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Pagine Zen N° 44
ottobre/novembre 2005
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
Non credere che questo silenzio sia inutile e vuoto . Entrare in monastero e fare Zazen in silenzio, o lasciare il monastero e andarsene in giro sono entrambi la forma dell’ininterrotta pratica del monastero.Tale ininterrotta pratica… è il regno della libertà dalle condizioni, allo stesso modo per cui il cielo è libero dalle tracce degli uccelli in volo; è il regno dove si è completamente uno con l’intero universo… Non sprecare il tempo necessario alla pratica, ma piuttosto pratica nello spirito di una persona che cerca di estinguere una fiamma tra i suoi capelli.Non stare seduto in attesa dell’illuminazione, poiché la grande illuminazione va trovata nelle attività quotidiane, come mangiare o bere tè… è l’incessante pratica di essere libero in ogni cosa, qualunque essa sia. Questa vita di un sol giorno è una vita di cui gioire. A causa di ciò, anche se vivi per un sol giorno, se puoi essere destato alla verità, quest’unico giorno è immensamente superiore a una vita eterna… Se quest’unico giorno in una vita di cento anni va perduto, potrai mai afferrarlo di nuovo?

Eihei Dogen Shobogenzo Gyoji - Ininterrotta pratica.
LIBRI: ZEN
Religione, Filosofia, Stile di Vita
di Tetsugen Serra - Fabbri Editori, Milano - 2005
Zen: religione, filosofia o stile di vita? Un libro che affronta l’argomento nei suoi tre principali aspetti, dalla sua nascita in seno al Buddismo alla sua diffusione in occidente come corrente di pensiero, alla sua pratica nella vita quotidiana. Sì, perché lo Zen può entrare davvero a far parte del nostro modo di essere e delle nostre abitudini: nel camminare, nel respirare, nel sedersi, nel dormire, nello scrivere, ma anche nell’arredare la casa, nel prendersi cura di un giardino o del proprio corpo. Lo Zen è la ricerca della vita vera, libera e incondizionata e corrisponde a tutte le nostre ricerche che vanno in quella direzione. Qualunque sia la ragione per cui desiderate avvicinarvi allo Zen, la pratica seria di questa disciplina apporterà alla vostra vita chiarezza ed energia, consapevolezza e serenità. Questo libro non vuole essere esaustivo di tutti gli argomenti che affronta, ma un’introduzione, un avvicinamento allo Zen. Seguendo le pratiche consigliate, i neofiti potranno iniziare a prendere in mano la propria vita sul cammino della consapevolezza. Le persone che invece già conoscono lo Zen, troveranno in queste pagine una finestra sui differenti aspetti della sua storia e della sua pratica. Tetsugen Serra, nato a Milano nel 1953, studia e segue il suo iter monastico in Giappone, dove consegue il diploma in Master Zen Shiatsu presso lo Yokai Shiatsu Center di Tokyo. Nel 1988 torna in Italia e fonda il monastero Zen “Enso-Ji” Il Cerchio, prima realtà italiana residenziale Zen in città. Nel 1990 apre la Scuola Zen di Shiatsu® che unisce la pratica Zen alla disciplina Shiatsu e della quale è direttore didattico. Nel 1995 fonda il monastero di montagna “Sanbo-Ji” Tempio dei Tre Gioielli, un complesso monastico Zen immerso nel silenzio delle colline tosco-emiliane. E’ stato consigliere direttivo dell’UBI (Unione Buddista Italiana) e probiviro sia della FNSS (Federazione Nazionale Scuole di Shiatsu) sia della FIS (Federazione Italiana Shiatsu). Nel 2002 è stato cofondatore della sezione milanese della World Conference of Religion for Peace. Autore di diverse pubblicazioni di settore, collabora con riviste e programmi televisivi.
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I MITI GIAPPONESI
Tra folclore locale e universalità dei contenuti
Simonetta Ceglia (quarta e ultima parte)
La mitologia e cosmogonia giapponese ebbero un ruolo chiaramente politico nel Giappone protostorico, pari a quello che ebbe la mitologia greca nel mondo antico. Eppure, una differenza emerge evidente. Se nella mitologia greca, il re Agamennone è un nipote del dio Zeus, oggi i suoi discendenti non governano più, come sovrani, la Grecia. Al contrario, i discendenti del nipote celeste (tenson) della dea Amaterasu, ossia il dio Hiko Ho no Ninigi (Principe spiga/fiamma, perla rossa) sono ancora oggi considerati gli antenati dei vari clan che storicamente abitarono il Giappone e fra questi, il clan da cui discende la famiglia imperiale che a quella tradizione si richiama. Il dio Ho no Ninigi, dove ‘ho’ significa ‘spiga’ oppure ‘fiamma’, reca nel nome il riferimento ad uno dei molti epiteti poetici usati per indicare il Giappone: il Giappone è mizu ho no kuni (paese delle giovani spighe) ed anche toyo ashi hara (pianura ricca di canne) ad indicare la fertilità di quelle isole scelte dagli dei celesti quale loro abitazione terrestre. Il mito di Ho no Ninigi no mikoto è divisibile in due parti.
La prima parte narra della discesa di questo dio sulla terra e nello specifico nell’isola giapponese del Kyuushuu; nella seconda parte viene narrato il matrimonio fra il dio celeste, nipote della dea solare Amaterasu, ossia Ninigi, e una dea terrestre, ovvero una divinità locale (kunitsu kami), una dea che abita nella regione del Paese centrale della Pianura delle Canne in cui vengono a vivere gli dei del cielo.
L’ordine di scendere sulla terra viene dato dalla dea solare Amaterasu al dio Takagi, padre di Ninigi, ma costui rinuncia all’augusto comando in favore del figlio. Takagi è una divinità molto importante del pantheon shintou: è una delle tre divinità invisibili cui si deve la creazione stessa.
Qui presentato con il nome di Takagi (Albero alto), nei primi capitoli del Kojiki questo dio è Taka mi musubi kami (Alto e augusto spirito che genera). Taka mi musubi kami, Ame no mi naka nushi (Signore dell’augusto centro celeste) e Kamu musubi (Divino spirito che genera) sono le prime tre divinità shintou di cui vi sia menzione: queste divinità, si dice letteralmente nel Kojiki, ‘nascosero il corpo’, ossia a differenza degli dei successivi, essi sono invisibili ed è a loro che si deve la creazione tutta. Oggi queste divinità primordiali e ‘senza corpo’ (dunque, senza un’iconografia che le rappresenti) sono quasi del tutto ignorate dalla venerazione popolare; eppure, nel panorama primordiale delle creazione questi tre dei, comparsi dal nulla o meglio dal Caos (konton), sono zouka sanjin, le tre divinità della creazione. Nella concezione shintou, la creazione va intesa come generazione per via sessuale: non si tratta cioè del concetto della filosofia occidentale di creazione dal nulla; le tre divinità shintou sono divinità che hanno esse stesse un’origine, hanno una storia e un tempo, non sono al di fuori di questa cornice spazio-temporale. Dei