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Pagine Zen N° 43
settembre/ottobre 2005
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
   
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
L'immagine ripropone uno dei miti più significativi raccontati tanto dal Nihonshoki (720 d.C), quanto dal Kojiki (712 d.C). E' il mito del dio Susanoo e della principessa Kushinada, salvata dalle fauci del serpente Yamata ("Otto biforcazioni" ad indicare le otto teste e otto code di questa creatura mitologica dal nome Yamata no Orochi).
Susanoo è nel pantheon shinto una divinità importante, fratello minore della dea solare Amaterasu: è una divinità impetuosa e facile all'ira (dio dei tifoni), ma anche protettore dei matrimoni.
I MITI GIAPPONESI
FRA FOLCLORE POPOLARE E UNIVERSALITA' DEI CONTENUTI (TERZA PARTE)
di Simonetta Ceglia
Le fonti della mitologia giapponese.
Il Kojiki nasce come tentativo di dare forma scritta alla varietà dei miti e delle leggende orali, spesso contrastanti tra loro e dunque con la necessità di selezionare la variante che meglio si adattasse all’ordito testuale voluto dall’imperatore. Le fonti del Kojiki furono dunque le leggende narrate dai kataribe e raccolte in varie aree del paese, ma anche alcuni documenti scritti come i teiki (cronache imperiali) o gli honji (‘principi fondamentali’, ovvero il patrimonio di tradizioni e riti legati alla famiglia imperiale, alle famiglie degli uji principali e al folklore popolare). Nel 681 d.C., l’imperatore Tenmu ordinò al suo servitore di corte Hieda no Are di apprendere a memoria questi documenti (teiki e honji), ma anche i miti più importanti relativi alla dinastia Yamato e alla sua diretta discendenza divina. E’ altamente probabile dunque che Hieda no Are recitasse a memoria questi testi, scritti e orali, a colui che poi fu il compilatore ufficiale del Kojiki, Ou no Yasumaro. Così se l’autore del Kojiki, Ou no Yasumaro, svolse il ruolo dello scriba, Hieda no Are fu il cantore – kataribe, che fornì molta parte del materiale ‘orale’ e ‘pre-letterario’ di cui si compone il testo scritto. In questo caso, dunque, i segni cinesi servirono a dare forma scritta (ossia ufficiale) a quanto già esisteva nella nebulosa indistinta dell’oralità, in quel patrimonio ‘aurale’ fatto di storie, tradizioni, poesie, miti e leggende dove non poteva regnare l’ordine e la concatenazione rigorosa dei fatti, che l’esposizione scritta richiede. Il Kojiki è diviso in tre volumi (maki) e la materia trattata va dal ‘periodo degli dei’ (kamiyo), narrata nel I volume, sino al regno storicamente esistito dell’imperatrice Suiko (592-628 d.C.), passando attraverso la fondazione dell’impero giapponese ad opera del I mitico imperatore (tennou) Jinmu Tennou (la data ‘mitica’ riportata per l’incoronazione è il 660 a.C.) le cui imprese sono narrate nel II volume. Il Nihonshoki tratta a grandi linee la stessa materia, è sempre un testo letterario del periodo Nara (710-794) compilato dal principe Toneri, su ordine imperiale. L’opera è suddivisa in 30 maki e arriva sino al regno dell’imperatrice Jitou (690-697 d.C.), dunque un po’ più avanti rispetto al Kojiki. Kojiki e Nihonshoki sono due testi che, pur trattando la stessa materia, presentano notevoli differenze. Il Nihonshoki nasce fortemente condizionato da ragioni di prestigio e di ‘concorrenza’ culturale con le storie dinastiche cinesi, da cui viene ripreso anche il nome (shoki, annali).Il testo è infatti scritto in cinese, mentre il Kojiki è scritto in una lingua ibrida, né
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pienamente cinese né pienamente giapponese e testimonia proprio il difficile cammino intrapreso per adattare i ‘segni cinesi’ e quella scrittura ad una lingua molto diversa, qual’era ed è il giapponese. Nel Nihonshoki, inoltre, è quanto mai evidente il bisogno di ‘ordinare’ la materia mitologica secondo livelli di importanza decisi da ragioni dinastiche, ovvero per testimoniare e avvallare la supremazia di una etnia ben precisa, quella di Yamato, proveniente dalle regioni centrali dell’odierna Nara. Entrambi i testi sono stati scritti per sostenere, in un certo senso, la ragion di stato, ossia legittimare la famiglia imperiale e il clan (uji) da cui discendeva, clan che si proclamava diretto discendente della dea Amaterasu. Eppure, nel Nihonshoki questa motivazione politica è molto più forte e il risultato è quello di presentare una materia mitologia più coesa, meno contraddittoria; si lascia spazio alle varianti regionali, ma ci si preoccupa di strutturarle e di spiegarle in un quadro di chiaro riferimento alla dinastia uscita vincente dalla lotta fra i vari uji. Tutto questo è meno ‘pressante’, invece, nel Kojiki, le contraddizioni nella trattazione di questa o quella divinità ci sono e sono evidenti, soprattutto quando la stessa divinità compare narrata in più varianti.

