home page
cultura
cultura
ristoranti
eventi
cucina
shopping
Pagine Zen N° 50
maggio/giugno 2006
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

IL GAGAKU
di Mario Carpino - Associazione culturale italo-giapponese Fuji (Prima parte)



Con più di tredici secoli di storia, il gagaku è forse in tutto il mondo il più antico genere di musica strumentale eseguito ancora oggi. Le sue melodie ci parlano del mondo della corte imperiale giapponese dell'VIII secolo e, ancora più indietro, delle civiltà dell'Asia orientale (Cina, Corea, India) del V-VII secolo.
La nascita e lo sviluppo iniziale del gagaku sono legati a uno dei periodi di massimo splendore della cultura e dell'arte giapponese, quel periodo Heian che va dal 794 al 1185 e che prende il nome dalla metropoli che era la sede della corte imperiale: Heian-kyou ("Capitale della pace e della serenità"), in seguito ribattezzata Kyoto.
Questa fioritura fu consentita innanzitutto dal lungo periodo di pace e di stabilità politica che caratterizza quest'epoca a seguito dell'unificazione del Giappone sotto la dinastia Yamato (IV-VII secolo d.C.). In questo processo hanno avuto un'importanza fondamentale i contatti che il Giappone ha avuto con le più avanzate civiltà dell'Asia continentale. Soprattutto la cultura cinese, importata inizialmente anche attraverso la Corea, ha costituito un quadro di riferimento ideologico, politico e religioso su cui si sono modellate le istituzioni del nuovo stato giapponese. Analogamente essa ha stimolato una fioritura senza precedenti in tutti i campi della produzione artistica: calligrafia, pittura, scultura, architettura, poesia, letteratura e, naturalmente, anche musica. Fin dal V secolo musicisti e strumenti musicali venivano importati dalla Corea per accrescere il fasto delle cerimonie di Stato o per solennizare le funzioni della nuova religione che, in quegli stessi anni, veniva introdotta dal continente: il buddhismo. Progressivamente questo repertorio si è arricchito per l'apporto di generi musicali provenienti da India, Tailandia, Vietnam, Manciuria e Cina. Molti di questi generi musicali sono oggi estinti ma ne abbiamo descrizioni approssimate dai dipinti e dalle cronache dell'epoca (ad esempio il Nihon shoki, le Cronache del Giappone compilate nel 730).
Vediamo agire qui quella particolare capacità di “assimilazione creativa” che ha sempre contraddistinto il popolo giapponese nei confronti di contributi provenienti dall'esterno: molte delle arti sopra citate hanno raggiunto in Giappone un grado tale di perfezione da fare a volte dimenticare che la loro origine è straniera. In tempi più recenti abbiamo sotto gli occhi la prodigiosa capacità dei giapponesi di impossessarsi della scienza e della tecnologia occidentali. È interessante notare come questa propensione corrisponda perfettamente al metodo pedagogico utilizzato nell'insegnamento delle arti tradizionali in genere e della musica in particolare, che dà un'importanza preponderante all'imitazione, rigorosa e quasi maniacale, del modo di operare del maestro; è attraverso tale imitazione, apparentemente pedissequa, che il discepolo arriva a quella totale interiorizzazione dei principi dell'arte da cui, quasi paradossalmente, può nascere la sua capacità di dare un contributo personale e creativo alla tradizione.
Per quanto riguarda la cultura cinese, il periodo Heian (794-1185) corrisponde alla fase di maturità di questo processo di importazione: i giapponesi hanno
1 La maschera con fattezze di drago indossata dal danzatore del brano di bugaku "Ranryouoo" (il termine bugaku indica un brano di gagaku che prevede danzatori, cioe` una musica che accompagna una danza).
2 Hichiriki, strumento a fiato ad ancia doppia, lo strumento melodico principale del gagaku.
3 Shou, specie di armonica a bocca a 17 canne usata nel gagaku.
4 Pagina dallo "Kofu Ritsuryokan" (1201) che riporta la notazione di un brano per flauto. Forse per queste notazioni e` meglio non usare il termine "spartito" che nella nostra tradizione richiama immediatamente il pentagramma, che naturalmente e` un tipo di notazione prettamente occidentale; questa notazione (come molte della notazioni tradizionali giapponesi) sono essenzialmente del tipo dell'intavolatura, cioe` riportano simboli che indicano quale foro del flauto il suonatore deve tappare (o quale corda del koto pizzicare) piuttosto che un simbolo legato all'altezza della nota da emettere.
5 Gruppo di musicisti che eseguono un brano di gagaku: si tratta della formazione standard per i brani di kangen, cioe` il genere di gagaku solamente strumentale, senza accompagnamento di danze ne' di canto.

