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Archivio Pagine Zen N° 29
febbraio/marzo 2004
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Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
Hakuin:
Hotei dalla mano sola

Hotei (cin Budai),
uno dei sette dei
della felicità,
seduto sul suo sacco
colmo di ogni
ricchezza.
Per i monaci zen
era pieno
della ricchezza
più grande, il vuoto.
La mano sola
si riferisce
al celebre koan
“Ascolta il suono
del battito
di una mano sola”.
Yasenkanna
Zen e alchimia daoista
di Nicola Piccioli
La ricchezza del buddhismo è nata dall’incontro con tradizioni diverse che lo hanno nutrito con le loro esperienze: il caso del daoismo.
La prima introduzione del buddhismo in Cina avvenne a causa di un equivoco sorto dalla incomprensione culturale tra due mondi tra loro lontani, come l’Occidente (1) e l’Estremo Oriente.
La dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.), nella sua espansione verso Occidente, penetrò nei territori dell’Asia centrale, oggi islamizzata, allora dominio incontrastato del buddhismo. Non avendo i cinesi nessuna esperienza religiosa simile, scambiarono il buddhismo, a causa dei suoi avanzati metodi di meditazione legati alla respirazione, per una sorta di pratica dell’immortalità. Questa errata considerazione si deve al fatto che la ricerca dell’immortalità, gestita in gran parte dai daoisti, è una delle mete più alte alla quale tradizionalmente tende il popolo cinese. Così in Cina cominciarono ad interessarsi al buddhismo traducendone testi sulla meditazione e sulla morale. Ma quando si accorsero dell’equivoco era ormai tardi, questa dottrina indiana aveva iniziato la pacifica conquista dell’Estremo Oriente.E’ incontestabile quanto il pensiero cinese abbia influito sulla trasformazione del buddhismo in Estremo Oriente, e in particolare il daoismo, che gli prestò anche parte del proprio vocabolario nella complessa opera di adattamento di concetti peculiari del mondo indiano alla mentalità cinese; questo è particolarmente evidente nella sua forma più profondamente sinizzata, cioè il Chan (2) (Soen in Corea e Zen in Giappone), i cui inizi risalgono al tempo della dinastia Sui (589-618). Questa scuola di buddhismo mahayana, dalla fine del XII secolo, comincerà la sua penetrazione anche in Giappone dove, diversamente che in Cina, avrà un ruolo fondamentale nella formazione della cultura di quel paese.
Il daoismo eserciterà la sua influenza, in maniera più o meno evidente, sul buddhismo Chan e Zen lungo tutto il corso della sua storia. Così, ancora nella seconda metà del XVIII secolo, in Giappone, il maggior maestro Zen dei tempi moderni, il monaco Hakuin Ekaku (1685-1768) della corrente
Rinzai (3), apprezzato saggista, calligrafo e pittore, scrisse un breve trattato basato sulla sua esperienza di alchimia interna daoista per guarire dalle gravi disfunzioni organiche che, a causa del rigore delle pratiche, potevano colpire i monaci.
Hakuin visse in un momento di grande crisi del buddhismo Zen. Ciò era dovuto al distacco che si stava consumando con la classe militare al potere, della quale era uno dei pilastri di sostegno etico, politico ed estetico. Infatti con l'inizio del periodo Edo (1615-1868) i governanti militari del Giappone, per condurre lo Stato e dare una guida morale al Paese, trovarono sempre più utile laicizzare la loro cultura rivolgendosi direttamente allo studio del confucianesimo, al di là del tradizionale filtro che di questa dottrina erano stati i monaci zen.
Hakuin fu uno dei principali artefici del tentativo di rivitalizzare lo Zen diffondendolo tra la gente comune, ai cui problemi si sentiva particolarmente vicino. Per far questo usò nuovi e più popolari mezzi espressivi. Così accanto a dotti saggi dottrinali nel tradizionale e colto, ma difficilmente accessibile, stile sino-giapponese basato sui caratteri han, scrisse anche agevoli trattati usando la più familiare scrittura sillabica kana e fu uno degli iniziatori della zenga (pittura zen), un tipo particolare di arte visiva composta di calligrafia e pittura a inchiostro di facile e immediato effetto grafico, pervasa di umorismo talvolta spinto fino all’irriverenza.

