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Pagine Zen N° 31
aprile/maggio 2004
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
TAKO Gli Aquiloni
di Luisa Canovi
(fondatore Paper Factory)
In tutti i paesi del mondo gli uomini hanno sempre cercato modi e mezzi per comunicare con i loro dei e in Oriente furono gli aquiloni a rappresentare il contatto fra la terra e il cielo.
L'uomo comunica il suo pensiero a una forma costruita in seta e bambù che, sospinta dal vento, vola in alto verso il destinatario del messaggio. Il filo teso permette alla mano di guidare l'aquilone nel cielo e di richiamarlo poi a terra quando, per imperscrutabili ragioni, si sente che la comunicazione è avvenuta.
I primi aquiloni nascono in Cina già intorno all'anno 1000 a.C e, grazie ai viaggi di monaci, navigatori, esploratori e commercianti, si diffondono ben presto in tutti i paesi orientali, assorbendo gli usi e costumi delle tradizioni locali. Quando arriva in Giappone l'aquilone prende il nome di “tako” e il suo ideogramma assomiglia a quello di “kaze” , il vento, che per ogni aquilone rappresenta l'elemento vivificante. L'aquilone infatti, essendo più pesante dell'aria, ha bisogno di una forza che gli permetta di volare. Grazie al vento che lo rende vivo e alla mano dell'uomo che gli trasmette un significato l'aquilone diventa, di volta in volta, un gioco, un simbolo, un oggetto utile, uno strumento di lavoro, un'arma di combattimento e tante altre cose ancora. Gli aquiloni costruiti in forma di animali, pesci, uccelli, insetti solitamente rappresentano i protagonisti delle fiabe e delle leggende popolari e il loro volo racconta l'una o l'altra storia. Per esempio un aquilone in forma di carpa veniva fatto volare per favorire la forza nei bambini maschi, così come diventano forti le carpe che risalgono i fiumi controcorrente.
Continuano le attività del Centro Paper Factory, con seminari di arti cartarie orientali e serate dedicate a Paper Zen
Per informazioni www.paperfactory.it
Paper Factory -
C.so S. Gottardo 18
Milano - tel. e fax 02.83.22.170
Aquiloni dalle forme più geometriche e funzionali erano usate per i riti della semina o per la pesca d'altura. Sotto un aquilone si mettevano alcuni semi che, strattonando il filo di traino, cadevano “dal cielo” fecondando il campo e favorendo così un buon raccolto. Su altri aquiloni i pescatori aggiungevano un filo libero con un'esca attaccata in fondo. Lasciando volare gli aquiloni sull'acqua bastava aspettare che il pesce abboccasse. Legato alle tradizioni animiste l'uso degli aquiloni per purificarsi dalle cattive azioni e dalle disgrazie dell'anno: durante una festa gli abitanti del villaggio facevano volare più in alto possibile i loro aquiloni, a cui avevano raccontato le proprie storie e al tramonto tagliavano i fili, lasciando così andare via, insieme agli aquiloni, tutte le negatività. Il giorno dopo, chi trovava gli aquiloni caduti li bruciava completando così la purificazione. Usi meno poetici ma altrettanto pacifici per sistemare questioni litigiose: due gruppi avversari costruivano due grandi aquiloni, di solito rettangolari, e vi dipingevano sopra figure di draghi e di mostri terrificanti della mitologia giapponese. Il giorno convenuto i due gruppi, costituiti a volte da centinaia di persone, innalzavano gli aquiloni e col filo dell'uno si cercava di agganciare a far cadere a terra l'altro, che così perdeva la gara e nel villaggio si ristabiliva la pace. Nei periodi di guerra l'aquilone veniva usato per spaventare il nemico e convincerlo a ritirarsi: si attaccavano a grandi aquiloni corde vibranti che, nottetempo, sibilavano sugli accampamenti nemici per intimorirli, come fossero spiriti inviati dagli dei.