tre zouka sanjin solo Ama no minaka nushi non ha nel nome alcun riferimento al generare (musubu); secondo alcuni commentatori questo dio risiede al centro del cielo, quale pilastro e signore dell’universo; gli altri due dei rappresenterebbero lo spirito, la forza creatrice, emanata da Ama no minaka nushi. In sostanza Takami musubi e Kamu musubi sarebbero due sue anime, l’una maschile (Takami musubi) e l’altra femminile (Kamu musubi). Queste due divinità esprimono, pertanto, la capacità di generare del dio che risiede e governa il centro dell’universo. L’idea di un dio che sta al centro dell’universo e della creazione tutta è una concezione cinese, così come d’origine cinese, ed in particolare taoista, è il principio dello yin-yang (in giapponese in-you) ossia tenebre - luce, luna – sole, femmina – maschio, binomi e coppie non in opposizione ma in movimento, da cui discende la vita stessa. La prima parte del mito di Ninigi è molto importante dal punto di vista politico, in quanto, sebbene in chiave mitologica, il vincente clan di Yamato cercava di motivare la propria supremazia sugli altri clan, richiamandosi agli dei celesti (amatsu kami) e fornendo una giustificazione di tipo politico-religioso alla propria vittoria. Il clan Yamato è vincente perché discende direttamente dal nipote della dea solare Amaterasu, ossia da Ninigi. In questo modo, anche le divinità che accompagnano Ninigi in questa sua ‘ambasciata’ e ‘spedizione’ nel Paese centrale della Pianura delle Canne diventano altrettanti antenati di corporazioni e clan del Giappone agli albori della storia.
Tutta la mitologia precedente alla vittoria del clan di Yamato (dai miti dell’isola del Kyuushuu al cosiddetto ciclo di Izumo) deve essere, dunque risistemata, in chiave politica; vi sono miti che vanno interpretati come miti più importanti di altri o che comunque devono essere riaggiustati in modo tale che non vi sia contrasto fra loro. La prima parte del mito di Ninigi mostra un chiaro esempio di questo processo di ‘riaggiustamento mitologico’: accanto alla dea del sole, la dea Amaterasu, compare un altro dio solare (Sarutabiko, Principe del campo di scimmie) appartenente forse ai miti locali del Kyuushuu, ma subito questo dio si auto-definisce ‘dio terrestre’ (kunitsu kami) e dunque ‘servo’, vassallo degli dei celesti. L’episodio che precede la discesa di Ninigi (in giapponese,
tenson kourin ‘discesa del nipote celeste’) è la cosiddetta 'cessione della terra' (in giapponese, kuni yuzuri) ovvero quando, nella regione di Izumo, Oukuninushi (Signore del grande paese, dio discendente dal dio Susanoo, fratello minore di Amaterasu) abdica in favore degli dei celesti e si ritira dalla vita politica. Dopo questo evento, Amaterasu manda suo nipote a governare. Nel mito vengono consegnati al dio Ho no Ninigi i ‘tre gioielli’ (san shu no shingi, ‘oggetti divini di tre tipi’) che sono emblema del potere imperiale: la collana di perle, lo specchio metallico ed una spada. Dei tre doni, solo lo specchio fu usato, secondo il mito relativo alla dea Amaterasu, durante l’eclissi per far uscire dalla grotta la dea del sole e farla ritornare in cielo; la collana di gemme era invece fra le molte e diverse offerte poste davanti alla grotta, mentre la spada è quella usata da Susanoo per uccidere il serpente dalle otto teste, come nel mito di Yamata Orochi. Il possesso dei ‘tre tesori imperiali’ consacra ancora oggi al trono nipponico il legittimo sovrano. Dei tre gioielli, sicuramente il più importante è lo specchio che non viene mai indicato come kagami (specchio) ma come mi tama (augusta anima). Uno specchio metallico è conservato in ogni santuario shintou affinché lo spirito della dea solare lo possa abitare.
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
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Il tentativo di autolegittimazione da parte del clan Yamato è dunque molto chiaro: la dea solare Amaterasu consegna i tre gioielli al nipote Ninigi e Ninigi è il diretto antenato del primo imperatore (tennou) nipponico. Infatti, come si vede nella II parte del mito, Ninigi sposa la dea figlia di un dio terrestre (la dea del Monte Fuji), Ko no hana no sakuya hime, da cui avrà 3 figli. Da uno di questi tre figli, specificatamente da Yamasachi hiko no mikoto (Fortuna del monte), discenderà Ugaya Fuki Aezu no mikoto e poi Jinmu tennou, I mitico imperatore della stirpe imperiale regnante.
Il mito di Ninigi, qui brevemente narrato, ha un evidentissimo valore politico; esso entra nella ‘storia’, ne fornisce una lettura, una spiegazione, seppure sempre dalla parte di chi è risultato vincitore della contesa politica. Per questo, è importante conoscere la mitologia, evitando di trasformarla in fanatismo religioso o politico. A mio giudizio, essa deve essere intesa proprio in chiave antropologica, come tessuto socio-culturale di un popolo, come background cui una cultura si richiama, ma sempre alla luce del relativismo culturale che sa tracciare confronti aperti, ritrovare somiglianze e punti d’incontro fra culture diverse. Ogni cultura ha un suo concetto di ‘Inferno’, un suo concetto di ‘Cielo’, ma le somiglianze vanno anche più in profondo, quando si riescono a rintracciare profili di divinità o eroi dai comportamenti simili, che attraversano culture diverse: pensiamo al mito della discesa negli Inferi o a vari tabù religiosi e sacrali condivisi da popoli in tempi e spazi pur distanti fra loro. Il mito, come la fiaba del resto, è forse proprio quel terreno di ‘coltura’ in cui crescono gli archetipi, ossia quelle immagini dell’inconscio universale, o meglio come lo definiva Jung, dell’inconscio collettivo, che è patrimonio comune ed ereditario dell’uomo. Nel pensiero junghiano, a testimonianza dell’esistenza degli archetipi, vi sono da un lato i sogni, ‘produzioni oniriche soggettive’ in cui si presentano spesso motivi, non riconducibili ad esperienze personali; dall’altro lato, vi è l’universo mitologico e fiabesco, una produzione ‘immaginifica’ in cui ricorrono troppo spesso dei temi, delle figure, delle visioni del cosmo comuni a culture diverse, spesso lontanissime spazio-temporalmente fra loro, dei minimi comuni denominatori culturali fra popoli del tutto privi di accertati contatti reciproci, perché si possa parlare di influsso diretto di un’esperienza storica su un’altra. L’auspicio è dunque che queste storie di divinità giapponesi possano, sì, suscitare curiosità ed interesse, ma non per innescare un ‘esotismo spicciolo’, quanto piuttosto per diventare strumento di riflessione sulla cultura nostra e altrui, su mondi vicini e mondi meno vicini, ma non per questo meno parte di un’umanità universale.