ormai perfettamente assimilato i diversi contributi provenienti dall'estero, li hanno filtrati attraverso la propria sensibilità e, amalgamandoli con le proprie tradizioni autoctone, hanno dato vita a una cultura vivace e originale. Si tratta di una cultura elitaria, circoscritta alle poche migliaia di persone legate alla corte imperiale che ne sono allo stesso tempo i produttori e i fruitori; una cultura estremamente raffinata che ci affascina ancora oggi attraverso i grandi capolavori della letteratura di quel periodo: le antologie di poesie, i grandi romanzi storici come il Genji monogatari (La storia del principe Genji) o i diari delle dame di corte come il Makura no sôshi. Da questi scritti sappiamo che la musica svolgeva un ruolo importantissimo nella vita della nobiltà, come elemento indispensabile non solo delle occasioni di svago nei ritrovi tra amici (tanto che la parola con cui veniva designata, asobi, significava sia "musica" che "divertimento" in senso lato) ma anche delle diverse cerimonie ufficiali che scandivano l'anno civile della corte imperiale, secondo concezioni derivate dalla cosmogonia e filosofia cinesi (taoismo e confucianesimo) che mettevano in relazione l'armonia dei suoni con l'armonia del cosmo e facevano quindi della musica uno strumento essenziale di buon governo. È proprio l'importanza che questa ideologia accordava alla musica ufficiale di corte che ha fatto sì che il gagaku venisse tramandato con cura di generazione in generazione e potesse giungere fino a noi. Ciò non significa che il gagaku che possiamo ascoltare oggi sia esattamente la stessa musica che veniva suonata alla corte imperiale durante il periodo Heian: nel corso della sua lunga trasmissione alcuni brani sono stati perduti e ricostruiti in epoca posteriore; ciò si è verificato soprattutto durante l'era Sengoku (1478-1578), un lungo periodo di guerre civili che ha preceduto la formazione del Giappone moderno. Una importante riorganizzazione del repertorio è avvenuta anche in occasione della riforma Meiji (1868), quando le diverse tradizioni esistenti in vari templi buddhisti e shintoisti sono state unificate e poste sotto il diretto controllo della Casa Imperiale. A quell'epoca i musicisti del Dipartimento di Musica della Casa Imperiale erano gli unici detentori della tradizione del gagaku, che era quindi patrimonio esclusivo dell'Imperatore e della nobiltà di corte; solo successivamente hanno cominciato a formarsi orchestre private che hanno diffuso la conoscenza di questa "musica celeste" a un pubblico più ampio, attraverso concerti e registrazioni su disco. (continua)
Torna al sommario
ZEN - IKI ELOGIO ALL'AMARE PROFONDO
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "Il Cerchio"
Headquarter
Corso Sempione, 35
Parabiago (Mi) Tel. 0331491850

Shop
Via Boccaccio, 4 - Milano
Tel. 0248193301

www.crespibonsai.it
info@crespibonsai.it
Il koan di questo mese è:
come amiamo, come manifestiamo il nostro amore. Meditiamo sul modo di comunicare il nostro amore e scopriamo se è veramente il nostro, se ci appartiene o se è uno schema senza arte, la Nostra personale arte di amare.
L’amore si dice che sia un’arte,……