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UKIYO-E
All'insegna della sensualità estetica del mondo fluttuante
Palazzo Reale di Milano fino al 30 maggio 2004

di Anna Maria Borgoni
La terra di Yamato, crocevia di intuizioni e di suggestioni di una civiltà raffinata ripropone la sua contemporaneità nella mostra dedicata all'Ukiyo-e. Convivono tra contrasti senza tempo, riti antichissimi offerti alla Dea Amaterasu no Kami e miti futuristici a contatto con una natura preservata e una tecnologia d'avanguardia. Coniugare il culto della natura, e il retaggio dei miti ancestrali nipponici con i segnali del high -tech del life style occidentale, rivela una capacità di rinnovamento estremamente moderna da parte di una cultura che ha fatto dell'essenzialità e della sintesi il valore portante dell'industrial design. Le prime stampe Ukiyo-e (pittura del mondo fluttuante) dominano il panorama figurativo del Sol Levante dai primi del '600 fino a metà dell'800. Giunte in Europa come protezione cartacea delle porcellane importate, inaugurarono per così dire gli intensi “scambi culturali delle arti visive” fra il Giappone e l'Occidente, diffondendo gli aspetti di un ceto borghese emergente, dopo le radicali trasformazioni del Paese in epoca Tokugawa. Il sistema rigidamente feudale fece posto al nascente ceto imprenditoriale stimolando modificazioni di stili di vita, oscillazioni nel gusto e spostando le arti figurative verso connotazioni più popolari, ma sempre raffinate, realizzate da grandi maestri. Gli olandesi che solcavano gli oceani per la Compagnia delle Indie e detenevano i commerci con l'Estremo Oriente, importarono dapprima le xilografie monocrome in bianco e nero, in seguito a due e a quattro colori, fino a quelle più tarde, policrome. Molto apprezzate e richieste al loro apparire, le xilografie cominciarono ad essere “tirate” da un minimo di 200 fino alla ristampa di un migliaio di esemplari delle più amate vedute paesaggistiche dell'arcipelago nipponico, quali le stazioni del Tokaido, le superbe immagini del Fuji-san, i luoghi di culto immersi nella natura e venerati come kami (divinità scintoiste) dai pellegrini. Il fluire dell'esistenza e delle cose, il senso dell'impermanenza e lo struggimento di tale consapevolezza, riassumono e caratterizzano quasi tutta l'arte nipponica dal XVII al XIX secolo. L'esaltazione della quotidianità imposta durante il periodo di relativa pace dello Shogunato Tokugawa (1615-1867) e soprattutto di rigido isolamento, privilegiava la ricerca dei piaceri terreni e si trasformò in un vero stile di vita effimero. Un doppio paravento a otto ante, proveniente dalla Honolulu Academy of Arts, testimonia alcuni dei più importanti temi della cultura dell'ukiyo, affermatasi nel periodo Edo (l'antica Tokyo).Di derivazione buddhista, il termine ukiyo indicava una visione del mondo (yo) della sofferenza (uki), fonte di dolore costante mentre ukiyo esprimeva la caducità e il distacco dalle cose terrene. In seguito passò a significare il mondo fluttuante e quel senso di fugacità dei beni materiali e dei piaceri effimeri in cui l'emergente borghesia mercantile dei chonin si riconosceva. Era un modo di rappresentare una dimensione autentica del vissuto quotidiano, del mondo teatrale e del retaggio epico leggendario, “contemplare gli spettacoli naturali della luna, della neve, della fioritura dei ciliegi (satura) e delle foglie di acero (momiji), il gusto di cantare canzoni, bere sake e provare piacere soltanto nel fluttuare, lungo la corrente del fiume come un secco guscio di zucca..."
