home page
cultura
cultura
ristoranti
eventi
cucina
shopping
Pagine Zen N° 48
marzo/aprile 2006
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Zao Yamagata Pref. Per gentile concessione Kikkoman
ABITI D'ALTRI TEMPI
Sokutai, il kimono da cerimonia maschile
di Simonetta Ceglia (Associazione Fuji) Seconda parte
L’equivalente maschile del junihitoe era il sokutai (‘avvolgere’ + ‘cintura’).
Esistevano diversi tipi di sokutai a seconda del ruolo sociale ed istituzionale svolto dalla persona che lo indossava. Il bunkan sokudai era l’abito da cerimonia per gli alti funzionari di corte (bunkan = funzionario amministrativo), quello che anche l’imperatore indossava durante atti formali e cerimonie di corte, come l’incoronazione, il matrimonio, ecc. Vi era poi il bukan sokutai, ossia il sokutai per i funzionari militari. Vi erano diversi tipi di sokutai con una precisa gerarchia di ruoli e funzioni, in base alla quale il sokutai stesso poteva o non poteva essere indossato. Lo houeki no hou no sokutai, ad esempio, poteva essere indossato solo dai funzionari amministrativi di corte (bunkan) e dai funzionari militari (bukan) dal V grado in su. I militari di IV grado dovevano indossare il ketteki no hou no sokutai. Lo houeki no hou era cucito dalla scavo del giro-maniche in giù; mentre il ketteki no hou non lo era e dunque restando aperto, consentiva maggiore libertà nei movimenti. Per questo poteva essere indossato anche dagli alti funzionari, in occasioni meno formali, più di svago o di attività all’esterno. Nell’immagine sotto, funzionario di corte che indossa il bunkan sokutai. Esso era costituito da un copricapo (kanmuri) che poteva avere diverse forme, un abito (hou), vari sotto-abiti (hitoe), pantaloni (hakama), una cintura (sekitai), un ornamento (gyotai), uno scettro imperiale (shaku) sempre nella mano sinistra, un ventaglio (hi ougi), della carta finemente ripiegata da usare per comporre poesie (tatougami) ed i calzini di seta bianca (shitouzu, senza lo specifico spazio per il pollice ed in questo diversi dai tabi, i tipici calzini giapponesi con infradito per il pollice del piede). Per le uscite esterne, venivano indossate delle scarpe nere e lucide in legno laccato (ka no kutsu, che potevano essere asagutsu, ossia più leggere per la stagione primaverile e dunque aperte dietro a zoccolo oppure fukagutsu, ossia più pesanti, chiuse a mo’ di stivaletto, per poter camminare sulla neve e sotto la pioggia). Se si indossava una spada, si portava una spada ornamentale (kazatachi) con una striscia di stoffa, usata a mo’ di stola ornamentale sul davanti dell’abito (hirao). Era fatto espresso divieto di portare la spada con il bunkan sokutai. Sola eccezione erano i consiglieri (sangi), i cancellieri (nagon) e gli alti ufficiali su apposito permesso rilasciato dal Ministro degli Interni.




