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Pagine Zen N° 30
marzo/aprile 2004
 
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
 
 
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
 
 
 
 
Dimostrazione di Ono-ha Itto-ryu Kenjutsu: a sinistra il Maestro Antonino Certa Shihan,a destra Giacomo Merello,
Shodan Daito-ryu Aikibudo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
RECENSIONE DE L'ULTIMO SAMURAI
di Edward Zwick
Giacomo Merello - Shodan Daito-ryu Aikibudo
Devo confessare di essermi recato a vedere L'ultimo samurai con un pizzico di prevenzione, derivante da una lunga serie di film che, in passato, avevano trattato l'argomento del Giappone feudale e dei bushi in maniera superficiale, esageratamente hollywoodiana o direttamente sbagliata. Ebbene, ammetto di essermi ricreduto completamente: dopo tanti anni finalmente una grande produzione americana che sforna un titolo di una bellezza, complessità di temi e completezza veramente rare. Lungi da me, tuttavia, fare in questa sede una critica cinematografica della pellicola, perché su queste pagine ci occuperemo, come ci compete, di un esame squisitamente “tecnico” sulla realizzazione del film dal punto di vista marziale e di ricostruzione storica.
Da quest'ultimo aspetto, molti ignorano che L'ultimo samurai propone sì una storia fittizia - in un contesto reale -, ma liberamente ispirata alla ribellione del 1877 da parte dei samurai delusi dalla caduta dello shogunato e l'abolizione della casta dei guerrieri. Il personaggio di Katsumoto, magistralmente recitato da Ken Watanabe, è ispirato al realmente esistito Saigo Takamori, uno degli ultimi veri bushi della storia giapponese. Ma il nostro vero interesse sono le scene di battaglia: qui cominciamo con un piccolo neo del film, che all'inizio fa sembrare l'esercito giapponese del tutto ignaro dell'uso delle armi da fuoco, in realtà introdotte, migliorate ed usate sul campo di battaglia sin dal 1542, al punto che ancora oggi esiste un'arte marziale chiamata jukendo e basata sull'utilizzo della baionetta.
L'esercito di Katsumoto, invece, è realizzato magistralmente, le armature e le armi sono corrette e realistiche e le tecniche di combattimento in kumiuchi (in armatura) sono accurate, probabilmente prese dalla Yagyu Shinkage-ryu, che ancora le tramanda. Il vero punto forte del film, però, è il fatto che riesce a racchiudere tutto:dall'antico kyudo (tiro con l'arco giapponese, con il particolare grido in-yoh), al combattimento con il
bokken (spada di legno), al seppuku, il suicidio rituale noto volgarmente come hara-kiri (taglio del ventre), senza menzionare alcune tecniche di battojutsu (estrazione rapida della spada) ottimamente realizzate. Persino gli shinobi (i ninja) sono stati realizzati bene e non da farsa come spesso, purtroppo, accade: utilizzano i bo shuriken (degli spuntoni da lancio), le spade tradizionali (la spada dritta al contrario è una invenzione dei b-movies),
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com
i tekkokagi (degli artigli acuminati per colpire il viso), tutte armi realmente esistite, di cui è stata fatta una ricerca approfondita, con l'utilizzo di ottimi consulenti.