Via Maddalena, 1
Milano
tel. 02.72094999
Così Asai Ryoi nel suo Racconti del mondo fluttuante descriveva il termine ukiyo. Dalle rigorose atmosfere medievali della classe guerriera dei samurai - riconvertita in altri ruoli e mestieri - si passò alla licenziosità “barocca” di una stagione vitale, leggiadra e fluttuante, carica di seduzione, erotismo e teatralità profuso dal Kabuki, interpretato da soli uomini, diventata la più popolare forma di spettacolo. Anche se destinate a un consumo di tipo popolare le xilografie – molte delle quali non firmate - furono realizzate da grandi artisti desiderosi di cimentarsi nel nuovo genere, liberati dalla stilizzazione formale delle scuole pittoriche e inclini a interpretare con più ampio respiro gli aspetti della quotidianità di Edo. Subentrata all'antica capitale di Kyoto, dove per un millennio, l'aristocrazia di corte e l'alta borghesia avevano prodotto una raffinatissima cultura letteraria e l'estetica del tè, la popolosa Edo oltre alla suggestiva baia, era una città ricca d'acqua, con fiumi, rivoli, tantissimi canali artificiali, laghetti e suggestivi ponti, come il decantato “Nihonbashi”. Questi e tanti altri aspetti del mondo più fugace e fluttuante sono esplorabili fino al 30 maggio al Palazzo Reale di Milano attraverso circa 500 opere della mostra Ukiyo-e curata dal Prof. Gian Carlo Calza, con l'apporto di un comitato scientifico che comprende oltre ai maggiori conoscitori ed esperti d'arte giapponese, il coordinamento scientifico dell'International Hokusai Research Centre, Ukiyo-e.

Tratto da Quaderni Asiatici Edito da Centro di cultura Italia-Asia “G. Scalise” (visualizza l'intero articolo)

Anna Maria Borgoni, pittrice e giornalista si è laureata in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano con una tesi su Lineamenti e modelli di una civiltà estetica nel Giappone di Fosco Maraini; è diplomata in Lingua e Cultura Giapponese all'Is.M.E.O. di Milano.
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ORIGAMI E TIRO CON L'ARCO
Di Antonella Ballabio
Se il silenzioso immergersi in se stessi è una condizione necessaria per l'esercizio delle arti zen in genere, ancor più lo è per il tiro con l'arco, dove concentrazione e vuoto assoluto diventano un elemento indispensabile al raggiungimento dell'obiettivo prefissato. Il vuoto mentale permette la massima libertà e flessibilità di adattamento: è l'agire senza intervenire con accorgimenti consci di mira che permette alla mano di rilasciare, al momento più opportuno, la corda tesa dell'arco e alla freccia di volare con traiettoria infallibile verso il centro del bersaglio. E' come voler piegare un insetto a sei zampe partendo dai quattro angoli di un foglio di carta. Apparentemente sembra impossibile. Occorre assecondare strumenti e materiali che si trattano in modo tale che la trasformazione non avvenga forzatamente per merito di un intervento esterno dell'esecutore (abilità, bravura tecnica), ma avvenga per la sua predisposizione interiore (umiltà d'animo, rinuncia alla propria individualità, efficace utilizzo del vuoto). Il vuoto, cancellando ogni ambizione e annullando ogni desiderio dalla mente umana, permette all'opera di rivelarsi senza quelle interferenze che l'intelletto continuamente produce e inventa. La competizione consiste quindi, nel mirare a se stessi, facendosi tiratore e bersaglio al contempo, poiché colui che agisce è colui che deve essere colpito. Esercizio non facile. Ci vuole la pazienza e la tenacia di attendere la propria crescita e maturazione.
6° Raduno Internazionale
del Bonsai e Suiseki
Crespi Cup 2004
Parabiago 24 aprile - 2 maggio
Si rinnova l'immancabile appuntamento con l'Oriente di Crespi Bonsai. I giardini giapponesi, il bonsai, la cerimonia del tè, le arti marziali, la danza e cinque mostre concorso dedicate ai bonsai, al suiseki - pietre paesaggio - e ai vasi. Nove giorni immersi nell'Oriente e nella sua magica cultura, dedicati a professionisti, amatori e semplici curiosi, per provare e vivere tutto ciò che l'altra parte del mondo può offrire. Ingresso libero.
La precipitazione e l'impazienza producono soltanto un inutile spreco d'energia. Applicandosi e allenandosi costantemente, osservando per anni gli insetti, proiettandosi nella freccia, fino a quando, dimentichi della tecnica acquisita e assorti in quella calma interiore meditativa a cui segue la necessaria distensione muscolare, l'opera si realizza. Senza alcuni intervento volontario, come sospinti da una forza spirituale, la mano socchiusa dell'arciere si apre improvvisamente: la freccia è libera, il colpo scoccato senza intenzione nello stato di massima tensione raggiunge il centro del cerchio.
