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Arretrato Pagine Zen
N° 28 gennaio/febbraio 2004
Da questo numero di Pagine Zen, in occasione della messa in Rete
del nuovo Sito, è possibile scaricare in formato PdF (Adobe Acrobat)
il foglio completo.
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Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


Esposizione formale di Pinus Pentaphilla in tokonoma
Ozôni
Minestra tradizionale di Capodanno
di Graziana Canova Tura
Per i giapponesi non può esistere Capodanno senza ozôni. E' una minestra che si serve il primo giorno dell'anno e contiene diversi ingredienti particolarmente amati, tra cui il più evocativo è omochi, una specie di focaccia di riso cotto pestato in un mortaio di legno. In ogni regione del Giappone esiste una diversa ricetta per ozôni, a Kyôto, per esempio, si serve spesso con ingredienti bianchi: omochi, daikon (o rape) e miso chiaro nei quali, per ravvivare, viene aggiunto un pizzico
di tonnetto secco grattugiato o qualche giovane foglia di spinaci.
La ricetta presentata è invece quella della parte orientale del Paese, dove si trova Tôkyô. Per chi desiderasse provare l'ozôni di Kyôto basta preparare una minestra al miso, facendo cuocere per pochi minuti nel brodo dashi alcune fette di daikon e un pezzetto di omochi. Sciogliere poi nel brodo il miso bianco, unire un pizzico di katsuobushi (tonnetto secco in scaglie) oppure qualche piccola foglia di spinaci.

Preparazione: 30 minuti
Ingredienti: 300 grammi di ossa di pollo
1 cucchiaino di zenzero grattugiato
1 porro
1 cucchiaino di aceto
200 grammi di petto di pollo
1 carota
12 foglie di spinaci
4 piccoli funghi shiitake secchi
Cottura: 30 minuti
8 pezzi di omochi tondi o rettangolari
4 fette di kamaboko (può essere sostituito da 4 gamberetti)
buccia di limone
salsa di soia
(Si possono usare altri ingredienti quali pesce, molluschi e verdure di stagione).

Preparare il brodo facendo bollire in 6 tazze di acqua, per mezz’ora, le ossa di pollo, lo zenzero grattugiato, il porro tagliato a tocchetti e l’aceto; filtrarlo.
Tagliare la carne di pollo a bocconcini e la carota, ben pulita, a fette in forma di fiore.

Lavare accuratamente gli spinaci, scottarli in acqua bollente e annodarne i gambi a tre per volta. Sbollentare anche le fettine di carota.