Quel che più è importante, è che L'ultimo samurai riesce a trasmettere, a chiunque, lo spirito dei samurai e del bushido, l'antico codice d'onore, guerra e vita quotidiana, così come quello del wabi e sabi, la ricerca della perfezione in ogni gesto spesso mal interpretata per rigidismo formale, quando nasconde invece il non-finito michelangiolesco della nostra tradizione o, per metterla nei toni del film, la ricerca di Katsumoto per il petalo di sakura (ciliegio) perfetto, per capire, in punto di morte, che perfetti lo sono tutti, proprio nella loro imperfezione, nel loroessere unici – ognuno – nell'universo.
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LO STRUMENTO SHIATSU
di Mario Vatrini
Recitare a memoria i nomi dei meridiani in cinese, o dare una lettura psicosomatica di uke, cioè la persona che sta ricevendo il trattamento, o osservare la lingua per trarre una diagnosi deduttiva, non significa usare lo strumento shiatsu per raccogliere informazioni, ma la neocorteccia, cioè la parte “moderna” del cervello, che raccoglie le informazioni e le confronta con le nozioni di cui dispone per dare un giudizio.
Sembra ridicolo chiederselo ma, in cosa consiste lo strumento shiatsu' Come si usa' Perché si usa' Lo shiatsu è stato proposto nel mondo come straordinaria mescolanza di verità e falsità; estremamente duttile, è stato cooptato dal macrobiotico, dal monaco zen, dal medico, proprio per la sua semplicità applicativa. Nulla di male in questo, solo che l'applicazione e l'intenzione saranno diverse e verrà proposto per finalità diverse, cioè coadiuvanti: per il macrobiotico in un programma alimentare, per il monaco dopo ore di zazen, per il medico come terapia post-agopuntoria. Sono esempi, alcune delle possibilità d'impiego dello shiatsu in altri contesti.
Ma lo shiatsu ha una sua autonomia' Lo shiatsu si è diffuso, in origine, come metodo per riabilitare le doti perdute con l'abuso della neocorteccia nella società contemporanea, riabilitare cioè le capacità di percezione del mondo che hanno per tramite l'ipotalamo, il cervello “antico”, che non impara per nozioni, non capisce per spiegazioni, ma è in sintonia con il contesto immediato che ci circonda e che capisce solo per quel tramite.
Si potrebbe dire che esistono sia l'universo, enorme ed oltre la possibilità di percezione, che il mondo, cioè quello di cui ci accorgiamo. Il mondo dell'operatore di shiatsu è, molto semplicemente, quello che “sente” sotto le mani e che è compreso dall'ipotalamo, ma incompreso dalla neocorteccia.
L'Oriente, includendo quindi il Giappone da cui deriva lo shiatsu, insegna che pensare (usare la neocorteccia) impedisce di capire (usare l'ipotalamo), che il parlare non è più importante del silenzio.Nello shiatsu “il silenzio” lo si ottiene quando, mantenendo ferma e costante la pressione, si perde il senso del tatto e la mente diventa un foglio bianco.
Il problema inizia in questo momento, quando la neocorteccia, terrorizzata dalla perdita di uno dei suoi sensori, il tatto, rifiuta la percezione diretta del ki e inizia a spiegare razionalmente
Mario Vatrini ha iniziato la pratica di shiatsu nel 1975 con il maestro Yahiro a Milano e si è diplomato in shiatsu stile Iokai
a Tokyo nel 1977, allievo diretto del Maestro Masunaga.