Simonetta Ceglia. Laureata in lingua e letteratura giapponese presso l’Università degli Studi di Venezia e premio di laurea per la tesi di traduzione dell’ultimo romanzo dello scrittore Endoo Shuusaku, Fukai kawa (Fiume profondo) – collabora alle varie attività dell’associazione Fuji dal 2001, occupandosi in particolare del corso online di lingua giapponese.
www.fujikai.it
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GENSHINGUMO
LA NUBE ATOMICA
Monique Arnaud
www.nipponica2005.com/bologna
organizzato dall’Associazione Culturale Symballein
Nipponica 2005 Bologna.
I volti della memoria: un requiem per le vittime civili di Hiroshima e Nagasaki. Il festival Nipponica 2005 Bologna,
i cui eventi proseguiranno fino a dicembre è stato pensato e organizzato dall’Associazione Culturale Symballein non solo come occasione di incontro e conoscenza col “pianeta Giappone”, ma anche come momento celebrativo per alcune importanti ricorrenze. La più intimamente sentita, e necessaria, è senza dubbio il sessantesimo anniversario dello sgancio della atomica su Hiroshima e Nagasaki. Già a maggio, grazie alla presenza a Bologna del regista Kiju Yoshida e alla proiezione del suo Donne alle specchio, è stato possibile riflettere su questo tragico evento e sulle ripercussioni abbattutesi sulle generazioni figlie dei sopravvissuti. Un ulteriore, toccante, sprofondamento nell’orrore atomico si è avuto con l’allestimento della mostra di maschere noh I volti della memoria: un requiem per le vittime civili di Hiroshima e Nagasaki, allestimento reso possibile grazie a Monique Arnaud, attrice di teatro noh afferente alla scuola Kongoh, che da anni vive e opera in Italia.



Riprendono le attività

origami
aquiloni-sculture mobili
cartapesta leggera
giochi di carta
libro fatto a mano-scatole utili
Serate di meditazione attiva
con l’arte giapponese del
suminagashi
(inchiostri fluttuanti)

Seminari di arti cartarie orientali
e serate dedicate a Paper Zen

Paper Factory
Corso San Gottardo 18, 20124 Milano
Tel. 02.83.22.170
Cell. 333.3836620
www.paperfactory.it
kami@paperfactory.it
L'acqua, l'inchiostro, la carta...
mostra di disegni suminagashi e di calligrafie orientali
a cura di PAPER FACTORY e FEIMO
presso lo show room Fabriano via Verri, 3 – Milano
inaugurazione venerdì 23 settembre ore 18.00 (fino al 19 ottobre)
Lascio ovviamente a lei il compito di raccontare l’origine di questi volti capaci di parlare ai più intimi recessi di chiunque abbia la fortuna, e la forza, di sostenerne lo sguardo.
Matteo Casari

Dall’alto:
Rilavorazione di una classica maschera Doji, raffigurante un fanciullo.

Rilavorazione di una maschera Shojo, raffigurante un elfo dall’espressione tipicamente lieve e sorridente, di chi spesso e volentieri brinda all’amicizia.

Maschera ispirata a versioni arcaiche dell’Anziano Divino, figura centrale dei riti festosi di Capodanno.

Autore:
Maestro Udaka Michishige e allievi
Le maschere esposte a Bologna aprono una strada nuova all’arte della scultura delle maschere del teatro noh: le tecniche tradizionali della scultura e degli smalti di rifinitura sono state adoperate al servizio di un noh contemporaneo Genshigumo (La nube atomica) rappresentato nel 2003 a Kyoto, nel 2004 al Teatro Nazionale del Noh di Tokyo, e che sarà riproposto nella medesima sede il 5 agosto di quest’anno in memoria di tutte le vittime civili dell’energia atomica e di altri atti di terrorismo. La maschera, in ogni forma di teatro e di rituale, è un segno potente. Le maschere classiche del teatro noh sono essenzialmente di due tipi: quelle somiglianti al viso umano e dall’espressione elusiva, in uno stato di dormiveglia prossimo alla trance, che con lievi e sapienti movimenti dell’attore fanno affiorare tutte le sfumature emotive come tristezza, gioia, desiderio, passioni trattenute; e quelle di dei, demoni o spiriti della natura con tratti esasperati, bocche aperte, occhi sporgenti, il cui segno è l’alterità che irrompe prepotentemente al centro della scena. Ispirandosi a diversi esempi di maschere arcaiche usate nelle sagre e i rituali dell’antico Giappone, il Maestro Udaka Michishige, attore della scuola Kongoh e scultore di maschere ha dato nuova vita, rilavorandone le forme e le superfici, a maschere che giacevano addormentate nelle loro custodie di seta: Il noh di sua creazione Genshigumo si presenta come un requiem, un rito di rappacificazione per le anime delle vittime civili di Hiroshima e Nagasaki e prevede una presenza estensiva di maschere indossate dal coro delle anime: i volti delle maschere, fluttuanti nell’oscurità del palco, portano i segni di un’erosione subdola metafora di una forza sfuggita ad ogni controllo. Eppure nessuna traccia di rancore o di ira. È la sofferenza a parlare per prima sui volti spaventati e a volte sinistramente ghignanti di chi viene stroncato dal lampo infernale nel momento più insolito. Nella produzione del noh Genshigumo, il Maestro Udaka ha potuto realizzare due obbiettivi che persegue da più di 30 anni: usare tutti i mezzi tecnici e teatrali custoditi dalla tradizione al servizio di tematiche attuali in modo di poter avvicinare un numero sempre maggiore di persone al mondo del noh e riportare sulla scena maschere dimenticate da anni perché considerate mediocri o così eccelse da meritare solo la teca di un museo. Le maschere sono sempre segni di una memoria collettiva che abbraccia la Storia , i saperi, i racconti individuali e comunitari: il teatro e le maschere sono i nostri strumenti alchemici per ridare una presenza a quello che tendiamo a rimuovere dalla coscienza.