Simonetta Ceglia.Laureata in lingua e letteratura giapponese presso l’Università degli Studi di Venezia e premio di laurea per la tesi di traduzione dell’ultimo romanzo dello scrittore Endoo Shuusaku, Fukai kawa (Fiume profondo) – collabora alle varie attività dell’associazione Fuji dal 2001, occupandosi in particolare del corso online di lingua giapponese. www.fujikai.it
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LA CINA
Prospettive d'arte contemporanea
di Isabella Donisetti Eramo
Milano, Spazio Oberdan, 29 giugno - 2 ottobre 2005
Aveva ragione Napoleone Bonaparte quando, sul finire del XVIII secolo, scriveva: “La Cina è un gigante addormentato… quando si sveglierà, farà tremare il mondo”. Forse ci siamo: la profezia napoleonica sembra si stia avverando. Sta di fatto che ultimamente la Cina “tiene banco” e occupa le pagine dei giornali e i pensieri di economisti, imprenditori, politici, analisti… Ma per fortuna il fenomeno non si riduce soltanto a squisiti problemi di import/export, né alle sole previsioni di ipotetiche nuove “guerre fredde”. La Cina sta occupando la scena mondiale anche in campo culturale e in chiave positiva. Spettacoli, esposizioni e aste antiquarie, pubblicazioni, rassegne cinematografiche, mostre d’arte, manifestazioni di vario genere si susseguono anche in Italia e offrono nuove chiavi di conoscenza e di comprensione del grande paese asiatico, del suo popolo, della sua cultura, del lungo e frenetico cammino che ha percorso negli ultimi decenni. Ne è un esempio la mostra “La Cina: prospettive d’arte contemporanea” promossa dalla Provincia di Milano allo Spazio Oberdan, che offre una panoramica di sintesi delle principali tendenze degli artisti e dei movimenti dell’arte cinese contemporanea.
“In poco più di vent’anni – ha detto la curatrice della mostra Daniela Palazzoli presentando la rassegna – è passata dal comunismo al consumismo, in una corsa mozzafiato verso la globalizzazione. Attraverso gli artisti noi scopriamo i retroscena, le realtà sociali e umane e gli effetti di solito drammatici, che questi cambiamenti provocano sia nel contesto storico sia nella vita di tutti i giorni”.
Yue Minjun, Il Duca ed io, 1996, olio su tela 46 x 55 cm
La mostra – analogamente al catalogo edito da Skira, che costituisce attualmente il primo e unico repertorio in lingua italiana su protagonisti, filoni e tendenze dell’arte cinese degli ultimi decenni – prende le mosse dal periodo in cui gli artisti reagiscono alla disillusione provocata dal massacro di Piazza Tienanmen (4 giugno 1989). Alcuni emigrano, fuggono all’estero. Altri scelgono di restare in patria e non rinunciano a testimoniare, ricorrendo ad uno stratagemma che ha radici profonde nella tradizione cinese: lo stile popi. Durante le fasi più sofferte della storia dell’impero cinese, l’artista si fingeva pazzo, si atteggiava a “scemo del villaggio” e accettava di vivere ai margini della società: si ritagliava, così, uno spazio di libertà espressiva che, altrimenti, gli sarebbe stato negato. La corrente del “Realismo Cinico”, che si sviluppa all’inizio degli anni ’90, si ispira appunto all’atteggiamento popi. Ne sono esponenti alla mostra di Milano Liu Wei, Fang Lijun, Yang Shaobin e Yue Minjun il cui dipinto “Il Duca ed io” è stato scelto come
“logo” della mostra e ben rappresenta il popi: l’artista ritrae se stesso, qui come in tutte le sue opere, mentre ride smodatamente, proprio come un “artista pazzo”, ma evoca anche l’idea della famosa risata che tutto seppellirà, ferocemente critica nei confronti della realtà contingente. Il “Pop Politico” è rappresentato da opere del suo iniziatore, Wang Guangyi, che mette in evidenza le analogie fra il potere d’indottrinamentodellapropaganda maoista e quello del marketing dell’economia consumista, fondendo iconografia politica e immagini pubblicitarie. Ben rappresentato in mostra è anche il gruppo di giovani artisti (Zhang Huan, Rong Rong, Ma Liuming e Zhu Ming) che all’inizio degli anni ’90 danno vita a nuove espressioni artistiche basate sulla performance. La fotografia come tecnica di espressione artistica inizia ad affermarsi in Cina a partire dagli anni ’80, seppure frenata dalle difficoltà economiche e si rivela strumento ideale per l’evocazione
dolorosa del passato.