L’amore si dice che sia un’arte, la suprema delle arti, e come tale va appresa, praticata e continuamente rinnovata. Taluni pensano che l’amore sia innato in noi o che sia nel DNA, ma anche se un giorno trovassimo il gene dell’amore, questo deve sempre prendere forma e manifestarsi per essere vissuto. Un termine giapponese che rappresenta bene l’arte dell’Amore e dell’amare è: Iki. Il concetto giapponese di Iki è qualcosa di raffinato e personale che trascende il mondano e la quotidianità, per entrare nell’amore personale assoluto.
Il termine definisce bene la capacità di essere profondi e nello stesso tempo di saper far affiorare ciò che serve all’Amore il termine che in cinese é Sui, diverrà Iki in Giappone nel periodo Bunka –Bunsei (1804-1830). Pronunciato alla Cinese Sui indicava – Cose degne di particolare attenzione- forse dall’abbreviazione di Bassui (eccellente), Il termine compare nella letteratura giapponese per indicare - persone assai esperte nell’arte dell’amore- e -profonde conoscitrici delle emozioni umane- Iki è capacità di destreggiarsi emotivamente nelle situazioni difficili dell’amore, la capacità di coniugare spontaneità ed artificio, artificio sempre finalizzato alla buona riuscita e al mantenimento dell’amore. Iki/Sui riassumel’essenza della cultura giapponese, in quanto racchiude in sé seduzione, energia spirituale,
rinuncia, le tre virtù tradizionalmente espresse dalle figure emblematiche: la geisha, il samurai, il monaco.
Vivere Iki nell’Amore e nell’amare significa vivere ogni cosa nel profondo con estremo sentimento e raffinatezza, ma significa anche saper comunicare tutto questo alla persona amata nel modo giusto e nei tempi giusti, senza sopraffare o essere sopraffatti. I due elementi Iki nell’amore sono Hari , lo spirito: uno stile risoluto, deciso e inflessibile, ma al tempo stesso pacato ed equilibrato il proprio stile d’amare, inconfondibile personale, non condizionato dalla società, dalle telenovela o da baci perugina, il coraggio di amare come si sente dal profondo del cuore, ogni persona ha il suo modo di amare e non deve modellarlo su schemi o valori non suoi, nessun artista è mai diventato tale ricalcando gli stili comuni e non suoi per paura di non essere compreso. Se amare è un arte dobbiamo essere artisti non fotocopiatori. Il secondo è Bitai che potremmo tradurre con Charme, cioè la capacità di relazionarsi con la persona amata trasmettendo il proprio Eros, come Bannersentimento d’Amore e come erotismo. Non è così facile come può sembrare riuscire a trasmettere a comunicare il proprio Amore e il proprio erotismo femminile o maschile, in una società che vive di stereotipi, trasmettere il proprio messaggio d’Amore libero e incondizionato non imprigionato in schemi, è un arte da apprendere, ma se abbiamo sviluppato Hari , lo spirito deciso e risoluto del nostro amare, riusciremo a far nascere e comunicare il nostro Amore.
Torna al sommario
FUKUMANEKI
Chiamare la Fortuna
di Silvia Bonomi
Carta, suggestioni dal Giappone
Mi piace iniziare questo viaggio nel mondo della carta con le parole cariche di emozione di un artista giapponese, che ha scelto questo materiale come materia elettiva per la sua espressione artistica:

“E’ assolutamente necessario ascoltare l’anima dei materiali.
La carta si può costruire con elementi donati dalla natura, ma ha un limite nel tempo, si dissolve.
Potremmo farci ingannare da questo ed attribuirle fragilità e inconsistenza; ma il popolo giapponese ha costruito per secoli le proprie case di carta, affidandole la funzione di proteggere e contenere intimamente la vita quotidiana.
Materiale dall’anima complessa, quindi con caratteristiche apparentemente contraddittorie.
La carta è fragile, ma può avere infinite consistenze; sottile o spessa, liscia o ruvida, possiamo darle colori e forme.
Sottile e fragile, posso stratificarla ed ottenere un materiale paragonabile al mattone.
Non è simile, allora, alla roccia?
Nel mondo dell’arte la carta come supporto riscopre una dignità tutta sua, entrando a far parte intrinsecamente dell’opera.
Materiale povero, riciclabile, che si rigenera;
carta che accoglie e nasconde,
svela e vela emozioni e sentimenti,
parole e colori,
sfumature e grumi di materia.”
Maestro Hiroaki Asahara