1. L’India, patria del buddhismo, è infatti parte integrante del mondo occidentale, che ebbe i suoi poli di sviluppo e di scambio attivi tra il bacino mediterraneo e la valle dell’Indo.

2. Chan è l’abbreviazione della parola Channa (pronuncia antica Dianna), che è la traslitterazione fonetica del sanscrito Dhyana, ovvero ‘Meditazione’. Nella corrente del buddhismo cinese che porta tale nome si affermò una visione del mondo mutuata dal daoismo, concreta e contingente, dove le trasformazioni sono vissute senza angoscia. Inoltre il problema della reincarnazione, fondamentale in India ma estraneo alla mentalità cinese, fu messo in secondo piano rispetto a quello dell’illuminazione.

3. La scuola Rinzai, derivante dalla cinese Linji, fondata dall’omonimo monaco (?-866), è conosciuta per l’uso dei koan (cin. gongan, lett. “caso”) che si era sviluppata particolarmente al tempo della dinastia Song (960-1279). L’uso dei gongan, con urla e colpi di bastone, fa parte di quella serie di espedienti, anche traumatici, particolarmente in uso dai maestri di questa scuola per aiutare gli allievi nel raggiungimento dell’illuminazione. In particolare i gongan sono questioni che vanno oltre il pensiero logico e servono a stimolare una conoscenza intuitiva, non razionale. In un secondo momento la tecnica dei gongan giunse in Giappone e fu sistematizzata grazie al lavoro di Hakuin, che deve la sua notorietà anche a questo impegno didattico.
(...continua)


Articolo comparso sulla rivista "Dharma"
Paola Billi e Nicola Piccioli, fondatori dell’Associazione Culturale FeiMo, sono artisti e docenti di calligrafia orientale. Hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio. info@femaleproject.com
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2004 ANNO JIASHEN
O della Scimma Verde (o di legno)
di Fabio Smolari
1st JAPAN FESTIVAL
27-28 marzo 2004
Teatro Politeama - Palermo

Per informazioni si prega contattare:
SELENE VIAGGI e TURISMO
Via Gregorio VII n.96, Roma
Tel. 06/635783 - 06/6380746 - fax 06/633971
seleneviaggi@mclink.it
Gongxi facai! Con questa espressione i cinesi si augurano “Buon Anno!”. Letteralmente significa: “rispettosi auguri di felicità e prosperità”.
Con la luna nuova dello scorso 21 gennaio si è concluso l’anno guiwei o della Capra Nera (o d’acqua) ed è iniziato l’anno jiashen o della Scimmia Verde (o di legno). L’anno della capra era dominato dalle forze yin, quello della scimmia invece sarà un anno yang, e pertanto movimentato e ricco di vivaci attività. Una ragione in più dunque per festeggiarne l’arrivo, dato che la scimmia è per carattere socievole e giocosa e porta a tutti energie straordinarie e fascino da bruciare. Feste e tempi lieti in compagnia diverranno più regola che eccezione e ci saranno un sacco di – sì, certo! – attorno a noi, poiché l’intero mondo tenderà alla curiosità, al divertimento e sarà pronto all’amore (o almeno alla concupiscenza). La curiosità della scimmia si estenderà anche ad altre sfere della vita; avremo
la tendenza a comprendere le cose e a far mostra successivamente delle nostre nuove conoscenze. Tuffatevi quindi in un’impegnata vita sociale e godetevi la vostra iperattiva vita romantica, ma non lasciatevi trasportare troppo oltre. La scimmia può farci percepire ogni istante come un momento di gioco, per cui facciamo attenzione a trascurare i sentimenti per il divertimento. Non spazziamo via le nostre responsabilità e non rinunciamo alla dolcezza nei confronti dei nostri partner e sicuramente avremo il meglio di quanto l’anno della scimmia può offrire.
Per chi desideri indagare più a fondo sul carattere della scimmia, vi consiglio di leggere un famoso e divertentissimo romanzo cinese del 1500: Wu Ch’eng-en