www.quadrivio.it
E' un'associazione no-profit con finalità sociali, il cui obiettivo primario è la diffusione della cultura e della pratica dello shiatsu. Al suo interno si trova la SCUOLA PROFESSIONALE PART-TIME, la maggiore scuola di shiatsu in Italia e in Europa, con circa 40 fra sedi nazionali, locali, centri autorizzati e scuole affiliate, a MILANO, ROMA e altre città su gran parte del territorio nazionale. Progetta e gestisce corsi e pubblica SHIATSU-DO, rivista trimestrale, attualmente il più autorevole e diffuso strumento di cultura e divulgazione dello shiatsu e della sua pratica in Italia.

Sede nazionale
Via Settembrini, 52 – 20124 Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
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ciò che non è abilitata a sentire, usando una terminologia riferita alla struttura oppure del tutto astratta. Manca il vissuto dell'esperienza, del catalizzatore trasformativo per il quale inizia a dissolversi, molto lentamente, una certa comprensione della realtà ed a manifestarsene una nuova e diversa. Assistiamo, quindi, ad un paradosso: per fare shiatsu bisogna sentire il ki, e prima che ciò avvenga si fanno solo pressioni sulla struttura. In questa situazione, perché un operatore non si senta un coatto della pressione, è opinione diffusa che abbia bisogno di spiegazioni, ovvero di studio delle sindromi, di anatomia e fisiologia, di modelli di riferimento comprensibili dalla neocorteccia e condivisibili in
termini nozionistici,
ma non esperienziali. Lo studio teorico dei meridiani senza percepirli, vale a dire fare pressioni lungo un tragitto standardizzato è effettivamente un'esperienza,
ma non-energetica e quindi priva di significato per la comprensione del ki o, quanto meno, per una verifica della sua esistenza. L'assenza di significato risiede proprio nella giustificazione che la ragione vuole dare
all'azione di pressione intrapresa, alla definizione dell'obbiettivo, ai risultati!

Tratto da un editoriale di Mario Vatrini pubblicato sulla rivista SHIATSU-DO
Piattini
e piatti in varie
forme e dimensioni.
Ciotole, ciotoline, tazzine, teiere e servizi da sakè.

Nei Negozi Kathay
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LA MALATTIA DELLO ZEN
Yasenkanna, zen e alchimia daoista
Di Nicola Piccioli

1. Hakuin: Hammam.
Parola sanscrita che rappresenta il bodhisatva Fudomyoo.
Per recuperare il valore originale e magico delle parole del Buddha i monaci cinesi, poi anche quelli giapponesi,
usavano eseguire le sillabe della scrittura
sanscrita siddham con i metodi della colligrafia han.

Il qi, come concetto di “energia vitale” cosmica che genera tutto il visibile e l'invisibile che popola l'universo, come altri concetti cosmologici cinesi, venne puntualizzata non prima del tempo dei Regni combattenti (480-221 a.C.). La sua prima citazione con questo significato la si trova probabilmente nel Daodejing (Classico del principio e della potenza, c. 350 a.C.). Ancora in Confucio (Kongzi, 551-479) la parola qi ha solo i significati di “respiro, temperamento, disposizione dello spirito”.

Lo stesso Hakuin, a ventisei anni, causa la durezza del tirocinio di monaco, fatto anche di pesante lavoro fisico e di bastonate, si ammalò gravemente di quella che veniva definita la “malattia dello Zen”, che poteva sfociare in vera e propria tisi. Alla ricerca di qualcuno che potesse porre rimedio alle sue sofferenze, arrivò fino sui monti Shirikawua dove abitava l'eremita Hakuyu, che lo guarì con un metodo iniziatico detto naikan (cin. neiguan, lett. Contemplazione interiore), basato su meditazioni con esercizi respiratori e visualizzazioni atti a potenziare e condurre il ki (1) (cin. qi, ossia l'energia vitale) nel proprio corpo a fini terapeutici, per ottenere salute e longevità. Questa pratica non era altro che un metodo di alchimia interna daoista, risalente alle tecniche della lunga vita sviluppata dai cultori cinesi dell'immortalità.
Hakuin, considerato che anche i suoi allievi andavano incontro a gravi affezioni, scrisse un breve resoconto della sua esperienza con l'eremita Hakuyu, lo Yasenkanna (Quieta conversazione notturna in barca), da diffondere nella comunità monastica di cui era abate, perché ne potesse trarre giovamento. Ma vediamo più da vicino come era organizzato l'insegnamento esoterico dell'eremita Hakuyu. Egli lo definiva, con un linguaggio proprio al daoismo, un insegnamento segreto dell'elisir (lett. cinabro) rigenerato dagli Immortali. Nel suo insegnamento si trovano non solo i principi classici della medicina cinese, ma anche numerosi elementi provenienti dal vasto mondo culturale del letterati nel Paese di Mezzo. Così, accanto a concetti tratti dall'Yijing (Classico dei mutamenti, VIII-II sec. a.C.) e dal più antico trattato di medicina cinese giunto
HAKUIN ZENJJI

