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Pagine Zen N° 35
settembre/ottobre 2004
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

SUMO
La Lotta degli dei
a cura di Giuseppe Benvenuto (prima parte)
Sumo, dalla parola giapponese Sumai, significa lotta. Una lotta che comincia nella notte dei tempi, quando gli uomini coabitavano con gli dei. Il “Kojiki”, uno dei testi sacri più antichi della tradizione giapponese risalente all’VIII secolo,racconta un’antica leggenda, quella del dio Takemikazuchi che sfidò a duello, in un combattimento corpo a corpo, il dio Takeminakata, suo antagonista. I due si battono per l’egemonia sull’isola di Izumo, l’attuale Shimane-ken. Lo scontro fu senza esclusione di colpi. Alla fine, il dio Takemikazuchi ebbe la meglio sul degno rivale e da quel momento fu il capostipite della dinastia imperiale Yamato. Sono passati circa 2000 anni da allora, ma le immagini di quella mitica sfida sono ancora ben radicate nella fantasia dei giapponesi.


Il sumai, la lotta degli dei del Kojiri, è la lotta per il potere. Non vi è nulla di proibito. Ogni colpo portato a segno lascia ben sperare sull’esito del combattimento. Da questa lotta dove tutto è concesso trae le sue origini il sumo, la pratica della lotta giusta e corretta tra i giganti del Dohyo. Il sumo, così come lo conosciamo, non è solo uno dei due sport nazionali del Giappone insieme al baseball. Il sumo è cultura e religione, mito e costume, tradizione e modernità. Le prime testimonianze sul sumo risalgono al V secolo D.C. e sono legate alla pratica religiosa dei riti scintoisti. I primi combattimenti di sumo avevano la caratteristica di forma rituale dedicata agli dei per ingraziarli in vista dei raccolti, e consistevano nella rappresentazione di danze sacre che venivano eseguite all’interno delle mura dei templi scintoisti.
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Ancora oggi, gli incontri si svolgono all’interno di un ring che richiama l’esatta fisionomia di quei templi. L’area entro cui si svolgo gli incontri di sumo consiste in una piattaforma quadrata. Nel centro, una zona circolare formate da balle di paglia di riso mista a fango ancorate saldamente al suolo. La parte circolare è formata da due cerchi concentrici il più interno dei quali è la zona in cui avviene il combattimento; ha un diametro di circa 4 metri, un’altezza di circa 50 cm, ed è ricoperta da un sottile strato di sabbia. La piattaforma nel suo complesso è coperta da un tetto di paglia che fa assomigliare tutta la struttura ad un tempio scintoista; dai quattro angoli del tetto pendono quattro grandi fiocchi colorati (bianco, rosso, verde e nero) che rappresentano le quattro stagioni. Durante il periodo Nara (710-794) e Heian (794-1185), il sumo si trasforma in uno sport praticato per il divertimento della corte imperiale. Nel periodo Kamakura (1185-1333),
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invece, il sumo diventa parte integrante dell’addestramento dei guerrieri. Solo a partire dal XVIII secolo, in pieno periodo Edo, il sumo diventa una professione vera e propria e il lottatore assume il caratteristico aspetto che ancora oggi lo contraddistingue. Nonostante la sua metamorfosi nel corso dei secoli, il sumo rimane una disciplina fortemente legata alle sue lontane tradizioni. Gli antichi rituali scintoisti pervadono per intero la pratica del sumo:
l’abbigliamento dei sumotori, la loro acconciatura, il rispetto reciproco sono solo alcuni degli aspetti mutuati dallo scintoismo. Ogni gesto racchiude in sé un alto contenuto simbolico.
Glossario dal sumo all’italiano

Dohyo
è il ring. Un quadrato con un cerchio al suo interno dove si svolgono gli incontri.

Rikishiil lottatore. Letteralmente: “gentiluomo della forza”.

Mawashila lunga cintura che a mò di pannolone copre i genitali del lottatore. Serve anche per effettuare delle prese e trascinare l’avversario.