Con uguale rapidità, senza che la riflessione guidi la mano dell'origamista, le pieghe scivolano via, ripetutamente una dopo l'altra sul quadrato di carta. In un breve lasso di tempo l'opera è conclusa. Sul foglio i colpi centrati e le linee tracciate rimangono a ricordo del lungo percorso intrapreso sulla via dello zen. Sul volto umano l'imperturbabilità è già tornata visibile.
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LE PRATICHE ALCHEMICHE
Zen e alchimia daoista (terza parte)
di Nicola Piccioli
FeiMo
Paola Billi e Nicola Piccioli, fondatori dell'Associazione Culturale FeiMo, sono artisti e docenti di calligrafia orientale. Hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (FeiMo), l'altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.

www.femaleproject.com
feimo@femaleproject.com
tel. 055224913
Per raggiungere la condizione di immortale i cinesi elaborarono tutta una serie di pratiche al fine di rendere l'unità corpo-spirito perenne, tali pratiche erano: dietetiche, sessuali, ginnico-respiratorie, etiche, ma soprattutto alchemiche. Si può dire che in Cina l'alchimia sia nata proprio per cercare la maniera di diventare immortali, anche se le sue ricerche e sperimentazioni giovarono poi a tutta una serie di scienze e tecniche, dalla farmacia, alla metallurgia e alla distillazione dell'alcol. Già al tempo degli Han l'alchimia si occupava di riprodurre in laboratorio, con tempi ragionevolmente umani, i mutamenti geologici della natura al fine di produrre sostanze che una volta ingerite contribuivano a trasmutare l'entità corpo-spirito in una sostanza imperitura. Ma anche dietro l'influenza delle sofisticate tecniche meditative introdotte dall'India dal buddhismo, che ricercava una realizzazione dell'individuo attraverso un risveglio mentale su un piano di comprensione universale, dunque intensamente spirituale, l'alchimia si indirizzò progressivamente verso la convinzione che la trasformazione dell'individuo potesse avvenire gestendo, attraverso meditazioni, respirazioni, visualizzazioni e tecniche ginniche, l'energia interna del corpo, cioè coltivando il proprio qi. Questa nuova visione e le procedure conseguenti si affermarono definitivamente durante la dinastia Song (960-1279). In questo profondo mutamento di stato dell'alchimia cinese però il linguaggio rimase immutato, così si continuò a parlare di crogioli, di fuoco, d'oro, di cottura eccetera, anche se in maniera metaforica. Ma la sostanza principe dell'alchimia era il rosso cinabro (1), emblema della perfetta forza attiva Yang; la credenza nella sua efficacia per realizzare un essere immortale è testimoniata dalla grande quantità di pillole di questo minerale che si rinvengono nelle tombe Han e del periodo delle Sei Dinastie (222-589). Per cui il suo nome rimase ad indicare l'elisir della lunga vita che l'adepto doveva generare attraverso la gestione del proprio qi. Per questo, dunque, si parla di campi di cinabro: questi sono tre luoghi deputati del corpo localizzati nel basso ventre, nel cuore e nella zona della testa, dove avviene la coltivazione e la trasformazione delle energie individuali indirizzate alla formazione di un nuovo embrione immortale.
E' un'associazione no-profit con finalità sociali, il cui obiettivo primario è la diffusione della cultura e della pratica dello shiatsu. Al suo interno si trova la SCUOLA PROFESSIONALE PART-TIME, la maggiore scuola di shiatsu in Italia e in Europa, con circa 40 fra sedi nazionali, locali, centri autorizzati e scuole affiliate, a MILANO, ROMA e altre città su gran parte del territorio nazionale. Progetta e gestisce corsi e pubblica SHIATSU-DO, rivista trimestrale, attualmente il più autorevole e diffuso strumento di cultura e divulgazione dello shiatsu e della sua pratica in Italia.

