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Pagine Zen N° 34
luglio/settembre 2004
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Sommario
IL ventaglio
Il complesso mondo dei letterati cinesi
I sette Samurai
Netsuke
Kusudama
Arte
Titose Morimoto
Watanabe Takahiro
In copertina:
Ganku (1749-1838)Albero di pino.Epoca Bunsei (1818-1830).Firma: Ganku. Sigillo: azana Funzen (pseudonimo Funzen). Inchiostro, colori leggeri e polvere d’oro su carta trattata con mica, 210x520.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

IL VENTAGLIO
Si ringraziano per i preziosi contributi Lella e Gianni Morra, (Libri d’Arte Orientale-Venezia
tel 0415288006)
per aver concesso la pubblicazione delle immagini (foto di Francesco Turio)
e di alcuni brani di testo, tratti dal catalogo VENTAGLI DIPINTI GIAPPONESI, pubblicato nel 1992, con testi a cura di Eiko Kondo e Giovanni Peternolli. Particolare gratitudine all’Editore Walter Brenner (Cosenza-tel 0984 74537) per aver concesso la pubblicazione, in parte fedele, in parte riassunta, di testi tratti dal volume IL VENTAGLIO, di Aurora Duprè, pubblicato nel 1991
Secondo la testimonianza di eruditi cinesi: lo storico Ssu-ma Ch'ien (dinastia Han 163-85 a.C) ed il confuciano Han Yu (Dinastia. T'ang), l’uso del ventaglio risale, in Cina, a circa 3000 anni a.C.
Fu usato in ogni ceto, dall'imperatore, fino all'umile operaio. Aveva disegni, colori e forme particolari, adeguati al ceto sociale o alla professione e si trasmetteva di generazione in generazione. Era nelle cerimonie religiose e nella cerimonia del tè. Era considerata grave mancanza essere senza ventaglio in tali accasioni, o astenersene dall'uso.
Il “Ti-Ki” o "Libro dei riti" attribuisce la genesi del ventaglio all'Imperatore Hsien-yang, salito al trono nel 2699 a.C., e riporta la diffusa leggenda cinese: "Durante la "Festa delle lanterne" una fanciulla, figlia di un mandarino, sentendosi venir meno, per l'eccessivo caldo, toltasi la maschera, cominciò a sventolarsi per avere un po' di refrigerio; le altre bellezze della corte subito la imitarono".
In Cina si hanno due specie di ventagli, altre a quelli fatti con foglie di palma, penne ecc. i ventagli rotondi, fissi: "t'uan shan", originali cinesi ed i ventagli pieghevoli: "che shan", importati dalla Corea, sotto l'imperatore Yung-lo (Dinastia Ming - 1403 d.C.).
I primi calligrafi e decoratori di ventagli furono gli antichi artisti delle dinastie "Chou" ed "Han"; da allora gli ideogrammi sono stati un ornamento costante, sempre in evoluzione, dai tratti pesanti e quadrati all'elegante slancio delle linee allungate.
Questi oggetti raffinati, nelle suggestive sfumature, nel segno appena delineato, nell'intenso cromatismo, fondono pittura e poesia. Sul finire della dinastia "Han" (206 a.C.- 221 d.C.) una dama di corte, dopo essere stata la favorita dell'imperatore, quando fu abbandonata non poté tener celato più a lungo il suo dolore ed inviò all'imperatore un ventaglio circolare, su cui erano stati scritti i versi che mettevano in luce il contrasto tra l'estate del loro dolce amore e l'autunno dell'amaro distacco.Questa poesia è così popolare in Cina che l'espressione "ts-iu-hou-san", "ventaglio di tardo autunno", significa ancor aggi "donna abbandonata"
E Per più di un millennio, dal periodo "Asuka" (552 - 646 d.C.) a quello "Edo" (1615-1867), l'arte giapponese risentì delle creazioni cinesi, assimilandole e trasformandole fino a farne delle creazioni autonome. Così in Giappone si hanno due tipi di ventaglio: ventagli rotondi, fissi "uchiva", introdotti dalla Cina, verso il VI secolo, usati in guerra e nelle cerimonie civili, come stendardo e il ventaglio pieghevole, con manico "ogi-sensu", inventato dai giapponesi, che ha avuto tanta importanza nella storia e nell'arte. Sulla nascita dell’” oginaga- shi”, “ventaglio fluttuante”, si racconta che mentre l’imperatore Higoshiyma (1668-1710) presenziava a Saga una gara di canottaggio sul fiume "Oi", il ventaglio di un'elegante dama cadde nell'acqua, scivolando dalla sua manica; le stecche, aprendosi a raggiera, formarono sullo sfondo azzurro un disegno così vago e suggestivo che subito le altre dame seguirono l'esempio ed il fiume, ad un tratto, si variegò di lievi e palpitanti fiori fatati". Da allora fu introdotto l’”oginashi” ed il suggestivo spettacolo si ripete ogni anno. Il ventaglio, in Giappone, non é legato solo al mondo femminile,
Piattini
e piatti in varie
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ma completa anche l'abbigliamento maschile. Il primo imperatore, che lo introdusse a corte, fu Gosanjo (1068-1072).