Monique Arnaud è shihan (istruttore) della scuola Kongoh di teatro noh e seconda donna occidentale di sempre a recitare il noh sui palcoscenici giapponesi.
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IKEBANA
COLTIVARE MENTE E CUORE
di Antonietta Ferrari
Spunti di riflessioni dal seminario d’estate. Il seminario estivo in campagna, con cui ogni anno si conclude tradizionalmente il corso di ikebana del Centro Incontri Culturali Oriente Occidente di Milano, é un’occasione speciale,quasi irrinunciabile, per approfondire e mettere in comune la propria ricerca sulla “Via dei fiori”. Il contatto diretto con la natura risveglia la sensibilità e purifica, rinnovando la mente e il cuore e ci ricorda il significato profondo della pratica.In effetti spesso nel sentire comune l’ikebana viene identificata come una mera tecnica di composizione floreale e quindi spogliata del suo ricco senso originario di “Via”di ricerca interiore. Non a caso il termine “ikebana” (letteralmente far rivivere i fiori), che designa l’aspetto “tecnico” del comporre rami e fiori secondo determinate regole, ha sostituito il termine “Kado” (letteralmente via dei fiori) che connota piuttosto un graduale cammino di ricerca spirituale, al pari di altri “do”della tradizione artistica e marziale. Che l’ikebana sia disciplina rigorosa ed esigente è un’esperienza che gli allievi vivono e comprendono ad ogni lezione, ma durante l’anno, nel “rumore” della vita quotidiana, con i suoi ritmi obbligati e i tempi stretti per fare le cose, la risonanza del momento di pratica spesso si dissolve rapidamente.Il seminario estivo soccorre, permette un maggiore densità di concentrazione, di ascolto, si possono ritrovare legami che ampliano l’orizzonte della propria ricerca.Per esempio il legame con la spiritualità zen, ambito in cui la pratica del Kado si è sviluppata e da cui ha attinto linfa vitale (la prima scuola di ikebana infatti fu fondata da un monaco, Senkei Ikenobo, nel XVsecolo.)
La possibilità di iniziare la giornata sperimentando la meditazione zen, “en plein air”, sotto la chioma di alti alberi, dispone ad un risveglio e ad una coltivazione della sensibilità che è attitudine importante nella pratica coi fiori.E’ anche l’occasione per fare il vuoto, lasciando che il respiro della natura faccia uno con il proprio respiro. Così può nascere un dialogo silenzioso che continua quando si esce, soli o in gruppo, per la ricerca dei fiori e dei rami. A scuola è la maestra che sceglie i materiali adeguati alla stagione e allo stile previsto per quel giorno. Durante il seminario ciascuno deve cercare liberamente inoltrandosi nel bosco o lungo un sentiero o nel prato.
Si può sperimentare un altro modo di guardare; non “osservare per”…non
CENTRO INCONTRI CULTURALI ORIENTE - OCCIDENTE
CENTRO DI CULTURA GIAPPONESE DI MILANO
Corsi di ikebana
Seminari di “ikebana therapy”
Pratica meditativa zen
Viaggio in Giappone
Samurai ieri e oggi
Il Giappone nell’arte occidentale
I valori della cultura giapponese
Conversiamo in lingua giapponese
Shodo (calligrafia giapponese)

Via Lovanio,8 Milano 02-5466508 / 89692171
info@centroincontriculturali.org
scegliere questo o quel fiore guidati da uno schema mentale precostituito, ma abbandonarsi al richiamo di un elemento o di un altro, far “entrare dagli occhi”…con un’attitudine ricettiva, non egocentrica. Poi tagliare solo il necessario, solo quello con cui veramente c’è una comunicazione.