Far rinvenire i funghi in poca acqua tiepida e privarli del gambo; conservare l'acqua dell'ammollo.
Tagliare 4 pezzetti di buccia di limone a filini sottili.
Quando il brodo è pronto unire l'acqua dei funghi filtrata, poi mettervi i fiori di carota, i bocconcini di pollo e i funghi (schiumare se necessario), lasciar cuocere pochi minuti.
Nel frattempo far abbrustolire i pezzetti di omochi su una graticola, si gonfieranno.
Quando carote e pollo sono cotti, unire le fette di kamaboko, gli spinaci annodati e i bocconcini di omochi, riportare a bollore e spegnere il fuoco.
Versare la minestra nelle ciotole, ponendo in ognuna di esse un pizzico di filini di buccia di limone. Coprire e servire ben calda.
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PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI...
di Hua T'o
Adattare le regole dello zen o meglio vivere lo zen in termini occidentali e contemporanei non risulta cosa da poco anzi è piuttosto difficile l'adattamento. Oggigiorno tutti o quasi tutti sono vittime, poiché di tale fenomeno si tratta, di mode, di imposizioni, di costrizioni direi, e costretti ad andare di pari passo con quanto il consumismo impone, poiché di questo parliamo, consumare a tutti i costi.
Ecco dunque le fantasie più sfrenate nel vestire. Ecco quindi poche teste, che sanno quello che vogliono, far valere le loro bizzarrie!
Come mettere d’accordo queste due cose, il modo di pensare e conseguentemente di comportarsi zen e quanto gli attuali momenti esigono.
Molt'anni or sono il filosofo tedesco Herrigel ha definito lo zen come una pura attività mistica e contemplativa.
Cosa oggi la vita contemporanea abbia di mistico e di contemplativo è problematico definirlo. Occorre quindi prendere in considerazione la conoscenza del misticismo e il valore della contemplazione. Solo a queste condizioni si può avvicinare e penetrare lo zen al gravoso costo di mettere da parte una valanga di pregiudizi e di abbandonare quello che le folle tendono ad abbracciare. conoscenza e una pratica strettamente legate e provenienti dalla intuizione dei valori assoluti, intimamente dipendente questo principio dalla contemplazione, elementi questi, che si perdono nella notte dei tempi, esprimenti costante contatto con i valori assoluti, il che dovrebbe produrre una disgiunzione dalla comune condizione dell'uomo.
A questo punto il discorso potrebbe divenire inintelligibile ai più e di difficile accostamento, anche perché di volta in volta il misticismo può avvalersi di aspetti particolari, in taluni casi arrivando a confondersi col divino. Ma non è questo il nostro discorso.
Cosa intendiamo quindi col termine misticismo.
Questi altro non è che una A Si sta tentando di sposare la predicazione zen alla vita contemporanea, al di fuori di ogni deflusso nel divino; cerchiamo di portare a compimento il processo di liberazione. Questo può significare andare contro la storia del momento: ebbene si, siamo antistorici, andiamo pure contro corrente, ma tentiamo di metterci in posizione di pensare, non di soggiacere.
Silenzio e raccoglimento restano fondamentali, il secondo teso a raccogliere quelle voci che vengono dal profondo e che ci pongono, non sempre, in posizione critica. Cosa va inteso per posizione critica. Chi si dedica alla pratica dello zen deve a tutti i costi evitare di parlarne e soprattutto rivelare quanto la meditazione su se stessi arriva a produrre.
Non è detto con questo che si giunga alla tappa definitiva.
Il mistico tace, si dedica alla contemplazione. Questa non è avere la testa fra le nuvole, un divagare su qualche tematica, ma s’intende quello stato di coscienza che si traduce in conoscenza sensibile di uno stato spirituale che sta alla base di ognuno di noi quale diretta cognizione di se stessi, quale parte basilare del nostro intelletto.

Cerchiamo di essere noi stessi.
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IL BUDDHA - TRA GIAPPONE E TAILANDIA
Di Giuliana Malpezzi
L'approccio all'arte del Buddhismo Mahayana e Hinayana si riflette nella differente raffigurazione del Buddha in Giappone ed in Tailandia.
Il Buddhismo Mahayana, o Grande Veicolo, diffuso in Giappone, esalta la figura del Bodhisattva, cioè di chi avendo raggiunto l'Illuminazione, rinuncia ad annullarsi nel Nirvana e rientra nel ciclo delle rinascite per spirito di carità. La corrente Hinayana, Theravada in Tailandia, tende invece all'annullamente dei desideri ed al distacco dal mondo. Il punto di partenza della scultura giapponese si colloca nell'epoca Asuka (538-645) con ispirazione di matrice cinese e coreana. La "Triade di Shaka" nel santuario di Horyuji realizzata nel 623 dallo scultore Tori raffigura l'Illuminato con due Bodhisattva appoggiati ad una grande aureola, che conferisce un senso di unità al gruppo. La statua centrale è inscritta in un triangolo, il corpo avvolto in un'ampia veste dal drappeggio a ramo d'abete, un sorriso appena accennato sulle labbra e le palpebre quasi chiuse ad esprimere l'intensità meditativa. Durante il periodo di Nara, nel VIII secolo le statue acquistano un aspetto maestoso e severo e viene introdotto l'uso dell'argilla e della stoffa laccata in sostituzione del bronzo. Nel IX secolo il materiale più usato è il legno di canforo, che conferisce bellezza e dignità alla scultura.Il culto di Amida nell' XI secolo ispira uno stile chiaro e dolce, plasticamente armonioso, e distintamente aristocratico. La statua del padiglione delle Fenici del Byodoin è seduta sui petali di un fiore di loto, la veste scende morbidamente dalle spalle lasciando nudo il torso, il viso squadrato ha un'espressione di intensa concentrazione, gli occhi socchiusi con le palpebre superiori a linea retta e quelle inferiori a linea curva,
i capelli a ricci regolari rialzati dalla crocchia rotonda. La statua è incorniciata in una gigantesca aureola a forma di fiamma, riccamente scolpita con motivi floreali e figure di Bodhisattva. Le prime statue che conosciamo in Tailandia risalgono al VI secolo, di fattura Mona ma d'influenza Gupta e Pala, di cui conservano i capelli a riccioli larghi e rotondi, le sopracciglia curve ed unite, gli occhi prominenti, il naso pronunciato e le labbra spesse. Tra l'XI ed il XIII secolo l'influenza Khmer la testa squadrata in piani quasi orizzontali si arricchisce di una protuberanza a cono o di una corona. Risalgono al XV secolo le forme più autenticamente Thai. Il Buddha in cammino di Sukhothai è naturale nell'anatomia delle spalle ampie e nel movimento morbido del torso e delle braccia, ma sotto l'abito la muscolatura è inesistente.