Nel secolo XII fu introdotto il "gun-sen", ventaglio usato in guerra, per dare il segnale della battaglia. Il ventaglio entra quasi in ogni atto della vita dei Giapponesi. E' una raffinatezza offrire dei ventagli all'ospite al suo arrivo; gli amici si salutano agitando il ventaglio; la sposa lo porta come dono nuziale; i giovani ne sono insigniti con solenne cerimonia, quando divengono maggiorenni; i condannati vanno al patibolo con il ventaglio chiuso in mano. Finita la costruzione di una casa, si pone sul tetto un emblema, che consiste in tre ventagli, fissati su uno specchio di metallo. Ventagli particolari, come il "Mita-ogi" in onore del Sole e l'”Hino-ki" in onore di "Hotei", il dio della prosperità, portati a braccia con profonda riverenza, sfilano nelle feste o "matsuri", celebrate con solenni processioni.
Iiro Osaragi ci descrive nel suo libro "Kyoto", la festa del capodanno, col tradizionale scambio di ventagli fra innamorati, parenti, amici".
Kyuukai.Vecchio albero di susino.XIX secolo.Firma: Kyuukai-oo (il vecchio Kyuukai). Sigillo: Takuzan.Inchiostro su carta, 140x460.
Ancor oggi il ventaglio presiede al rituale nella cerimonia del tè; è un ventaglio particolare il "Rikin-ogi", dalla forma allungata e stretta, di carta colorata e decorata artisticamente, con motivi floreali; è usato solo come vassoio, perché è severamente proibito agitare il ventaglio in tale cerimonia sacra.
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Come supporto per la pittura e per la calligrafia, il ventaglio pieghevole ha avuto un ruolo rilevante nella storia artistica giapponese di ogni epoca.
Nel periodo Edo, oltre agli artisti delle diverse scuole nate in quest'epoca, scrivevano e dipingevano su ventagli anche calligrafi, scrittori e studiosi attivi in vari campi. I pittori della scuola Ukiyo-e, oltre a ventagli dipinti a mano, produssero anche ventagli stampati, come la serie Azuma-ogi (ventagli della capitale dell'Est - cioè Edo), di Koryusai, Shunsho e Toyoharu, dove erano raffigurati, principalmente cortigiane e attori. Il ruolo del ventaglio pieghevole è della massima importanza nei teatri tradizionali, No, Kyogen e Kabuki. Esso costituisce un elemento indispensabile della recitazione e specialmente della danza, in cui rappresenta di volta in volta azioni e oggetti diversi come, ad esempio, vari tipi di armi. La maggior parte dei ventagli usati nel teatro No è del tipo chiamato chukei, un ventaglio che resta semiaperto anche quando viene chiuso, avendo due stecche laterali ricurve verso l'esterno. I disegni che li ornano sono numerosissimi e variano a seconda delle cinque scuole del teatro No - Kanze, Hasho, Kongo, Komparu e Kita.
Oggetto onnipresente nella vita quotidiana di tutte le classi sociali, ed accessorio indispensabile degli spettacoli teatrali, il ventaglio pieghevole
riassume in sé le qualità di funzionalità, raffinatezza ed eleganza, che caratterizzano la sensibilità estetica giapponese. In Giappone la forma del ventaglio è considerata di buon augurio.
Quando viene aperto, infatti, esso si allarga nella parte superiore, simboleggiando l'ampio orizzonte e la fortuna che ci aspetta. Il termine suehiro (futuro largo), come sinonimo di ventaglio pieghevole, è menzionato già nel 1212 da Kamo no Chomei nello Hojo-ki (Saggi scritti in una piccola capanna).