Riprendono le attività

origami
aquiloni-sculture mobili
cartapesta leggera
giochi di carta
libro fatto a mano-scatole utili
Serate di meditazione attiva
con l’arte giapponese del
suminagashi
(inchiostri fluttuanti)

Seminari di arti cartarie orientali
e serate dedicate a Paper Zen

Paper Factory
Corso San Gottardo 18, 20124 Milano
Tel. 02.83.22.170
Cell. 333.3836620
www.paperfactory.it
kami@paperfactory.it
Significativi i dittici di Hai Bo, che mostrano luoghi e gruppi di famiglia prima e dopo la Rivoluzione Culturale, consentendo di misurare gli effetti devastanti ed i vuoti lasciati da una dolorosa fase della storia recente. Con l’avvento dell’economia di mercato cresce il desiderio di arricchirsi e di esibire la propria ricchezza. Specchio di questa situazione è la “Gaudy Art” (rappresentata da Liu Jianhua, Xu Yihui, Liu Zheng, Wang Qingsong e dai Luo Brothers), che illustra le nuove aspirazioni, i nuovi stili di vita, i nuovi gusti improntati al kitsch. Nel frattempo le città cinesi come Pechino, Shanghai, Guanzhou e tante altre si trasformano in megalopoli, stravolgendo il proprio aspetto e l’atmosfera che le ha sempre caratterizzate. Molti artisti racconta questo rivolgimento con le foto come Weng Fen e Yang Zhengzhou, con il collage come Xue Song, con la scultura come Sui Jianguo e come Zhang Dali. Ma accanto a questa registrazione un po’ compiaciuta e un po’ critica delle vertiginose trasformazioni degli ultimi anni, affiora anche un forte desiderio di riscoprire le radici culturali e le forme artistiche più legate alla tradizione e all’identità cinese. Innanzitutto la scrittura, una delle espressioni artistiche più radicate ed apprezzate nella Cina colta di tutti i tempi, viene ripresa in vari modi. Le “fantasie” di ideogrammi realizzate con materiali insoliti da Gu Wenda, tra cui capelli, colpiscono particolarmente, ma evocano suggestivamente una serie di riflessioni: non è proprio con il taglio dei capelli (il famoso “codino”) che i cinesi di inizio Novecento sottolineano il tramonto della vecchia Cina con la caduta dell’impero e la nascita della Cina nuova con l’avvento della repubblica nel 1912? E non sono ancora i capelli i protagonisti dell’antica arte della calligrafia, in quanto materia prima per la realizzazione di pennelli adatti a particolari stili calligrafici? Non passa inosservato il messaggio di Ai Weiwei che con la sequenza fotografica “Dropping a Han Dinasty Urn” sembra voler marcare la scomparsa della Cina della tradizione, la rottura con il passato. Ma successivamente, ritagliando la mappa della nuova Cina da legni pregiati recuperati dalla demolizione di un antico tempio, sembra ribadire il vecchio adagio “È dal passato che nasce il nuovo”, pur non nascondendosi che la trasformazione non sarà indolore. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone Huang Yang che, con la serie fotografica “Chinese Shan Shui (paesaggio cinese), Tattoo series”, riprende la tecnica tradizionale della pittura di paesaggio, pur su supporti del tutto inediti, come il corpo umano.
Ancora più esplicito è il suo messaggio di recupero delle radici culturali nei due esempi di “pigmento cinese su ossa” esposti a Milano: paesaggi monocromi come nella migliore tradizione pittorica e, come se non bastasse, realizzati su ossa di animali. Come non pensare alle “ossa oracolari” che nel II millennio a.C. hanno testimoniato la nascita delle prime forme di scrittura cinese e, quindi, l’origine della stessa cultura cinese? Dunque la sfida che questi artisti vogliono testimoniare e sostenere è la conquista di una nuova “normalità”, capace di individuare e governare un nuovo equilibrio tra mondo globalizzato e identità culturale cinese.

Isabella Doniselli Eramo, sinologa, curatrice dal 1978 di corsi e cicli di conferenze sulla storia e la cultura della Cina, socio fondatore del Centro di Cultura Italia Asia G. Scalise, già responsabile per l’area Cina del Comitato di Esperti dei Quaderni Asiatici, svolge prevalente attività di collaborazione giornalistica. Tra le sue pubblicazioni “Primo incontro con la Cina”, Consedit Editore, Milano 1994.

