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Pagine Zen N° 47
febbraio/marzo 2006
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Di me lo sai ti puoi fidare
son d’aspetto stravagante
ma i segreti so tenere
son fedele confidente

Amo assai ficcare il naso
son testardo ed ostinato
ohimé cocciuto e un po’ ansioso
ma da tutti ricercato

a volte freddo e distaccato
sempre critico e pungente
so guidar tutta la gente
sono il cane, leader vincente!
L'ANNO DEL CANE
di Fabio Smolari
Il capodanno cinese

I festeggiamenti per l’anno nuovo tra i cinesi hanno inizio con la luna nuova e terminano quindici giorni dopo con la luna piena. Il quindicesimo giorno è detto “festa delle lanterne”, poiché la notte vengono accese lanterne di carta davanti alle case che i bimbi portano in processione lungo le vie dell’abitato.
Il capodanno è una festa familiare, la più importante ricorrenza dell’anno per i cinesi. Un tempo la celebrazione raggiungeva il suo apice con le cerimonie in onore degli dei del cielo e della terra, della casa e degli antenati. Il sacrificio agli antenati era il rituale più sentito dai cinesi del passato. I parenti deceduti erano ricordati e celebrati con grande rispetto e riverenza poiché si riteneva potessero intercedere dall’aldilà per l’aldiqua, promuovendo fortuna e prosperità per i propri discendenti o al contrario punendoli per eventuali misfatti o ingrati comportamenti.
Quattro settimane di incontro con l’Oriente, mostre, dimostrazioni, spettacoli, seminari e conferenze dedicati a Cultura, Arti, Bonsai, Salute, Arti marziali, Ambiente e Tradizioni.
Ospiti illustri e personalità rilevanti nelle varie discipline ed arti che interpretano, in arrivo dall’Europa, Cina e Giappone.
Per il programma completo della manifestazione, informazioni e curiosità visitate il sito: www.Higan.com
La presenza degli avi era sancita con l’allestimento di un banchetto alla mensa familiare, al quale gli spiriti degli antenati partecipavano assieme ai viventi come in una grande comunità. Questa festa comune era detta “attorno al focolare” (weilu) e simboleggiava l’unità tra le generazioni e presenti e passate.
Il primo giorno dell’anno si dava il benvenuto agli dei del Cielo e della Terra e ci si asteneva dalla carne, poiché si riteneva che mangiare cibi vegetariani assicurasse felicità e lunga vita.
Il secondo giorno era dedicato alle preghiere per gli antenati e tutte le divinità, il terzo si accudivano con particolare cura i cani, foraggiandoli con ogni ben di dio poiché si credeva fosse il loro compleanno. Il terzo e il quarto giorno erano dedicati alle visite ai suoceri, ma il quinto tutti dovevano rimanere a casa ad attendere la visita del Dio della Ricchezza (caishen), nessuna visita a parenti od amici era concessa, poiché avrebbe portato cattiva sorte.
Ma un’usanza ancor più curiosa riguardava la pulizia della casa. Prima di capodanno tutta la casa veniva pulita, ordinata e decorata, ma le scope, i cestini e le pattumiere dovevano sparire dalla vista. Era infatti severamente vietato spazzare il primo dell’anno, poiché si rischiava di spazzar via le fortune portate dall’anno nuovo.
A partire dal secondo giorno era permesso di spazzare, ma solo all’interno della casa, ammucchiando la mondezza negli angoli e lasciandola lì. Solo dopo il quinto giorno la si poteva portar fuori. E comunque è ancora un tabù in vigore per tutto l’anno lo spazzar fuori dalla porta di casa lo sporco accumulato all’interno. Farlo significherebbe scacciar la famiglia di casa. Per questo i cinesi spazzano sempre verso l’interno e portano fuori il pattume dalla porta posteriore e non da quella d’ingresso.