Sede nazionale
Via Settembrini, 52 – 20124 Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
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Di conseguenza la prima forma di alchimia, che faceva ricorso all'assunzione di sostanze, è detta “alchimia esterna” (cin. waidan, lett. “cinabro esterno”) e quella posteriore, che gestisce le energie interne, è detta “alchimia interna” (cin. neidan, lett. “cinabro interno”). Ma sono molti altri gli elementi della cultura cinese, generalmente ruotanti attorno al mondo daoista, che si riscontrano costantemente in diversi aspetti del buddhismo zen. In primo luogo l'articolato concetto di “vuoto” (2), elaborato magistralmente nel Daodejing (Classico del principio e della potenza, c. 350 a.C.), che avrà la sua influenza non solo sulla dottrina zen, ma anche nella sua estetica e nella sua pratica. Di conseguenza nel modo di praticare le arti visive da parte dei suoi monaci, vedi calligrafia e pittura, che per altro rientravano nelle tecniche salutistiche della longevità, alla ricerca dello svelamento del vero sé che porta alla scoperta della natura di Buddha nascosta in ogni individuo. La pratica di queste due arti discende direttamente dalle concezioni filosofico-estetiche che in questo campo avevano elaborato i letterati, dove le visioni daoista e confuciana si erano creativamente amalgamate. Ma anche i famosi giardini di meditazione Zen, come quello del tempio Ryoanji di Kyoto, costituiti unicamente di ghiaia e pietre, affondano le loro origini nel daoismo. Infatti la ghiaia rappresenta il mare e le pietre rappresentano le inaccessibili isole abitate dagli Immortali. Queste erano isole mitiche alla cui ricerca più di un imperatore cinese aveva organizzato spedizioni marittime con ingenti sforzi organizzativi, e dunque economici. Tale aspirazione all'immortalità, e ai poteri che il suo raggiungimento conferiva, non solo sono uno degli elementi costitutivi della pittura di paesaggio dei letterati, che vide i suoi inizi durante la fioritura culturale della dinastia Tang (618-907), ma antecedentemente aveva ispirato la creazione di motivi paesaggistici nei giardini cinesi. Già al tempo degli Han l'imperatore Wudi (r. 141-87 a.C.) aveva fatto collocare nel lago del parco della propria residenza delle isole artificiali, costruite con rocce dalle forme particolari, nella speranza di attirare gli Immortali. Anche quest'ultimo elemento passò dal continente al paese del Sol Levante, infatti fino dall'epoca Heian (794-1185) i giapponesi si interessarono alle pietre di forme curiose da inserire nei laghetti dei giardini, il cui motivo principale era costituito dal monte Horai (cin. Penglai), la più nota delle isole degli Immortali. Inoltre nei “giardini secchi” dei templi Zen le pietre seguono spesso, nei loro raggruppamenti, le cifre 3-5-7, che sono numeri fausti risalenti al più antico sostrato del pensiero magico cinese. (continua)
Articolo comparso sulla rivista "Dharma"

Immortale alato
Il cinabro è solfuro di mercurio che, attraverso ossidazioni e riduzioni, si può trasformare in mercurio e viceversa. Così questo minerale, già usato in Occidente nella preistoria per cospargere con la sua polvere rossa i morti, divenne il perfetto emblema della dinamica attività delle forze cosmiche dello Yin (argenteo e mobile mercurio) Yang (pietra rossa).
Il concetto di vuoto (cin. xu) è centrale nella cosmologia cinese, e lo si ritrova in tutti i campi del sapere con effetti pratici, etici, politici ed estetici impensabili alla mentalità occidentale. La riflessione su questa idea ha i suoi tre nodi fondamentali, cioè cosmico, mentale e pratico, già ben definiti nel Daodejing, in particolare nei capitoli IV, V, XI e XVI. E' noto inoltre il ruolo dinamico che il concetto di vuoto ebbe nella nascita delle arti dei letterati. Il buddhismo portò in Cina un proprio concetto di vuoto, sunyata (cin. kong), fondamentale per la comprensione della sua dottrina, ma la sua applicazione, essenzialmente mentale, non aveva avuto nessuna conseguenza pratica nella vita del suo paese d'origine. Invece, vivificandosi a contatto con il già ben strutturato sistema ontologico del vuoto cinese, ebbe in Estremo Oriente i suoi maggiori risultati, dottrinali ed estetici, come ben dimostra la pratica delle arti Chan e Zen, dalla pittura, alla cerimonia del tè e ai giardini.