Lo Scimmiotto, Einaudi 1960, gli Struzzi 1982, Adelphi 1984. In Cina è un libro spesso letto ai bambini in quanto mezza via tra la fiaba e l'avventura, ma presenta anche uno spaccato estremamente vivace ed efficace della società, dei costumi, delle consuetudini e delle credenze cinesi del passato
(vedi)
L'anno Cinese
In Cina è ufficialmente in uso il calendario solare ma l'agricoltura, la geomanzia (fengshui) e l'astrologia si basano ancora su un sistema misto che tiene conto sia dei cicli lunari che delle eclittiche solari. Un mese corrisponde a un ciclo lunare: inizia con la cosiddetta “luna nuova” (buia) e termina con la successiva.
Il capodanno cinese – detto “inizio della primavera” – corrisponde alla seconda luna nuova dopo il solstizio d'inverno, che cade il 21 dicembre, giorno più corto dell'anno. L'anno nuovo inizia quindi tra i 30 e i 59 giorni successivi a tale data, cioè tra il 21 gennaio e il 20 febbraio, secondo le circostanze astronomiche.
Lo zodiaco cinese è un ciclo di 12 segni simbolizzati da altrettanti animali e corrispondenti a un ciclo di 12 anni (per i cinesi il tempo è infatti ciclico e non lineare). Questi segni sono nell'ordine: topo, bufalo, tigre, lepre, drago, serpente, cavallo, capra, scimmia, gallo, cane, maiale.
Per conoscere il proprio segno di appartenenza è necessario controllare l'anno di nascita facendo attenzione ai primi due mesi, poiché, come detto, l'inizio dell'anno è variabile. Apparterrà al segno della scimmia chi nascerà quest'anno dal 22 gennaio 2004 all'8 febbraio 2005. Sono scimmia tutti i nati negli anni: 1992, 1980, 1968, 1956, 1944, 1932, però attenzione alla data:
04.02.92 - 22.01.93
16.02.80 - 04.02.81
30.01.68 - 16.02.69
12.02.56 - 30.01.57
25.01.44 - 12.02.45
06.02.32 - 25.01.33
Fabio Smolari. Laureato in Lingue e Letterature Orientali (cinese) all’Università di Venezia, diplomato in Qigong (Daoyinyangshenggong) all’ISEF di Pechino (1992-1993), blasonato campione nazionale ed internazionale di Taijiquan, è presidente della European Daoyin Federation-Italy. Insegna Daoyin, Taijiquan e lingua cinese in diverse città, collabora con riviste ed enti internazionali a ricerche storiche e tecniche sulle discipline orientali, organizza viaggi ed eventi di approfondimento sulla cultura e la civiltà cinese.
www.daoyin.it - serpentebianco@tin.it
Piattini
e piatti in varie
forme e dimensioni.
Ciotole, ciotoline, tazzine, teiere e servizi da sakè.