Il 29 gennaio 2006 è iniziato per i cinesi l’anno bingxu o del “cane rosso” o “di fuoco”, in quanto dominato dall’agente fuoco. Undicesimo segno dell’oroscopo cinese, associato al ramo terrestre xu, il cane è simbolo di benevolenza e buona fortuna. Una antico motto cinese afferma infatti: “Se un cane sconosciuto ti segue fino a casa, la tua famiglia sarà baciata dalla prosperità”.
Dicono gli astrologhi che il 2006 sarà un anno di stabilità, senza alti né bassi. Chi intenda raggiungere obiettivi, è consigliato di porsene dei raggiungibili e operare con costanza. In caso contrario difficilmente otterrà granché.
I maschi avranno fortuna stabile e in aumento, ma è meglio facciano affidamento solo su sé stessi, poiché difficilmente troveranno folle di samaritani disposti a dare loro una mano. E non dovranno farsi distrarre o rischieranno di non portare a termine le opere. Le femmine avranno più fortuna dei maschi. Se lavoreranno sodo potranno venir “notate” dai superiori che le ricompenseranno adeguatamente.

Il cane nello zodiaco cinese
(nati negli anni 1910, 1922, 1934, 1946, 1958, 1970, 1982, 1994, 2006)
I nati nell’anno del cane possiedono alcuni dei tratti migliori della natura umana. Hanno un profondo senso della lealtà, sono onesti ed ispirano fiducia negli altri poiché sanno mantenere i segreti. Ottimi confidenti e consiglieri conoscono i loro amici più di quanto questi conoscano loro. Lottano contro le ingiustizie e si sacrificano per gli altri. Quando intraprendono un affare lo portano a compimento prima di rivolgere le loro attenzioni ad altro. Ma possono anche essere alquanto egoisti, terribilmente ostinati ed eccentrici. Non sono interessati alla ricchezza anche se paiono avere sempre soldi. Possono essere emotivamente freddi e distanti. Sanno trovare difetti e sono noti per la lingua tagliente. Sono ottimi leaders, sanno prendere in mano le situazioni anche quando non ne sono direttamente coinvolti. Van d’accordo coi nati nell’anno del cavallo, della tigre e del coniglio mentre non vanno affatto d’accordo coi draghi. L’equivalente nell’oroscopo occidentale è la bilancia.

Cani famosi
Bill Clinton, George W. Bush, Andre Agassi, Claudia Schiffer, Elvis Presley, Prince, David Bowie, Cher, Madonna, Winston Churchill, Liza Minelli, Michael Jackson, madre Theresa di Calcutta, Sofia Loren, Sade, Sylvester Stallone, Shelly Winters, Mariah Carey.

Qingqiu huangzhai xuantong zhenren
(l’Uomo Puro che compenetra il Mistero dalla Capanna Gialla ai piedi del Verde Colle)
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GLI ANTENATI DEI MANGA
Matteo Rizzi (sesta parte)
Sfogliando il The Japan Punch di Charles Wirgman (detto Mr.Punch) scorrono di fronte ai nostri occhi parole ed immagini che descrivono la vita “da stranieri” nella legazione britannica di Yokohama.
Non dimentichiamoci delle forti tensioni che all’epoca esistevano tra giapponesi e occidentali ma anche fra gli stessi nipponici (correnti pro o contro l’apertura del Paese agli stranieri). Dal 1860 agitatori estremisti e xenofobi con lo slogan “cacciamo i barbari e veneriamo l’Imperatore” scatenarono violente ondate di terrorismo quando lo shogunato accettò i trattati proposti dalle forze straniere. I manga e gli articoli realizzati da Mr.Punch descrivono passo dopo passo l’evolversi delle vicende legate a questi trattati politico-commerciali come pure della vita quotidiana nei kyoryuuchi (territori concessi agli stranieri). Leggiamo ad esempio che Mr. Punch formò con i suoi connazionali una coalizione con la quale si batteva per ottenere servizi fondamentali come l’illuminazione delle strade o il mantenimento dell’ordine pubblico e per questo era al centro di continue ostilità che spesso sfociavano in furiosi litigi con i funzionari governativi giapponesi. Tuttavia, se guardiamo oggettivamente, i residenti dei kyoryuuchi erano esenti da tassazioni quindi perché mai il governo nipponico avrebbe dovuto offrire dei servizi a “questi stranieri”? Tra le notizie e i manga che apparivano sul giornale riguardo a problemi più o meno gravi, Mr. Punch riesce lo stesso a regalare ai suoi lettori parole di saggezza: “Prima di giudicare i giapponesi dovete studiare attentamente la lingua e la loro cultura”…come pure battute umoristiche.