Si ringrazia Quaderni Asiatici
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IKEBANA
Pensieri
Comprendere il cambiamento

Da qualche anno a questa parte tutto cambia sempre intorno a me più velocemente del solito e continuamente sono obbligata a cambiare visione delle cose.
Mi sono sempre piaciuti i cambiamenti e non ho mai avuto delle abitudini radicate di gesti o cose di cui non possa fare a meno, ma adesso sembra che la vita, le circostanze mi obblighino più in fretta del previsto a lasciare cose e abitudini per il nuovo.
Così l’Ikebana è stata la palestra per imparare il centro e la visione ampia e non fossilizzata, per vedere Banneril tutto e scegliere il meglio e accettare e comprendere il cambiamento; abbandonare i pregiudizi dopo averli scoperti.
Arrivare all’essenziale è la più grande difficoltà, ma la ricerca è comunque la cosa più interessante della vita.
Quest’anno mi è piaciuto particolarmente accudire la mia composizione a casa ed osservare i cambiamenti o fare delle modifiche anche radicali nella composizione mentre i giorni della settimana passano.

Romana Ferraris
Tagliare il superfluo

Credevo che fare Ikebana volesse dire, soltanto, creare una bella composizione floreale.
Invece, dietro alla naturalezza dei rami, delle foglie e dei fiori, si nasconde una grande decisione e volontà dell’uomo.
Infatti, occorre tagliar via tutto ciò che è superfluo, per creare una bellezza essenziale e genuina.
In questo senso, comprendo bene perché l’arte dell’Ikebana sia stata praticata soprattutto dalla classe dei Samurai.
Fare Ikebana significa per me un momento di pausa, come un’oasi per il mio spirito.

Tomolo Hoashi

CENTRO INCONTRI CULTURALI ORIENTE - OCCIDENTE
CENTRO DI CULTURA GIAPPONESE DI MILANO
Corsi di ikebana
Seminari di “ikebana therapy”
Pratica meditativa zen
Viaggio in Giappone
Samurai ieri e oggi
Il Giappone nell’arte occidentale
I valori della cultura giapponese
Conversiamo in lingua giapponese
Shodo (calligrafia giapponese)

Via Lovanio,8 Milano 02-5466508 / 89692171
info@centroincontriculturali.org

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COSI' PARLAVA MORIHEI UESHIBA

Ai vuol dire anche amore. Ho deciso di chiamare Aikido il mio unico Budo benché Aiki sia un termine molto antico.
L'Aiki non è una tecnica per combattere o vincere il nemico. E' il mezzo per riconciliare il mondo e riunire gli esseri umani in una sola famiglia.
Il segreto delI'Aikido sta nell'armonizzarsi con il movimento dell'universo stesso. Chi ha scoperto il segreto dell'Aikido ha l'universo dentro di sé e può dire: "Io sono l'universo. Non vengo mai sconfitto, quale che sia la velocità d'attacco del nemico. Non è la mia tecnica ad essere più rapida della sua, non è una questione di velocità. Il combattimento è terminato prima di incominciare. Quando un nemico mi vuole sconfiggere, deve innanzitutto spezzare l'armonia dell'universo. Dunque, nel momento stesso in cui ha l'intenzione di battersi con me, egli è già sconfitto". Non esiste alcuna misura di tempo, rapido o lento. L'Aikido è la non-resistenza. Dato che è non-resistenza, essa è sempre vittoriosa. Chi ha uno spirito pervertito, uno spirito bellicoso, è sconfitto fin dall'inizio. Allora, come potete rettificare il vostro spirito pervertito, purificare il cuore ed essere in armonia con l'attività di tutte le cose della natura? Per prima cosa, dovete far vostro il cuore di Dio. E' un grande Amore onnipresente in ogni luogo e in ogni tempo. Quando esiste l'amore non vi sono disaccordo né nemici. Chi non è d'accordo con ciò non può essere in armonia con la natura e l'universo. Il suo Budo è quello della distruzione. Non è Budo. Il vero Budo non é misurarsi, vincere o perdere. Esso non conosce la sconfitta. Vincere vuol dire vincere sullo spirito di disaccordo. Non guardate gli occhi del vostro avversario oppure questi cattureranno il vostro spirito. Non guardate la sua spada oppure questa vi ucciderà. Non guardatelo, altrimenti il vostro spirito verrà distratto. Il vero Budo è l'acquisizione dell'attrazione mediante la quale aspirate l'intero corpo dell'avversario. Tutto ciò che ho da fare è mantenermi in questa Via. Quando egli attacca, colpendo, si ferirà a causa della sua stessa intenzione di colpire. Io sono unito all'universo e nient'altro. Non c'è avversario né nemico. Avete torto se pensate che il Budo significhi avere avversari e nemici, essere forti e abbatterli. Il vero Budo è l'unione con l'universo. Nell'Aikido bisogna volere la pace fra tutti gli esseri umani, non desiderare di essere forti e nemmeno allenarsi solo per battere un avversario.Quando qualcuno mi chiede se i principi del mio Budo si ispirino alla religione, rispondo di no. I principi del mio Budo illuminano le religioni e aprono loro la via.Essere calmi in qualunque circostanza ci si trovi ad attaccare. Non avere alcun attaccamento alla vita, né desiderio della morte ed avere uno spirito libero, non solo quando si è attaccati, ma anche nella propria vita quotidiana. II vero Budo è amore, dono della vita e non uccidersi l'un l'altro, né battersi con gli altri.L'amore è un Dio protettore di ogni cosa. Nulla può esistere senza di lui. L'Aikido è la realizzazione dell'amore.
La Scuola della Respirazione si prefigge di far conoscere una filosofia praticata in particolare dai Maestri Ueshiba e Noguchi, quale si trova espressa nelle opere pubblicate da Itsuo Tsuda. Quasta filosofia si potrebbe definire come “Scoperta dello Spirito del Cuore di Cielo Puro” (Tenshin).