L’ improvvisa libertà di scegliere tra le generose forme e colori della natura, a volte, soprattutto nei principianti, genera un’ansia accumulatrice… che fa tornare verso lo spazio predisposto per la composizione con enormi mazzi di rami e fiori. Resteranno in gran parte inutilizzati nei secchi. Forse fa parte dell’abitudine del mondo contemporaneo a prendere e consumare quello che in gran quantità ci viene offerto ovunque si volga lo sguardo. Il Kado, al contrario, è una disciplina che allena a spogliarsi di ciò che appesantisce inutilmente il nostro cammino.Col passare del tempo si arriva spontaneamente alla semplificazione, a prendere solo quello che serve. Progressivamente evolve anche un sentimento di partecipazione alla natura come bene prezioso, di cui ogni elemento ha la sua intrinseca bellezza e verità da rispettare e valorizzare, ma senza attaccamenti. Perché comunque tutto scorre e si trasforma senza sosta; ce lo insegnano bene i fiori di campo che, recisi, durano un attimo. Il vento fresco che muove fiori e fili d’erba nei prati quando si esplorano, forbici in mano, alla ricerca dei materiali, può attraversarci come un respiro più grande, soffiare via molte inutili impurità accumulate, lasciandoci più liberi, se solo siamo disposti a lasciarci attraversare.
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KATSUGEN UNDO
CHE COS'E' IL MOVIMENTO RIGENERATORE
I
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
www.mondoshiatsu.com
l movimento rigeneratore si pratica mediante la sospensione momentanea del sistema volontario. Non necessita di alcuna conoscenza, né tecnica. Al contrario, bisogna liberarsene.
La ricerca di una finalità preliminarmente determinata, non fa che ostacolare l’evoluzione naturale del nostro essere. Il principio che noi abbiamo formulato è dunque: “SENZA CONOSCENZA, SENZA TECNICA, SENZA SCOPO”.
Per chi vede il movimento rigeneratore per la prima volta, lo spettacolo è abbastanza sorprendente. Poiché si è abituati a movimenti più o meno controllati, intellettualizzati, perfino ricercati, un movimento che supera l’ambito volontario fa pensare alla malattia, alla follia o all’ipnosi; il movimento rigeneratore sembra prestarsi a simili interpretazioni.
La verità è tutt’altra. Durante il movimento, il conscio, invece di essere angosciato come quello di un malato, resta calmo e sereno. Invece di essere confuso come quello di un folle, resta lucido.
Invece di essere imprigionato e limitato come quello di un ipnotizzato, resta libero. Il movimento rigeneratore non si esegue. È esso che scatta, rispondendo al bisogno dell’organismo.











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La Scuola della Respirazione si prefigge di far conoscere una filosofia praticata in particolare dai Maestri Ueshiba e Noguchi, quale si trova espressa nelle opere pubblicate da Itsuo Tsuda. Quasta filosofia si potrebbe definire come “Scoperta dello Spirito del Cuore di Cielo Puro” (Tenshin).

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Tel. 02 6575570 / 34932037
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Dato che questo bisogno differisce da un individuo all’altro, e, nello stesso individuo, da un momento all’altro, non può esservi nessun movimento uniformemente programmato.

Per questa ragione, niente è tanto facile quanto deviare da ciò che è naturale, aggiungendo degli “ingredienti seducenti”. Teoricamente, esistono due forme di movimento rigeneratore: una esiste di fatto in tutti gli individui, sotto forma di reazioni naturali dell’organismo, come lo sbadiglio, lo starnuto, l’agitazione durante il sonno, ecc. e l’altra, la cui formula è stata messa a punto mezzo secolo fa dal Maestro Haruchika Noguchi. È quest’ultima forma che noi pratichiamo alla Scuola della Respirazione. Per iniziarsi al movimento è auspicabile attendere che si sia raggiunto un certo grado di maturità mentale e che tutte le soluzioni proposte siano rimesse in questione. Non bisogna imporlo a nessuno, nemmeno alla vostra famiglia, né in un momento qualsiasi. È essenziale che il desiderio per un ritorno alla naturalezza germini dentro di sé. Non si strappano i frutti prima che siano maturi. Il movimento non costituisce un apporto esterno. Esso traccia il cammino per la scoperta di sé in profondità. Questo cammino non è in linea retta verso il paradiso, è tortuoso. Sta ad ognuno, alla sua responsabilità, trovare la propria unità d’essere. Man mano che il corpo si sensibilizza, può prodursi il risveglio di sensazioni perturbanti, il che scoraggia le persone che non hanno una buona comprensione di partenza. Il movimento, dopo aver raggiunto intensità molto marcate, si calma gradualmente. Diventa più sottile. La respirazione si approfondisce.
Il movimento finisce per coincidere con il movimento nella vita quotidiana, divenuto quest’ultimo, talmente naturale che non ci sarà più bisogno di fare qualcosa di speciale. Il terreno sarà allora normalizzato. Questa normalizzazione non è semplicemente fisica, ma anche psichica.
Una nuova prospettiva si crea man mano che si sviluppa l’attitudine alla fusione di sensibilità che permea i nostri rapporti umani e le nostre reazioni all’ambiente circostante. Se questa fusione amplia l’apertura del nostro spirito, si raggiungerà la condizione del non-corpo e del non-mentale. È allora che si scoprirà che l’uomo è fondamentalmente LIBERO.
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ITTO-RYU
UNA SPADA, UNA TECNICA, MILLE VITTORIE
Di Giacomo Merello Shodan Daito-ryu Aikybudo (quinta e ultima parte)
Tadaaki, tuttavia, rimase sempre severo ed austero nell’insegnamento, nonostante le punizioni ed a prescindere dai suoi allievi. Questa sua severità gli valse un’ultima punizione persino alla veneranda età di 70 anni: si recò in un dojo con molto successo commerciale ad Edo e si rese conto che l’istruttore era un millantatore, un truffatore con nessuna o poca qualità od abilità con la spada: lo colpì duramente in volto con il suo tessen (ventaglio da guerra) facendolo svenire e sanguinare copiosamente. Gli Yagyu criticarono l’episodio di fronte agli shogun giudicando il comportamento di Ono non consono ad un Maestro governativo e Tadaaki venne consegnato formalmente ancora una volta, con il permesso tuttavia di continuare ad insegnare. Morì, ormai anziano, a Narita nel 1628, dove la sua tomba è visitabile ancora oggi. Gli successe il figlio Ono Tadazune, che cambiò il nome della Scuola in Ono-ha Itto-ryu e, rispettando gli insegnamenti paterni, non utilizzò mai strumenti di allenamento moderni quali lo shinai o l’armatura.
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com
Sviluppò anzi degli enormi guanti di cuoio, chiamati Onigote (guanti del demone) per poter sferrare colpi a piena potenza mantenendo l’uso del solido bokken, pratica che permetteva di non perdere il vero spirito marziale dell’arte ed il senso del kiri, del taglio, anche in tempo di pace.