Hakuin Zenjji nacque in Giappone nel 1686 da una famiglia di samurai. Entrato quindicenne nell'ordine zen rinzai, a ventitré anni pensò di aver conseguito l'illuminazione utilizzando il koan “Mu” di Joshu. Il suo maestro, Dokyo Etan, lo disilluse e lo trattò duramente per molti anni. Dopo molte prove, Hakuin raggiunse il risveglio ma era molto provato dalla pratica intensiva di concentrazione. Aiutato dall'eremita Hakuyu, riuscì a guarire e sviluppò in seguito una via basata sui koan per far nascere nella mente dei discepoli, “Il grande dubbio” preliminare al satori. Mise a punto una tecnica a cinque livelli di difficoltà che cominciava dal Koan “mu” o da quello che lui stesso creò “Il suono di una mano sola”. Hakuin rivitalizzò lo zen rinzai e gli donò la sua forma moderna. Fu anche un famoso pittore e calligrafo. Morì nel 1769.
fino a noi, lo Huangdi suwen neijing (Classico interno di questioni essenziali dell'imperatore Huang, III a.C.), si trovano citazioni da uno dei testi fondamentali del daoismo, lo Zhuangzi (Maestro Zhuang, c. 280 a.C.) e dal Mengzi (Maestro Meng, c. 290 a.C.), che è uno dei più autorevoli testi confuciani, nel quale per la prima volta si parla di nutrire il qi. Poi dal più famoso manuale di alchimia cinese, il Baopuzi (Maestro che abbraccia la semplicità), di Ge Hong (238-340). Ma si citano anche il medico coreano Xun Zun, l'alchimista Dang Yangzi della dinastia Yuan (1264-1368), e il grande letterato Su Shi (1036-1101), eccezionale calligrafo, pittore e poeta. Sempre nello Yasenkanna, inoltre, si tratta spesso dei “campi di cinabro” (cin. dantian, giapp. tanden). Ma cosa si cela dietro questa espressione, fondamentale nell'alchimia cinese'
FeiMo
MUSEO NAZIONALE D'ARTE ORIENTALE
via Merulana, 248 - Roma
22 Aprile 2004 - ore 17,00
i maestri calligrafi
PAOLA BILLI e NICOLA PICCIOLI
terranno una conferenza dal titolo
LA CALLIGRAFIA ESTREMO ORIENTALE
E L'ARTE CONTEMPORANEA.
Paola Billi e Nicola Piccioli, fondatori dell'Associazione Culturale FeiMo, sono artisti e docenti di calligrafia orientale. Hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (FeiMo), l'altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.
www.femaleproject.com
feimo@femaleproject.com
tel. 055224913
Vediamo di arrivarci per gradi. In ambiente daoista, fino dalle origini di questa scuola di pensiero, si accettò la tradizionale credenza in mitici esseri immortali, sorta di individui realizzati che, ritiratisi in zone montane inaccessibili, si riteneva potessero vivere un tempo indefinito e possedessero poteri sovrannaturali, come volare e dominare gli agenti atmosferici. Queste credenze ben si legavano al sorgere, al tempo dei Regni Combattenti (480-221 a.C.), di pensatori che fondavano la loro etica su sistemi concernenti l'inviolabilità della persona e della vita. Tali pensatori, in particolare i seguaci di Yang Zhu (c. 395-335 a.C.) e i daoisti, esaltavano il “nutrire la vita” e la sua valorizzazione al di là delle norme sociali tradizionali. (continua)