Gyoji gli arbitri, suddivisi in otto classi di merito in base alla loro competenza ed esperienza.

Torikumiil termine che designa un incontro di sumo, ma anche l’elenco di tutti gli incontri della giornata.

Heyal’edificio con funzione di palestra ed abitazione dove vivono i lottatori.

Kimaritel’insieme delle 70 tecniche o mosse codificate e usate in un incontro di sumo.

Kokugitanla più importante e famosa arena per il sumo di Tokyo.

Kyokail’ente che amministra questo sport (Nihon Sumo Kyokai) sottoposto al Ministero dell’educazione giapponese.

Banzuke la classifica dei lottatori di sumo. Viene aggiornata dopo ogni torneo.

Kinboshiletteralmente “stella d’oro”. E’ l’incentivo economico riconosciuto al lottatore di rango inferiore che batte lo yokozuna, il grande campione.

Kachikoshi la condizione del lottatore che ha un bilancio positivo tra vittorie e sconfitte in un singolo torneo.

Makekoshiun bilancio negativo tra vittorie e sconfitte, l’opposto del kachikoshi.
Makunouchidetto anche Makuuchi è la massima categoria del sumo. Vi accedono i lottatori con rango di Yokozuna, Ozeki, Sekiwake.

Bashoun torneo di sumo. Se la competizione è ufficiale, ogni lottatore combatte una volta al giorno per un periodo di due settimane.

Sanshoi tre premi che vengono assegnati ai lottatori di rango inferiore ad ozeki, quando in un torneo dimostrano la propria eccellenza in tecnica, risultati conseguiti e combattività.

Yakozuna il rango e il titolo assegnato solo ai grandi campioni.

Yushola vittoria in un torneo. Si ottiene collezionando un numero di vittorie maggiore di tutti gli avversari. In caso di parità si disputano degli spareggi.
I rikishi, prima di ogni incontro, si esibiscono in una danza sacra che ha il potere di proteggerli contro eventuali infortuni.
Il sumotori solleva lateralmente, uno dopo l’altro, le gambe al cielo per poi riportarle a terra sbattendo violentemente i piedi sul suolo del dohyo. Questo gli permette di richiamare l’attenzione dei Kami (gli dei o gli spiriti ai quali si vota il rikishi). Prima di prendere posizione al centro del dohyo, i due lottatori in gara si sciacquano la bocca con dell’acqua offerta loro da un terzo lottatore, di solito il vincitore dell’incontro precedente. Asciugata la bocca con un panno di carta bianca, i due contendenti battono energicamente le mani e spargono manciate di sale su tutta l’area di gara. Gesti di purificazione che si ripetono da sempre, gli stessi, uguali come in origine.

La vita del rikishi
In genere i lottatori di sumo vengono reclutati in giovane età, intorno ai 15/16 anni. Il loro fisico è prestante: 170 cm di altezza per 75 kg di peso sono le misure richieste a chi ambisce a diventare un rikishi. La vita del lottatore si svolge all’interno dell’Heya, la casa/palestra dove il giovane sumotori trascorrerà la sua esistenza fino al giorno del suo ritiro dall’agonismo, che in genere avviene intorno al trentesimo anno di età. Durante tutto questo periodo il giovane vivrà in comunità con altri rikishi e non potrà avere null’altro. Solo un grande campione (Yokozuna) può decidere di abbandonare l’heya per sposarsi. Al lottatore è richiesto grande spirito di sacrificio. Gli allenamenti (keiko) sono molto duri, cominciano al mattino presto e si protraggono per 8 ore, fino all’ora del pranzo. All’interno dell’heya si trova di tutto: sale per l’allenamento, ma anche stanze da letto, locali cucina, per pranzo e zone destinale al relax. I rikishi più giovani sono anche obbligati a svolgere alcune commissioni affidate loro dai lottatori più esperti e di grado superiore al loro. (continua)

Tratto dalla rivista
SHIATSU-DO
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IL COMPLESSO MONDO DEI LETTERATI CINESI
di Nicola Piccioli (seconda parte)
Qi Baishi (1864-1957)
“Pesche e vino della longevità”.