Inventata in Cina nel II sec. d.c., la carta arriva presto nel vicino Giappone diffondendosi in tutti gli usi quotidiani. Raggiunse il massimo splendore nell’arte popolare con la produzione di giocattoli a forma d’animali.
Questi oggetti erano acquistati dopo le funzioni religiose; ad essi si attribuivano poteri esoterici, si consideravano doni mandati dagli dei per proteggere i bambini e così erano regalati ai figli.
I giocattoli che riproducono uccelli, cani, tigri e scimmie sono ritenuti in grado di allontanare gli spiriti maligni.
EDITO DA CENTRO CULTURA ITALIA-ASIA
"GUGLIELMO SCALISE"
Tel. 025461236 - 02733431
giuli.dani@virgilio.it - info@italia-asia.it
Alcuni oggetti raffigurano eroi popolari cui sono collegati miti e leggende. Una di queste leggende ha come protagonista un gatto che è generalmente realizzato nell’atto di chiamare a sé qualcuno. Poiché secondo la leggenda un gatto avrebbe aiutato il suo padrone in difficoltà guadagnando soldi per lui, quest’animale è diventato il simbolo della capacità di crearsi una fortuna o Fukumaneki che letteralmente significa “chiamare la fortuna”.
In Italia, l’arte della cartapesta fu introdotta dai commercianti veneziani che avevano frequenti contatti con l’oriente.
Un’interpretazione italiana di un’arte giapponese
Nella realizzazione dei miei oggetti seguo l’antichissima tecnica orientale della cartapesta giapponese, che consiste nel sovrapporre strati successivi di carta, solo ammorbidita nell’acqua, alternati a colla.
Questo permette di variare lo spessore ottenendo oggetti di varia consistenza a seconda della destinazione d’uso.
Utilizzo sia carta riciclata sia carta orientale molto pregiata. La carta riciclata, stesa in vari strati secondo la tecnica giapponese, costituisce l‘anima dell’oggetto, la sua vera essenza. La carta pregiata, fatta ancora oggi a mano con gli antichi procedimenti, in vari paesi dell’Oriente: Nepal, Thailandia e India, è invece applicata come ultimo strato, vestendo l’oggetto. L’incontro tra fibre naturali e le varie carte pregiate conferiscono all’oggetto il suo carattere d’unicità.
Mi ha affascinato l’idea di realizzare un oggetto molto resistente partendo da un materiale fragile come la carta.
Mi piace che i miei oggetti siano fatti solo di carta e colla, perciò anche la rifinitura è ottenuta utilizzando carta di colore e tipo diversi sovrapposti e inserendo fibre vegetali in maniera da ottenere effetti inaspettati e sempre diversi.
Con la tecnica giapponese si può spaziare da oggetti estremamente resistenti ed utili ad oggetti delicati dall’aspetto quasi etereo.
La Scuola della Respirazione si prefigge di far conoscere una filosofia praticata in particolare dai Maestri Ueshiba e Noguchi, quale si trova espressa nelle opere pubblicate da Itsuo Tsuda. Quasta filosofia si potrebbe definire come “Scoperta dello Spirito del Cuore di Cielo Puro” (Tenshin).