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IL COMPLESSO MONDO DEI LETTERATI CINESI
di Nicola Piccioli (prima parte)
Chen Hongshou (1599-1652) “ Le quattro gioie di Nan Shenglu”. Questo pittore, famosissimo ritrattista, illustra qui una delle quattro gioie del letterato Nan Shenglu: fare calligrafia. Le sue altre tre gioie erano: parlare di musica, recitare poesie ubriaco, meditare. A destra, sulla tavola, si notano una tazza per bere e una piccola giara contanente vino.

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Degno di nota è il fatto che in Cina le arti visive maggiori: calligrafia, pittura e incisione dei sigilli, siano nate nell'ambiente dei letterati, che nella grande maggioranza erano funzionari dello stato. Ne conseguì che nella preparazione dell'elite dominante, imperatori e imperatrici compresi, accanto alla conoscenza umanistica basata sui classici filosofici e letterari, c'era anche la pratica delle arti. Ovviamente il talento individuale faceva emergere l'arte nella quale ognuno poteva eccellere. Di conseguenza in quel paese la filosofia, l'estetica e la gestione del potere si sono legate in tutt'uno inscindibile. Questo ha permesso alle arti maggiori cinesi, fino dalle origini, di essere indipendenti dalla committenza. Così è in Cina che è nata, con più di un millennio di anticipo sulle nostre esperienze, l'arte per l'arte frutto di un gesto gratuito fatto nel privato. Questa pratica era tesa ad esprimere l'alta preparazione culturale e morale e la coltivata sensibilità dell'artista. Tale espressione artistica dimostrava la sua capacità di penetrare i meccanismi della natura e della società, cosa che lo legittimava nella conduzione dello stato. Ciò ha dato vita ad un'altra peculiarità della società cinese: che i produttori d'arte, cioè gli artisti, e i suoi fruitori, cioè i
collezionisti, non solo facevano parte della stessa classe sociale, ma che la stessa persona copriva contemporaneamente i due ruoli. L'unione di questi diversi piani culturali ed esistenziali, in Occidente nettamente separati, ha fatto si che l'arte cinese si nutra di una necessità di profonda cultura sconosciuta altrove.
FeiMo
Paola Billi e Nicola Piccioli, fondatori dell'Associazione Culturale FeiMo, sono artisti e docenti di calligrafia orientale. Hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (FeiMo), l'altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.

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Ciò ebbe anche le sue conseguenze negative, per esempio: una delle cause che portarono alla caduta della dinastia Song (960-1279) fu che alcuni imperatori, eccellenti calligrafi e pittori, preferivano fare i letterati che amministrare direttamente l'impero. Il connubio delle diverse arti è evidente in particolare dalla dinastia Ming (1368-1644), durante la quale le arti dei letterati giunsero alla piena maturazione, in opere dove pittura, poesia, calligrafia e sigilli convivono sulla stessa superficie. Il loro rapporto armonico permette di esprimere al massimo grado emozioni, contenuto e cultura. Però una delle componenti dell'arte è anche la follia. Questa, già lodata dai primi pensatori daoisti, come Zhuangzi (369-286 a. C.), nella loro ricerca di libertà individuale, accanto all'estasi procurata dal vino, ha nutrito l'eccentricità di più di un letterato artista che nella storia cinese, come una meteora, ha aperto nuovi spazi espressivi. E' il caso, per esempio, del "pazzo" Zhang Xu (658-748), che dette vita al "corsivo folle", del perennemente ubriaco poeta Li Bai (701-762) e dei pittori pazzi Xu Wei (1521-1593) e Bada Shanren (1626-1705).