L’arte dello Yunnan a Milano
Spazio Superstudio Più
Milano, Via Tortona, 27
25 Gennaio / 17 Febbraio 2006
Info: tel. 02 422.501
www.teaching-research-creation.com
A cura di Martina Corgnati, promossa da Oltre Onlus con il contributo e il patrocinio della Provincia di Milano e con il sostegno di Alkeos Onlus. L’esposizione esplora, attraverso un’ottantina di opere, la giovane arte contemporanea dello Yunnan, la regione più sud occidentale della Cina. L’arte cinese ha conosciuto negli ultimi anni una notevole diffusione, anche grazie alla fervente attività di una ramificata rete di gallerie internazionali. Gli artisti selezionati per questa esposizione costituiscono un’ulteriore scoperta e nel loro linguaggio, come scrive Martina Corgnati, “rispecchiano le tensioni più forti e le tendenze principali che incidono nel sistema pluridimensionale della creatività contemporanea cinese”.
Ai nuovi arrivati consigliava “Se incontrate i funzionari del governo, mettetevi i pollici nelle narici, aprire il palmo della mano e muovere le dita per schernirli”.
All’interno del giornale non mancava lo spazio dedicato al divertimento, in modo particolare agli sport. Era molto popolare assistere alle corse di cavalli e alle partite di tennis: le manifestazioni sportive diventavano importanti occasioni di relazioni sociali (anche se quasi esclusivamente per gli uomini). Sappiamo che gli inglesi praticavano spesso il cricket, mentre tra gli americani il baseball era lo sport più popolare. Troviamo inoltre illustrazioni di persone che giocano a biliardo, bowling, addirittura nelle risaie ghiacciate si praticava il pattinaggio su ghiaccio, mentre dall’inizio della primavera fino al tardo autunno barche a vela di varie grandezze navigavano nella baia di Yokohama. Alcune pagine sono considerate importanti documenti storici perché testimoniano l’introduzione degli sport occidentali e la loro diffusione in Giappone.
Dando uno sguardo anche all’aspetto grafico è interessante notare come Wirgman enfatizza le differenze somatiche di occidentali ed orientali ricordandoci che personaggi disegnati non siano inventati ma caricature di persone realmente esistite.
Prossimamente vedremo come tutte le novità introdotte da Mr.Punch influenzeranno le tendenze fumettistiche giapponesi.
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ZEN
Lo Zen e il cibo
Maestro Tetsugen Serra
Molte persone mi chiedono se nello Zen il cibo é importante o se lo Zen sia una via ascetica di mortificazione e digiuno. Vorrei rispondere che per quanto salutare possa essere un periodo di digiuno, soprattutto dopo i periodi di feste nei quali facilmente si esagera nel cibo e nel bere; normalmente la via di Mezzo del Buddhismo è regolata da un alimentazione adeguata al sostentamento e al lavoro del monaco o del laico nella sua normale giornata. Non ci sono restrizioni alimentari, anche se nei monasteri il cibo è prevalentemente vegetariano con l’aggiunta di pesce. Quello che conta è soprattutto come cucini e come mangi.
Cucinare i pasti è cucinare al meglio la nostra vita: come in tutte le pratiche spirituali anche nello zen una corretta alimentazione e soprattutto la preparazione dei pasti, sono parte integrante della pratica. Il cucinare nello zen è un atto meditativo non distinto dalla meditazione seduta chiamata Zazen.
La Scuola della Respirazione si prefigge di far conoscere una filosofia praticata in particolare dai Maestri Ueshiba e Noguchi, quale si trova espressa nelle opere pubblicate da Itsuo Tsuda. Quasta filosofia si potrebbe definire come “Scoperta dello Spirito del Cuore di Cielo Puro” (Tenshin).