Via Fioravanti, 30 – Milano
Tel. 02 6575570 / 34932037
www.scuoladellarespirazione.org
Ho iniziato, per caso, attratta dall’essenzialità del materiale. Mi è piaciuto accostare a questa qualità della materia prima, un tipo di lavorazione semplice, ottenendo oggetti dalle linee pure, destinati ad amici e conoscenti.
La semplicità delle forme e della lavorazione esaltano la potenza espressiva della carta e dei suoi colori.
Sette anni fa, spronata da un amico, ho deciso di aprire un laboratorio artigianale in cui produrre complementi d’arredo, che poi vendo nelle mostre mercato d’artigianato artistico o direttamente in laboratorio.
Quale messaggio augurale ho scelto come nome per la mia nuova attività “FUKUMANEKI”: dal giapponese “chiamare la fortuna”.
Nel procedimento tecnico non è necessario l’utilizzo di nessun attrezzo.
Bastano uno stampo che può essere un piatto o una ciotola in vetro, della pellicola trasparente, un pennello, una forbice, della colla vinilica e della carta (anche di giornale).
Si riveste lo stampo con la pellicola trasparente, si strappa la carta in piccoli pezzi e s’incomincia con uno strato di colla e uno di carta, poi ancora colla e carta e si continua così sovrapponendo numerosi strati di carta, il numero varia secondo la dimensione dell’oggetto, più è grande maggiori sono gli strati da fare.




FUKUMANEKI

di Silvia Bonomi

complementi d'arredo
in cartapesta
giapponese

Romentino (No)
tel 0321.77930

email Fukumaneki

A questo punto bisogna lasciare asciugare il tutto per 2/3 giorni in un luogo arieggiato. Anche il tempo d’essiccazione varia, condizionato dalle dimensioni del manufatto e soprattutto dalle condizioni climatiche.
Questa è la fase più importante di tutta la lavorazione, non bisogna avere fretta perché si potrebbero ottenere pessimi risultati.
Quando il manufatto è asciutto si regolano i bordi con la forbice, si stacca l’oggetto dallo stampo e si passa alla rifinitura.
Si può decidere di decorare l’oggetto realizzato come faccio io, cioè rivestendolo con carta di tipologia diversa come la carta di riso o di banano, oppure si può anche scegliere di dipingerlo.
Torna al sommario
BENTOUBAKO
Il pranzetto impacchettato
Akiko Shimazaki
Bentou…i pranzetti impacchettati che si consumano fuori casa.
In Giappone, normalmente ogni bimbo alla scuola materna e i ragazzi della scuola media e superiore portano il cibo per il pranzo da casa, mentre solo alla scuola elementare viene preparato e distribuito dalla scuola.
Ciò vuol dire che i giapponesi mediamente consumano i loro pasti di mezzogiorno per 8 anni nella forma di bentou (e spesso le donne, finché lavorano come impiegate, quindi….per molti più anni!) Ecco spiegato il grande mercato di BENTOUBAKO, cioè, lunch-box. Anni fa, bentoubako era un semplice contenitore con coperchio, spesso senza guarnizione. Bisognava perciò fare attenzione quando nel menu c’era qualcosa di liquido; vi era poi una scatoletta per un paio di bastoncini a parte.
Adesso ne esiste una notevole varietà: coperchio con chiusura sicura, magari un contenitore per i bastoncini incorporato, due piani, scatolette nella scatola più grande per non mescolare i sapori….
A causa della difusione del menu occidentalizzato che richiede l’utilizzo delle posate, o per via della difficoltà dei bambini di oggi nel maneggiare i bastoncini, tanti preferiscono un set di posate, forchetta-coltellino-cucchiaio.
E’ da poco trascorso aprile, il mese in cui in Giappone inizia l’anno scolastico. Chissà quanti ragazzi e mamme saranno stati alla ricerca di un nuovo bentoubako…e che imbarazzo nella scelta.
Buon appetito! n
hashibako
480 jen
3,50 euro
lunch box doraemon
1200 yen
8,30 euro
lunch box alluminio
1400 yen - 9,70 euro
tensen
950 jen
6,60 euro
lunch box 1350 yen
9,30 euro
Torna al sommario
SETTE VOLTE CADERE OTTO VOLTE RIALZARSI
NANAKOROBI YAOKI
La vita è una serie ininterrotta di successi e
di fallimenti, di vittorie e di sconfitte.
Cadi e ti rialzi.
Essere saggi non significa mai sdrucciolare,
ma risollevarsi subito, dopo ogni caduta.