Articolo comparso sulla Rivista “Dharma”
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KUNIYOSHI NO NEKO
I gatti di kuniyoshi
di Graziana Canova Tura
6° Raduno Internazionale
del Bonsai e Suiseki
Crespi Cup 2004
Parabiago 24 aprile - 2 maggio
Si rinnova l'immancabile appuntamento con l'Oriente di Crespi Bonsai. I giardini giapponesi, il bonsai, la cerimonia del tè, le arti marziali, la danza e cinque mostre concorso dedicate ai bonsai, al suiseki - pietre paesaggio - e ai vasi. Nove giorni immersi nell'Oriente e nella sua magica cultura, dedicati a professionisti, amatori e semplici curiosi, per provare e vivere tutto ciò che l'altra parte del mondo può offrire. Ingresso libero.
Utagawa Kuniyoshi (1797-1861) è uno degli ultimi, più interessanti artisti di ukiyoe, le silografie notissime in occidente anche come “stampe del mondo fluttuante”. Oltre ad aver prodotto stampe del genere che tutti conoscono, ritratti di persone, di attori, rappresentazioni storiche e così via, Kuniyoshi è noto per le raffigurazioni di gatti. Nella sua casa ne vivevano, amati e coccolati, sempre cinque o sei, che gli offrivano ispirazione per le più varie scene di vita quotidiana.
I gatti personificavano e rappresentavano lo spirito dell'abitante di Edo dell'epoca: spensierato e sempre alla ricerca di nuovi piaceri. La ricca classe mercantile di quella che è oggi la capitale Tokyo, preoccupava per la crescente, pericolosa, prosperità le autorità cittadine che cercarono di tenere a freno le tendenze scialacquatrici dei mercanti o dei ricchi borghesi con una serie di leggi suntuarie (riforme dell'era Tenpoo, 1830-1844). Questi regolamenti proibivano anche i piaceri più innocui, dai fuochi artificiali ai kimono sfarzosi per giungere fino alle stampe.
Vennero bandite anche le rappresentazioni di attori del teatro kabuki e delle più famose geisha che per anni erano stati i soggetti preferiti degli artisti dell'ukiyoe. Ormai erano ritenuti pericolosi per la morale pubblica. Kuniyoshi trovò il modo di aggirare le leggi e di far divertire il suo pubblico rappresentando attori, cortigiane, personaggi storici o leggendari sotto forma di gatti. In alcuni casi assunse anche lo pseudonimo Gobyokai, il maestro dei cinque gatti. Naturalmente produsse anche stampe nelle quali l'animale è semplicemente un gatto, che gioca con l'orlo del kimono della padrona o che si fa da lei accarezzare, tenuto amorevolmente in braccio. La carriera di Kuniyoshi prosperò grazie alle sue splendide rappresentazioni di paesaggi, figure mitiche ed eroi spavaldi, ma anche a quelle del gatto: un affascinante specchio dell'imprevedibilità della natura umana.