Via Fioravanti, 30 – Milano
Tel. 02 6575570 / 34932037
www.scuoladellarespirazione.org
Il primo maestro che codificò le regole del pasto fu il fondatore della scuola Soto Zen Eihei Dogen Zenji (1200-1253); i suoi insegnamenti raccolti in Istruzioni Per un Cuoco Zen, sono guida spirituale per ogni monaco che si occupi di cucina e preziose indicazioni di vita per tutti. Ritroviamo l’importanza di dedicarsi alla cucina e del cucinare non solo nella tradizione zen, ma anche in molte Vie spirituali occidentali.
Nella Regola Benedettina nel capitolo I Settimanali Della Cucina che parla del ruolo del cuoco e delle norme dei pasti troviamo scritto: “...I fratelli si servano a vicenda. Nessuno sia dispensato dal servizio in cucina, eccetto i malati e coloro che hanno incarichi di maggior utilità nel monastero. Questo servizio, è infatti fonte di grande merito e di aumento di carità...”.
Cucinare quindi non è solo per la salute fisica ma ricopre un vero e proprio ruolo spirituale. I principi su cui si basa la cucina zen, sono di amore e gratitudine verso il cibo ricevuto, e verso tutti gli esseri. Nello Zen di scuola Soto, il cuoco che si chiama Tenzo è la figura più importante dopo l’Abate e il maestro spirituale che ha in carica il tempio. Il Tenzo si alza prima di tutti per preparare i pasti e si corica la sera per ultimo perché deve provvedere
alla pulizia della cucina e a preparare quanto servirà per il pasto della mattina seguente, proprio come una madre in famiglia.
La cucina è il nostro tempio, è il luogo sacro dove il nostro corpo trova alimento per la vita, per il suo continuare a rigenerarsi al meglio; è il laboratorio alchemico dove si svolge il mistero della trasformazione dell’altro, il cibo, in noi. Se pensiamo che la carota che abbiamo tra le mani, o il pane che stiamo mettendo sulla tavola diventerà il nostro corpo, il nostro cervello, la nostra mente, non possiamo che avere il massimo rispetto, la massima attenzione nel cucinare, anche nel preparare un semplice caffè.
Il Maestro Dogen, suggerisce che nel toccare il cibo che sia riso o verdure, o nell’usare gli utensili per cucinare, si deve avere la stessa cura e lo stesso amore di un genitore che accudisce il proprio bambino. Ogni ingrediente va trattato con cura, nella presenza mentale di ciò che si sta facendo. L’energia di attenzione che noi mettiamo nella preparazione di un pasto, può influenzare la sua riuscita, non solo nel gusto, ma nel suo contenuto energetico.
Il cibo zen per eccellenza è quindi la consapevolezza. Qualsiasi cosa si cucini è un buon cibo se preparato con Consapevolezza, che significa: attenzione, presenza mentale e amore per ciò che stiamo facendo.
Riassumendo, esistono alcune regole per vivere lo zen in cucina:

• Essere essenziali nella scelta dei cibi in accordo alle stagioni.
• Curare di non sprecare mai nulla.
• Niente di ciò che rimane è da considerarsi come Avanzo, riciclate tutto.
• Curare la presentazione del cibo in tavola con stile semplice ed essenziale
che ne manifesti la naturale bellezza.
• Lavare i piatti, gli utensili e riordinare la cucina con lo stesso amore
con cui si è cucinato il cibo.
• Ricordarsi che siamo ciò che mangiamo, ma soprattutto siamo come mangiamo
• Consapevolezza e Amore per quello che facciamo, non c’è miglior regola di questa.

Certamente, la relazione tra il vivere ed il morire assilla la mente, ma passa in ogni momento dal respiro ed ogni giorno dalla tavola.
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ABITI D'ALTRI TEMPI
Junihitoe, il kimono da cerimonia a 12 strati
Simonetta Ceglia (Associazione Fuji) Prima parte

Immagine dello Ajuga nipponensis, che in giapponese si
chiama proprio junihitoe, come il kimono, d’epoca Heian.