Non scoraggiarti se hai subito cento sconfitte.
Se hai la forza di continuare a lottare
sarai ancora in grado di risultare vincitore.
La vittoria dipende soltanto dalla costanza
nel rialzarsi alla fine.

Non potrà sempre andare male.
La perseveranza ha come risultato finale
il successo.
Chi resiste più a lungo sarà vittorioso.
Non abbatterti per gli insuccessi.
In fondo, si avanza anche facendo
tre passi avanti e due indietro.
Tratto da
SALICI E FELICITA’
Briciole di saggezza orientale
per occidentali indaffarati
di Rosario Manisera
Presidente dell’Associazione Culturale Fuji
www.fujikai.it
La compagnia della Stampa
Massetti Rodella Editore
IL GIAPPONISMO ITALIANO
Laura Dimitrio (seconda parte)

Dopo aver evidenziato la diffusione del giapponismo in Italia alla fine dell’Ottocento, passiamo ora in rassegna i settori ove con più evidenza si impose la passione per il Giappone.
Nell’ambito delle arti figurative non mancarono artisti che resero omaggio all’Impero del Sol Levante. Alcuni iniziarono ad introdurre nei loro dipinti oggetti giapponesi: è il caso del pittore torinese Carlo Stratta, che nella tela Aracne del 1894 - conservata presso la Galleria d’Arte Moderna di Torino - ritrasse una donna vestita con abiti occidentali, ma calata in un’atmosfera estremo-orientale, suggerita dalla presenza di un paravento, di una lanterna di carta di riso simile a quelle usate in Giappone e di un pannello decorato con gru in volo, che sono un motivo ricorrente nell’iconografia giapponese. Invece il napoletano Vincenzo Migliaro nel dipinto Giapponeseria o giapponesina del 1880 circa e Anselmo Bucci in Il kimono del 1910 si soffermarono sulla raffigurazione di preziose stoffe giapponesi.
Altri artisti non si limitarono all’inserimento di oggetti giapponesi, ma adottarono soluzioni stilistiche tipiche dell’arte nipponica, come per esempio l’assenza della prospettiva lineare. Significativa è a tal proposito la produzione di Giuseppe De Nittis che, dopo il suo trasferimento a Parigi nel 1874, entrò in contatto con il clima japonisant della capitale e realizzò una serie di tele ispirate all’estetica giapponese. Una di queste, intitolata Effetto di neve (1882) e conservata presso il Museo De Nittis di Barletta, ritrae la silhouette nera di una donna che si staglia sul campo bianco di un paesaggio invernale. Vi si possono riscontrare diversi aspetti riconducibili all’arte giapponese, come una nuova sensibilità cromatica incline all’utilizzo di tinte chiare, la predilezione per l’accostamento di colori piatti contrastanti e la rappresentazione di scorcio.
Un altro canale attraverso cui si manifestò l’interesse per il Giappone alla fine del secolo XIX fu il teatro. In Italia, come anche in Francia e in Inghilterra, proliferarono infatti pièces di soggetto giapponese. L’opera lirica in particolare si dimostrò ricettiva allo spirito del tempo, tanto che due tra i principali compositori dell’epoca, Pietro Mascagni e Giacomo Puccini, scrissero le musiche per due opere entrambe ambientate nel Paese del Sol Levante: il primo musicò l’Iris, che debuttò al Teatro Costanzi di Roma il 22 novembre 1898 e il secondo Madama Butterfly, che esordì al Teatro alla Scala di Milano il 17 febbraio 1904. Entrambi introdussero nelle partiture delle loro opere melodie simili a quelle tradizionali giapponesi. Mascagni, dopo aver visitato la collezione di strumenti musicali giapponesi dei baroni Krauss di Firenze, inserì in alcuni passaggi dell’Iris il timbro dei campanelli giapponesi, dello shamisen, dei gong e persino di un piccolo oboe.
Ancor maggiore scrupolo filologico dimostrò Puccini, che si documentò meticolosamente sulle musiche originali giapponesi: riuscì infatti a incontrare la moglie dell’ambasciatore giapponese in Italia, che
gli cantò alcune canzoni del suo Paese; inoltre assistette nel 1902 a Milano allo spettacolo “La geisha” interpretato da Sada Jakko, attrice giapponese di fama internazionale.
Puccini era mosso dal desiderio di rappresentare, come affermò egli stesso non senza una nota polemica nei confronti dell’operato di Mascagni, “un Giappone vero, non Iris”. Il musicista riuscì senz’altro nel suo intento, poichè citò abbondantemente nella partitura dell’opera le melodie e i timbri musicali giapponesi. L’effetto di verosimiglianza venne raggiunto anche grazie ai costumi ideati da Giuseppe Palanti, che imitavano nel taglio e nelle decorazioni gli abiti originali giapponesi del secolo XIX.
A proposito di costumi, non si può evitare di accennare alla diffusione in Italia dell’abito tradizionale nipponico per eccellenza: il kimono. Va precisato che nel nostro Paese, come anche nel resto d’Europa, il kimono venne adottato esclusivamente come veste da camera, subendo pertanto un forte restringimento d’uso rispetto al Giappone, ove veniva indossato anche durante le occasioni ufficiali. Come si evince dalle inserzioni pubblicitarie comparse intorno al 1910 su alcune riviste femminili italiane destinate ad un pubblico socialmente medio-alto, esisteva la possibilità di acquistare per corrispondenza dei kimono realizzati con tessuti originali del Giappone. Pochi anni dopo, alcuni sarti italiani proposero abiti in stile giapponese dal taglio dritto e fermati in vita da alte cinture alquanto simili all’obi del kimono.
In conclusione si può affermare che il giapponismo, manifestatosi in Italia alla fine dell’Ottocento, si radicò progressivamente nella nostra cultura, tanto che si potrebbe riferire al giapponismo italiano un’affermazione espressa da Samuel Bing nel 1888 a proposito del giapponismo francese: “L’arte giapponese è legata alla nostra. È come una goccia di sangue mescolata al nostro sangue, che nessuna forza di questo mondo potrà ormai disgiungere”.