L'alta cultura filosofica ed estetica espressa dai letterati cinesi ha profondamente influenzato le strutture politiche; sociali ed estetiche dei paesi che hanno accolto come propria la scrittura del popolo han, in particolare: il Vietnam, la Corea e il Giappone. (... continua)
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I SETTE SAMURAI
di A. Kurosawa – Edizione Speciale DVD
di Giacomo Merello Shodan Daito-Ryu Aikibudo
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com
Akira Kurosawa sensei è sicuramente stato il più grande regista giapponese: brillante, innovativo, esistenzialista, spiritoso, nei suoi film riusciva a trasmetterci una vasta gamma di emozioni, sfiorando anche una visione del mondo relativista, come in capolavori quali Rashomon.Da Pirandello del cinema giapponese, a grande fonte di ispirazione per i grandi film western americani, e persino per Guerre Stellari, più che liberamente ispirato a Trono di Sangue. Fu proprio grazie al grande western americano I magnifici sette (con un indimenticabile Yul Brinner) che Kurosawa venne definitivamente scoperto e consacrato in occidente. Questo film, infatti, era un remake de I sette samurai, di cui Mondo TV ha appena pubblicato una nuova edizione speciale su DVD veramente ricca di inserti speciali (un intero disco aggiuntivo!), che cercheremo di esaminare nel dettaglio.
La confenzione è doppia e si presenta come collector's edition: nel primo disco è presente la versione diffusa in Italia, ma anche e soprattutto la versione integrale originale, che supera le tre ore ed è ricca di interessante materiale inedito; entrambe le versioni sono state rimasterizzate per superare l'esame del tempo, che passano con successo.
E' tuttavia il secondo DVD, che include tutti i contenuti speciali, il vero piatto “forte” di questa edizione Mondo TV: sono infatti presenti due commenti audio che ci permettono di cogliere più a fondo il valore immortale di quest'opera di Kurosawa. Il primo è un commento cinematografico del noto critico Claudio G. Fava, che esamina nel dettaglio gli aspetti legati alla qualità, all'importanza ed alla storia del cinema de I sette samurai. Il secondo è una soluzione sinora inedita in questo campo: sitratta di oltre 40 minuti di commento del Maestro A. Certa, shihan
della scuola di arti marziali tradizionali giapponesi Daito-ryu Aikibudo. Grazie a questo intervento si può cogliere tutta quella serie di aspetti – per nulla scontati – riguardanti sia la cultura e la società del Giappone feudale, che quelli legati propriamente alle tecniche marziali e, soprattutto, di spada. Certa shihan pratica infatti anche l'Ono-ha Itto-ryu, una antichissima scuola di scherma giapponese, ed ha potuto quindi segnalarci quegli aspetti che potevano sfuggire ai profani della katana. Molto interessante è anche quella parte del commento che ci ha permesso di vedere diverse scene dell'opera secondo un'ottica storica, in quanto Kurosawa trasse liberamente dalla aneddotica marziale del suo paese per comporre alcune tra le scene più belle, quali quella del monaco e del bandito. Concludono il secondo DVD le biografie sia del Prof. Fava che di Certa shihan entrambe molto interessanti e che ci aiutano ad entrare nel mondo della critica cinematografica e dell'arte marziale.
Il bilancio, dunque, è quello di un'ottima edizione di questo classico immortale del cinema internazionale, con in più una interessante ed intelligente novità che ci permette di cogliere quei lati che una semplice visione neutrale del film ci farebbe perdere – in particolare del punto di vista marziale, che spero possa essere anche un invito per altre case di produzione ad affrontare in maniera migliore e completa anche questi importanti aspetti.
Tratto dalla rivista SHIATSU-DO

Il cofanetto contiene:
1. Primo DVD con il film.
2. Secondo DVD con, fra altre cose, un commento di 40 min su scene scelte di combattimento, con voce fuori campo del Maestro Certa. L’autobiografia del Maestro Certa scritta e letta dal giornalista Alberto Pomero, con relative foto.
3. Libretto, in italiano, sulla vita di Akira Kurosawa.
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NETSUKE
di Monica A. Rossi
Da accessori indispensabili a oggetti del desiderio dei colle-zionisti. I netsuke (pronuncia netskeh) sono un prodotto artistico peculiare del Giappone, dove, dal XVII al XIX secolo furono indossati come parte integrante del vestiario tradizionale giapponese.

II kimono, l'abito tradizionale nipponico non ha tasche; le donne usavano le ampie maniche per riporre piccoli oggetti, mentre gli uomini utilizzavano i sagemono (letteralmente "oggetto appeso"), scatolette solitamente in legno laccato, che venivano appese alla cintura. I sagemono venivano usati per riporre cosmetici, medicine o sigilli (in questo caso erano chiamati inro), come borsellini (kin-chaku) e come tabacchiere (tabako-ie).