Via Maddalena, 1
Milano
tel. 02.72094999
Continuano le attività del Centro Paper Factory, con seminari di arti cartarie orientalie e serate dedicate a Paper Zen.
Per informazioni www.paperfactory.it
Paper Factory - C.so S. Gottardo 18
Milano - tel. e fax 02.83.22.170
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L'IDEOGRAMMA DI "ENERGIA"
Di Giuliana Malpezzi
Qi in cinese, Ki in
giapponese – energia.
Non esiste nelle lingue occidentali un equivalente del termine Qi/ki, che letteralmente significa "vapore", quel vapore acqueo da cui si è formata la materia e gli esseri viventi stessi. La parte superiore indica il respiro, l'etere, l'aria, il fluido .
vitale, il vapore che sale dal riso quando fermentaLa forma più antica rappresentava una spira di vapore che si alzava dal suolo per formare le nuvole.Racchiuso in tale parte superiore c'è l'ideogramma della pianta di riso, quattropiccoli tratti, sistemati attorno ad una croce, che talvolta rappresenta la separazione ai quattro punti cardinali .Il "riso" posto sotto "l'atmosfera" dona all'insieme del carattere un significato universale.
Qi è il soffio cosmico, l'energia che dà la vita, e se alcuni possiedono alla nascita solo un'energia impura, la loro natura, dicono i saggi, è come una perla nascosta nel fango.
Centro di cultura Italia-Asia giuli.dani@iol.it
GAIRAI-GO E KATAKANA-GO
Di Matteo Rizzi
Il giapponese si sta arricchendo sempre più di vocaboli importati da lingue straniere chiamati gairaigo (letteralmente “parola che viene da fuori”). Il fenomeno non è recente: l'introduzione di parole come tabako (tabacco), pan (pane), tenpura, risale infatti al XVI secolo in cui iniziarono i contatti commerciali con i portoghesi. Nel XVII secolo in seguito all'isolamento il Giappone ebbe contatti solamente con gli olandesi: parole oggi comunemente usate come biiru (birra), arukooru (alcol), koohii (caffè) derivano proprio dall'olandese. Dall'era Meiji l'apertura al commercio e al pensiero occidentale ha agevolato l'importazione di molti nuovi termini specialmente dalla lingua inglese, tendenza che è aumentata in modo vertiginoso dal dopoguerra. Anche noi abbiamo contribuito ad arricchire il vocabolario giapponese nell'ambito musicale (con parole come concerto, canzone, adagio, allegro, maestoso, sostenuto'), nel campo artistico e figurativo la terminologia fu maggiormente introdotta dal francese, mentre in quello medico e filosofico soprattutto dal tedesco. Oggi viviamo nell'era della globalizzazione, dei computers ed ogni giorno –volenti o nolenti- in Giappone come in Italia si familiarizza con nuove terminologie tecniche. Tutti i gairaigo vengono scritti in katakana, caratteri molto più semplici degli ideogrammi, che permettono di trascrivere in giapponese una parola straniera a partire dalla pronuncia, anche se per problemi relativi all'eufonìa il risultato è quasi sempre differente dall'originale. Qualche esempio: floppy disk diventa furoppii disuku, input / output rispettivamente inputto / autoputto, internet diventa invece intaanetto.

SCUOLA DI LINGUE E
CULTURE ORIENTALI
Corsi di lingua e cultura
GIAPPONESE
CINESE e altre lingue orientali e mediorientali
per il conseguimento del diploma Is.I.A.O.
Corsi introduttivi e di perfezionamento, annuali, biennali e triennali. Corsi serali e pomeridiani.

Sede dei corsi e segreteria serale:
Piazza XXV aprile, 8 – Milano -
Tel. e Fax 02-653824
E-mail: segreteria_lingueorient@rcm.inet.it
www.comune.milano.it/scuole/centridiformazione