1. Kanmuri (copricapo).
2. Kanmuri-no-koji.
3. Kanmuri-no-kougai.
4.Kanmuri-no-ei. Questo tipo di kanmuri è detto: Suiei no kanmuri ‘copricapo a coda pendente’
5. Kanmuri-no-kake okobineri.
6. Hou (ue no kinu) abito (parte superiore, posta a coprire i vari strati)
7.Hou-no-ran. Parte ripiegata sul davanti dello hou; una sorta di orlo ottenuto ripiegando l’abito, per lasciare visibili gli hakama o pantaloni
8.Hou-no-ran-no-arisaki. Le due alette laterali del ran, ottenute facendo l’orlo allo hou
9.Shitagasane (sotto – abito, ossia l’ampia casacca con coda indossata immediatamente sotto allo hou, ma sopra al kosode – casacca a maniche corte, allo hitoe – sotto-camicia e allo akome – casacca a maniche lunghe)
10. Shitagasane-no-kyo (coda del soprabito). La maggiore o minore lunghezza della coda indicava un grado gerarchico maggiore o minore fra i funzionari di corte.
11. Akome (ampio camicione, a maniche lunghe, posto sopra lo hitoe o sotto-camicia e sopra al kosode. Sullo akome era indossato lo shitagasane).
12. Akome-to-hitoe (punto vicino al colletto in cui erano visibili gli strati formati da akome e hitoe)
13. Ue no hakama (pantaloni sopra, di solito bianchi).
14.Ouguchi bakama (pantaloni a ‘larga bocca’), ossia una sorta di ampia gonna-pantalone di colore arancio/rosso, indossata in modo che l’orlo colorato fosse visibile da sotto agli ue no hakama.
15. Shitouzu (calzini)
16. Sekitai (cintura)
17.Sekitai-no-uwate (estremità sinistra della cintura, che, infilata nel sekitai formava sulla schiena un piccolo arco)
18.Hirao (striscia di stoffa, usata a mo’ di cordoncino o cintura per fissare la spada ornamentale)
19. Hirao-no-tare (la parte lasciata a penzoloni della stola - hirao, sul davanti del sokutai)
20. Kaza-tachi (spada ornamentale)
21. Shaku (scettro)
22.Tatougami (carta ripiegata, posta nell’incavo della veste)
23. Hi-ougi (ventaglio in legno di cipresso)
24. Gyotai (ornamento)
Torna al sommario
ZEN - LASCIARSI AMARE
Maestro Tetsugen Serra
Vorrei iniziare da questa volta a rispondere ai molti lettori, e non solo, che mi chiedono il pensiero dello zen nei confronti dell’amore, quello di relazione tra due persone, non solo quello Universale per tutti gli Esseri. Amore, amare, essere amati, riempie lo spazio di una vita intera.
Lo zen pur essendo una scuola buddhista, contempla che i ministri di culto, come si chiamano in Italia (anche se il culto di una divinità non c’è nel Buddhismo) possano sposarsi, ne consegue che ci si unisce ad un’altra persona per amore, quello non solo universale, ma quello da persona a persona da uomo a donna. Ma amare, come tutti sappiamo, non è così semplice, se l’innamorarsi di una persona nasce spontaneo, il proseguire nell’amore richiede maturità e consapevolezza. Vivere l’amore nello zen è donare se stesso senza usare l’altro solo per il proprio personale piacere, ama l’altro senza aspettarti ricompensa, e l’amore fiorirà e rimarrà nel tempo. Prima di tutto nell’amore bisogna imparare a lasciarsi amare.

Per chi si esibisce in maniera eccessiva alla ricerca dell’amore che deve sempre mostrasi, che riempie la scena, che non sa mai mettersi da parte, che mostra il suo amore in modo prevaricante e soffocante con la propria forte personalità, che non riesce a lasciare il giusto spazio per l’amore dell’altro, il rischio è davvero di far saltare l’amore, di soffocarlo e perderlo. Amare non è rappresentarsi sempre al centro di tutto non è solo il piacere d’amare, ma anche quello di lasciare che l’altra persona ci ami. Una delle cose che ci sconvolgono da ragazzi, soprattutto se in noi c’ è un po’ di (sano) narcisismo, è la consapevolezza che dopo la nostra morte il mondo continuerà a girare.
E’ una sensazione sgradevole: come si permetteranno le rose di sbocciare e le nuvole di produrre pioggia se io non ci sarò più? Perché il mondo non scompare insieme al mio mondo? Così nell’amore, pensiamo che senza la nostra continua presenza l’altro non ci ami, non possa amare, e soffochiamo con l’egoismo l’amore. Il problema per quanto paradossale può sembrare non è trovare la persona giusta da amare, ma cercare in se stessi le capacità e le risorse necessarie per lasciarsi Amare, aprirsi, togliere le difese e lasciare esprimere l’amore dell’altro, impariamo a essere secondi in amore, che non significa amare meno, ma lasciare lo spazio alla fioritura delle rose dell’ amore dell’altra persona. Amare è un rapporto di dialogo continuo non un monologo, se si riduce a tale, per quanto interessante, dopo un po’ diviene soffocante e sterile. Lasciamo lo spazio agli altri di poter amarci e troveremo l’Amore.