Questo artista era un famoso incisore di sigilli,il maggiore dei tempi moderni.Portava l’energia del gesto di quest’artenelle sue magnifiche pitture e calligrafie.
Nell’opera qui presente risulta evidente la perfetta integrazione delle tre arti visive dei letterati.
La prima arte visiva maggiore cinese é stata la calligrafa. I suoi esordi, avvenuti dietro la spinta della ricerca della spontaneità daoista, risalgono al IV secolo. Opera fondamentale di questo esordio è considerata la “Prefazione al Padiglione delle Orchidee”, composta da Wang Xizhi (321-379) nel 353, dopo abbondanti libagioni durante una festa tra letterati, che mostra una scrittura nella forma “corrente” dalle stupefacenti libertà e maturità espressive. Non è questa la sede per indagare i perché della precoce nascita di quest’arte. Basti ricordare che il lessicografo Xu Shen (30-124) diceva che i caratteri della scrittura sono “l’essenza della forma delle cose”, che durante la dinastia Jin (265-420) la scuola dello “Studio del Mistero” integrò la morale confuciana con la spontaneità daoista e che uno zio di Wang Xizhi affermava
“La calligrafia, è la mia calligrafia”.La pittura dei letterati ebbe i suoi inizi durante la splendida fioritura culturale della dinastia Tang (618-907), sotto la quale si sviluppò anche la famosa tecnica monocroma dell’inchiostro e dell’acqua, che tanta parte avrà nella pittura dei monaci giapponesi del buddhismo zen.La particolarità della pittura dei letterati é che l’artista non cerca di riprodurre l’aspetto esteriore delle cose, ma l’energia vitale (Qi) interna che ne determina l’essenza e la realtà.
Questo risulta evidente in uno dei più noti manuali cinesi di pittura, il “Giardino del seme di senape” (1679), dove si legge “Quando giudichiamo il valore di una persona, la qualità del suo Qi ha un valore altrettanto fondamentale dell’aspetto fisico.
Lo stesso dicasi delle rocce... le rocce senza Qi sono morte, esattamente come le ossa... come può una persona istruita dipingere rocce senza vita?
FeiMo
Paola Billi e Nicola Piccioli, fondatori dell'Associazione Culturale FeiMo, sono artisti e docenti di calligrafia orientale. Hanno due scuole di calligrafia, una a Firenze (FeiMo), l'altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.