Nei Negozi Kathay
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KENJUTSU
Mito e realtà della spada giapponese
Di Giacomo Merello
Shodan Daito-ryu Aikibudo
La spada giapponese o katana è, nell'immaginario collettivo, l'arma bianca perfetta, tagliente come un rasoio, potente evocatrice di immagini di onore, dei samurai, la vera essenza delle arti marziali nipponiche. In questa serie di articoli, vedremo quanto di reale c'è in questo affascinante - ed affilato - mito, e come, nel mondo moderno, tutto questo si intersechi con la pratica marziale in maniera unica ed indivisibile, a maggior ragione nella nostra arte, un budo tradizionale, il Daito-ryu aikibujutsu. Cominciamo a parlare dell'origine storica della katana, che affonda le radici nel Giappone del periodo Nara (646-794 d.c.). Benchè, infatti già da
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com
parecchi secoli le armi orientali fossero tra le migliori del mondo, in particolare quelle cinesi, è proprio in questo periodo che i giapponesi cominciano a raffinare la loro tecnica, che diventerà, nel giro di qualche secolo, la più raffinata e letale mai conosciuta. Le spade di questo periodo si chiamano chokuto perchè erano dritte e si differenziavano dalle precedenti per l'introduzione di una sottile scanalatura longitudinale (shinogi) dall'impugnatura fino quasi alla punta (kissaki). Questo tipo di arma veniva impiegato soprattutto per gli affondi (tsuki) nellebattaglie tra la fanteria. Bisogna aspettare
il periodo Heian (794-1185 d.c.) perchè si verifichi la prima,
grande innovazione: a curvatura della spada. In questo periodo infatti si ebbe un incremento considerevole del combattimento a cavallo, e la spada diritta risultava troppo scomoda da estrarre: inoltre la curvatura permetteva di aumentare considerevolmente la velocità di un taglio (kiri) rivolto verso il basso, tipico del cavaliere. L'esempio più pregiato ancora esistente di una tale spada è la celeberrima Kogarasu Maru, il "Piccolo Corvo" (oggi patrimonio dell'Imperatore) che, contrariamente al nome, era una lunga spada con una curvatura crescente a partire dalla punta o kissaki. Inoltre, era affilata su entrambi i lati, "retaggio" dell'idea di un combattimento da affondo, più che da taglio. Tuttavia dopo poco l'affilatura dal lato superiore scomparve e rimase la tachi, ovvero una lunghissima spada ricurva con un solo lato tagliente, indossata con il filo verso il basso per facilitarne l'estrazione a cavallo.
Era una devastante arma da taglio, capace anche di uccidere cavallo e cavaliere insieme grazie alla sua lunghezza e precisione. La tachi venne via via perfezionata ed usata fino a tutto il periodo detto Sengoku Jidai
In alto a sinistra,
la custodia in seta per la spada, chiamata fukuro (lett. "sacco").
In basso a destra, il kit di pulizia e mantenimento, composto da abura (olio choji antiruggine naturale); uchiko, una "palla" di carta forellata con all'interno una speciale polvere per la pulizia della spada; nuguigami una speciale carta naturale usata per spargere l'olio e la polvere; mekuginuki, un piccolo martelletto in ottone usato per rimuovere il "perno" d'osso che blocca la lama all'impugnatura (tsuka) della spada.