Quattro settimane di incontro con l’Oriente, mostre, dimostrazioni, spettacoli, seminari e conferenze dedicati a Cultura, Arti, Bonsai, Salute, Arti marziali, Ambiente e Tradizioni.
Ospiti illustri e personalità rilevanti nelle varie discipline ed arti che interpretano, in arrivo dall’Europa, Cina e Giappone.
Per il programma completo della manifestazione, informazioni e curiosità visitate il sito: www.Higan.com
La Scuola della Respirazione si prefigge di far conoscere una filosofia praticata in particolare dai Maestri Ueshiba e Noguchi, quale si trova espressa nelle opere pubblicate da Itsuo Tsuda. Quasta filosofia si potrebbe definire come “Scoperta dello Spirito del Cuore di Cielo Puro” (Tenshin).

Via Fioravanti, 30 – Milano
Tel. 02 6575570 / 34932037
www.scuoladellarespirazione.org
Torna al sommario
IAIDO E IAIJUTSU
Giacomo Merello - Shodan Daito-ryu Aikybudo
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com
Una delle principali discipline marziali del Giappone classico era lo iaijutsu o battojutsu, una serie di tecniche che permetteva di estrarre ed uccidere (o attaccare) l’avversario in un unico fluido e veloce movimento. Uno dei primi stili di questo genere fu il Muso Jikiden Eishin-Ryu Iai, fondato nel 1600 da Hayashizaki Jinsuke Minamoto Shigenoubu, figura leggendaria e dalla grande abilità che era stato esposto sin dalla più tenera età a combattimenti shinkenshobu con lame affilate. Il suo stile originariamente si chiamava Shimmei Muso-Ryu, “il superiore metodo insegnato dalle divinità” ed è la base delle due principali scuole di Iaijutsu ancora oggi diffuse, la citata Eishin e la celebre Muso-Shinden-Ryu Iai. La maggioranza delle tecniche tramandate in queste scuole ha un aspetto pratico: di massimizzare la facilità e l’efficacia per l’uccisione dell’avversario.



Ci sono quindi tecniche di estrazione da in mezzo ad una folla, quando si è con le spalle al muro, quando ci si nasconde dietro una siepe; o ancora, in una tecnica di Muso-Shinden si distrae un avversario di spalle battendo con la punta della katana il terreno da un lato, per poi tagliarlo quando è girato, oppure tre
Headquarter
Corso Sempione, 35
Parabiago (Mi) Tel. 0331491850

Shop
Via Boccaccio, 4 - Milano
Tel. 0248193301

www.crespibonsai.it
info@crespibonsai.it
splendide tecniche di assassinio durante il saluto (appena prima, dopo o durante l’inchino). Ma l’avvento dei budo moderni cambiò questo approccio militaristico e pratico: tra gli anni’60 e ’70 del secolo scorso, la Zen Nihon Kendo Renmei creò i Seitei kata di Iaido, 10 forme (oggi portate a 12) studiate per il confronto internazionale e per lo sviluppo di quest’arte come disciplina spirituale. Il nemico non esiste più, o meglio è un nemico interiore, è uccidere noi stessi, il nostro io, nell’esecuzione marziale perfetta della forma; sono kata relativamente più complicati dal punto di vista simbolico (spesso si presta attenzione alle 4 direzioni cardinali etc.), ma il cui fine non è assolutamente pratico. La gran parte dei praticanti del moderno kendo studia anche i kata del Seitei Iaido, questo perchè mentre il primo tende a favorire dei movimenti più adatti alla competizione sportiva ed alla intriseca diversità in elasticità dello shinai in bambù dalla spada, nel secondo questo non avviene (si pratica infatti inizialmente con il bokken riproduzione in solido legno della katana,
EDITO DA CENTRO CULTURA ITALIA-ASIA
"GUGLIELMO SCALISE"
Tel. 025461236 - 02733431
giuli.dani@virgilio.it - info@italia-asia.it
per poi passare allo iaito, copia non affilata in una lega di zinco ed alluminio della spada tradizionale; solo i maestri od i praticanti con la più alta esperienza utilizzano la shinken la katana affilata) e si imparano quindi i movimenti e le posizioni più rigorose, come se si stesse realmente tagliando. Grande importanza nello iaido moderno è data anche alla respirazione ed allo spirito che si dimostra, il “kokoro” che occorre avere a prescindere dalla minore praticità (dal punto di vista marziale) di queste tecniche. Proprio quello che non è cambiato, infatti, e che non cambierà mai è lo spirito con cui affrontare lo iaido o lo iaijutsu: “Tsune ni ite, kyu ni awasu”, “Qualunque cosa tu stia facendo, devi sempre essere pronto a qualsiasi imprevisto”.
Torna al sommario
IL TOKONOMA
Antonietta Ferrari (seconda parte)