Il nome di questo sontuoso kimono da cerimonia, che risale al periodo Heian (794-1192), significa letteramente ‘12 hitoe’ dove hitoe indica in forma abbreviata hitoe ginu, ossia un abito non foderato da porre sotto al kimono. Junihitoe deve anche il suo nome ad un fiore che cresce solo in Giappone, lo Ajuga nipponensis. Questo fiore sboccia verso Aprile-Maggio ed è di colore violaceo. La particolarità consiste nel fatto che i fiori sbocciano gli uni sugli altri, ricordando da vicino questa sovrapposizione di strati e tessuti, tipica di questo abito femminile.
Il junihitoe era un abito da cerimonia, molto formale, usato solo dall’Imperatrice e dalle altre dame di corte, appartenenti ad un lignaggio alto. Ancora oggi il junihitoe è usato dalle principesse della casa imperiale, durante la celebrazione del loro matrimonio.
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AIKIDO E AIKIJUJUTSU
Giacomo Merello - Shodan Daito-ryu Aikibudo
Il primo posto, in ordine cronologico, nella nuova serie che metterà a raffronto su queste Pagine i “Do” ed i “Jutsu”, le “Vie” e le “Arti” marziali, spetta senza dubbio ad Aikido ed Aikijujutsu. L’Aikido è una via marziale moderna, oggi una delle più praticate al mondo, creata nel primo dopoguerra da Morihei Ueshiba O-Sensei, figura carismatica e spirituale, da molti considerato uno dei massimi esperti di budo mai esistiti. Ueshiba creò il suo Aikido dopo oltre vent’anni di apprendimento e pratica nell’antica arte del Daito-ryu Aikijujutsu, sotto la guida del soke Takeda Sokaku, un budoka dallo spirito e dalla tecnica feroci, uno degli ultimi veri samurai. Dall’immenso (e cruento) curriculum dell’Aikijujutsu, Ueshiba estrasse solo poche tecniche, quelle secondo lui efficaci ma non pericolose o letali per l’avversario, e le rielaborò, unendo il tutto sotto un aspetto religioso-filosofico di natura panteistica che aveva appreso nella setta shintoista Omoto-kyo, trasformando la sua arte in una vera e propria “Via” marziale.La prima differenza tra Aikido ed Aikijujutsu è quindi l’aspetto filosofico, il fine delle due discipline; l’Aikido è un metodo di crescita spirituale che può anche essere un metodo di difesa, l’Aikijujutsu è un duro metodo di difesa che può essere anche crescita personale. Le tecniche ed i movimenti rispecchiano questa diversa impostazione: dove l’Aikido è dinamico, fluente, circolare, gradevole quasi come una danza dal punto di vista estetico, l’Aikijujutsu è pratico, lineare, duro, corre subito al “punto”, è l’ordinata violenza che renderebbe felice un Marine. L’uno proietta un avversario che è proprio “compagno” per fargli eseguire una elegante caduta da cui si rialzerà immediatamente e con agilità, l’altro lancia il proprio nemico per impedirgli di cadere in maniera corretta, stordendolo e poi colpendolo mentre è a terra.
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
www.mondoshiatsu.com
Dove l’Aikijujutsu è kansetsu, rottura, l’Aikido è osae, controllo – dove la Via di Ueshiba è unione di spiriti, l’Arte di Takeda attacca l’avversario con atemi ai punti vitali. Non solo: la filosofia e la tecnica dell’Aikido si propongono come “universali”, “l’Aikido è il mio regalo al mondo” diceva Ueshiba. Il Daito-ryu Aikijujutsu invece riconosce alcune tecniche come valide solo in alcune situazioni e non altre; ciò che va bene con un avversario magro non va bene per uno grasso, o per uno alto, e così via. Il fine è la vittoria, non l’esercizio del movimento e del suo significato spirituale: persino il kiai, l’urlo viscerale che accompagna le tecniche, che nel Daito-ryu è cavernoso, ritmato e forte, per spaventare e “colpire” l’avversario anche con la voce, nell’Aikido moderno è interiore, più sottile, quasi religioso (anche se Ueshiba emetteva dei kiai leggendari che i suoi allievi non hanno perlopiù mantenuto nei loro insegnamenti). Il costante simbolismo che identifica la radicale differenza tre Aiki-do e Aiki-jujutsu è rispecchiato nell’utilizzo della spada che queste due discipline mantengono nei loro programmi: l’Aikiken di Ueshiba è uno stile di spada fluido circolare, è una katsujinken (“spada che dona la vita”); è priva di kissaki, la punta, naturalmente predisposta a bucare la pelle del prossimo, così come di tsuba, la guardia per le mani, entrambi elementi fondamentali nella spada giapponese bellica!