La testa ovale è sormontata da una fiamma, simbolo di elevazione spirituale, il naso ha la forma a becco di pappagallo e le sopracciglia sono curvate sullo sguardo rivolto in basso. Anche se dal XVI secolo Buddha è rappresentato come il signore del mondo con corona e gioielli, lo spirito Hinayana conferisce alle immagini un'apparenza di intimo raccoglimento, diversa dalla maestosa severità di quelle giapponesi.
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STRANE PAROLE
di Matteo Rizzi
Come molti vocaboli della lingua giapponese, anche l’aggettivo sugoi assume significati e sfumature differenti a seconda del contesto o della frase in cui viene utilizzato. Può essere sinonimo di osoroshii (terribile, orribile, orrido, pauroso), di hageshii* (violento, tremendo, tempestoso) oppure può significare “straordinario, sensazionale, formidabile, stupendo, incredibile, fuori dal comune”. Proprio con questi ultimi significati, se abbiamo l’occasione di ascoltare un dialogo informale fra ragazzi giapponesi, potremmo divertirci a contare quante volte venga usato l’aggettivo sugoi e la sua forma avverbiale sugoku. Pensiamo a quante cose –anche con una certa leggerezza– possono essere definite “stupende”…un quadro, una macchina, una bella donna…quante prestazioni sportive o azioni che richiedono una determinata abilità possono essere “formidabili”, quante notizie che leggiamo ogni giorno sui giornali commentiamo con la sola parola “incredibile”. Insomma, tutto può essere “sugoi”. Il fatto che questo aggettivo sia anche usato da solo come esclamativo o –nella forma avverbiale- come rafforzativo preposto ad altri aggettivi fa si che sugoi sia uno dei vocaboli più usati (e abusati) nella lingua parlata. Qualcuno avrà inconsciamente pensato: “se questa parola ha la funzione di dare enfasi, perché non accentuare la sua pronuncia? Perché non forzarla? In altre parole, perché accontentarsi di un solo tipo di sugoi ?” Ed ecco che ha inizio un viaggio ai confini della realtà grammaticale nel mondo dei kyochogo (da kyocho= enfasi, tono forte, go = parola). Dall’esigenza di enfatizzare la pronuncia prende forma la variante suggòi ottenuta con il raddoppio della consonante: il suono della U risulta essere più assorbito mentre un accento marcato cade sulla vocale O. Lo stesso accade alla forma avverbiale che cambia in suggòku. Il significato non varia; la differenza sta semplicemente nella maggiore enfasi che suggerisce all’interlocutore una sfumatura in più per la comprensione del contesto. Prendiamo come esempio la frase “E’ un problema molto difficile” che in giapponese potremmo tradurre “Sugoku muzukashii mondai da”. Enfatizzando la pronuncia con le modalità sopra descritte otterremmo “Suggòku muzukashii mondai da”, quella minima differenza che basta per lasciar intendere che si tratta di un problema da mettersi le mani nei capelli.
Ma qualche altro giapponese avrà inconsciamente pensato: “io non posso accontentarmi di una doppia consonate e di un accento più forte. La mia squadra di baseball sta
vincendo…ecco il battitore è in posizione… arriva la palla. La ribatte! E’ uno strepitoso home-run !”… "SUGGEE!!"*. Per esprimere tutto l’entusiasmo la vocale I ha lasciato il posto ad una E con l’allungamento: ancora una volta il povero aggettivo originale è stato sacrificato allo scopo della ricerca dell’enfasi. Questa regola è stata applicata anche ad altri aggettivi che sono spesso usati come esclamativi. Ad esempio osoi (tardo, lento) diventa ossee quando la persona che stiamo aspettando da un ora finalmente si presenta. Dekai che già di per se è vocabolo enfatico di ookii che significa “grande”, diventa dekkee per qualificare qualcosa di sorprendentemente enorme. Volendo ulteriormente approfondire il discorso si potrebbe dare un breve sguardo ad alcune realtà locali dove la modificazione di sugoi ha percorso strade differenti. In alcune zone comprese nella prefettura di Okayama come la città di Kasaoka si registra infatti l’uso delle forme sungoi-sungoku-sungee dove il raddoppio della consonante è stato sostituito dalla N. Altri termini che mediante la pronuncia accentuano e rafforzano il significato di sugoi le scopriamo invece in alcuni dialetti: tegee e wazze* sono rispettivamente usati nel dialetto di Miyazaki e Kagoshima, due prefetture dell’isola di Kyushu. A voi lettori l’arduo compito di scegliere il sugoi più adatto al luogo e alla situazione.