Abbiamo visto che il tokonoma, nicchia ricavata in una parete del soggiorno, nell’abitazione tradizionale giapponese, è uno spazio “sacro” e carico di suggestione. Generalmente lo si incontra entrando nella casa, dopo aver attraversato la veranda, riparata da una tettoia, su cui si affacciano gli shoji, rivestiti di carta bianca per filtrare la luce. Tanizaki nel “Libro d’ombra” ne tratteggia poeticamente l’ atmosfera: “ Gli elementi curvilinei, la collocazione dei travicelli, la profondità della nicchia e la sua altezza da terra sono frutto di ricerche meticolose. Tutto è ammirevole nel tokonoma. Più di ogni altra cosa mi incanta, tuttavia, la luce opalescente che entra, filtrata dalla carta dello shoji, dalla finestra a fianco della nicchia. Ho spesso sostato davanti a quella luminescenza arcana, dimenticando il passare del tempo”. Il tokonoma è uno spazio privo di apparente funzionalità pratica; fa parte della stanza di soggiorno, dove scorre la vita quotidiana col suo rumore e il suo tempo, ma ne è separato; il suo pavimento infatti è rialzato e differentemente rifinito rispetto a quello del soggiorno. E’ uno spazio limitato in cui non si può sedersi o sostare, che tuttavia introduce in una dimensione priva di limiti, in cui l’azione è sospesa per favorire la concentrazione e la contemplazione. Silenzioso, ma non immobile; al contrario, uno spazio vivo, in cui il legame profondo con il respiro della natura si manifesta concretamente, nella scelta dei fiori per l’ikebana e del kakemono che di volta in volta si accordino alla stagione, alla ricorrenza o alla festività del momento. La disposizione degli elementi nello spazio obbedisce ad un criterio estetico di raffinata essenzialità.
“Quando disponiamo nel tokonoma un vaso o un bruciaprofumi,- raccomanda ad esempio Okakura ne “Lo zen e la cerimonia del tè”- dobbiamo aver cura di non situarlo esattamente nel centro, perché non divida lo spazio in parti uguali. Il pilastro del tokonoma dovrebbe essere di un legno diverso da quello degli altri, al fine di evitare ogni effetto di uniformità…Nelle dimore occidentali vediamo oggetti disposti in modo simmetrico su caminetti o in altri luoghi della casa, assistiamo a quella che ai nostri occhi sembra solo un’inutile ripetizione”. Fu proprio a partire dal XVI secolo, quando si diffuse la pratica della cerimonia del tè, intimamente legata alla filosofia zen, che il tokonoma divenne il luogo simbolo di una ricerca spirituale ed estetica. Nella casa del tè, di fronte allo spazio in cui si rivelava la bellezza di un rotolo appeso o di un prezioso oggetto antico o di un fiore che sprigionava tutta la sua vitalità, non esisteva differenza tra daymio, samurai e gente comune. Al centro dell’attenzione era posto qualcosa di più importante dell’ego dei partecipanti alla cerimonia. La diffusione del tokonoma anche nelle abitazioni dei ceti non aristocratici favorì la condivisione e la coltivazione di una grande sensibilità estetica e lo sviluppo di quel sentimento di rispetto e attenzione per l’ospite che caratterizza la cultura giapponese tradizionale. Gusty Herrigel scrive ne “Lo zen e l’arte di disporre i fiori”: “In questo paese ospitale è sempre prevista l’esistenza di un ambiente destinato all’onorevole invitato. Allo stesso modo è prevista una sede per i fiori. All’ospite è riservata la parte migliore della stanza, davanti al tokonoma. Al fiore la bassa sopraelevazione del tokonoma stesso... Nell’attesa dell’invitato i fiori sono stati rinfrescati ancora una volta affinché sembrino turgidi di rugiada quando lo accoglieranno e lo saluteranno”. L’ospite dal canto suo ammirerà i fiori, ma manterrà una distanza adeguata, rispetterà lo spazio vivo attorno ad essi, lasciando uno spazio-tempo vuoto, un “ma”, il respiro necessario per mettersi in armonia con essi. Oltre ai fiori e al kakemono, a volte il padrone di casa colloca nel tokonoma un pregiato e antico oggetto artistico di lacca, di bronzo o di ceramica. I samurai talvolta vi collocavano la loro preziosa spada, su un apposito sostegno. E’ importante che gli oggetti abbiano la patina del tempo, abbiano una storia perché il tokonoma è anche luogo dove si coltiva e si mantiene viva la memoria. Sono presentati uno alla volta perché ciascuno di essi possa essere ammirato nella sua unicità. È l’eco della Via del vuoto dello zen, dove l’ incontro con un oggetto, un fiore, un essere, può realizzarsi se non c’è sovrapposizione, se c’e’ ascolto di ciò che proviene dall’altro; in definitiva se si lascia uno spazio vuoto e un tempo di silenzio in cui cogliere la vita propria delle cose. “Niente di manierato e di artificioso: solo uno spazio spoglio, la semplicità del legno la nudità delle pareti. I raggi luminosi provocano ora in questo ora in quell’angolo il raggrumarsi dell’ombra. Osservate come minuscolamente annotti dietro i travicelli o tra i fiori o sotto una mensola. Non è altro che ombra, comunissima ombra e tuttavia com’è alto il silenzio nelle anfrattuosità dell’aria, e com’è inalterabile la quiete! Non sarà forse condensato in quelle chiazze taciturne la cosa che gli occidentali chiamano “il mistero dell’Oriente?” (Tanizaki “Libro d’ombra”).
Torna al sommario
GLI ANTENATI DEI MANGA
Matteo Rizzi (settima parte)