L’Ono-ha Itto-ryu rimase nella famiglia fino all’epoca di Ono Tadakazu, quarto Soke, che trasmise l’arte a Tsugaru Echigo-no-kami Nobumasa, ed in seguito venne tramandata in parallelo dal1800 nelle famiglie Tsugaru e Yamaga, che continuarono a tramandare insieme l’arte fino alla fine del XIX Secolo.le famiglie Ono e Tsugaru, e dal

Si divise in seguito ulteriormente in due tronconi paralleli, entrambi possessori dei rotoli dei segreti, la famiglia Sasamori (prima Sasamori Junzo – nel periodo Taisho 1912-26 – ed ora Sasamori Takemi, che è a tutt’oggi il soke ramo Edo-Tokyo) ed il clan di Aizu, con diversi Sensei tra cui spiccava il noto Shibuya Toma che diede nel 1876 i segreti della scuola, dopo un lungo insegnamento, a Takeda Sokaku Sensei, l’abilissimo spadaccino fondatore del Daito-ryu Aikijujutsu, soprannominato il Tengu di Aizu (una sorta di folletto mitologico letale con la spada). Questi tramandò l’Ono-ha Itto-ryu (arricchito di alcune varianti, chiamate Takeda-den) al figlio ed erede Takeda Tokimune Sensei, che, a sua volta, insegnò l’intero curriculum a Arisawa Gunpachi Sensei, che lo tramanda ancora oggi nelle fredde terre dell’Hokkaido, nell’estremo nord del Giappone. E’ così che noi del Daito-ryu, grazie ad Antonino Certa Sensei che ha studiato con Takeda Sensei sino alla morte del Maestro, ed in seguito e tuttora con Arisawa e Kato Sensei, possiamo ancora praticare – con durezza e costanza – queste antiche tecniche giunte a noi grazie alla clemenza del mare verso un ragazzino naufrago del 1500: ancora oggi noi siamo discepoli di Itto-ryu: una spada, una tecnica, mille vittorie.

Gli Onigote, o "guanti del demone", sviluppati da Ono Tadazune, figlio ed erede di Ono Tadaaki, per allenarsi al corretto movimento di "taglio".

ZHONGQIUJIE
LA FESTA CINESE DI MEZZO AUTUNNO
Di Giuseppina Merchionne
Zhongqiu è la quinta stagione del calendario tradizionale, la stagione che sta a cavallo tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. In autunno, che, secondo una definizione classica, occorre dopo l’estate e prima dell’inverno, nel calendario tradizionale si trova l’ottavo mese, il mese centrale della stagione autunnale; il quindicesimo giorno di questo mese segna dunque la metà dell’autunno. La festa di mezzo autunno zhongqiu cade quindi a metà dell’ottavo mese lunare, corrispondente nel calendario solare generalmente al periodo dal 15 settembre al 15 ottobre, il periodo che nella tradizione letteraria viene celebrato come il più bello dell’anno. La festa celebra il chiarore della luna che in questa stagione, e in particolare in questa notte, brilla più intensamente che in altre. Nella Cina antica era già invalso tra nobile e letterati un rituale di celebrazione del sole in primavera e della luna in autunno, usanza che venne successivamente estesa a tutta la popolazione. Offerte di cibo e doni alla luna divennero quindi il contenuto di un uso popolare che si è trasmesso sino ai giorni nostri.
L’omaggio alla luna di poeti e letterati è una costante della letteratura cinese in tutte le epoche ed è tema ricorrente anche nella pittura di più squisita tradizione artistica. La festa consiste, oggi come in passato, nel riunirsi tra parenti ed amici ad osservare e a godere del chiarore di questo astro, la cui forma rotonda viene ricordata dagli yuebi ng, i dolci della luna, composti di farina di grano con un ripieno di un impasto salato di carne di maiale o di rosso d’uovo, oppure di un impasto dolce di frutta secca, semi di loto sbriciolati o di marmellata di fagioli rossi di soia. L’omaggio alla luna di poeti e letterati è una costante della letteratura cinese in tutte le epoche ed è tema ricorrente anche nella pittura di più squisita tradizione artistica. La festa consiste, oggi come in passato, nel riunirsi tra parenti ed amici ad osservare e a godere del chiarore di questo astro, la cui forma rotonda viene ricordata dagli yuebi ng, i dolci della luna, composti di farina di grano con un ripieno di un impasto salato di carne di maiale o di rosso d’uovo, oppure di un impasto dolce di frutta secca, semi di loto sbriciolati o di marmellata di fagioli rossi di soia.