* note: la sillaba GE, va pronunciata GHE.
In wazze la Z si pronuncia come la S nella parola “rosa”
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BONSAI
Pinus e Prunus per tradizione specie immancabili nell'esposizione di capodanno
di Kurita Isamu
Il Pino e l'Albicocco sono specie profondamente amate dai giapponesi fin dai tempi antichi e tuttora tradizionalmente usate per l?esposizione d'inizio d'anno. Il Pino è una conifera robusta, che si presenta in svariate forme, mentre il Prunus è una caducifoglia elegante, dai fiori graziosi e delicati.

In questo periodo, in Giappone, molte riviste pubblicano articoli sull'uso del Prunus mume bianco e rosso nelle composizioni d?inizio d'anno. Ma perché si usa il bonsai nell'esposizione? È una sorta di rispetto per la stagione. Il bonsai rappresenta l?evento dell'anno che finisce, mostrando direttamente la natura con la sua magia. Non che sia ufficialmente stabilito che si debba comporre il Prunus mume con il Pino e il Bambù; in effetti, secondo le epoche l?uso si è modificato, ma cela quel mondo spirituale ed austero dell?antico Giappone sul quale in origine discese lo spirito delle divinità. Così dedichiamo preghiere ed offriamo la nostra devozione al mondo della natura.
L’albero sacro sul quale discende lo spirito della divinità è sempre presente e, quindi, non può stupire la scelta di un albero per le celebrazioni del nuovo anno.
Ma perché il Prunus mume? La combinazione di fiori bianchi e rossi è un connubio che ha radici profonde nella tradizione culturale giapponese. Dell’albero si apprezza sia la sua bellezza come pianta ornamentale, sia il suo frutto, l’Ume, che è gustato in molteplici forme.
Per quanto riguarda la composizione di Pino, Bambù e Albicocco ornamentale c’è un detto che recita “al
Pino mille anni, al Bambù diecimila”; queste specie sempreverdi trasmettono un messaggio di lunga vita.
In Cina, una vecchia leggenda presenta il Pino come l’albero che cresce sulla roccia, rafforzando l’immagine di longevità e robustezza della specie.
Il Bambù non è una specie studiata troppo approfonditamente, tuttavia il suo estremo vigore e la forza con la quale si dedica alla riproduzione trasmette un’intensa energia vitale.
Pino e Bambù si possono leggere in questa chiave interpretativa, ma il Prunus mume? Del Prunus si ammirano le gemme da fiore che fanno capolino dalla coltre di neve che avvolge i rami.
Quando fiorisce e sparge i suoi fiori al suolo l’attenzione è tutta rivolta alla bellezza del vecchio albero che li ha prodotti. La sensazione che suggerisce è l’emozione di fronte alla forza della vita che si rinnova. Nelle sue gemme da fiore come nel vecchio tronco si cela la magia dell’eternità e in questa rappresentazione il Prunus mume ben si combina con il Pino ed il Bambù, dei quali completa il significato pur nella diversità della specie.Il suo tronco ha il fascino di quello del Pino ma, in più, il Prunus ha i fiori ed anche il profumo, che essi emanano: soddisfa tutti i cinque sensi. È diventato così un albero di altissima valenza agli occhi dei giapponesi, che amano tutto ciò che alimenta i sentimenti e le emozioni.
Quando si parla di albero di altissima valenza nel mondo del bonsai non si intende un albero costoso, bensì un esemplare che ha in sé qualcosa di spirituale, che lascia ammutolito chi lo osserva, con un’eleganza particolare, un intenso potere evocativo… n