Nel Giappone delle riforme Meiji gli eventi politici, le trasformazioni sociali, l’impatto con la cultura occidentale rappresentano per gli autori le importanti tematiche su cui satireggiare, inoltre la nascita di numerosi giornali, l’apporto stilistico e artistico proveniente dall’estero furono elementi favorevoli allo sviluppo e alla radicalizzazione dei manga quale nuova forma di comunicazione. La strada intrapresa da Charles “Mr. Punch” Wirgman fu seguita da molti artisti, editori e giornalisti; il suo Japan Punch rappresentò per tutti loro un valido punto di riferimento ed una fonte d’ispirazione.
Nel 1874 ad esempio dalla collaborazione tra lo scrittore Kanagaki Robun e il pittore Kawanabe Kyousai nasce il giornale umoristico “E shinbun Nihonchi” il primo contenente manga realizzati da autori giapponesi.
Un importante passo avanti lo fece Fumio Nomura: studioso di cultura occidentale, fondò la casa editrice Marumaru-sha e pubblicò nel 1877 una vera e propria rivista manga chiamata MARUMARU CHINBUN alla quale lavorò anche un’artista francese di nome Georges Ferdinand Bigot.Bigot nacque a Parigi nel 1860 e dopo gli studi artistici si trasferì nel 1882 in Giappone dove vi rimase per quasi 18 anni.
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
www.mondoshiatsu.com
Nei primi anni di permanenza si guadagnò da vivere insegnando presso una scuola di pittura e successivamente dando lezioni di lingua francese. E’ ricordato tra l’altro per il profondo interesse che nutriva verso il Giappone e la sua cultura: viaggiò in tutte le sue regioni immortalando paesaggi e momenti di vita quotidiana attraverso quadri realizzati con colori ad olio e numerosi schizzi. Determinante al successo del Marumaru chinbun la cui stampa (con ben 1654 uscite) continuò fino al 1907 fu anche la collaborazione di pittori come Honda Kinkichirou, il primo che utilizzò i pennini come strumento per disegnare i fumetti o Kobayashi Kiyochika che proprio da Mr. Punch imparò la pittura ad olio e fu molto apprezzato per il suo stile realistico. È giusto però sottolineare che ancora non esisteva la figura del fumettista (mangaka) e con la parola manga ci si riferiva ad illustrazioni con commenti a carattere satirico (fuushi-ga); usando un termine giapponese si tratta di ichi-koma manga (manga con un riquadro). Nell’immagine potete vederne un tipico esempio tratto dal Marumaru chinbun del 5 agosto 1882. E’ curioso notare come il corpo o la testa dei personaggi erano spesso rappresentati con sembianze zoomorfe: solitamente i cinesi come buta (maiali), i coreani come tora (tigri) o niwatori (galline), i giapponesi come tonbo (libellule). La pungente satira del Marumaru chinbun provocò talvolta malumori, i contenuti furono censurati e gli artisti sanzionati…inevitabile pensare che, allora come oggi, i fumetti erano spesso e volentieri al centro dell’attenzione!
CREDENZE DELLA TRADIZIONE POPOLARE CINESE
LEGATE ALLA NASCITA E ALLA CRESCITA
Giuseppina Merchionne
La divinità preposta alla prosperità e alla prole è Guanyin Pusa, il Buddha Guanyin, la Dea della misericordia del pantheon buddista; un’immagine che la raffigura è ancora oggi posta in tutti i templi.