Segreteria diurna e Biblioteca orientalistica:
Via Festa del Perdono, 7 – 20122 Milano - Tel. 02-50312376
A questo punto verrebbe forse da pensare che tutto sommato la pronuncia non è poi così “stravolta” e per chi studia o usa correntemente il giapponese i gairaigo e la scrittura katakana rappresentino un aspetto semplice della lingua, il giusto contrappeso alla difficoltà che presentano i kanji'Non fermiamoci alle apparenze! C'è sempre qualcosa che complica la vita. Nella terminologia tecnica legata a specifici settori (senmon yoogo) la parola mantiene il significato originale, ma molti altri gairaigo di uso più comune possono assumere uno o più significati “giapponesi” variabili pure a seconda del contesto in cui il vocabolo è inserito.Questo può trarre in inganno chi pensa di aver compreso il significato basandosi solamente sulla somiglianza della pronuncia. Sarà forse per questo motivo che oramai si preferisce la definizione katakana-go (parola katakana) piuttosto che gairaigo' Non c'è angolo del Giappone senza una scritta in katakana e non c'è libreria che non abbia almeno un dizionario specifico (ogni anno ne sono pubblicati di nuovi e sempre più voluminosi) che raccoglie solo questa tipologia di parole. Vi propongo un esperimento'occhi chiusi, apro una pagina qualsiasi di un dizionario di katakana-go e punto il dito qui! Di che parola si tratterà' : FURU-MUUN. E' riportato che deriva dall'inglese full moon e che ha due significati. 1) “luna piena” e di seguito spiega che con questo è poco utilizzato perché esiste la corrispondente parola giapponese mangetsu. 2) “biglietto ridotto di prima classe per un viaggio con i treni espressi della JR che effettuano un percorso circolare (da qui il riferimento alla luna piena) destinato alle coppie sposate la cui somma d'età superi gli 88 anni.” 'Se mai ci capiterà di ascoltare una frase come "Furu-muun tte yasui desu ne" (in cui yasui ha il significato di “economico”) ricordiamoci dunque che non è la luna piena ad essere a buon mercato bensì questo particolare biglietto ferroviario! Come avrebbe potuto un comune mortale afferrare il significato di furu-muun basandosi solamente sulla sua pronuncia' Nemmeno si tratta di un'eccezione perchè sfogliando velocemente saltano all'occhio molte altre divertenti definizioni che poco hanno a che vedere con il termine originale. Possiamo quindi immaginare a cosa andiamo incontro se –oltre alle definizioni riportate dai dizionari- prendiamo in considerazione quelle del prolifico linguaggio giovanile che nel katakana-go trova una inesauribile fonte di nutrizione: chi è pronto ad accettare questa sfida non manchi al prossimo appuntamento.
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CELLULARE TS41
La voce nelle Ossa
Di Akiko Shimazaki
La casa produttrice giapponese di cellulari 'Tu-Ka' ha presentato un nuovo modello, TS41, che funziona con il particolarissimo sistema acustico a 'vibrazione diretta sulle ossa', (senza passare per il timpano). Attualmente è l'unico cellulare che utilizza questa tecnica, conosciuta e già applicata per la realizzazione di apparecchi amplificatori per persone con problemi di udito, oppure per apparecchi di comunicazione radio-telefonica in campo militare.In Giappone anche la polizia e i vigili del fuoco utilizzano questo tipo di radio-telefono in situazioni d'emergenza, proprio perché consente un buon ascolto anche in luoghi particolarmente rumorosi. Il cellulare TS41 di Tu-Ka ha un dispositivo sopra il display secondario, quello piccolo situato all'esterno, e si usa tenendolo premuto
su un zigomo.
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FILETTO DI MANZO - TATAKI
Di Sara Maternini
ANTIPASTO 4 persone

Ingredienti:
400 gr di filetto di manzo,
in una sola fetta
1 cucchiaio d'olio
10 cl di sake
10 cl di salsa di soia giapponese

Facoltativi:
1 cipolla rossa per decorazione
1 cipollotto per decorazione



Semplice, ma richiede tempo
Preparazione

Scaldate in una padella, con il fondo
spesso, il cucchiaio d'olio. Scottare il filetto a fuoco vivo per 2 minuti circa per parte, finché non risulta da ambo i lati dorato. L'interno sarà ancora crudo: a voi la scelta di prolungare o meno la cottura. Immergete immediatamente il filetto in una ciotola con il ghiaccio per almeno una decina di minuti. Asciugate il manzo con della carta da cucina e trasferite la carne in una ciotola con il sake e la salsa di soia. Lasciate marinare in frigorifero per almeno una notte. Alla fine della marinatura, asciugate la carne e tagliatela a fettine sottili, spese massimo 5 millimetri. Servitelo con del riso e con la cipolla e il cipollotto tagliati a fettine sottili.

Nota: il tataki è un tipo di cottura molto diffusa in Giappone e utilizzato soprattutto per il tonno. Il segreto sta nello scottare la carne in padella a fuoco vivo, per non far disperdere i succhi durante la cottura. Fermando il processo di cottura con l'immersione della carne nel ghiaccio, si facilita l'eliminazione dell'eccesso di grasso.
Sara Maternini ha una sua società di catering e organizzazione eventi Gusto Assoluto
gustoassoluto@libero.it
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Arte agli Zen Sushi Restaurants di Milano e Roma
di Tullio Pacifici
Milano

Romeo Lombardi
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 27 marzo al 24 aprile 2004
Roma