E' un'associazione no-profit con finalità sociali, il cui obiettivo primario è la diffusione della cultura e della pratica dello shiatsu. Al suo interno si trova la SCUOLA PROFESSIONALE PART-TIME, la maggiore scuola di shiatsu in Italia e in Europa, con circa 40 fra sedi nazionali, locali, centri autorizzati e scuole affiliate, a MILANO, ROMA e altre città su gran parte del territorio nazionale. Progetta e gestisce corsi e pubblica SHIATSU-DO, rivista trimestrale, attualmente il più autorevole e diffuso strumento di cultura e divulgazione dello shiatsu e della sua pratica in Italia.

Sede nazionale
Via Settembrini, 52 – 20124 Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
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I sagemono erano sospesi a una cordicella di seta che veniva passata dietro l'obi (la cintura) che teneva chiuso il kimono. Il netsuke era attaccato all'altro capo della cordicella e faceva da contrappeso, impedendo che la cordicella scivolasse dalla cintura. Il netsuke, che compare intorno al XV secolo, in origine era probabilmente un semplice pezzo di legno o bambù non decorato e perforato, per farvi scorrere la corda. La massima fioritura dell'arte legata ai netsuke avviene tra il XVIII e il XIX secolo. Nel XX secolo questa manifestazione artistica decade, per via del cambiamento nei costumi e l'adozione da parte dei giapponesi dell'abbigliamento occidentale, anche se alcuni intagliatori continuano a operare per tutto il XX secolo. Ancora nel XVII secolo pochi erano gli artigiani che producevano netsuke decorativi e probabilmente la spinta verso la creazione di forme più ricercate fu data dalla classe emergente dei mercanti, che incoraggiarono gli intagliatori di netsuke (netsuke-shi) a una maggiore ricercatezza delle forme.
In quel periodo i samurai esibivano le loro belle spade d'arte, mentre alle altre classi sociali era proibito portare armi. I mercanti, classe sociale in ascesa, entrarono dunque in competizione con i samurai nell'esibire netsuke sempre più raffinati, fino a trasformare intorno all'epoca Meiji (1868) questo accessorio dell'abbigliamento in oggetto da collezione, non più adatto all'uso quotidiano per la delicatezza delle sue incisioni e realizzato con materiali sempre più pregiati, come avorio, ambra, corallo, conchiglie eccetera. Tra il 1800 e il 1850 i netsuke divennero sempre più piccoli, rotondi e umoristici, raggiungendo vette di perfezione tecnica e artistica.
Tra i tipi più comuni di netsuke, accanto ai manju dalla caratteristica forma discoidale, che ricorda i tradizionali dolci di riso giapponesi (mochi), vi sono i katabori, sculture i cui soggetti comprendono creature mitologiche, dei, esseri umani, vegetali e animali rappresentati con grande realismo. I kagamibuta, invece, erano formati da una parte inferiore a forma di coppa (in genere d'avorio, osso o corno) e da un dischetto metallico convesso applicato alla parte superiore. Il cordoncino passava attraverso un'asola fissata all'interno del dischetto e fuoriusciva dalla parte inferiore attraverso un foro.
Gli animali dell'astrologia cinese erano un altro soggetto comune ai netsuke. Talvolta queste sculture comunicano simbolismi e allusioni leggendarie o poetiche tratte da racconti e da dipinti. Oltre alle rappresentazioni di animali, sia reali che mitici, sono comuni anche quelle di demoni (i tengu, per esempio, dalla tipica testa d'uccello), giochi, scene di fatti storici e religiosi o tratti dalla vita quotidiana.
I più grandi intagliatori hanno affrontato persino problemi di bilanciamento, in modo così abile che la parte anteriore o la faccia del netsuke, liberamente sospesa alla corda, fosse sempre girata verso l'esterno. Poiché il loro scopo era fornire un punto cui poter attaccare con sicurezza una corda che tratteneva un
peso, i netsuke erano forniti di un'apertura (la curvatura di un gomito, il manico di un secchio, la coda di un animale) attraverso la quale far passare la corda e annodarla. Altrimenti venivano intagliati due buchi (hitomotoshi) collegati tra loro all'interno del netsuke stesso, attraverso i quali si faceva scorrere la cordata che poi veniva fissata con un nodo. Alcuni avevano un buco più largo dell'altro per far scomparire il nodo all'interno. I materiali più utilizzati sono stati indubbiamente il legno e l'avorio. Molto apprezzati sono i netsuke realizzati con la combinazione di più materiali e, fra i tipi di legno, riscuoteva successo quello di bosso, per la grana fine e la durezza. Per quanto riguarda i metalli, i più utilizzati furono il ferro, leghe come l'ottone e il bronzo, argento e oro decorati. In ottone furono prodotti i netsuke utilizzati per contenere il tabacco appena fumato. Quando i fiammiferi non erano ancora stati inventati, infatti, per ottenere il fuoco si usavano pietre di silice e poiché le pipe di quel periodo erano molto piccole, potevano contenere una piccola quantità di
Il netsuke in origine
era probabilmente un pezzo di legno o bambù
non decorato e perforato,
per farvi scorrere la corda.