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Per dipingere rocce che abbiano Qi bisogna spingere la propria ricerca al di là del materiale, nell’ambito dell’intangibile.L’arte dei sigilli nacque da esigenze collezionistiche, unite a un gusto antiquario, che si affermarono nei circoli culturali al tempo dei Tang. I sigilli dei letterati, la cui fruizione ha fini estetici e non più pratici, sono opere epigrafiche 1a cui monumentalità è miniaturizzata sulla piccola faccetta.
1 sigilli cinesi si caratterizzano dal riportare quasi esclusivamente elementi scritturali, dunque la loro arte è strettamente legata alla calligrafia e alla poesia. Dal XVI secolo, grazie alla scoperta di una pietra sufficientemente tenera e compatta, la pirofillite, i letterati cominciarono a incidere i sigillî con le proprie mani, dando vita a diverse correnti stilistiche.
Continuano le attività del Centro Paper Factory, con seminari di arti cartarie orientali e serate dedicate a Paper Zen
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STRANE PAROLE
CHOBERIBA
di Matteo Rizzi
In precedenti articoli abbiamo parlato del kogyaru-go (il linguaggio giovanile coniato dalle studentesse liceali) e del gairai-go (parole “importate” da lingue straniere quasi sempre soggette a modificazioni eufoniche nella pronuncia giapponese).
Da questo felice matrimonio linguistico sono nati così tanti vocaboli e modi di dire che si potrebbe benissimo compilare un corposo dizionario.
Ma tra queste migliaia di parole ce n’è una in particolare che identifica il kogyaru-go? Che aspettate...chiedetelo a un conoscente giapponese ! Vi sorriderà, un po’ stupito vi dirà “Ah, conosci il kogyaru-go?!” ci penserà un attimo e vi risponderà “CHOBERIBA”.
Sua Maestà choberiba è stata per molto tempo la sovrana del regno del kogyaru-go: fece la sua comparsa nel 1996 e subito entrò nella top ten delle “parole dell’anno” nella 13° edizione del Nihon shingo - ryuukoogo daishoo (Gran Premio delle nuove parole di tendenza nella lingua giapponese). Usarla oggi a distanza di alcuni anni nella conversazione informale per i giovani giapponesi significa essere “out”, ma a differenza di molti altri termini che si sono completamente dimenticati, choberiba (probabilmente anche grazie alla sua caratteristica fonetica) è comunque una parola chiave che per almeno tre anni consecutivi ha rappresentato il biglietto da visita di questa tipologia di linguaggio.
E’ stato un vero “tormentone” per tutti: tema di dibattiti in trasmissioni televisive, fonte di ispirazione per gli sceneggiatori di fiction che iniziarono a mettere sulla bocca delle giovani attrici questa ed altre parole “di moda”, fonte di disperazione per alcuni linguisti che in choberiba vedevano l’ennesima parola che entrava a far parte del vocabolario parlato di una lingua che ormai a tutto assomigliava tranne che al corretto giapponese.
Se diamo uno sguardo all’etimologia di questo particolare vocabolo notiamo che in origine è composto dall’unione di tre differenti parole: cho + beri + ba.
1) cho deriva da choo “super, ultra”
2) beri è la pronuncia giapponese del corrispettivo inglese “very”
3) ba deriva dalla parola inglese “bad”.
Il significato è ora di facile comprensione: si usa choberiba per indicare cose o stati molto negativi.
Notiamo come, nonostante la parola choo abbia un proprio kanji, in questo caso si preferisca scriverla con il katakana ed omettere l’allungamento: questo per dare ulteriore impatto e forza al suo significato e per rendere anche a livello di scrittura una “sensazione visiva” di omogeneità e di fusione con gli altri due vocaboli che derivando da una lingua straniera devono necessariamente essere scritti in katakana.
Un’altra piccola curiosità la troviamo negli altri due termini: beri che correttamente dovrebbe essere traslitterato con l’allungamento finale (berii) e ba la cui traslitterazione dell’inglese “bad” corrisponde a “baddo”: ci troviamo di fronte ad una voluta omissione degli allungamenti per semplificarne la pronuncia e rendere la parola più “musicale”.
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Intorno a noi ci sono certamente molte situazioni “choberiba” ma per chi vede il mondo in maniera più positiva potrebbe tornare utile il termine choberigu (choo + beri + gu) dove chiaramente la parola “good” prende il posto di “bad” e viene analogamente troncata nella pronuncia.
Il modello che vede choo preposto ad altri vocaboli è tuttora molto utilizzato per esprimere in modo enfatico il proprio stato d’animo. Vi propongo una veloce carrellata: esempi interessanti sono choberibu, in cui bu deriva da “blue” (triste, depresso, malinconico), chokonba (choo + condition + bad) e chomoroha (moro = molto, completamente ha = happy) e parallelamente da fantasiosi assemblaggi hanno preso forma veri e propri giochi di parole, come chobachobu (cho bad + cho blue).
La componente comune di queste espressioni sono i prefissi che svolgono una funzione di enfasi: oltre a choo e beri questi sono solitamente mahha (Mach), suupaa (super), urutora (ultra).
Una ragazza ha proprio esagerato quando dalla sua bocca è uscita una parola come choomahhaurutorasuupaaberibaddo eppure l’ha detto veramente !
Infine vi è una specifica categoria di vocaboli, probabilmente quella più minimalista che sia stata concepita fino ad oggi chiamata kashiramoji-kei o come preferiscono chiamarla i giovani inisharu-kei (dall’inglese “initial”): semplicemente si tratta di comunicare con le iniziali delle parole che in questo caso si scriveranno categoricamente con i caratteri romani:
chooBM (choo + baka + marudashi) “super-completamente idiota”, chooYM (choo + yaru ki + manman) “super-strapieno di voglia di fare...” o ancora chooSBS (choo + super + beautiful + sexy).
Qualcuno penserà “consoliamoci con il fatto che almeno capiremo il significato di choo”...Peccato che spesso venga omesso pure lui !
Questa volta ci dobbiamo arrendere perché siamo arrivati al capolinea della comprensione: per questo motivo siamo tutti MM (maji + mukatsuku) “ veramente incavolati”.

