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Pagine Zen N° 51
giugno/luglio 2006
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


"Sui-iki"
Fotografia di Giovanni De Angelis
Elaborazione grafica di Paola Sturchio

SUI-IKI
Quella mattina il cellulare I-mode della mia amica giapponese indicava neve verso le 11:00 sebbene fosse il 9 aprile ed un sole timido si affacciava nel santuario Yasaka. Cominciamo la nostra passeggiata e ci fermiamo ad osservare i segni votivi annodati a centinaia nel tempio quando a un tratto ecco i primi fiocchi di neve. Erano le ore 11:00! Mi è subito balzato alla mente la canzone di Prince "sometimes it snows in april" ma pochi istanti e il mio sguardo è rapito dalla folla intorno alla processione ordinata e veloce. Sono le mamme che accompagnano le loro bambine per il rito Ocikosan.
Tutte vestite con kimono e ombrelletti gialli prendono per mano le piccole donne truccate con cerone bianco in segno di purezza sebbene adornate come fossero delle maiko. Lo sguardo della piccola si ipnotizza nel mio obiettivo.
Ne sembra rapita ed affascinata allo stesso modo. Intanto lei si ferma e con ella tutta la processione. Ha deciso di regalarmi questo puro incanto ed io sedotto, ne resto estasiato.
Giovanni De Angelis
KODO
La via dell'incenso
(Prima parte)
Keiko Ando Mei - Centro incontri culturali Oriente - Occidente
Il 13 maggio scorso il Centro Incontri Culturali Oriente Occidente di Milano ha ospitato, per la prima volta in Italia, una dimostrazione di Ko-do “Cerimonia dell’incenso”, condotta dal Maestro Sanjonishi Gyoun, membro della famiglia capostipite di questa tradizione e Iemoto della scuola Oiye-ryu.
Ko-do letteralmente significa “Via dell’ incenso; meno nota in Occidente della “Via del the” (cha-do) o della “Via dei fiori” (ka-do o ikebana) fa parte tuttavia della arti tradizionali giapponesi gia’ dal IX sec.
Cenni storici
I primi documenti in cui si parla di legno odoroso in Giappone risalgono al VI sec., periodo in cui il Buddhismo veniva introdotto dalla Cina. All’epoca il Ko, l’incenso, era utilizzato per cerimonie religiose; in particolare veniva bruciato davanti alle immagini buddhiste come offerta di purificazione, per la sua gia’ allora note proprieta’ di calmare e rilassare la mente. Nell’VII sec. il monaco cinese Ganjin porto’ in Giappone numerosi testi sacri, insieme a ricette di profumi e medicamenti, ed e’ cosi’ che i Giapponesi vennero iniziati ai segreti della combinazione degli ingredienti, nell’arte della fabbricazione degli incensi, detti Takimono. Nel IX sec., all’inizio dell’epoca Heian, l’incenso ebbe una grande diffusione e le famiglie nobili presero l’abitudine di vivere in ambienti impregnati di profumo, con cui cospargevano anche gli indumenti e le acconciature. Nel X sec. si studio’ approfonditamente ciascuna delle preziose sostanze che facevano parte delle misture aromatiche e quello che fino ad allora era stato un sapere esoterico si diffuse rapidamente e divenne patrimonio condiviso. Per farsi un’idea della raffinata cultura dell’incenso in epoca Heian, basta scorrere il capitolo “Il ramo del fior di susino” del Genji monogatari dove , raccontando i preparativi per la cerimonia di iniziazione della principessa di Akashi, si dedica molto spazio a descrivere la ricerca e la preparazione degli incensi che dovranno essere utilizzati: “Nel decimo giorno del secondo mese cadde un po’ di pioggia, non piu’ di quanta occorreva per portare al punto di perfezione il profumo e il colore del susino rosso che fioriva davanti al palazzo di Genji…giunse improvviso un messaggero da parte
della principessa Asagao…che recava con se’ due coppe di cristallo colme di grossi blocchi d’incenso. Una era di cristallo turchino disegnato a rametti di pino con cinque aghi; l’altra di cristallo bianco, su cui era inciso un tralcio di susino in fiore. E vi era appesa una poesia -Ancorche’, simile al tralcio di susino che vi mando questi profumi non abbiano di per se’ che un lieve odore, pure se voi li porterete non difetteranno di reale fragranza-“ O ancora. “…in tutti gli appartamenti della casa si era lavorato con tanta lena a comporre aromi che l’aria era ovunque sovraccarica di profumi…”
A partire dal XIII sec. i gusti cambiarono e ai profumi elaborati da miscele di essenze si preferi’ l’aroma puro di Koboku (albero profumato). Allo stesso tempo ci si oriento’ verso una nuova arte dell’incenso, detta Kumiko, che consisteva nell’evocare un tema poetico o letterario bruciando diverse varieta’ di legno profumato secondo un rituale codificato.