che si concluse, dopo un periodo estenuante di guerre, con l'epoca degli shogun Tokugawa. In questo lasso di tempo le spade si ridussero di dimensioni per facilitare il combattimento in corpo a corpo, anche se come armi secondarie: i fanti usavano lance ed alabarde (yari e naginata) mentre la cavalleria continuava ad usare la tachi. Questa è la nascita della uchigatana (più tardi conosciuta come katana), una fondamentale arma di offesa e difesa a distanze ravvicinate. Ben presto gli venne affiancata un'altra spada, ancora più corta, da usare per pugnalare un avversario a distanza da mischia, la chisaigatana o kodachi (nota come wakizashi). Quando il tempo delle guerre civili finì, con l'instaurazione della definitiva reggenza militare dei Tokugawa, le grosse e pesanti armi campali non vennero più usate, e la nuova casta dominante dei guerrieri (i bushi o samurai) mantenne come simbolo del loro status e come armi principali in tempo di pace le due armi più piccole. Fu quindi nel periodo tra il 1600 ed il 1868, cosiddetto Edo o Tokugawa che nacque il mito del daisho, le due spade, katana e wakizashi con miriadi di scuole marziali, duelli e grandi maestri d'armi come Musashi, Yagyu ed Ono Tadaaki, il fondatore della scuola di spada che noi del Daito-ryu pratichiamo ancora oggi, l'Ono-ha Itto-ryu.
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SHIATSU
Per favore non chiamatelo "terapia"
di Claudio Parolin (Presidente Accademia Italiana Shiatsu-Do)
Lo shiatsu è approdato in Italia negli anni ’70 ed è stato immediatamente fagocitato dalla spinta “alternativa” di quegli anni. E, visto che in quegli anni regnava sovrana la medicina allopatica (e cominciavano a manifestarsi le prime reazioni allergiche alla “malasanità”), l’alternatività dello shiatsu si è tradotta in una forma di medicina alternativa.
In realtà la prima scoperta entusiasmante era stata quella del piacere di “comunicare profondamente senza parole” ma solo e semplicemente con il contatto delle mani sul corpo; poi è subentrato il piacere di constatarne l’efficacia; il piacere di “guarire” le persone da malanni più o meno gravi, spesso laddove la medicina ufficiale falliva, il pote
E' un'associazione no-profit con finalità sociali, il cui obiettivo primario è la diffusione della cultura e della pratica dello shiatsu. Al suo interno si trova la SCUOLA PROFESSIONALE PART-TIME, la maggiore scuola di shiatsu in Italia e in Europa, con circa 40 fra sedi nazionali, locali, centri autorizzati e scuole affiliate, a MILANO, ROMA e altre città su gran parte del territorio nazionale. Progetta e gestisce corsi e pubblica SHIATSU-DO, rivista trimestrale, attualmente il più autorevole e diffuso strumento di cultura e divulgazione dello shiatsu e della sua pratica in Italia.