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PENSIERI DAL MONDO DEI BONSAI
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Il bonsai simbolo di armonia
L’equilibrio del tronco che si erge dal terreno, i rami, le foglie, la base delle radici, il colletto sono in relazione con la parte non visibile, che si sviluppa nel terreno. Quando si taglia un ramo bisogna tagliare una radice; quando si annaffia si deve pensare all’equilibrio tra le radici sotto la terra e la parte aerea visibile. Che armonia deve esserci in un albero! Allo stesso tempo si può parlare di armonia tra la vita dell’albero ed il ciclo naturale delle stagioni. Un altro fattore interessante è lo scorrere del tempo. Ci sono bonsai che vivono da cinquanta, sessant’anni. Altri sono morti, magari perché la persona che li accudiva ha trascurato l’annaffiatura anche una sola volta, ma in un momento cruciale. La vita degli alberi è caratterizzata dall’accumulo dei segni del tempo, trascorso accanto a chi se ne prende cura. Quando si pensa alla vita degli esemplari creati nel passato viene da riflettere sulla vita delle persone che vi hanno preso parte. Anche dopo la loro morte sono rimasti nelle mani di uomini che li hanno accuditi, potendo così continuare a vivere. Il bonsai rappresenta la vita che continua. Se si pensa al Pino, per esempio, ci sono alberi che vivono da cento, duecento anni. L’uomo che lo accudisce non si occupa che di un “attimo” della sua vita. Ma tra l’uomo e l’albero si crea una magnifica armonia, equilibrio, comunicazione. In questo rapporto si condensa tutta l’amore e il coinvolgimento nei confronti dell’universo della natura. Forse è un attimo di beatitudine nella fugace vita dell’uomo.
(Ringraziamenti a Crespi Bonsai e alla Rivista BONSAI & NEWS)
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IDEOGRAMMA DI "ILLUMINAZIONE"
Di Giuliana Malpezzi
Questo ideogramma, “ming” in cinese e “akarui, mei, myo, min” in giapponese, è formato dal carattere del sole sulla sinistra e da quello della luna sulla destra. Naturalmente i pittogrammi arcaici, che si sono stilizzati in questo modo successivamente, erano un cerchio rotondo con un punto in mezzo per il sole ed una mezzaluna per la luna. Il significato corrente é : “luminoso, chiaro, brillante, ma anche esplicito, aperto, capire e sapere”, quindi esprime filosoficamente il concetto di illuminazione, di illuminato. Quale fonte di luce é più brillante e chiara del sole e della luna? Non sono forse il sole e la luna che con le loro rivoluzioni ci svelano i segreti del cosmo? L’illuminato è colui che raggiunge la perfetta conoscenza, trascendendo le passioni ed i desideri, avendo capito il principio che “tutto é uno”. Non a caso fu adottato come nome dinastico dalla dinastia cinese Ming (1368-1644), che portò la Cina al massimo splendore dopo i secoli di lotta del periodo medievale. Questo carattere, in composizione, forma anche il nome dell’imperatore Meiji, che avviò il Giappone sul cammino dell’era moderna. n
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Arte agli Zen Sushi Restaurants di Milano e Roma
di Tullio Pacifici
Milano