Tratto dalla Rivista BONSAI & NEWS
Crespi Editori
infopubblicazioni@crespibonsai.it
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SUSU HARAI
Mauro Maggio (curatore del volume) 2003 - Adea Edizioni, Cremona
“Libro del Ruggito di Leone” è effettivamente una raccolta di scritti che appartiene al Majjhima Nikaya (discorsi di lunghezza media), uno dei testi del Sutta Pitaca (il canestro dei discorsi del Buddha). Sono gli insegnamenti del Maestro, insomma – i “vangeli” del buddismo – riportati prima oralmente e qualche tempo dopo anche per iscritto. Questo volume, in realtà, espone poco del “Libro del Ruggito di Leone” effettivo, anche se molto del suo contenuto è tratto dal Majjhima Nikaya. Tuttavia abbiamo scelto questo titolo perché a nostro parere esprime perfettamente la sintesi dell’evento della comparsa nel mondo di un Maestro della portata di Gotama Buddha. Il testo non ha alcuna pretesa di portare contributi allo studio del buddismo, né di costituire una traduzione filologica o uno studio originale sull’argomento.
E’ piuttosto una specie di “promemoria”, un testo magico e dolcissimo, fatto del ritmo delle ridondanze di un linguaggio che tocca momenti di vera poesia. D’altronde, il contenuto è fuori discussione: un uomo come noi, nato nel dolore, si è posto delle domande, e ha cercato – da solo – di uscire da una prigione che aveva sperimentato ed esaminato in tutti i suoi aspetti.
Ha usato ogni metodo, ha provato di tutto, e alla fine è riuscito a liberarsi.
Ma poi non se ne è andato via – soddisfatto della propria vittoria – ed è, al contrario, tornato tra noi, insegnandoci il modo – la Via – per raggiungere la stessa libertà.
E questo è un gesto di tale compassione da porre Siddharta Gotama nel cuore di ogni sincero ricercatore di quella Verità che non è esclusiva del Buddismo, ma unica e universale, alla portata di chiunque abbia la forza e il desiderio di cercarla con sincerità.




www.adea.it/edizioni.html
E-mail: info@adea.it
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Arte agli Zen Sushi Rerstaurants di Milano e Roma
di Tullio Pacifici
Milano

Albino A. Marcolli
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 22 gennaio 2004 al 20 febbraio 2004
Roma