Via Fioravanti, 30 – Milano
Tel. 02 6575570 / 34932037
www.scuoladellarespirazione.org
Io non mi faccio amici fra gli uomini ma sono amico di Dio. L'Aikido non qualifica le cose come "buone" o "cattive", ma custodisce ogni cosa in uno sviluppo e in una crescita costante: esso serve al perfezionamento dell'universo. Nell'Aikido controlliamo lo spirito dell'avversario prima di fargli fronte. Dobbiamo avere una visione completa del mondo. Noi leghiamo e unifichiamo gli avversari con la volontà dell'amore. Attraverso l'amore siamo capaci di purificare gli altri. Comprendete l'Aikido principalmente come Budo e poi come la Via che serve a costruire la famiglia del mondo. L'Aikido non è per un solo paese o per una sola persona. Il suo unico fine è di compiere il lavoro di Dio. Il vero Budo è uno spirito di riconciliazione tra gli esseri. La riconciliazione permette la realizzazione di ciascuno. La Via significa essere uniti alla volontà di Dio e praticarla. Se ce ne discostiamo, anche leggermente, non sarà più la Via. Possiamo dire che l'Aikido sia un mezzo per scacciare i demoni con la sincerità del nostro Kokyu e per trasformare il mondo demoniaco in un mondo dello spirito. Questa è la sua missione. Il mondo demoniaco verrà abbattuto e lo spirito si innalzerà vittorioso. L'Aikido porterà i suoi frutti nel mondo. Senza Budo una nazione va alla rovina, poiché il Budo è la sorgente della attività. Quelli che si incamminano nell’Aikido dovranno aprire il loro spirito, ascoltare la sincerità di Dio attraverso l'Aiki per comprendere il ruolo purificatore dell'Aikido, praticare e migliorarsi senza scontro. Cominciate a coltivare il vostro spirito, non per correggere gli altri ma per correggere il loro spirito. Questo è l'Aikido. Questa è la missione dell'Aikido e deve essere la vostra.


Morihei Ueshiba nacque in Giappone, nel 1883. Da ragazzo iniziò lo studio delle arti marziali classiche e della spada. Il suo maestro più importante fu Sokaku Takeda da cui apprese le tecniche della scuola Daito ryu. Da giovane Ueshiba si allenava duramente per divenire più forte. In seguito, la sua ricerca lo portò a una diversa visione delle arti marziali, anche sotto l’influenza di Onisaburo Deguchi della religione Omoto kyo. La sua arte, che arrivò a definire non marziale, cambiò nome diverse volte e solo durante la seconda guerra mondiale prese il nome di Aikido, Via dell’Armonizzazione, o della Fusione del Ki. Nel dopoguerra, egli considerò sempre di più l’Aikido come una via dell’Amore, in cui non ci sono nemici. Il suo interesse, invece, era trovare la fusione con l’energia dell’altro e quindi con tutto ciò che lo circondava. La ricerca dell’armonia è evidente nella Pratica respiratoria, che precedeva sempre le tecniche eseguite a coppie. Oggi a più di 35 anni dalla morte di O Sensei, questa parte dell’Aikido è quasi completamente dimenticata. Nei dojo della Scuola Itsuo Tsuda essa è stata mantenuta e viene praticata regolarmente..
SHURIKEN
Le armi da lancio dei samurai
Di Giacomo Merello - Shodan Daito-ryu Aikubudo
Poche altre armi sono note nell’immaginario collettivo come le shaken, meglio note come le “stelle”, lanciate dai ninja. In realtà questo diffuso mito deriva quasi esclusivamente dai b-movie hollywoodiani: nel Giappone storico questo tipo di armi non era solo appannaggio delle “spie”, anzi, faceva parte dei classici strumenti di difesa del samurai. Prima di tutto le shaken erano usate pochissimo perché molto imprecise, facilmente influenzabili dai fattori atmosferici e di poca efficacia di penetrazione. Erano armi troppo leggere, infatti, per produrre un danno significativo in altri punti al di fuori degli occhi o della gola – che per essere colpiti richiedevano in ogni caso una precisione che le “stelle ninja” semplicemente non possedevano. Di diffusione molto maggiore erano invece gli altri tipi di shuriken, a forma o di piccoli coltelli (kunai) o di spuntoni acuminati di diverse forme o lunghezze (bo-shuriken). Queste tipologie permettevano al praticante allenato di raggiungere una notevole precisione nel lancio, salvo naturalmente il limite della distanza. A prescindere dalla forma, infatti, la distanza ideale perché uno shuriken possa essere usato con una buona efficacia, è intorno ai 4-5 metri, fino ad un limite teorico di 10 metri. Oltre, l’estrema difficolta di calcolo ed esecuzione della traiettoria, anche arrivando l’arma a segno non avrebbe forza sufficiente per produrre ferite di una qualche entità. Sono due, quindi, le tecniche principali usate per il lancio degli shuriken: entro i 4 metri con una traiettoria a parabola e senza alcuna rotazione; dai 5 in poi occorre invece introdurre nel movimento una rotazione completa sull’asse verticale… qui le cose diventano complicate, perché circa ogni tre passi bisogna aggiungerne un’altra, ed ad ogni rotazione diminuiscono le probabilità di arrivare a bersaglio con precisione e con la parte appuntita per prima. E’ di immediata intuizione che, finchè la situazione rimane statica, la tecnica avrà una certa difficoltà, invece crescente sino al quasi impossibile in una situazione dinamica dai 5 ai 10 metri di distanza. Chiariamo, in ogni caso, cosa si intenda per precisione: colpire lì dove si intendeva con una buona percentuale di riuscita. Nemmeno i grandi maestri avevano una percentuale di riuscita del 100%, pressochè impossibile con questo tipo di armi, a causa delle troppe variabili in gioco. Ecco quindi che cade anche l’ultimo mito sugli shuriken: non
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uccidevano in un unico colpo, ogni tipo di shuriken veniva tirato con grande frequenza nel più breve lasso di tempo possibile, in modo da essere certi che almeno uno dei 3-5 lanciati colpisse il bersaglio. Ed il fine principale (e realizzabile) era quello di disturbare o ferire il nemico agli occhi, alle mani od alla gola, per ucciderlo poi nel momento di distrazione o dolore con una delle armi classiche come la katana od il wakizashi oppure usando un altro shuriken come pugnale. Nella nostra scuola tradizionale, il Daito-ryu Aikibudo, sono ancora tramandate delle originali tecniche di shurikenjutsu, che sfruttano uno spuntone di acciaio lungo circa 20 cm. e simile ad uno spesso spiedo. Esistono tecniche differenti per le due distanze, entro ed oltre i 4 metri, e le si allena in genere all’aperto contro il retro di un vecchio tatami (materassina giapponese) in paglia di riso. Grazie al loro peso, superiore alla media, i bo-shuriken da noi usati hanno una grande capacità di penetrazione. Sono ed erano utili come arma sussidiaria da usare, in caso di emergenza, sulle parti molli del corpo dell’avversario o per portare degli atemi (colpi) ai punti vitali. Tradizionalmente venivano usati per difendersi, ma soprattutto per uccidere e catturare piccoli roditori con cui sfamarsi in montagna o nelle foreste, durante i periodi di ritiro marziale e spirituale: si diceva che per sopravvivere in solitudine, all’epoca, fosse necessario essere maestri di shuriken. Oggi noi pratichiamo ancora quest’arte tramandandone le tecniche senza più nessuno scopo di caccia o di ferimento degli animali, ma con il fine di migliorare noi stessi nell’allenamento e di tramandare ai posteri questi antichi insegnamenti: eppure, ogni volta che prendo in mano uno shuriken, non posso fare a meno di essere trasportato indietro nel tempo, un samurai vagabondo alla ricerca di cibo nelle verdi e fredde foreste del Paese del Sol Levante.
3 x 3 METRI DI GIARDINO GIAPPONESE
Di Maurizio Rolfi
Nella Rubrica “L’esperto risponde” della Rivista BONSAI & NEWS edita da Crespi Editori, abbiamo letto una interessante risposta a un lettore dell’esperto di bonsai e giardini Maurizio Rolfi, per trasformare una piccola area in un mini giardino.