tabacco e la cenere incandescente era utilizzata per accendere la carica successiva di tabacco nella pipa. In seguito furono realizzati netsuke contenenti silice e una pietra dura che quando venivano aperti producevano scintille che incendiavano l'esca. Nonostante ciò, i netsuke in metallo non erano molto amati, a causa del loro peso.
I netsu
ke in ceramica, invece, pur essendo attraenti, decorati con smalto e piacevoli al tatto, risultarono inadatti per la facilità con cui si rompevano. Tuttavia si sono conservati alcuni esemplari da collezione.
A partire dal XIX secolo anche gli occidentali cominciarono a interessarsi ai netsuke e una grande quantità di queste sculture in miniatura iniziarono a essere esportate a Ovest. Da allora i netsuke sono stati venduti, collezionati e studiati dagli occidentali e si può dire che attualmente conoscono quasi una popolarità maggiore in Occidente che nello stesso Giappone. Oggi è tra l'altro quasi impossibile vedere un netsuke indossato nel paese del Sol Levante, se non incontrando qualche raro suonatore ambulante (komuso) vestito col tradizionale kimono e un netsuke pendente dall'obi.


Principali tipi di netsuke:

Katabori:statuetta, è il tipo più comune; può essere una scultura realistica o immaginaria: i katabori sono per lo più miniature che riproducono i più svariati soggetti: uomini, animali, insetti, fiori,
strumenti musicali, barche.
Manju:prendono il nome dai dolci di fagioli, cui somigliano. II tipo più comune è un dischetto d'avorio concavo o convesso, con due fori dove far scorrere la corda, molto somigliante a un bottone. E proprio questa somiglianza ha valso al netsuke il soprannome di "bottone dei samurai".
Kagamibuta: variante più piccola del manju.
Hako: a forma di scatoletta.
Ryusa:variante più elaborata del manju.
Men: a forma di maschera.
Sashi:lungo e sottile, è stata una delle prime forme intagliate.
Obiguruma: a forma di bracciale.
Ichiraku: forme semplici come zucche vuote o cesti ottenuti
dall'intreccio di fibre di bambù.
Okimono: netsuke realizzato al solo fine decorativo.
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IL KUSUDAMA
Magica forma origami
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Nel Giappone delle storie magiche il Kusudama (sfera medicinale) era un insieme di ramoscelli intrecciati ed erbe selvatiche che veniva appeso all’ingresso della casa.
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Il Kusudama di erbe profumate e medicamentose aveva la capacità di purificare l’aria e l’ambiente impedendo alle influenze negative e alle malattie di entrare nella casa e nei suoi abitanti. Lo stesso significato poteva avere un sacchetto di tela o di carta gonfio di erbe e fiori disseccati messo là dove maggiormente se ne sentiva la necessità. Al di là dell’essere considerato un oggetto magico, il Kusudama aveva comunque una sua particolare grazia estetica e olfattiva che lo rendeva piacevole di per sé, e quando la sua funzione medicamentosa andò perduta mantenne la sua forma sferica come semplice qualità ornamentale. Generalmente con la tecnica origami si realizza
l'oggetto piegando un solo foglio di carta, ma chi, per la prima volta cercò di costruire un Kusudama origami, certamente si trovò in grande difficoltà. L'autore, rimasto anonimo come la maggior parte dei creatori dei primi origami ebbe l'intuizione di utilizzare più fogli per rendere meglio la sfericità del Kusudama. Ogni foglio si piegava in una specie di fiore conico che, unito con un filo ad altri identici fiori, andava a costituire naturalmente una forma sferica. L'effetto del Kusudama origami è eclatante, qualcosa che assomiglia appunto a una palla di fiori e che ha in sé qualità di forza e contemporaneamente di fragilità. Con l'origami l'aspetto estetico del Kusudama è diventato predominante rispetto alla sua antica funzione di purificazione, così che normalmente chi lo piega cerca una gratificazione visiva e chi lo riceve in regalo rimane affascinato dalla sua geometrica bellezza.