Giuseppina Merchionne è docente di lingua e cultura cinese presso l'Università Cattolica di Milano, si occupa dei problemi della comunità cinese di Milano, con la quale collabora in diversi progetti educativi. Ha viaggiato molto per la Cina e scritto diversi libri di cultura e storia cinese.
LIBRI: PERDENDO IL GIAPPONE
Di Riccardo Rosati
Armando Editore, Roma - 2005
PERDENDO
IL GIAPPONE
Di Riccardo Rosati
Armando Editore, Roma - 2005

Con il saggio “Perdendo il Giappone”, Rosati pone in essere un’acuta riflessione su un fenomeno dall’aspetto inquietante in atto nel Giappone contemporaneo: l’irreversibile declino e sdradicamento della millenaria cultura nipponica a vantaggio di una massiccia e passiva apertura alle culture dell’occidente, segnatamente quella americana. Il nucleo tematico poco sopra enunciato prende corpo attraverso l’analisi di due romanzi che assurgono a emblemi di questa “perdita culturale”: Norwegian Wood di Murakami Haruki e Trash di Emi Yamada. In aggiunta, l’impiego di Tact, un programma di informatica, permette a Rosati di esemplificare con la dovuta cognizione di causa l’interpretazione dei due romanzi elaborata nelle pagine precedenti.
Segnaliamo agli addetti e ai non addetti, il saggio di Rosati per l’abilità con cui quest’ultimo ha saputo in poco spazio illustrare efficacemente un fenomeno culturale e sociologico che induce a un’ulteriore riflessione sul concetto, non privo di potenziali ambiguità, di “dialogo tra le culture”.
Annarita Curcio


Riccardo Rosati è anglista e critico cinematografico. Da anni si interessa di lingua e cultura del Giappone. Ha al suo attivo numerosi saggi e articoli su pubblicazioni italiane e straniere e ha preso parte a conferenze in Italia e all’estero, presentando studi sul rapporto cinema e letteratura, sulla linguistica e la letteratura giapponese. Ha pubblicato La trasposizione cinematografica di Heart of Darkness (2004), Nel quartiere (2004) e La visione nel Museo (2005).