Caro Mauro, non disdegno assolutamente la sua richiesta, vuoi perché l’attinenza giardino-bonsai è molto stretta, vuoi perché se il bonsai è il mio hobby, il giardino è la mia professione. Quindi mi sento umilmente in grado di poterle dare qualche consiglio utile. Lo spazio da lei indicato è sicuramente ideale per un giardino giapponese. Non ha idea di quanti messaggi si possano inviare, di quante possibili soluzioni ci possano essere, di quali e quante emozioni può trasmettere un quadrato di 9 mq. Ovviamente gli elementi scelti per realizzare uno spazio verde devono armonizzare fra loro e soprattutto devono riuscire a creare quell’atmosfera magica che caratterizza il giardino giapponese. Si ricordi che è importante che l’insieme sia proporzionato e talmente ricercato nei particolari da sembrare assolutamente naturale. Dopo questo doveroso preambolo, approfondisco di seguito il discorso da un punto di vista tecnico, ma non dimentichi che il suo giardino dovrà rispecchiare la sua anima.Per prima cosa è fondamentale creare uno sfondo e una delimitazione precisa per la sua composizione. Andranno bene steccati in bambù, piuttosto che pannelli in legno per lo sfondo e pietre di tavole per la delimitazione. Le consiglio di usare tutti e tre gli elementi che compongono il classico giardino giapponese: acqua, pietre e piante. Le pietre devono essere interessanti, caratterizzate da un buon movimento, con forme particolari e capaci di trasmettere quelle sensazioni di immortalità e grandezza che danno le nostre montagne. Tutte le pietre presenti nella composizione devono avere le medesime caratteristiche di colore e venatura. Si possono poi usare pietrischi o ghiaia di uguale granulometria e colore per creare alcune zone secche.I vegetali presenti si possono distinguere in piante, tappezzanti, arbusti e perenni.Per quanto riguarda le piante un bonsaista ovviamente sa cosa cercare e cosa ricreare in un bonsai.
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Tutti gli stessi accorgimenti vanno rispettati anche nelle piante da giardino. Quindi massima cura nella scelta e nella coltivazione. Se ha la fortuna di trovare qualche pianta già lavorata in commercio, di provenienza giapponese, dopo la scelta dovrà solo pensare al loro mantenimento successivo. Per i tappezzanti si ricorrerà invece ad essenze con portamento compatto e sviluppo ridotto, per esempio Convallaria giapponese nana e Saggina. Il tappezzante è importante perché ci permetterà di ridurre al minimo la manutenzione delle zone verdi. Per arbusti s’intendono quelle essenze già educate a palla come possono essere Azalee, Taxus, Ginepri, Enkianthus, ecc., comunque varietà che tendono con il tempo a rimanere compatte e presentano crescite contenute. La caratteristica forma a palla, di diverse dimensioni, è dettata dal fatto che se si osserva da lontano un arbusto, esso avrà come forma una semisfera e per ricreare la prospettiva in un piccolo spazio è meglio utilizzare forme già sferiche. I perenni rappresentano il tocco finale. Un gruppo di Iris o di Bambù nano, qualche erbacea dai colori eccentrici, una Felce o un gruppo di Equiseto, tutte essenze che possono creare quel accento particolare, segnando il trascorrere delle stagioni e del tempo. Per quanto concerne il fattore acqua, le consiglio di usare un semplice gioco formato da uno tsukubai (vasca in pietra) ed un shishiodoshi, una grossa canna di Bambù: essa si riempie d’acqua che poi lascia scorrere via, producendo un affascinante suono a eco contro la vasca, quando ritorna nella posizione di partenza. Mi permetto di fare uno schizzo per indicarle qual è il modo di assemblare gli elementi. Il terreno deve essere “in movimento” creando saliscendi interessanti, sia per dare spazio al pane radicale, sia per esaltare l’effetto prospettico. A questo punto rimane il problema più importante: come assemblare i diversi componenti? A lei la scelta. Consulti magari qualche libro (ad esempio Creare il Proprio Giardino Giapponese edito da Crespi Editori). Se avrà assimilato quanto le ho scritto mi contatti ancora e potremo scambiarci altre informazioni. Spero di esserle stato utile.
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Milano