Nel XV sec. (epoca Muromachi), lo shogun Ashikaga Yoshimasa incarico’ Shino Soshin di studiare l’arte della miscelazione delle polveri profumate. Con l’aiuto di Sanjonishi Sanetaka, uomo di lettere e studioso illustre dell’epoca, Soshin stabili’ le regole fondamentali della via dell’incenso.
Gli alberi profumati vennero classificati in sei categorie (Kyara, Rakoku, Manaka, Mananban, Sumotara e Sasora), provenienti da cinque zone (Thailandia, Vietnam, Malesia, India e Cina del Sud). Kyara era considerato il legno piu’ pregiato per l’incenso. Si suddivisero i profumi ottenuti in cinque diversi aromi: piccante, dolce, acido, salato e amaro. Mescolandoli abilmente si mettevano in risalto le caratteristiche di ogni profumo. Furono anche elaborate le regole della cerimonia dell’incenso, che al pari della cerimonia del the, divenne una vera e propria “Via”, il Ko-do. Gli shogun consideravano il Ko (incenso) un elemento del bushido (Via delle arti marziali).
Nel XVII sec.(epoca Edo) il ko-do raggiunse il massimo della sua popolarità.
Nel XIX sec., con l’avvento dell’epoca Meiji, l’arte dell’incenso fu abbandonata per qualche tempo, ma oggi sta ritrovando tutta la sua vitalità e il suo prestigio, soprattutto nel suo senso originario, come strumento che permette di calmare la mente e ritrovare la quiete interiore. (continua)
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ZEN - come stile di vita Wabi-Sabi
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "Il Cerchio"
Direttore dei Corsi AIKIBUDO: Antonino Certa Shihan tel. 340.3179236
daitokan@daito-ryu.it www.daito-ryu.com
Un maestro interrogato da un monaco sul significato della vita chiede: “ Hai già fatto colazione questa mattina?- -Si- risponde il monaco –Allora lava la tazza” replica il maestro.
In questo breve colloquio tra maestro e discepolo possiamo vedere l’essenza della pratica zen come stile di vita, non un particolare modo di vivere o pensare, non una spiegazione su cosa sia la vita, ma il vivere immerso costantemente e in maniera essenziale nelle azioni che stiamo compiendo. E’ in queste azioni stesse che troviamo l’essenza della vita quando non sono il frutto di condizionamenti e attaccamento egoico. Definire quindi lo Zen anche stile di vita è possibile, uno stile semplice, essenziale che mira a far vivere ad esperire direttamente la vita da chi la vive, con corpo mente e spirito uniti. Uno stile di vita sempre attento ed essenziale. Lo zen enfatizza la comprensione intuitiva e diretta della verità che stiamo vivendo, una visione non intellettuale della vita. In Giappone esiste il termine Wabi-Sabi che potrebbe corrispondere allo stile di vita zen. Se chiediamo ad un giapponese il significato di wabi-sabi, questo esiterà nella definizione, perché wabi-sabi è una sensazione profonda del vivere, ma esplicitarla in un concetto è assai difficile, sarebbe come descrivere la sensazione che si ha in certe giornate di autunno, quando il vento soffia leggero, c’è il sole pallido ma caldo, e noi ci chiudiamo ad assaporare il calore che ci da il nostro soprabito mentre cade una foglia. Il fulcro di wabi-sabi e anche dello zen è trascendere i modi convenzionali condizionanti della visione della vita, per avere una visione diretta intuitiva e non mentale dell’esistenza. Se wabi-sabi è da considerarsi l’aspetto più evidente della bellezza che noi consideriamo bellezza giapponese, è anche però stile di vita, un maestro zen giapponese mi ha dato questa definizione di wabi-sabi: Al limite dell’essenzialità, una cosa in più ed è troppo, una cosa in meno ed è povera. Il termine italiano più vicino a wabi-sabi potrebbe essere Essenziale.