Sede nazionale
Via Settembrini, 52 – 20124 Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
www.mondoshiatsu.com
re di contrapporsi all’istituzione “sanità”.
Gli anni esaltanti dei “guaritori con le mani”, o dei “guaritori orientali”, ubriacati dal fascino delle medicine esotiche (principalmente Medicina Tradizionale Cinese) che erano così “alternative” e contrapposte alla nostra cultura da permetterci di sentirci contro il sistema.
Ma la trappola era già scattata nell’immagine stessa di terapia: io che curo te, io che so e tu che non sai, io che controllo i tuoi fenomeni, io che decido per te e tu che subisci… cosa c’è di nuovo, di alternativo in tutto questo; si era restaurato il potere del terapista sul paziente, riprodotto il meccanismo di estraneità e “superiorità” origine dei guasti della medicina a cui volevamo essere alternativi.
Ma lo shiatsu è un’altra cosa; pian piano, gradualmente la sua natura di disciplina per una “evoluzione assieme”, di pratica per un “lavoro comune”, è emersa, si è espressa sempre più evidente e forte; negli anni ’90 ci siamo accorti che non aveva senso volere “diagnosticare” (né all’occidentale, né all’orientale) i fenomeni vitali, ma si poteva solo entrarci a “mente vuota”; che non aveva senso voler praticare sulla persona, ma tutto cambiava praticando con la persona; che non aveva senso voler curare quella patologia o quel sintomo ma lo shiatsu era, semplicemente e meravigliosamente, entrare in comunicazione con l’altro, da vita a vita, attraverso l’essenzialità della pressione delle dita. Nella nostra civiltà “patologica” dominata dalla paura della morte, della vecchiaia, della malattia, tutto viene fatto per guarire o per non ammalarsi;
non si vive più per esprimere la pienezza delle nostre risorse; per realizzare la personalità, per godersi la vita insomma; tutto diventa malattia: la crisi esistenziale diventa depressione, la golosità diventa bulimia, la pigrizia sindrome di “vattelapesca”; la gravidanza, la pubertà, la meno e l'andropausa, anche l'esame di maturità è un “periodo a rischio”. Tutto diventa patologia e quindi tutto diventa terapia; l'ippoterapia, la delfinoterapia, l'aromaterapia, la danzateraia, la cromoterapia, la musicoterapica' anche ridere è diventato una terapia (galatoterapia). Tutti i momenti della vita, gli atti, i gesti diventano patologia e allora non c'è più spazio per la vita; anche ascoltare la musica, la compagnia di un'animale, ballare, ridere è diventato un modo di curare o prevenire le malattie. Curarsi con le erbe, con i cibi, con i colo
6° Raduno Internazionale
del Bonsai e Suiseki
Crespi Cup 2004
Parabiago 24 aprile - 2 maggio
Si rinnova l'immancabile appuntamento con l'Oriente di Crespi Bonsai. I giardini giapponesi, il bonsai, la cerimonia del tè, le arti marziali, la danza e cinque mostre concorso dedicate ai bonsai, al suiseki - pietre paesaggio - e ai vasi. Nove giorni immersi nell'Oriente e nella sua magica cultura, dedicati a professionisti, amatori e semplici curiosi, per provare e vivere tutto ciò che l'altra parte del mondo può offrire. Ingresso libero.
ri, con la frutta" “l'uva, medicina buonissima” titolava un articolo del n° 10 di LIFEGATE magazine siamo alla demenzialità assoluta, in cui non si mangia più l'uva per godere di un dono della natura, non si cammina, non si ride, non si ama per vivere ma per “curare” qualche cosa o per “prevenire” qualcos'altro.
Ma lo shiatsu è un'altra cosa: è il “contatto della madre che abbraccia il bambino”, benefico per ambedue ma che non può, non deve essere ridotto a una medicina, a una terapia. E' molto di più, è la vita che si esprime semplicemente, essenzialmente, attraverso una tecnica semplice ed essenziale come il “contatto della madre che abbraccia il bambino”.
Per questo lo shiatsu dilaga; nonostante le confusioni, le ambiguità, le ambizioni di molti, la sua natura di “relazione a due” per vivere meglio ha in questi anni il sopravvento e lo ha posto alla testa di un movimento reale di rivolgimento culturale che sta sostituendo alla “cultura patologica” dei nostri tempi, una cultura della comunicazione, del rispetto, dell'attenzione, dell'incontro libero e fecondo di benefici tra la vita di chi preme e la vita di chi risponde alle pressioni. Un incontro che genera vitalità e benessere che nessuna “terapia” potrà mai generare. Per favore, non chiamate lo shiatsu terapia.

Tratto dalla rivista "Shiatsu-Do"
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L'IDEOGRAMMA DI "DAO"
Di Giuliana Malpezzi
Dao, do, to/michi in giapponese, è la via, la virtù, la dottrina ed anche la moralità e la verità assoluta. La parte inferiore che incornicia l'ideogramma indica l'andare, il piede, mentre la parte centrale è la testa, in cui i due tratti superiori rappresentano i capelli ed il corpo centrale l'occhio. E' il carattere che indica il "Tao", la filosofia taoista, che in Giappone è diventata Zen. La via verso la verità è movimento, evoluzione del pensiero, ma la testa senza i piedi non potrebbe percorrere le strade del mondo, non manterrebbe il contatto con la terra, e l'astrazione potrebbe diventare uno sterile gioco intellettuale.