Immortale alato, bronzo (Han occ. 206 a.C. - 8 d.C.).
L’antica credenza in mitici immortali portò i cinesi alla ricerca della longevità e della buona salute. Tale ricerca, incentrata sulla scienza alchemica, ha coinvolto tutti i paesi sotto l’influenza della cultura cinese, dal Tibet al Giappone.
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MOODO
Di Matteo Rizzi
Nello scorso numero abbiamo parlato di katakana-go: come promesso ci azzarderemo ad analizzare insieme una parola che appartiene a questa categoria, ovvero il termine MOODO, parola entrata nel vocabolario giapponese come corrispettiva dell'inglese “mode” dando uno sguardo in primo luogo alla semantica riportata nei dizionari e successivamente ai suoi utilizzi nell'ambito del linguaggio giovanile.
(1) Principalmente può essere usato col significato di hoohoo, yooshiki, keishiki (modo, maniera, stile, metodo, forma); (2) col significato di ryuukoo (moda, tendenza nel modo di vestire); (3) nel linguaggio specifico musicale come sinonimo di choo, onkai (modo, modalità della scala musicale ad es. modo maggiore, modo minore); (4) nel linguaggio matematico usato col significato di saihinchi, ryuukoochi, namisuu, indica il valore più alto o il numero che si presenta con maggiore frequenza all'interno di una serie di dati numerici solitamente nel campo dei sondaggi e delle statistiche. Nel linguaggio giovanile a partire dal 1998 fecero la loro apparizione espressioni nelle quali moodo era annesso ad altri verbi o sostantivi a formare le rispettive strutture grammaticali verbo + moodo / nome + moodo, mentre per quanto riguarda il significato (e qui la faccenda si complica parecchio) la strada prese due direzioni affidando così alla sensibilità dell'interlocutore il compito di scegliere basandosi sul contesto:

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CULTURE ORIENTALI
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CINESE e altre lingue orientali e mediorientali
per il conseguimento del diploma Is.I.A.O.
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Tel. e Fax 02-653824
E-mail: segreteria_lingueorient@rcm.inet.it
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Segreteria diurna e Biblioteca orientalistica:
Via Festa del Perdono, 7 – 20122 Milano - Tel. 02-50312376
in queste strutture moodo può indicare che (A) una determinata azione si svolge con la massima concentrazione,
partecipazione, con grande coinvolgimento da parte di chi la compie (sfumature che normalmente apportano parole che precedono i verbi come isshookenmei o hitazura) oppure (B) “venire voglia di...", sentirsi di...” (che in giapponese si può esprimere con la forma desiderativa del verbo seguita da kibun ni naru). Digerite queste pesanti ma necessarie delucidazioni, gustiamoci ora ciò che ci regala la fantasia dei giovani giapponesi. Benchè le strutture grammaticali sopra citate rendano possibile la formazione di un gran numero di espressioni, quelle che capita più spesso di sentire si contano sulle dita di una mano.
Benkyoo (studio) + moodo = benkyoo moodo, studiare con la massima concentrazione. Nemuri (dal verbo nemuru “dormire”) + moodo = nemuri moodo, venir voglia di dormire. Katari (dal verbo kataru “raccontare”) + moodo = katari moodo, raccontare parlando con grande coinvolgimento. Se invece ci imbattiamo nel nome di un paese seguito da moodo si fa solitamente riferimento alla cucina:
Itaria moodosignifica “venir voglia di mangiare italiano”.
Un'ultima osservazione sul fatto che tutte queste strutture sono sempre accompagnate dal verbo hairu (entrare): non è certo, ma nemmeno lo possiamo escludere, che questo sia un riferimento alla terminologia “entrare in modalità'” che troviamo nei softwere dei computers o dei telefoni portatili. Anche in questo caso affidiamoci alla nostra sensibilità interpretativa: non riusciremmo a codificare in pieno il mondo di allusioni, associazioni e sfumature che si celano nel linguaggio giovanile'e forse sarebbe un errore cercare di farlo ad ogni costo.