Questa essenzialità la possiamo applicare alla nostra vita, dove tutto è sempre, in eccesso, ridondante, ma molte volte anche carente, assente, e non parlo degli oggetti che intasano la nostra esistenza, ma soprattutto dei pensieri della nostra mente. La ricerca continua dell’essenzialità wabi-sabi, aiuta a stare immersi nell’esistenza in modo diretto senza troppe mediazioni. Solo quando viviamo nell’essenzialità riusciamo a cogliere le tracce delicate dell’esistenza, le prove indistinte ai margini del nulla che sfuggono nel chiassoso eccesso di pensieri impedendoci di essere intuitivi, di cogliere ciò che è nascosto e non manifesto della realtà. I dettagli trascurati o poco appariscenti che spesso ci svelano la realtà, si colgono solo con una mente essenziale. Wabi-sabi significa anche transitorietà delle cose, della nostra esistenza, transitorietà che nel buddhismo si definisce con: Impermanenza. Tutto cambia rapidamente e non ha un’esistenza propria, ed è solo in un rapporto essenziale con la vita che possiamo cogliere questo cambiamento e cambiare con esso, diversamente, la vita cambia ma noi restiamo sempre uguali scollati dalla realtà e soffocati sempre dall’eccesso.

I colori adesso brillanti,
presto cambiano e scompaiono.
Che cosa c’è di permanente nel mondo?
Attraversiamo oggi la profonda montagna delle illusioni
Abbandonando l’estasi di sogni troppo stretti.
Ryokan
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IL GAGAKU
Mario Carpino (seconda e ultima parte)
Associazione culturale italo-giapponese fuji
Il repertorio del gagaku deriva da musiche importate dal continente asiatico a partire dal V secolo d.C. Non conoscendo le composizioni originali, è difficile dire quanto profonda sia stata la rielaborazione da esse subita successivamente in Giappone, ma è probabile che sia stata piuttosto estesa e che quindi le musiche che possiamo ascoltare oggi rispecchino maggiormente il gusto dei giapponesi piuttosto che quello delle composizioni originarie. Questo repertorio non comprende musica vocale ed è diviso nei generi del kangen (musiche solamente strumentali) e del bugaku (musiche accompagnate da danze). Nel gagaku sono stati inseriti anche i canti e le danze eseguite in occasione delle cerimonie religiose shintoiste interne alla corte imperiale, sicuramente di origine più antica ma la cui musica è stata uniformata allo stile e alla pratica esecutiva delle musiche importate. Inoltre a partire dall'inizio del periodo Heian i giapponesi hanno anche introdotto nel gagaku musiche vocali, su testi poetici in giapponese (saibara) o cinese (rouei).
L'orchestra del gagaku è composta da diversi strumenti; prendendo come riferimento il kangen, il genere più tipicamente strumentale, l'organico è composto da:
strumenti a fiato:
• hichiriki, piccolo strumento ad ancia dal suono potente e penetrante (vagamente simile alla bombarda rinascimentale), a cui è affidata la melodia principale del brano;
• ryuuteki, flauto traverso dal corpo in bambù (senza chiavi), che in genere raddoppia con variazioni la linea melodica degli hichiriki;
• shou, specie di organo a bocca dotato di 17 canne (dal suono simile a quello di un'armonica a bocca); è usato per produrre accordi prolungati che costituiscono una specie di sfondo sonoro su cui si svolgono le evoluzioni della melodia;
• strumenti a corda: biwa (liuto a 4 corde) e koto (cetra a 13 corde): eseguono arpeggi che sottolineano i tempi forti delle battute, con funzione ritmica più che melodica;
• strumenti a percussione, che hanno naturalmente la funzione di scandire il ritmo dei brani:
• taiko (tamburo di grandi dimensioni): scandisce con colpi singoli le divisioni più grandi della melodia;
• shouko (piccolo gong): solitamente accompagna i colpi del taiko;
• kakko (piccolo tamburo di forma cilindrica allungata): scandisce con ritmi più fitti la melodia, arricchendola con figurazioni metriche particolari.