Centro di cultura Italia-Asia giuli.dani@iol.it
SCATOLE IN CARTA PER GLI DEI
Di Luisa Canovi (fondatrice di paper factory)
L’origami, l’arte del piegare la carta in mille forme diverse, ha le sue radici nel Giappone antico, nei riti dello Shintoismo e nel nome dei suoi innumerevoli spiriti sacri: i Kami. Kami è anche il nome col quale i giapponesi chiamarono la carta, arrivata dalla Cina verso il 600 d.C insieme al Buddismo e alla scrittura ad ideogrammi, e a questo nome carico di significato si unirono gli usi più diversi, da quelli ludici a quelli pratici, da quelli artistici a quelli religiosi. Nelle cerimonie ai Kami (dei) era abitudine presentare nel tempio shintoista offerte in cibo quali sale, riso, frutta e altri semplici alimenti. La carta (kami), che già veniva usata in forma di striscioline ripiegate attaccate ad una corda per delimitare gli spazi sacri, costituiva il materiale ideale per contenere i doni degli dei. Racconta infatti una leggenda che fu la dea Kawakami a regalare agli uomini la tecnica del fare la carta con le piante, l’acqua, il sole e le loro mani. Il dono della carta rese più semplice comunicare attraverso i segni e gli ideogrammi ma anche attraverso la piegatura che trasformava un anonimo foglio di carta in una forma significante. Dalle mani di qualche
origamista sconosciuto nacquero così figure di animali, insetti, pesci, fiori,stelle ma prima di tutto nacquero le carte per gli dei in forma di piccoli contenitori. Per mantenere puro e incontaminato il cibo ogni offerta veniva infatti riposta dentro un foglio di carta ripiegato nella forma più adatta ad avvolgerla e a proteggerla.Le piegature che sono arrivate fino a noi sono probabilmente le stesse di centinaia di anni fa quando ancora non esistevano libri di origami ma la tradizione si tramandava sull’esempio pratico e chi sapeva piegare insegnava a chi ancora non sapeva.
Modelli di scatole e contenitori semplici nella loro perfetta geometria e complessi nel loro reticolo di piegature tanto da far sorgere il dubbio che non solo la carta ma anche l’origami sia stato un dono degli dei.
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MOUSSE DI LYCHEES
Di Sara Maternini
Dolce per 4 persone

Semplice
Ingredienti:
1 scatola da 570 gr di lychees
30 gr di zucchero
2 dl di panna fresca
4 fogli di gelatina (8 gr)
1 cucchiaio di sakè
1 kiwi per decorazione
qualche lychees fresco per decorazione
Preparazione

Scolate i lychees conservando il liquido di conservazione. Frullateli con 1 dl del loro liquido, fino ad ottenere una purea omogenea e liscia.
Ammorbidire la gelatina in acqua fredda. Nel frattempo, mettere sul fuoco i lychees frullati con 2 cucchiai di liquido di conservazione e lo zucchero. Portare a ebollizione, togliere dal fuoco e aggiungere la gelatina ammorbidita, mescolando fino a scioglierla completamente. Aggiungere il cucchiaio di sakè. Lasciar intiepidire. Montare la panna e incorporare il composto di lychees, prestando attenzione a non smontare la panna. Una volta completamente amalgamata, porre la crema in uno stampo unto d’olio di semi e lasciar raffreddare in frigorifero per almeno tre ore. Per sformare la mousse, intingere lo stampo in acqua molto calda per qualche secondo e rivoltarlo su un piatto da portata. Decorare con fettine di kiwi e lychees freschi sbucciato solo a metà.
Nota: l’utilizzo di lychees in scatola velocizza la ricetta, non dovendo né sbucciare né togliere il nocciolo del frutto. Mentre i lychees freschi sono facilmente reperibili solo in gennaio-febbraio, i lychees in scatola sono presenti tutto l’anno nei negozi di specialità orientali.
Glossario:
Sakè: grappa di riso giapponese, bevuta calda o fredda. Viene usata anche per cucinare.
Sara Maternini ha una sua società di catering e organizzazione eventi Gusto Assoluto
gustoassoluto@libero.it
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Arte agli Zen Sushi Restaurants di Milano e Roma
di Tullio Pacifici
Milano