In passato spesso si potevano osservare diverse piccole scarpe poste ai piedi della sua statua, collocate, come voleva l’usanza, da donne che chiedevano alla dea la grazia di un figlio. L’altra divinità incaricata di concedere la prole, è Tianxian Song Zi, la Fata celeste che reca figli maschi, figlia del dio che dimora nella Sacra Montagna dell’Est; la sua festa si celebrava il quindicesimo giorno del sesto mese, e in quest’occasione veniva collocata della carne sul letto della coppia e offerta in suo onore. In caso di parto doloroso, sul corpo della partoriente venivano collocati talismani composti da formule magiche rituali scritte suBanner fogli di carta e redatte da sacerdoti taoisti, perché si avesse l’effetto desiderato. Alcune di queste scritte venivano bruciate e le ceneri, mescolate ad alcool, erano fatte bere alla donna. Per proteggere il feto dalle aggressioni dei gui (forze negative) era necessario osservare alcune precauzioni: alla puerpera si faceva divieto di entrare in luoghi dove erano allevati bachi da seta, perché la pratica di soffocare questi nel loro guscio per la produzione del filo, avrebbe potuto avere effetti negativi sul feto a cui sarebbe potuta occorrere analoga sorte.
Spesso questi spiriti venivano considerati come le anime senza pace di fanciulle morte prima di sposarsi o di spose morte senza avere generato figli maschi, che cercavano la loro vendetta portando via alle madri i figlioletti.
Per mascherare il sesso del bambino e ingannare in questo modo gli spiriti invidiosi, che avrebbero potuto fargli del male, mentre non si curavano affatto di animali e bambine, ai maschietti veniva dato un nomignolo del genere xia omao, gattino, xia ogou, cagnolino, nel tentativo di farli passare come esseri di nessun valore. Oppure i bambini venivano chiamati con nomi di bambine o con un nomignolo solitamente attribuito alle ragazze serve, creature di nessun conto, per le quali non ci si disturbava nemmeno ascegliere un nome, e che venivano chiamate semplicemente yatou, servetta.
Per lo stesso motivo, i maschietti venivano sovente vestiti da bambine e acconciati con un orecchino d’oro o d’argento, di foggia e uso femminile, talvolta sino ad età adulta. Altro sistema di ingannare gli spiriti consisteva nell’attaccare ai piedi del bimbo campanelle che seguendo il movimento del piede suonavano e compivano così la funzione di spaventare gli spiriti maligni. Poiché la vendetta dello spirito consisteva nel catturare l’anima del bambino durante i suoi primi cento giorni di vita, i diversi accorgimenti per sviare la sua attenzione dovevano essere attuati in quell’arco di tempo. Così bisognava, fra le altre cose, collocare delle vecchie scarpe vicino alla culla e ogni giorno bruciarne un pezzetto in modo da allontanare lo spirito con il cattivo odore; oppure montare una rete da pesca intorno alla culla, questo perché le reti erano solitamente imbevute di sangue di maiale per renderle più resistenti: lo spirito alla caccia di bambini vedendo tracce di sangue sulla rete si sarebbe spaventato e se ne sarebbe andato senza portare a termine il suo proposito. La rete con le sue maglie simili ad un occhio, avrebbe inoltre suggerito l’idea di tanti occhi puntati sullo spirito a perseguitarlo.