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forme e dimensioni.
Ciotole, ciotoline, tazzine, teiere e servizi da sakè.

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TAMESHIGIRI
La prova del taglio
Di Giacomo Merello Shodan Daito-ryu Aikibudo
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com
Continuiamo il nostro ciclo di articoli sulla spada giapponese con un argomento particolare: parleremo del tameshigiri, o “taglio di prova”. Quando un fabbro produceva una katana, l'arma doveva essere perfetta non solo sul piano estetico, ma anche su quello funzionale. L'artigiano doveva dimostrare che il frutto del proprio lavoro non si sarebbe scheggiato al primo utilizzo, né tantomeno piegato o rotto, e che la sua spada avrebbe tagliato con precisione ed efficacia. Per garantire questo si procedeva al tameshigiri, un taglio di prova che veniva effettuato su rotoli di paglia, inumidita in acqua per alcuni giorni, o, molto più spesso, su di uno o più cadaveri di nemici caduti in battaglia o di condannati a morte. E' registrato, in casi molto rari, anche l'uso di vittime ancora vive. Questa usanza, che per la nostra sensibilità è sicuramente molto cruenta, allora era invece percepita come normale ed utile, ed era categorizzata con grande precisione. C'erano diversi sistemi di nomenclatura dei diversi tagli di prova a seconda della parte del corpo colpita, ma quello che oggi è rimasto tramandato sino a noi è solo uno, della famiglia Yamada (Periodo Kansei 1789-1800), che effettuava il tameshigiri per lo shogunato Tokugawa. L'immagine che potete vedere è originale dell'epoca (sono solo stati
sostituiti i numeri per facilitarne la lettura) e mostra tutti i possibili profili di taglio in ordine di difficoltà decrescente. Tra i tagli più facili ricordiamo il tabigata ed il sodesuri (15 e 16), mentre tra i più complicati il kesagiri ed il ryo kuruma (5 e 1). Il record registrato del Giappone feudale fu di sette corpi uno sopra l'altro, tagliati in ryo kuruma con un unico kiri. Chiaramente una buona percentuale della riuscita del tameshigiri dipendeva dal kenshi che effettuava il taglio, tuttavia il merito veniva attribuito alla spada, e inciso sul nakago (parte interna all'elsa della spada in cui è presente anche la firma, mei, del fabbro). Ancora oggi, tra i collezionisti, le spade con presenti una iscrizione di tameshigiri sono tra le più care e ricercate. Dai primi del '900 si abbandonò l'utilizzo di bersagli umani e si formalizzò un bersaglio alternativo: sostanzialmente si tratta di rotoli cilindrici di paglia legati e messi in acqua per 2-4 giorni, che gli esperti del tempo dichiararono la migliore e più fedele simulazione della resistenza del corpo umano, in particolare delle gambe e del ryo kuruma. Oggi il tameshigiri viene effettuato soprattutto nelle dimostrazioni per mostrare l'abilità con la spada del budoka, ed anche a scopo didattico, per insegnare a tenere correttamente in mano ed usare la spada. Ma sempre con il grande rispetto ed emozione per l'antica tradizione della famiglia Yamada.
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HIMIKO
Battello turistico manga-style
Di Akiko Shimazaki
Dalla fine di marzo 2004 è entrato in servizio, come battello turistico sul fiume Sumida, il modello disegnato dal famoso MANGAKA (autore di manga) Reiji Matsumoto, conosciutissimo come autore di Captain Harlock, il treno che viaggia nello spazio “999”. Il battello, 125 tonnellate, lungo 33,3 m, largo 8 m, sul quale potranno viaggiare fino a 231 persone, si chiama HIMIKO. Il viaggio, che copre il tratto fra Asakusa e Odaiba, dura circa 1 ora e costa 1360 yen (circa 10,5 euro) per gli adulti e 830 yen (circa 6,4 euro) per i bambini.