Catherine Astolfi
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 20 febbario 2004 al19 marzo 2004
Roma

Florence di Benedetto
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 2 marzo 2004 al 6 aprile 2004
Visiona la quotidianità esprimendosi al massimo dell’immediatezza. Una lirica artistica che mixa linee sottili e colori pieni. Tecnicamente con vari materiali esegue variazioni prospettiche su piani per nulla indifferenti. Si confrontino i dipinti “la coquine” – “monologue” con “solitude” – “chuchottement” – “j’ai l’oeuf!”. Le tele si rappresentano lasciando chi guarda in balia dell’immaginario. Esempio quando le sagome, gradualmente infiammate dalle sabbiature delle tinte, bruciano la vista ad una visione dell’altrove, “terra cotta n°2” e “n°3”. Un’arte della semplicità dove ombre e luci non sono isolate ma accostandosi alle superfici risultano esse stesse espressioni di scrittura primitiva, pitto_grafie, comunicazioni simboliche che richiamano significati concreti, linguaggi strettamente connessi alla vita. Matura qui una parte della poetica teorica di quest’artista; propone di guardare al futuro considerando la necessità di avere un rapporto concreto con le realtà e un’imprescindibile considerazione delle relazioni con le altre persone: l’opera “conversation utile”. Quali quindi le rappresentazioni? Esseri viventi, figure singole, coppie, insiemi: il quadro “marathon n°1”. Soggetti che privilegiano l’infanzia e l’età adulta, quest’ultima raffigurata anche con immagini di teste isolate o solo giustapposte. Diversi periodi che la pittrice considera imprescindibili e insopprimibili l’uno rispetto all’altro. Come si esprime? I giochi sono importanti, specie quando sono consonanti con l’idea di ritmo. L’artista valorizza perciò colori e linee come se fossero sinfonie; con sfumature che intensificano, corolle di luci bianche intorno alle immagini, oppure interrompendo le pennellate, apre una sensazione di distensione verso l’assenza: “la fete au village” e “polyphonie”. L’icona metropolinata londinese, l’underground, e ciò che è paesaggio urbano ma non solo. I risultati dipendono dai periodi della vita di quest’artista. Individua così le serie itinerari istantanei, vetrine, deserto del nevada. Opere che si differenziano per i soggetti rappresentati e le relazioni tra le superfici: qui sono in gioco le facce delle pellicole polaroid e quelle dei colori. L’intento di questa foto_pittrice è di salvaguardare l’unicità del pezzo rispetto alle rotazioni della riproducibilità tecnica. Interviene quindi con delle emulsioni di colori variabili secondo le pennellate. A volte lascia il paesaggio quasi intatto e interviene solo ai lati dell’immagine: una spiaggia americana, mare, cielo, la postazione guardiamarina, delle piccole persone in basso; intorno le sfumature di rosa, marrone, giallo rifanno l’insieme. L’impatto visivo di altri luoghi si presenta più carico di surrealtà. Alcune vedute di città, Boston Parigi, oppure quando stringe angoli o cose che risultano poi suggestionare impressioni. È come se il reale e l’irreale si fondessero e si scambiassero. Sensazione che si rivede anche quando l’artista si scatta di fronte ad una vetrina di Bangkok dove sono in mostra quattro manichini di spose. Ai ritocchi portati alle parrucche si aggiunge l’effetto del vetro e dei riflessi: interno ed esterno, sembra che cose e persona perdano consistenza attraversandosi in trasparenze. L’ultima serie si sposta nel contesto della manifestazione artistica americana the burning man. Riprende alcune installazioni fatte con piccoli specchi appesi. Paesaggi divisi tra cielo, deserto e loro rispettive riflessioni. Attratta dalla semplicità degli elementi esalta linee ed equilibri. Esalta così luci, colori, linee, elementi aperti e chiari: poche le manipolazioni, pochi gli interventi pittorici.
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