Paolo Cosenza
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 6 aprile 2004 al 11 maggio 2004
Perché l'effetto distrazione di questi lavori pare così evidente' Una possibile risposta viene proprio dalle capacità di sorprenderci. Di fronte ai giochi grafico_concettuali messi in atto da quest'artista occorre interrogarsi sia godere le funzioni pittoriche degli insiemi e delle singole vedute. Avvicinandosi per un tratto alle esecuzioni si sa che le fotografie vengono tagliate e successivamente composte così da ottenere tele puzzle. Dimensionali di media grandezza influenzano la vista tanto quanto gli sfondi fatti con lievi pennellate a densità di scuri, neri, grigi, rossi e rosa antico. Invece i piccoli cerchi, i rettangoli, eccetera, bianchi, utilizzati in veste astrattiva, se ne vedano le disposizioni nel quadro dove ci sono la macchina e il team ferrari, e come strumenti tematici per chiamare "conoscenze" e "coscienze" alle tematiche legislative e non della privacy e della censura. Utilizzati infatti per coprire teste, volti di persone, cose, sono fatti in modo che non si vanno a vedere affiorare "bianchi su bianchi" piuttosto sottili crepature. D'altra parte, queste telature non notandosi da lontano, si può avere l'impressione che siano teste tutte uguali ma, ovviamente, si tratta delle cape di persone diverse. Straniante ad esempio l'opera autoritratto: vede file ordinate di donne e uomini con le teste, in realtà tutte differenti, stranamente sottratte alle loro identità specifiche. Originale il fatto che l'unica testa in chiaro sia quella dell'artista: autoritrattosi. Se questi aspetti coinvolgono anche l'emotività estetica, le spezie di queste opere risiedono nel loro essere, appunto, soggetti e oggetti concettuali. Dal logotipo della nike al volto di marylin monroe, alle folle, alla squadra della juve, parte da elementi noti e da immagini già storicamente affermate procedendo a sottrarre parti. Ciò può visivamente determinare uno scontro_incontro tra il già evidente e l'ignoto generando, forse, energie apparentemente vuote. Si trova ad elaborare quella che lui stesso chiama una pitturina, lavorando con gli acrilici e in un secchio dove insieme alle tinte si trovano piccoli fili a pezzetti. I tagli, quasi casualmente lasciati cadere e, secondo le abilità delle mani, guidati, si dispongono in curiosi diagrammi o schemi grafici. Ogni disegno moltiplica una serie di incastri; in alcuni lavori figure di palline e figure di segmenti diventano teste, mani, piedi, oppure, assi geometriche in sequenza, semplici cornici. Tra le parti dei piani_tele compaiono quindi delle sequenze, connessioni: lineari visioni ludiche, per lo più svincolate da regole, si posizionano con sfondi e superfici morbide. L’intento di quest’artista, a fronte di quello che percepisce come un momento in cui prevalgono i condizionamenti esterni, a suo dire troppo razionalizzanti, è quello di prediligere una pittura emotiva. Perciò prevalgono i celesti carta da zucchero, i rosa, e si distendono paesaggi, per così dire, a corrente alternata; infatti una certa omogeneità dei fondi è interrotta dai passaggi delle punte di nero, giallo, blu, viola. Operativamente le tinte si assorbono alle tele direttamente poggiate ai muri e con la pressione producono sottili, trasparenti, pellicole. Una di queste opere, a base di colore rosato, segue delicati equilibri compositivi: si trovano così disposte scarpe femminili, frutte, fili quasi invisibili, che insieme sembrano condividere uno stato simile a quello di certi tipi di correnti. Le figure, nel quadro realmente immobili, trasmettono infatti l’idea di essere immerse in flussi continui. Questa linea pittorica se da un lato cerca di sottrarsi ad un esterno vissuto/visto come troppo razionale, produce però un’estetica della semplicità, della piccolezza, del passatempo, che vive di osservazioni e di evidenti agganci ad una contemporaneità che ha, tra le sue cifre connotative, quelle delle mode, dei linguaggi tecnologici, delle comunicazioni pubblicitarie.
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