Tratto da CORSO PRATICO DI ORIGAMI
di Luisa Canovi - Fabbri Editori
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Arte agli Zen Sushi Restaurants di Milano e Roma
di Tullio Pacifici
Milano

Titose Marimoto
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
fino al 10 settembre 2004
Roma

Watanabe Takahiro
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
fino al 14 settembre 2004
Di lei osserviamo la scena di un quadro. Dinamica e vibrante, appare come un set nero e bianco fatto con pennellate brevi mescolate a segni morbidi, eleganti, rapidi, precisi. Sono linee visive sottointese alle pennellate con le quali quest'artista calligrafa sperimenta lo scivolamento culturale senza barriere. Con lo sguardo e il sentire di oggi espora le antichisime ideografie delle poesie tanka. L'insieme prende gli occhi dando consistenza visiva a quelle che sembrano incomprensibili apparenze. La situazione è tale da indurre l'esplorazione alla perdita di comprensione. Volumi, spazi, superfici producono una perfezione iperreale. Ci si trova in alto mare tra istintive e rapide miriadi di foglie che si avviluppano in composizioni plurali, stratificate, vorticose. Le grafie ideografie, che rappresentano per suscitare successive esplorazioni e intonazioni del pensiero ai suoi contenuti, sono verticali e si confondono con le onde istintive delle pennellate. Per facilitarne i flussi la pittografa apre delle finestre interne allo spazio; i fogli risultano così come schermi sezionati; le parti più scure e quelle chiare sono interfacciate, face to face, in modo da sembrare disposte su diversi piani. Generazione, propagazione, inondazione submarina, con la scrittura che si disconnette dal suo sé significante per perdersi alla dislocazione delle tinte. Vibrazioni dinamiche che fanno perdere la percezione dei discorsi e delle materie segniche. Queste perdite sono motori per i desideri in un gioco di attivazione tra l'ignoto e il noto, l'assurdo e l'innovativo, la realtà e una pioggia di immagini virtuali fatte di righe versatili e spazialmente ovunque presenti. Tornitore di nature vegetali, di persone e nature artefatte inscena fenomeni pittografici in cui le realtà esterne sono rappresentate in vorticosi abbracci di colori. Registrazioni simbiotiche dove le tinte manifestano stati di coscienza spesso in bilico tra fantasia e realtà. Diluiti da pigmenti naturali, spesso evanescenti, producono effetti foschi e lucenti. Le atmosfere sconvolgenti e avvolgenti di Albore – albero – tevere/il ramo strappano le cose alle loro dimensioni fenomeniche, temporali e trasportano il quadro in un stato di riflessione. E’ come se l’opera fosse immersa dalla trasparenza di un vetro pieno di pioggia opaca e rigata. I piani, dissotterrati dalle loro realtà e immaginati di nuovo, trascinano gli insiemi altrove. La tela Piazza infatti scivola il luogo rappresentato secondo coordinate classiche facendolo sembrare sommerso, galleggiante e sospeso tra file di vele e intelaiature luminescenti. Così i violetti di FUJI-glicine, immersi dalle nebbie dei loro riflessi, esprimono tensione drammatica e momenti di propulsione esplosiva interiore. In alcuni casi l’intensità delle tinte, così la tela camminare – persona, genera un apparente movimento molecolare della figura. Il soggetto si stacca con eleganza dal fondo rappresentato con pietrificante e dura freddezza e galleggia avvolto da scie di pulviscolo bianco. I quadri, quasi sempre mossi da energie colorate e soffianti, producono, da una serie all’altra, transazioni di trattamenti. Con SAKURA-ciliegioIV, V, VI, raffigura fondali monocromatici rosso, blu, giallo, che come pareti staccano un secondo piano rispetto alle ombre disegnate dai fiori. In questo modo l’artista intende dare al quadro una dimensionalità liquida e non prospettica, impregnando ogni volta la tela di un’energia vitalizzante, calda e abissale.
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