Annarita Curcio è laureata in Discipline delle Arti Musica e Spettacolo con una tesi sul documentario etnografico. Si interessa di cinema e cultura orientale e di fotografia e ha all'attivo pubblicazioni su internet e riviste specializzate.
GLI ANTENATI DEI MANGA
di Matteo Rizzi (terza parte)
Nella lingua giapponese l’aggettivo okashii secondo il contesto può significare “interessante, strano, curioso” ma anche “ridicolo, comico, divertente”; già all’inizio del periodo Kamakura la parola okashi era usata per indicare l’umorismo, spesso riferendosi ai Kyougen (brevi farse eseguite fra le rappresentazioni del teatro No). Questa vena umoristica, costituisce una significativa ramificazione nell’arte giapponese principalmente nei generi pittorici oko-e, giga, fuushiga (di cui abbiamo trattato nel precedente articolo), ma non solo. Elementi comici si riscontrano ad esempio in alcune opere iconografiche a carattere religioso: nei rokudou-e (lett. “pitture delle sei vie”) in cui sono rappresentati i sei regni della reincarnazione descritti nei testi buddisti, il rotolo Jigoku zoushi (inferno) presenta scene di torture ai morti nelle quali traspare un senso di comicità. Questa corrente di humor e satira continua nel periodo Muromachi (1338-1573) attraverso la pittura nise-e così come nella letteratura otogi-zoushi o inpiccole prose a carattere narrativo che erano spesso illustrate.
Nei successivi periodi Momoyama e Edo (1573-1868) importanti artisti appartenenti a varie scuole tra cui Iwasa Matabee e Ogata Kourin fecero uso di
satira e parodie…senza risparmiare niente e nessuno! Alcuni poeti della corte Heian nei kasen-e (lett.”pitture d’immortali poeti ”) furonorappresentati come dei buffoni che ridono con la bocca completamente spalancata. Itou Jakuchuu invece nella sua opera Yasai nehan zu rappresentò tutti i Santi buddisti con sembianze vegetali…ed ancora satira nelle pitture hai-ga che illustravano le poesie per opera di Yosa Buson e Matsumura Goshun…satira nelle pitture zen-ga che trattavano tematiche relative allo zen per opera di Hakuin e Sengai…satira in alcuni ukiyo-e realizzati con lo scopo di criticare il malgoverno dello shogunato Tokugawa…e a questo punto qualcuno probabilmente pensò “Basta così”! Durante la riforma Tempou (1841-43) vi fu una prescrizione contro le opere che parlavano direttamente di persone e/o eventi contemporanei, in particolare qualunque tema che riguardasse il governo Tokugawa. E chi trasgrediva? Naturalmente era sanzionato! Molti artisti e scrittori furono puniti, inclusi Kitagawa Utamaro, Santou Kyouden e Watanabe Gyousai; perciò i fuushiga (lett.”pitture satiriche”) furono da quel periodo realizzate con il nome di satori-e e i contenuti “velati” per non rivelare il loro significato in modo troppo diretto. Un altro genere pittorico del periodo Edo è quello degli Ootsu-e, pitture molto caratteristiche per la loro grafica caricaturale; realizzate su formati di piccole dimensioni erano vendute ai pellegrini che si recavano al tempio Miidera nella città di Ootsu e ai viaggiatori che si fermavano alle stazioni postali lungo la strada Toukaidou. Questi piccoli capolavori non firmati né datati, graficamente erano caratterizzati da veloci pennellate di inchiostro e stesure uniformi di colori, solitamente giallo, arancio e verde preparati con pigmenti minerali. Tra le rappresentazioni più famose vi è quella del demone che camminando per le strade recita i sutra buddisti e chiede l’elemosina (Oni no nenbutsu). Oggi lo ritroviamo riprodotto su cartoline e vari gadgets che la gente acquista come amuleti portafortuna.
YUZEN
TESSUTI DEL KIMONO NUZIALI DELLA COLLEZIONE
DELL'ARTISTA AKIRA AKIJAMA DI KYOTO

di Anna Borgoni
Con il termine “yuzen” (nuovo – gioco), che si ricollega all’antica tecnica decorativa dei tessuti di Kyoto, l’oriente e l’occidente s’incrociano in un abbinamento festoso e cromatico d’oro e d’argento. Lo showroom Antonio Riva di Milano ha ospitato recentemente una serie di mobili disegnata con l’intento di proporre spazi e volumi inseriti nel concetto di mobile. Colore, proporzione, incastro, rivestimento di inserti tessili decorati codificano lo sviluppo del progetto yuzen. Alcuni arredi sono stati collocati in due spazi comunicanti e in due diverse situazioni: diurna con la dominante argentea e notturna con bagliori d’oro. Nella prima hanno fatto la parte del leone un tavolo, una seduta, e un porta oggetti componibile in legno laccato argento oltre a un tessuto di kimono antico dipinto a mano sempre nei toni argentei. Tra i complementi d’arredo realizzati in tessuto di kimono argento, una fascia da tavolo e cuscini. Nella seconda le tonalità dorate hanno avvolto un letto con cassetti e comodini a scomparsa, un mobile-panca con elementi componibili a incastro di legno dipinto color antracite e inserti in tessuto del kimono con decori in oro vero, martellato a foglia. bianco. I tessuti preziosi ricavati da kimono nuziali fanno parte della collezione del maestro Akira Akiyama, cultore dell’antica tecnica decorativa utilizzata nella produzione delle stoffe tradizionali giapponesi tessute e tinte artigianalmente. La figlia dell’artista – racconta la stilista Miki Tanaka, da anni nel nostroPaese - ha ripreso dagli archivi un intero kimono da sposa, dal tessuto rigido e sontuoso e ha utilizzato i teli di piccola
dimensione come inserti decorativi nei mobili. Ogni kimono – pezzo unico con nome particolare - evoca, simbolismi e segni della tradizione nipponica o alcuni tra i temi più amati della naturalità e del succedersi delle stagioni. Strisce di tessuto rivestono in giochi contrapposti di materiali e tonalità gli interni dei mobili o alcune superfici. Il ricamo, una delle infinite tecniche per ottenere sofisticate fantasie, avviene su tipi di broccato o di crépe pesante ottenuto con filati molto ritorti. Il kimono sfarzoso, l’abito formale per cerimonie, a volte rivela accostamenti tonali indediti. Quello nuziale in particolare, iro-uchikake, ha anche un mantello aperto e imbottito decorato con bagliori d’oro o argento, recante simboli beneauguarnti e viene indossato su un semplice kimono kakeshitaPuò essere composto da 1 a 6 vesti indossate una sopra l’altra. Il nodo sontuoso dell’obi o cintura coprinastri e cordoni, ferma il kimono. La struttura del kimono in realtà è semplice: si compone di quattro lunghe strisce rettangolari cucite in verticale. I canoni estetici e simbolici della veste e l’obi rispecchiano, il rango e l’età. I significati e le simbologie, le trame, i ricami evidenziano le raffinate tecniche di manifattura e la creatività di abilissimi ricamatori. Oro e argento si contrappongono spesso, anche nei più suggestivi Padiglioni di Kyoto, come il Kingakuji (tempio del Padiglione d’Oro), in origine villa di ritiro fatta costruire e ricoprire di lamine d’oro dallo shogun Ashikaga Yoshimizu nel 1349 e il Ginkakuji (tempio del Padiglione d’Argento), sempre dedicato al “buen retiro” dello shogun Ashikaga Yoshimasa (1452-90).