Tuttavia per questo repertorio il termine “orchestra” può risultare fuorviante in quanto il gagaku è una musica essenzialmente monodica, come la maggior parte della musica tradizionale giapponese: i diversi strumenti eseguono la stessa melodia, introducendovi solo alcune variazioni legate alla loro tecnica specifica. In altre parole non esiste un vero contrappunto, né quella dialettica tra gruppi di strumenti differenti (fiati e corde) che è tipica dell'orchestra occidentale.
Dal punto di vista musicale il gagaku presenta notevoli differenze rispetto alla musica occidentale:
• le melodie sono basate su scale pentatoniche, formate da 5 note invece che da 7 come nella musica
classica occidentale;
• manca completamente un concetto di armonia in senso occidentale, cioè un uso di accordi la cui successione abbia una precisa funzione espressiva e strutturale (manca cioè il linguaggio a noi familiare della tonalità, dell'alternanza tra accordi consonanti e dissonanti, delle cadenze, delle modulazioni, ecc.); nei casi in cui suoni di altezze diverse si sovrappongono, le combinazioni che essi formano sono spesso fortemente dissonanti per le nostre orecchie;
• per contro viene data una grande importanza alla melodia, spesso arricchita da sottili effetti timbrici e microtonali; ad esempio la tecnica degli strumenti a fiato comprende ampie escursioni di intonazione che a noi suonano come stonature e che invece sono un elemento importante dell'estetica musicale giapponese (una nota tenuta con un'intonazione costante è considerata monotona e poco interessante);
• i ritmi sono molto lenti e spesso piuttosto liberi, dando una sensazione di un ritmo poco definito;
• i diversi strumenti che eseguono un brano hanno una notevole indipendenza ritmica; anche eseguendo la stessa melodia introducono negli attacchi delle note anticipi o ritardi che generano una leggera sfasatura tra le diverse parti. A questo proposito si può citare il katarai, una figurazione ritmica caratteristica del kakko, che consiste in un rullo progressivamente accelerato che non segue il tempo generale del brano.
Si tratta quindi di un mondo sonoro antitetico al nostro, il cui apprezzamento richiede un certo lavoro di assuefazione attraverso l'ascolto ripetuto: una piccola fatica che sarà ricompensata dalla progressiva rivelazione della raffinata
bellezza di questo repertorio. n
Discografia: Gagaku and beyond (Tokyo Gakuso, dir. Ono Tadaaki), Celestial Harmonies 13179-2: un'antologia introduttiva al gagaku che riporta brani dei principali generi (kangen, bugaku, saibara), corredata di un libretto estremamente informativo, secondo la lodevole tradizione di questa piccola casa discografica;
Gagaku: Gems from Foreign Lands (Tokyo Gakuso, dir. Ono Tadaaki), Celestial Harmonies 13217-2: secondo volume dell'antologia, con esempi di musica cerimoniale shintoista, bugaku, rouei e saibara;
Gagaku Suites (Reigakusha, dir. Sukeyasu Shiba), Celestial Harmonies 13223-2: due suites complete di bugaku;
Japon: Gagaku (Ono gagaku kai), Ocora C 559018 HM 65: antologia con brani di kangen e bugaku;
Gagaku (Dipartimento di Musica dell'Agenzia della Casa Imperiale), King Record KICH 2001: un'altra interessante antologia introduttiva al gagaku (il disco fa parte della collezione Japanese Traditional Music, una serie di 10 CD dedicati ai principali generi della musica tradizionale giapponese). Dal punto di vista musicale il gagaku presenta notevoli differenze rispetto alla musica occidentale:
- le melodie sono basate su scale pentatoniche, formate da 5 note invece che da 7 come nella musica
classica occidentale;