RITA MANGANO
espone allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
dal 10 settembre all'8 ottobre 2004
Roma

FUMIHIKO KINUGASA
espone allo Zen Sushi Restaurant di Roma
via degli Scipioni, 243
dal 14 settembre al 10 ottobre 2004
Dipinge file di pannelli in legno e li assembla ricollocando visivamente le superfici delle pareti. Messaggio: estraniare con colori vividi la monocromia di certi luoghi e sollecitare le fantasie di chi li abita. Ma esegue anche lavorati su alluminio che occupano spazi più piccoli e sono un omaggio alla pittura giapponese. Rivedendo in proprio, per esempio con il quadro ispirato al lavoro di Hayami Gyoshu “an old camelia tree dropping its flowers” del 1929, da lei chiamato giardini giapponesi, oppure senza effettuare variazioni, semplicemente trascrivendo cose già fatte. I suoi soggetti, per lo più tratti dall’osservazione di ciò che ci circonda, appartengono ad un sistema che esiste indipendente. Quando i pennelli ingoiano e rimescolano i colori portano allo scoperto la capacità di inventare, mentre tutto il resto, ciò che tocca, vede, sente e così via, appartiene a realtà inimitabili. Le primavere, un frutteto in inverno, una compila di grandi fiori, sono ciò che quest’artista escogita per fare di una pittura realistica una raffigurazione sentita. Fare sì che l’impatto tra i suoi occhi e il fuori da sé produca una discesa dall’esterno all’interno, verso le acque delle sensazioni. Ecco perché si vede un germogliare sospeso, la vita delle foglie che comunicano con il vento scendendo, con movimenti che paiono fare dell’aria uno specchio, che si guarda perché è qualcosa che facilmente sintonizza la sensibilità. Ed anche come mai sceglie di rifare un’arte che fa della quasi assenza di prospettiva la propria singolarità. Fare di un quadro qualcosa di simile ad una immersione che disorienta, tracciato in spazi orizzontali, senza retroscena, solo fluttuare di ombre, paesaggi di dolcezza, solo eleganza e armonia colorata impreziosita da lievi dorature. Si chiamano Coocon e Spirale. Compatto e segnato dalle interferenze del tempo, immagine di un carciofo dalla superficie carnosa e scavata l’uno, l’altra simile ad una scala meccanica, ad un dna, stilizzata come un frame di video fatto con la computer grafica. Ricorrendo alla scena fantasiosa del film di cui una porta il titolo omonimo l’artista si interroga: che cosa uscirà dai bozzoli (cocoons) in circostanze diverse? che cosa ne farai dei risultati? Chiaro il riferimento ad una possibile dislocazione temporale dei fatti in un caso e, dall’altra parte al problema dell’uso che si fa delle potenzialità della vita. Ed è proprio lei, la Vita, che è chiamata ad essere paradigma di queste opere: trama evocatrice di espressioni contrarie e contraddittorie, soggetto, base comune di contemporaneità ed ancestralità. L’intento simbolico è quello di fare sì che due oggetti apparentemente irrelati, siano invece connettibili, riscrivibili, rileggibili come facce, superfici, di ciò che è altrove. E questo diventa comprensibile se si pensa che per quest’artista l’esistenza è interfaccia. Entrambi gli oggetti rappresentati sono coinvolti da un sistema di questo tipo. Un’interfaccia finisce e sfinisce le loro parti producendo un corto circuito che le mette in circolo. Qualcosa capace di riferire tra loro elementi separati, parti che pur avendo caratteristiche particolari determinate dalla differenza di distribuzione delle forze tra le superfici, l’interno e l’esterno, generano unità centrali e unità periferiche che si adattano a produrre ibridazioni ed incroci. Come per l’elettronica anche la vita: matassa di sistemi stratificati di collegamento e di conoscenza capace, ruotando, dividendosi e disfacendosi di fluidificare l’intercomunicazione fra gli organismi, le persone, le società.
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