TOYOMI NARA
espone dall'8 ottobre al 4 novembre2005
allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

MARINA BUNING
espone dal 4 al 30 ottobre 2005
allo Zen Sushi Restaurant
di Roma, via degli Scipioni, 243
Foto 1Delicatezze, equilibri, velature, fluttuazioni. Immagini raccolte dipingendo secondo antiche tecniche giapponesi, dove i processi sono rallentati, i gesti ripetuti, eseguendo le tele con grazia, dolcezza, secondo misurate velature di colori. La pittura come itinerario, un viaggio di ricerca all’interno del proprio sentire che emerge e si raccoglie facendosi momento di fugace contemplazione visiva. L’infanzia, volti di persone, giovani, animali, piccoli segni grafici, elementi della natura. Tutto si assimila in un mondo dove gli elementi tattili e visuali segnalano agli occhi di quest’artista nuove riprese e differenti punti di vista. Finestre piane, figure piatte, senza prospettive, viste con immediatezza, semplicemente sentite e pennellate come se i colori fossero polvere di vento che si deposita scivolando. La ispirano le antiche tradizioni e tecniche, come quella pigmenti naturali diluiti in colle animali su preziosa carta di riso applicata su tavola in legno, ma anche un modo di crescere vita, l’Ukiyoe. L’esistenza come un mondo fluttuante, vissuta momento per momento, senza preoccuparsi, galleggiando sugli eventi, sull’accedere. L’artista assimila questa modalità esteticamente quando intinge i colori e gli impasti aggiungendo i contenuti delle suo privato modo di essere. Sotto il profilo dei contenuti si può forse dire che le sue opere transitano dai mondi fluttuanti ad un vedere fluttuante, ad una contemplazione, vedere, che è sfumatura, sguardi, passaggi veloci, privata di statiche e fisse rappresentazioni. I soggetti galleggiano in serenità e spontaneità, pur non trascurando di mettere in luce variazioni ed esistenze che si nutrono dei loro corpi e delle tante gamme vitali che distinguono il trascorrere del tempo. Ogni volta nuove tonalità accarezzano volti, pelli, superfici, raccogliendo il passato appena trascorso e restituendo vissuti densi di intime e continue vibrazioni cromatiche. Foto 1Pittrice e scultrice raffinata, misuratrice dei colori e degli spazi, emotivamente attenta alle piccole cose e con esse creatrice di piccoli mondi. Storie la cui principale fonte ispiratrice è la danza, i movimenti. Non quella delle tecniche preliminari di apprendimento ma quella dei passaggi successivi, delle fantasie, delle improvvisazioni, delle nuove figure.
Opera con diversi materiali, lane, marmi, stoffe, fili, fili di ferro, pietre. Passa da quella che chiama arte estinta, perché le materie sono trovate, alle installazioni, fatte per fare credere alla gente di stare da un’altra parte, all’uso delle pietre vivificate dai linguaggi dell’arte, fino agli oggetti con il bronzo, eseguiti con moti di leggerezza e fantasticheria, fino ai disegni, che per lei sono palestre per l’immaginazione, ricchi di colori che chiazzano gli spazi espandendosi e riducendosi lasciando campo alle letture. Gli oggetti risultati seguono un filone introspettivo, descrivendo, all’interno di piccole scatole, vetrine di allegria, la bellezza dei micromondi, di piccole avventure, di cose successe e trovate, oppure allontanarsi progressivamente librandosi negli spazi. Questa seconda via è quella delle sculture delle flessibilità, delle contorsioni, dei movimenti improvvisi, senza meta, delle casualità apparenti. Queste opere hanno i sapori del contatto diretto, del toccare che fabbrica mano a mano, del fare senza idee preconcette e fisse. Ispessisce le superfici aeree utilizzando le leggerezze dei fili attorcigliati. Le fibre interccettano, intersecano, intessono, intrecciano, caldeggiano l’etere; alcune simili ad antenne solari, posizionate tra i campi, diventano ricettacoli per messaggi visivi, uditivi, per ascoltare i suoni dallo spazio e le energie di scambio provenienti della gente in osservazione. Oggetti in metamorfosi, estratti dalle mani artistiche che sentono il calore che passa le materie fredde e rendono nuova vita. Ogni volta qualcosa cambia, si aggiusta, lentamente, con piccole variazioni, passando da una faccia all’altra delle cose, in un mix di disinvoltura, indifferenza, morbidezza, incanto.
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