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com
Tutte queste differenze ci servono per capire come, anche se l’origine marziale è comune, tra i do e le koryu (le arti tradizionali) ci sia un abisso di differenza; ma è interessante notare come questo divario nasca semplicemente non dalle tecniche in sé, ma dall’impostazione iniziale dello spirito, dal fine che si vuole perseguire con la pratica: il mio fine è migliorare me ed il mondo a livello spirituale, oppure è l’apprendimento di un metodo efficace per l’autodifesa? Chissà che entrambi questi risultati non possano essere raggiunti in maniera diversa sia grazie all’Aikido che al Daito-ryu Aikijujutsu.
IL TOKONOMA
Antonietta Ferrari - Prima parte
Il tokonoma è uno spazio caratteristico della casa giapponese tradizionale; non ha uguali nell’architettura di altri paesi. Si tratta di una nicchia, di un’alcova, ricavata in una parete della stanza principale della casa, di dimensioni varie a seconda degli stili; generalmente è profonda mezzo metro e larga 180 cm, le dimensioni di un tatami. Vi viene appeso un rotolo con un dipinto, generalmente legato alla stagione, o una calligrafia, e vi è collocata una composizione di ikebana o un bonsai, talvolta un oggetto di particolare bellezza o valore. Il pavimento del tokonoma (jodan) è rialzato rispetto al pavimento della stanza, per permettere una giusta visione dello spazio e di ciò che vi è contenuto a chi sia seduto nella tradizionale posizione giapponese (seiza) sui tatami della stanza stessa. La soglia può essere grezza o rifinita con cura, ma anche quando è ben squadrata può conservare qualche superficie naturale nelle curvature del tronco da cui è stata sbozzata e che era stato scelto proprio per questa caratteristica (un”imperfezione” che spesso i nostri carpentieri considererebbero un difetto!). Il pavimento del tokonoma è quasi sempre lucido; spesso se è spazioso viene ricoperto da un tatami, orlato in genere da una fettuccia bianca. Nelle case dei notabili i tatami erano orlati di fettuccia nera. Il pilastro della parete di sinistra è un tronco d’albero, semplicemente scortecciato, detto tokobashira. E’ quasi sempre un ramo d’albero al naturale o privato solo della corteccia ed è molto più apprezzato se è contorto o con venature elaborate, o se presenta nodi o protuberanze. Nel punto in cui la trave superiore si unisce al tokobashira sono usati chiodi con la capocchia ornamentale, spesso in metallo minuziosamente cesellato in varie forme tratte dal mondo naturale o dal repertorio tradizionale. Talvolta di fianco al tokonoma si può trovare un’altra nicchia detta chigaidana che contiene uno o più ripiani alternati e generalmente sormontati da un ripiano continuo chiuso da sportelli scorrevoli. Spesso il tramezzo che separa i due spazi ha un’apertura ornamentale che si presenta come una finestrella, chiusa o meno da una grata, spesso di bambù. Le tipologie del tokonoma e del chigaidana sono in realtà molto varie. Di solito le due nicchie sono disposte perpendicolarmente alla veranda, ma può esservi anche solo il tokonoma.
Questo rimane in ogni caso lo spazio più importante, tanto che l’ospite di maggior riguardo viene fatto sedere vicino ad esso, di spalle, quasi incorniciato da tale preziosa visione , mentre l’ospite di minor riguardo occupa lo spazio vicino al chigaidana.