Info: And’studio, 0245487375, designer e architetto Guendalina di Lorenzo, Miki Tanaka stilista e consulente di note griffe. Sempre nel campo dell’homewear la Signora Tanaka sta sviluppando linee di cachemire da abbinare alla tecnica yuzen.
Anna Maria Borgoni, pittrice e giornalista si è laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano con una tesi su Lineamenti e modelli di una civiltà estetica nel Giappone di Fosco Maraini. È diplomata in Lingua e Cultura Giapponese all’Is.M.E.O. di Milano.
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Milano

CHANTAL ROSSATI
espone dal 10 settembre all’8 ottobre 2005
allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

LOREDANA BALDIN
espone dal 6 settembre al 2 ottobre 2005
allo Zen Sushi Restaurant
di Roma, via degli Scipioni, 243
Foto 1Come un piano elettronico, come un ambiente nudo, vuoto, come una sensazione di chiarore, sensibilità, purezza, volatilità, trasmissibilità; ma anche come una vita che si muove. Così sembrano alcuni dei suoi lavori; espressi con soggetti e cose, erbolari come li chiama, perché spesso tra gli scenari preferiti ci sono dei quadrifogli; erbe rare quanto la vita, uniche e quasi introvabili. Artista e poetessa che porta al piacere di sconfinare, di cercare connessioni possibili e immaginarie, di passare da a, da un piano all’altro, guardando superfici piatte e indistinte. Dai suoi vissuti intinge questi habitat pittorici dove tutto sembra un momento, in cui le cose sembrano leggere, radure di passaggi dalle parole della poesia al corpo dell’artista e da qui alle tele. Infatti sono immaginari ottenuti rivivendo, rifacendo, sperimentando,ottenendo da parti di se stessa, mani e piedi alla fotocopiatrice, disegni, impronte, e altre figure. Ogni volta diverse perché sono derivazioni dalle impressioni iniziali. Esempi per lei di un’esistenza che pensa ai vissuti che si fanno pensiero, ai viaggi, ai miraggi, alle illusioni, alle fantasie. Come le uscite e le entrate dai e nei tunnel, quando si presentano differenti ambienti visivi, planari, che non sembrano necessariamente sovrapposti ma, secondo il tempo in cui ci troviamo, restituire intensità, sensazioni, vibrazioni. Come abissi, vuoti, fallimenti, collassi, venute meno, cadute di riferimenti così l’opera Respirare il cielo pare titolo e finale di senso di una poetica artistica che incontra i sogni e le utopie, i non luoghi, gli immaginari, gli scenari: per alleggerire la vita, perché sia bella. Foto 1Relazioni dinamiche espresse con sentimenti manuali rivolti ad esplorare le malleabilità, le metamormosi, le proprietà delle materie. E’ questo l’intento poetico di questa scultrice, proiettata a dire che le figure sono in relazione. Fare sembrare altro le cose iniziali in modo da esprimere che ciò che sta alla base, le materie di partenza, sono in movimento. Questa esposizione presenta tuttavia una novità perché accanto alle serie di figure multidimensionali ci sono anche dei quadri. Tele ad olio e olio e tempere, come per esempio quelle che si intitolano gara di aquiloni su spiaggia e plenilunio. Due scenografie pittoriche abbastanza esplicite nel rappresentare quanto sopra. Una volta dosa le zone con bicromie nette, cosicché le ombre dei soggetti che giocano e quelle dei volanti si posizionino negli spazi del beige con affinità e progressive, lente, diluizioni. Nell’altro caso i colori sono disposti a raggera, esplosivi, espansivi, esuberanti, con impulsi e impeti di spargimento, allargamento. Le figure concrete, sculture, di medie dimensioni, si installano invece occupando gli spazi in modo da stabilire con essi una dinamica. Si tratta di direzioni energetiche, non movimenti, spostamenti immaginari, che riesce ad ottenere amalgamando le materie in modo che ne emergano le dimensioni. Cattura le forze imbrigliate, nascoste, portando fuori delle tensioni, degli scambi, delle scariche. I soggetti si contorgono, si lanciano, procedono in direzioni contrarie, cadono all’indietro, si sporgono, equilibrandosi, bilanciandosi con l’esterno. Contorsioni, giravolte, concentrazioni, donne e uomini che si divertono e combattono con quanto c’è intorno, tendendosi, sospendendo, capovolgendo.
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