele nipponiche. Costruisce su livelli. Prepara un supporto con legni compensati, tamburati, poi applica e incolla le superfici successive. Dei copioni, delle prove, di piccole dimensioni, dove i soggetti non ci sono perché costruiscono qualcosa che si scosta dall’immagine iniziale. Prende dai resti del passato, quello di alcune timbrature fotografiche e più lontano quello della scrittura primaria. Vuole un’arte che diventi punto di comunicazione _ connecting people _ ; esprime questa sensibilità con sfondi che cercano di assimilare scrittura e segno. Segue un processo di astrazione. Non come un minimale ma come un costruttivista. Paesaggi, uno dei titoli delle opere, è quasi l’ultimo elemento di identità del percorso pittorico; una allusione; il resto si lascia ad un altrove quasi indecifrabile, qualcosa che si può assaporare se l’immaginazione va all’indietro, cerca cosa c’era prima e poi, dopo la deframmentazione di ogni idea, vede qualcosa d’altro. E’ così che si arriva a vedere quando le immagini possono esistere come spezzettate oppure come linee oscillanti tra l’alto e il basso o come sole impronte. Nei casi in cui usa le fotografie, sempre per ottenere un effetto di rimando, capovolge, sdoppia, ingigantisce, producendo sorti di incastri labirintici. La foto di partenza perde questa visibilità e ne acquista un’altra, cambia il paesaggio, si passa ad un altro piano. Sottintesa a questa estetica c’è una pratica operativa: il riciclaggio delle cose trovate. Come per le culture primitive recuperare poteva anche significare esercizio per il progresso di sé e per la comunità, così qui c’è il pretesto di rintracciare per rilanciare: prevalendo tinte scure, nobili, delineate quando le tele sanno d’oriente, altrimenti un pò più fangose se cerca di emergere un carattere del tipo officina antiurbana.

L’arte con la vita, con l’età, con l’esperienza. Dalle grandi sale medioevali dove ha esposto, quelle dell’ex convento di san giovanni a Orvieto e quelle del palazzo dei consoli a Gubbio, a questa piccola antologica. Sue opere si trovano in collezioni private in italia e all’estero. Per esplorare parte dei suoi lavori, da uno studio incasinato e ricco di storia. Attualmente, come risulta dall’enciclopedia edita dalla Grölier, volutamente si occupa poco dell’organizzazione di personali e collettive per meglio dedicarsi alla ricerca autonoma. Artista polivalente, tecnicamente intrigato dalle estetiche degli acrilici, delle guaches, dei collages-decollages, fino ai legni e alle materie del ferro. Attitudini diverse che si impiegano con un progetto, un modo di sentire. Intento poetico espresso con l’idea che dalle funzioni si può andare all’estetica. In questo senso fonda i lavori con le serrature. Piccole (24x20), assemblate con il ferro. A volte aggiunge palline rosse, segni, assembla pezzi smontati. Rispetta le materie perché hanno già le loro proprie equilibrature interne, statiche inevitabili, quasi inaccessibili. Cerca d’altra parte di seguirle strappando una bella svista.
Non sembrerebbe un rigoroso delle sole geometrie. In alcuni casi spazializza i colori intrattenendosi con le trasformazioni: distese come carte strappate, decollate_attaccate. Libera fondo su fondo e chiude con figure lineari, a volte dimensionali. Increspa dando l’idea della r_esistenza delle materie. Cercando di fare apparire _sparire un passaggio_paesaggio: Paesaggio umbro. In altri, con le foglie di allumini, Studio per rilievo – cartone argentato, Finestra I e II legno-allumino-acrilico, scuro e divisore, cercando le differenti dimensioni dei corpi e delle ombre. Per sollecitare a un certo modo di vedere guarda a una comunicazione accessibile, attenta ai cambiamenti delle superfici. Figurativo pittorico sotto e informale astratto sopra oppure il contrario: dipende da come agiscono manualità, pensieri, costruzioni passo passo, dal caso. n