Giuseppina Merchionneè docente di lingua e cultura cinese presso l’Università Cattolica di Milano, si occupa dei problemi della comunità cinese di Milano, con la quale collabora in diversi progetti educativi. Ha viaggiato molto per la Cina e scritto diversi libri di cultura e storia cinese.
ORIGAMI: QUADRATO MAGICO
Antonella Ballabio


Riprendono le attività

origami
aquiloni-sculture mobili
cartapesta leggera
giochi di carta
libro fatto a mano-scatole utili
Serate di meditazione attiva
con l’arte giapponese del
suminagashi
(inchiostri fluttuanti)

Seminari di arti cartarie orientali
e serate dedicate a Paper Zen

Paper Factory
Corso San Gottardo 18, 20124 Milano
Tel. 02.83.22.170
Cell. 333.3836620
www.paperfactory.it
kami@paperfactory.it
La forma quadrata, piuttosto rara in natura, è strettamente legata all’uomo e alle sue costruzioni fin dai tempi più remoti: edifici d’uso collettivo, religioso e difensivo avevano molto spesso una pianta quadrata. L’idea stessa di recinto, di casa, di campo riporta alla mente una superficie ancorata su quattro lati uguali e su angoli retti. Tale forma, che ispira concetti di solidarietà, di simmetria è anche una figura frequentemente usata nel linguaggio simbolico. Emblema della Terra (yin), simbolo dell’universo creato, antitesi del trascendente, si contrappone al cerchio simbolo del Cielo (yang) e del creatore. Se il cerchio è la manifestazione del movimento, della fluidità, del continuo divenire, il quadrato esprime staticità, angolosità, immutabilità e quiete perfetta.
In realtà il quadrato, come delimitazione di uno spazio o di un perimetro dal quale non è possibile fuoriuscire, nasconde delle limitazioni solo apparenti.
Poiché è proprio nel massimo della limitazione simmetrica e della costrizione spaziale che la forma quadrata permette la più ampia libertà espressiva e stilistica.
Una dimostrazione ci giunge direttamente dal mondo dell’origami. Nel piegare un quadrato di carta si compie infatti un gesto creativo, si dà forma e concretezza ad un’idea, si trasforma una figura statica in dinamica.Piega dopo piega le potenzialità del quadrato originario si moltiplicano: aumentando il numero dei riferimenti (lineari e angolari) utili per nuove pieghe, cresce conseguentemente anche il numero dei modelli realizzabili. Il limite alla piegatura viene posto soltanto dal materiale cartaceo poiché, dopo un certo numero di volte, diventa fisicamente impossibile proseguire a causa delle dimensioni sempre più ridotte del foglio. Una delle conseguenze più logiche e naturali della piegatura è il passaggio dalla seconda alla terza dimensione. Come una linea genera un quadrato, un quadrato opportunamente piegato può generare un cubo (sei nuovi quadrati). E’ facile così comprendere il motivo per cui alla forma tridimensionale (cubo) venga attribuito un senso di sicurezza e di solidità ancora superiore rispetto alla figura piana (quadrato). Il quadrato rimane in ogni caso la forma primaria in assoluto, la forma di partenza nella creazione di qualsiasi altra forma geometrica. Triangoli, rettangoli, pentagono, esagoni sono tutti facilmente ricavabili, tramite piegatura, da un foglio di carta quadrata. “Il grande quadrato non ha angoli, il grande nulla è madre di diecimila creature” afferma Lao-Tzu, il fondatore del taoismo.
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Milano

Francesca Suardi

Francesca Suardi espone dal
11 marzo al 7 aprile 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena 1.
Roma