Kohei Ôta
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 13 gennaio 2003 al 4 febbario 2004
Acquarelli su carte, per lo più imitazioni di soggetti floreali e paesaggi. Mentre l’artista disegna,
nei risultati, prevalgono le liquidità dei colori e le loro improvvise reazioni. In particolare gli effetti di foglie e ciclamini traducono un bisogno specifico del pittore: avere spazio e spazializzare. Cerca perciò di elaborare gli effetti di pieni _vuoti. Le distanze visive che così si producono tra rappresentazioni raffigurate e spazi bianchi sembrano confermare questa direzione. Non colorando alcune parti dei fogli ottiene una sorta di precario equilibrio tra le diverse zone. Un’operazione questa che gli serve per sottolineare i cambiamenti millimetrici delle figure, che così sembrano girevoli. Con un’estensione del termine copiare, al di là quindi dei dati ripetuti dalle nature vegetali, questa parola resta una cifra della sua produzione artistica. Ripete per incontrare e misurarsi con le proprie capacità. Ripetere, se e quando tecniche nuove e non lo consentono, non annulla necessariamente. Le copie dei valori permettono a molta più gente di farsi un’idea, anche abbastanza precisa, delle originali: pubblicizzano. Importante è avere consapevolezza e rispetto per chi ha fatto e pensato: persone, idee, tempi, contesti, in altre parole delle differenze. Ecco allora che figure artistiche note anche alle ricerche e alle cronache delle reti web vengono utilizzate da questo pittore per realizzare inserti. Colto da diverse direttive espressive espone, oltre a quanto sopra detto, le serie che tengono d’occhio l’arte pop. Questa moda artistica è però un pezzo della costruzione. Con un esempio si vede uno/alcuni dei pezzi dei barattoli di Andy Warlol interrompere una parte dello sfondo del cesto di frutta di Michelangelo Merisi detto Caravaggio. Da ultimo, nondimeno importante, è il piano che regge questa produzione. E’ la parola fossile presente in ogni titolo delle opere. Come un fossile è una traccia sopravissuta ai cambiamenti di organismi vissuti nel remoto, un supporto che copia e riporta al presente, così un foglio all’acquarello fa rivivere le attività di una memoria creativa.
Si trovano nel titolo di una delle grandi installazioni di quest’artista e costituiscono uno dei suoi principali filoni di indagine. Silenzio è comunque un lavoro complesso ma fruibile per chi guarda lasciandosi vivere dalle impressioni del momento. Quando infatti l’espressività prevalentemente concettuale dell’opera prende peso ci si ritrova a godere di uno stato di incanto non privo di pensiero. Lì su due piedi è la meditazione generata dall’incontro con cose concrete e segni effettivi di antiche usanze a spiazzare ed incuriosire, anche se l’intensità degli effetti pare minore con le opere di piccole dimensioni: Speranza, Diario I e II del 2001. L’intenzione del messaggio artistico sembra allora più chiara. Silenzio quindi visto come un modo per viaggiare e comunicare con l’esterno; lo spazio un luogo in cui la mobilità si coordina mentalmente. Lo scopo è quello di arrivare ad una conoscenza più matura e ricca del presente. Materie impiegate e lavori finiti attentano infatti agli spazi, stabiliscono relazioni. Utilizza infatti terre che consumano con acqua aria fuoco e poi sciolgono plasmi di ceramica: humus che si fa con gli ambienti. Realizza oggetti tetradimensionali, pensati per rappresentarsi insieme ai loro significati simbolici. Estetiche stilose secondo gli stampi delle tradizioni giapponesi, Ricerca riflesso 1985, senza sottovalutare l’insegnamento acquisito dall’incontro con il nostro paese: Sguardo nel passato 1995 e Giorno e notte (Venere) 1992 dove parte dell’oggettistica è deviata da usanze etrusche. L’artista propone le cose secondo una visione che gioca con forze, debolezze ed equilibri. L’opera Il cielo è un esempio in questo senso: un filo sottile e sospeso collega due basamenti che reggono rispettivamente una stele poligeometrica e un’anfora. E’ questa un’arte che sembra cercare una maggiore e diversa comprensione di altri modi del pensare, essere, vivere, credere. Dal suo punto di vista, quindi, utile per arrivare ad una certa altra comprensione: totale? Qualcosa che peraltro si aggiunge e accresce un modo di proporsi alle distanze culturali, restando consapevole del rispetto alle necessità spaziali, temporali, in cui si trova ad esistere.
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