Laura Dimitriosi è laureata in lettere moderne a Pavia e ha conseguito il diploma di specializzazione in storia dell’arte presso l’Università Cattolica di Milano.
Ha collaborato per il dipartimento di arti grafiche del Louvre ed è stata assistente della cattedra di Storia della Moda presso l’Università Iulm di Milano.
Ha pubblicato per le riviste "Artes" e "Quaderni Asiatici".
Attualmente si occupa di storia della moda italiana e di didattica museale.

TONNO MARINATO CON SALSA DI RISO E MISO
di Sara Maternini
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com

Per due persone

Ingredienti

250 g di tonno fresco
2 cucchiai di mirin (vino di riso)
2 cucchiai di su (aceto di riso)
4 cucchiai di salsa di soia
1 cucchiaio di miso
Il succo di 1/2 limone
Olio extravergine di oliva
Riso bollito
Semi di sesamo per decorare


Tagliare il tonno a striscioline non troppo sottili. Marinarlo nel su, mirin e salsa di soia per almeno 3 ore.
Nel frattempo preparare la sala di miso, mescolando il miso con il succo di limone. Lasciare riposare in frigorifero.
Bollire il riso.
Scaldare una padella antiaderente con abbondante olio, cuocere molto velocemente (pochi secondi) le stiscioline di tonno. Servirle sopra il riso e nappate con la salsa di miso. Decorare con semi di sesamo tostati.