Anita Guerra

Anita Guerra espone dal 7 marzo al 2 aprile 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli scipioni 243.
Lo spunto linguistico di queste opere-quadri è la parola florealismo. L'autrice rinvia con essa ad una corrente di colori solari, positivi, proponendoli come gigantografie di fiori. Dal suo giardino, dal circondario, da ogni dove si è venuta a trovare. Con l'osservazione e la memoria immagina realismi dei fiori e piccole variazioni prese da elementi della natura, inserendo un maggiolino o una goccia d'acqua. Questi particolari concentrano e allontanano l'attenzione. Sono come dei focus on_up rispetto all'immagine complessiva. Mondi piccoli avvicinati dalla pittura. Patina sui legni, tinte lucide e morbide, che sembrano scivolare. Scivolamenti piuttosto corposi, intensi. I colori le servono per spostare le realtà dei fiori, cercando di immaginare altri risultati. Le realtà naturali vivono così di nuovo, un altro contesto. Fucsia, peonia, sono piante fiori quadri che racchiudono, avvolgono, toccano, respirano, catturano. Si notano i caratteri coloristici della calla: un pò come i luoghi da dove proviene, le tinte risultano temperate e fredde, impressione che pare accentuarsi quando si guarda da una stampa in bianco e nero. Tela ornamentale, oggetto fresco, enigmatica. Il quadro con iris, iride, arcobaleno di colori, è come un ingresso, una discesa, un palcoscenico e un retropalco, un ambiente a stratifoglie. La pittrice sottolinea le concavità dei petali, dei fiori, le linee che si prolungano e fanno diverse prospettive. Guarda le corolle, aperte, concave, mentre si fanno avanti. Zone concave e convesse, la peonia per esempio. Come le concavità delle mani o quelle lunari: curve, bande, avvolgimenti, vele, mantelli, petali. Particolari presi di fronte, quasi dentro, ad inscenare. Colori che sprigionano energie ed effetti grandangoli, si concentrano e si imprimono. Immagini caleidoscopiche di silenzi che parlano con parole non note, i linguaggi dei fiori, e trasmigrano verso altri orizzonti. I suoi lavori modificano piani e cambiano prospettive. Gli ultimi, “Recent Works”, rappresentano un pezzo della sua storia pittorica. Un’artista che si avvale di una narrativa pittorica di contenuti. Si considerino in tal senso altri titoli, come “Landscapes”,”War Games”, “Portraits”, o “Domestic Narratives”. Vari momenti del sé pittrice che dicono l’interiorità vissuta,
oppure registrano gli esterni. Introspezioni ed estroversioni, soggetti e oggetti. Differenti visioni, narrative autobiografiche, andando da un interesse per la persona, individuo, nei propri ambiti, ad una progressiva sparizione, con una maggiore attenzione per le nature, fino alle attuali tele, mediazioni di questi interessi. Disegna e dipinge, osservando i luoghi, dall’esterno, ville romane, immaginando i quadri di ambienti che profumano di bellezze, ricchi di piante e architetture. Lavora con le geometrie delle nature, delle tele, della luce, in osservazione tra cose e persone, in luoghi che la appassionano. Rettangoli su pannelli di legno, tondi su tele, pensando di catturare la luce in modo caldo, stando tra i cortili con colori carichi, cercando di tradurne gli effetti variando le superfici, ovali e tonde: “Tu pozo y mi palmera, Hibiscus”, “The Fruit of my Love”, “Banana at Villa Pamphili”. Tele fatte con gli olii, particolari e cestini di piante e fiori, dalle caratteristiche pittoriche rigogliose, luminose, fluorescenti, fiorescenti. Usa i colori in senso simbolico, come reazioni viscerali, espressi con tangibilità e tattilità. Ai lati di alcuni quadri si generano visioni grandangolari che raggruppano delle zone di dispersioni, sfumature, cosi da impressionare differenti immaginari e coinvolgere dimensioni reali e oniriche. Insieme ai tondi e agli ovali dipinge dei pannelli. Si tratta di quadri utilizzabili separati o a puzzle, che riprendono delle particolari vedute. Pezzi di cielo e di piante. Strana quella figura di pianta, chiamata “Lagerstroemia”, per le particolari sensazioni ed effetti che produce mentre si muove componendo scomposizioni.
Torna al sommario