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Arte agli Zen Sushi Restaurants di Milano e Roma
di Tullio Pacifici
Milano

Tetsumi Tsuruzono
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 24 aprile al 14 maggio 2004
Roma

Paolo Cosenza
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
Prorogata fino al 25 maggio 2004
A prima vista le cose che sono rappresentate da queste opere non sono riconoscibili. Ciò che quando ci giriamo intorno, più o meno spesso, guardiamo, in questo caso perde spessore. Da questo punto di vista sembra una pittura che risente dei linguaggi informali. Si perde all'improvvisazione, le figure non ci sono da subito. Stando per esempio ai luoghi dove questo pittore ha degli atelier, l'isola del pacifico di HachiJÕjima e le maree urbane di Tokyo, non sembrano esserci elementi che riportano o raffigurano questo genere di maree: niente grandi distese metropolitane, oceano o vegetazioni, nessuna apparente delicatezza e rigore di stile dei segni, come per esempio una figura di un fiore di pesco visto da un orientale potrebbe fare pensare. I lavori si giocano piuttosto sui materiali e su come vengono utilizzati. Non comunica quindi le proprie sensazioni visive con pennellate dense e casuali, più o meno stratificate, ma lavora a partire dal contatto tra le sue mani e dei pezzi di bende. E' la pratica del kick boxing ad ispirargli la possibilità di fare slittare un materiale da un campo all'altro ottenendo un effetto artistico. In pratica le bende costituiscono le tele: vengono infatti arrotolate al telaio di legno, fasciandolo, e successivamente questo assemblaggio viene lavato ed esposto all'aria e all'acqua. Le realtà esterne, atmosferiche, trasformano e producono effetti piuttosto sorprendenti, come se realtà e immaginazione si fossero impastate insieme. C'è poi da dire che la disposizione delle bande è piuttosto particolare perché sembra produrre una sorta di reticolo autostradale. Le liste incrociandosi creano uno spaesamento e a questo punto la luce produce uno stato di elastico, soffice uscire, dell'immaginazione dal quadro, una sorta di leggerezza sospesa che polverizza la pesantezza delle fasce, degli acrilici, del vinavil. Si trova ad elaborare quella che lui stesso chiama una pitturina, lavorando con gli acrilici e in un secchio dove insieme alle tinte si trovano piccoli fili a pezzetti. I tagli, quasi casualmente lasciati cadere e, secondo le abilità delle mani, guidati, si dispongono in curiosi diagrammi o schemi grafici. Ogni disegno moltiplica una serie di incastri; in alcuni lavori figure di palline e figure di segmenti diventano teste, mani, piedi, oppure, assi geometriche in sequenza, semplici cornici. Tra le parti dei piani_tele compaiono quindi delle sequenze, connessioni: lineari visioni ludiche, per lo più svincolate da regole, si posizionano con sfondi e superfici morbide. L'intento di quest'artista, a fronte di quello che percepisce come un momento in cui prevalgono i condizionamenti esterni, a suo dire troppo razionalizzanti, è quello di prediligere una pittura emotiva. Perciò prevalgono i celesti carta da zucchero, i rosa, e si distendono paesaggi, per così dire, a corrente alternata; infatti una certa omogeneità dei fondi è interrotta dai passaggi delle punte di nero, giallo, blu, viola. Operativamente le tinte si assorbono alle tele direttamente poggiate ai muri e con la pressione producono sottili, trasparenti, pellicole. Una di queste opere, a base di colore rosato, segue delicati equilibri compositivi: si trovano così disposte scarpe femminili, frutte, fili quasi invisibili, che insieme sembrano condividere uno stato simile a quello di certi tipi di correnti. Le figure, nel quadro realmente immobili, trasmettono infatti l'idea di essere immerse in flussi continui. Questa linea pittorica se da un lato cerca di sottrarsi ad un esterno vissuto/visto come troppo razionale, produce però un'estetica della semplicità, della piccolezza, del passatempo, che vive di osservazioni e di evidenti agganci ad una contemporaneità che ha, tra le sue cifre connotative, quelle delle mode, dei linguaggi tecnologici, delle comunicazioni pubblicitarie.
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