La nascita e l’ evoluzione del tokonoma sono strettamente correlate all’uso di esporre un rotolo dipinto o una calligrafia, che a differenza di quanto avveniva in Cina, in Giappone erano montati su tessuti pregiati secondo una precisa tecnica detta hyo-so o hyo-gu. A sottolineare l’intimo legame estetico e funzionale tra lo spazio e l’opera appesa è significativo un dettaglio costruttivo La parte superiore del tokonoma, a 50 cm. circa dal soffitto, è attraversata da una trave ben rifinita, che nasconde agli occhi di chi è seduto il chiodo cui è appeso il rotolo.
Numerosi occidentali che si sono avvicinati all’architettura giapponese hanno concordemente affermato che il tokonoma occupa un posto di rilievo per comprendere il “ma”, il complesso concetto di spazio della cultura giapponese. E Tanizaki nel “Libro d’ombra” si domanda se il tokonoma “…una nicchia colma di nulla e di buio…” non contenga la chiave per penetrare nel segreto dell’Oriente. Proviamo ad addentrarci in questo segreto.

“Toko-no-ma”significa letteralmente: spazio e tempo(ma) del(no) giaciglio(toko), un concetto di spazio temporalità vago, che riposa su se stesso. “Toko” significa altresì un piccola area verde destinata alla semina, alla coltivazione. Se si considera che l’antenato del tokonoma era l’altare buddista (butsudan), formato da un rotolo appeso davanti al quale, su un ripiano di legno sopraelevato,venivano posti un braciere per l’incenso e un’offerta floreale, si comprende come il tokonoma possa essere considerato anche il luogo della coltivazione di sé, uno spazio “consacrato” dove non è permesso camminare o sedere. continua
LIBRI: SALICI E FELICITA'
Briciole di saggezza orientale per occidentali indaffarati
Rosario Manisera - La Compagnia della Stampa - Massetti Rodella Editore
Nel cuore di ogni uomo c’è, insopprimibile, il desiderio della felicità a prescindere dalla possibilità di raggiungerla pienamente. E’ importante che nella corsa, a volte affannosa, della vita ci si chieda se la direzione e la meta verso cui siamo incamminati, se i mezzi che utilizziamo, siano quelli giusti. Occorre fermarsi di tanto in tanto, anche solo per alcuni minuti, per verificare se è corretto l’orientamento dei nostri obbiettivi. Le semplici e brevissime riflessioni presentate in questo testo, che si rifà ad alcuni proverbi e detti orientali, vogliono offrire una pausa che ciascuno può riservare a se stesso. Esse non vanno lette tutte d’un fiato, ma con calma, un po’ per volta e distanziate nel tempo, in modo che il loro senso possa penetrare profondamente nell’animo. Le massime sono espresse in giapponese, ma esse affondano le radici, oltre che nello shintoismo e nelle tradizioni del Giappone, anche nel taoismo e confucianesimo della Cina, e nel buddismo indiano diffuso in tutta l’Asia orientale.
EDITO DA CENTRO CULTURA ITALIA-ASIA
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Rosario Manisera. Laureato in lingue e letterature orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, è vissuto ed ha lavorato in Giappone, dove ha potuto approfondire la letteratura giapponese e le filosofie, le religioni e le culture dell’Oriente. In Italia ha svolto la sua attività professionale presso una società di consulenza italo-giapponese e nel settore della comunicazione aziendale. Ha tradotto in italiano numerosi saggi, romanzi, testi tecnici e scientifici provenienti dal Paese del Sol Levante, curandone anche la pubblicazione. E’ autore di Salici e felicità, coautore di Vita e Cultura d’Oriente, C’era una volta in Giappone ed ha pubblicato numerosi articoli sullo scambio di valori culturali tra popolazioni diverse. Attualmente è presidente dell’Associazione Culturale Fuji.