Sara Maternini ha una sua società
di catering e organizzazione eventi
Tel. 3334938884
gustoassoluto@libero.it
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
www.mondoshiatsu.com
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Milano

Yasuko Sugiyama

espone dal 6 maggio al 2 giugno 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Stefano Bolcato

espone dal 2 al 29 maggio 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Figure di corpi, avvolti, rilasciati, abbandonati, sospesi, galleggianti. Espressioni di nudità, naturalezza, immediatezza, coinvolgimento, assimilazione. Non dipinge i fondi ma lascia che lo spazio resti ai colori grezzi delle tele rovesciate; le protagoniste e i protagonisti vivono così le loro intimità a contatto diretto con i corpi, nudi, respirando gli spazi aperti delle tele. Le figure fluttuano fuori dalle dita della pittrice mescolandosi con i colori dei pastelli ad olii. Tormento, dolcezza, delicatezza, abbandono, riflessione, impegno, piacere, riposo, lavoro, si mescolano con dinamismo e linearità. Figure sdraiate, slanciate, seducenti, addormentate, psicologicamente coinvolgenti, profonde, in equilibrio con il loro esserci, con le loro presenze concrete. Da queste estasi e mescolamenti pittorici escono donne e uomini di profilo, di schiena, fluttuanti e perse tra i sentimenti del vivere, di riposo, piacere, dolore, riflessione. Ogni quadro gioca con le dinamiche dei corpi, che si espandono, fanno presa, pur rimanendo lineari; ogni figura si relaziona con i suoi contorni, raddoppiati dalle ombre, vanificati o accese secondo i moti delle espressioni.
Con i colori e le macchie, le loro espansioni ed intensificazioni, la pittrice esprime il dentro, l´interno, e il fuori, il loro scambiarsi, come magicamente accade nel quadro "il sogno della primavera".
Corpi grafici che danzano per le tensioni energetiche che li attraversano, moti immobili, piccoli equilibrismi, repentini, a volte impercettibili; ogni cosa che accade trova un punto di contatto con l´esterno e da questo riceve energia di scambio. Le figure dei quadri sono intense proprio per questa loro capacità grafica di esplorare ciò che c´è intorno, l´esterno, esplorando se stesse, con simmetria e rigore, e per la loro capacità di trasgredire le realtà che rappresentano pur richiamandole con intensità e realismo.
Pitture figurative ad olii e alcuni disegni preparatori e finali fatti con matite e carboncini. Riprese da paesaggi e scorci urbani con una gestualità semplice e la prerogativa di essere in assenza di soggetti. Racconti che provengono dalle periferie, dai parchi, da punti di osservazione che possono sembrare inusuali, forse inosservati, magari inutili ad una visione estetica ma che questa pittura riesce a ricollocare e rendere attraenti per altri scenari. Quando dipinge cerca di realizzare, figurativamente, un trasferimento di realtà conquistando l´attenzione di chi osserva con un´atmosfera che coinvolga prospettive e geometrie apparentemente diverse rispetto alle visuali di partenza. In questo senso si vedano i risultati del quadro "periferia", dove pezzi di arredo urbano, la facciata di una casa, diventa elemento interlocutorio per chi passa o la raffigurazione della tela "faro", risposta per chi giunge dal mare alla terra. Le tinte dei suoi lavori sensibilizzano un certo luogo, lo assorbono e lo cambiano trasferendone la postazione reale verso un´altra, quella della tela. Quadri come, "abbiamo tutti dimenticato qualcosa", "fabbrica abbandonata", "zona franca", "villa ada", trasmettono sensazioni di distanza, spaesamento, vuoto, tristezza mantenendo la costante di non ritrarre soggetti pur sottolineando aspetti della bellezza, architettonica e naturale, di statue, parchi e rigogliose vegetazioni. L´intento artistico è quindi quello di restituire atmosfere, luoghi con tinte ora tenui e diluite, ora accese e intense che, a seconda di come incontrano le luci e le ombre delle cose rappresentate, cambiano prospettive e visuali. Utilizza quindi luci e colori come mezzi per aprire finestre, finestre ideali, come recita uno dei titoli dei suoi quadri.
Torna al sommario