Associazione Culturale Italo Giapponese Fuji. Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture. www.fujikai.it
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Letizia Marabottini espone dal 7 febbario al 5 marzo
2006 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via Maddalena, 1
Le direzioni delle tele affidate a quattro mani, le artiste interessate alla messa in atto, ricerca, di tecniche provenienti da personali esperienze. Le difficili posizioni e metodi che le impegnano durante restauri, affreschi, ornamenti si traducono in altri ambiti di esperienza. Il salto è materiale e spaziale. Cercano l’azione, la composizione estetizzante, l’applicazione pratica, nel campo delle pittura rappresentativa, figurativa. E’ una pittura delle figure dirette, immediatamente percepibili. Sottili composizioni che esaltano i soggetti e i giochi con le ombre, luci, prospettive, tonalità. Raddoppiano le realtà perché il lavoro delle mani riportano dall’esterno e portano alle figure: libri, levrieri, piatto, limoni, camino qualche esempio. Figurano, delineano, descrivono, allegorizzano, dipingono, memorizzano, riattivano. In che senso, quale pensiero? Traslano, trasportano dagli spazi vitali alla presenza nel quadro: dalle necessità alle possibilità. Percezioni rapide, immediate, differenti da quelle fotografiche; non impressionano gli spazi circostanti meccanicamente, il riciclaggio non è un fulmine di luce. La fruizione di queste tele è comunque psichica perché la vista è sollecitata mentalmente e interiormente, mentre cambiano i campi di esperienza visiva, non si tratta della stessa consistenza materiale di una foto. I soggetti hanno tutte le caratteristiche proprie della pittura: mescole di colle animali di coniglio e pigmenti. I loro soggetti e oggetti possono trasportare l’interesse di chi osserva fuori dalla realtà del quadro dando un'altra ragione, visione, della bellezza o meno delle cose reali; nuove associazioni di idee sono così possibili, anche arrivando a cogliere la sottile importanza del passaggio/i da una dimensione all’altra delle realtà. L’agguato, crisalidi, duna, estinto, guardare oltre, il giorno, il pasto, la fonte, la violazione, reef, alcuni dei titoli. Le fonti ispiratrici sono immagini naturali. Sembrano nebbiose, scenografie immaginarie, deviate, con i colori che intermezzano qualcosa’altro, lavorando con gli strati, i rimandi. In effetti quadri e immagini sono in metamorfosi, sono disponibili, possibilizzano più immaginari e scenari. Il contesto espositivo, gli sguardi, le emozioni, le tele, entrano in circuito, si scambiano: elaborano, fingono, simulano, lavorano con l’inconscio, i sogni e le realtà. In qualche caso la vorticosità è piuttosto evidente, il pasto, olio su tela. Ecco allora anche il quadro guardare oltre, smalto su masonite, una contorsione di immagini che sembrano riflettersi, inabissarsi, scendere e moltiplicarsi; l’immagine appare sfuocata, dismessa. Estinto sembra invece un fiore che si perde all’aurora boreale, al freddo che appanna, alle vibrazioni dei colori mossi, alle diverse dimensioni: come se ci fosse un passaggio da una dimensione ad un’altra del paesaggio, una lente, il fondo di un vetro curvo, un binocolo: dalla zona scura avventura verso il giallo arancio luminoso fino alla stella fiore rossa con intorno una scena di sottobosco verde azzurra. L’agguato pare una fascia nera che si getta o fuoriesce, l’arancione invade senza chiudere, c’è movimento tra i due colori, l’impatto è, forse, simile ad acqua che schizza. Complessivamente il processo dell’imboscata sembra rapido, indolore, caldo e delicato. Più nudo, crudo, raccapricciante, quello del pasto; sarebbero gabbiani che mangiano. Sfondi tinteggiati di calma apparente, equilibrati miscugli tra colori nocivi. Pitture come mezzi dispersivi e come catalitiche di impressioni per fare dell’accadere che può produre stallo, stasi, un rimestamento. Rimescolare l’attenzione in modo che riviva, si ravvivi, perdendo consistenza gli eccessi di ripensamento, le cose soltanto vissute e non fantasticate.
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