- manca completamente un concetto di armonia in senso occidentale, cioè un uso di accordi la cui successione abbia una precisa funzione espressiva e strutturale (manca cioè il linguaggio a noi familiare della tonalità, dell'alternanza tra accordi consonanti e dissonanti, delle cadenze, delle modulazioni, ecc.); nei casi in cui suoni di altezze diverse si sovrappongono, le combinazioni che essi formano sono spesso fortemente dissonanti per le nostre orecchie;
- per contro viene data una grande importanza alla melodia, spesso arricchita da sottili effetti timbrici e microtonali; ad esempio la tecnica degli strumenti a fiato comprende ampie escursioni di intonazione che a noi suonano come stonature e che invece sono un elemento importante dell'estetica musicale giapponese (una nota tenuta con un'intonazione costante è considerata monotona e poco interessante);
- i ritmi sono molto lenti e spesso piuttosto liberi, dando una sensazione di un ritmo poco definito;
- i diversi strumenti che eseguono un brano hanno una notevole indipendenza ritmica; anche eseguendo la stessa melodia introducono negli attacchi delle note anticipi o ritardi che generano una leggera sfasatura tra le diverse parti. A questo proposito si può citare il katarai, una figurazione ritmica caratteristica del kakko, che consiste in un rullo progressivamente accelerato che non segue il tempo generale del brano.Banner
Si tratta quindi di un mondo sonoro antitetico al nostro, il cui apprezzamento richiede un certo lavoro di assuefazione attraverso l'ascolto ripetuto: una piccola fatica che sarà ricompensata dalla progressiva rivelazione della raffinata bellezza di questo repertorio.

Discografia: Gagaku and beyond (Tokyo Gakuso, dir. Ono Tadaaki), Celestial Harmonies 13179-2: un'antologia introduttiva al gagaku che riporta brani dei principali generi (kangen, bugaku, saibara), corredata di un libretto estremamente informativo, secondo la lodevole tradizione di questa piccola casa discografica;
Gagaku: Gems from Foreign Lands (Tokyo Gakuso, dir. Ono Tadaaki), Celestial Harmonies 13217-2: secondo volume dell'antologia, con esempi di musica cerimoniale shintoista, bugaku, rouei e saibara;
Gagaku Suites (Reigakusha, dir. Sukeyasu Shiba), Celestial Harmonies 13223-2: due suites complete di bugaku;
Japon: Gagaku (Ono gagaku kai), Ocora C 559018 HM 65: antologia con brani di kangen e bugaku;
Gagaku (Dipartimento di Musica dell'Agenzia della Casa Imperiale), King Record KICH 2001: un'altra interessante antologia introduttiva al gagaku (il disco fa parte della collezione Japanese Traditional Music, una serie di 10 CD dedicati ai principali generi della musica tradizionale giapponese).
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KOKYU NAGE
In questo brano, che è un estratto di un articolo pubblicato dalla rivista Bushido nel 1984, il Maestro Itsuo Tsuda esprime la sua visione dell’Aikido: fusione del ki, arte non-marziale, arte di unirsi e separarsi (come diceva il Maestro Ueshiba, fondatore dell’Aikido), respirazione come fondamento stesso dell’Aikido. Il Maestro Tsuda ha seguito l’insegnamento del Maestro Ueshiba per dieci anni. E’ venuto in Europa per diffondere le sue idee sul Ki attraverso l’Aikido, il Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore) e i suoi scritti.

Per ulteriori informazioni: www.ecole-itsuo-tsuda.org

La parola Kokyu può essere tradotta in italiano con respirazione poichè Ko è equivalente all'espirazione e Kyu all'inspirazione. E' l'unione di questi due fenomeni che fa nascere la respirazione. Ma per Tsuda Sensei, il " Kokyu " ha un'estensione insospettabile, ben al di là della concezione biochimica o ginnica della respirazione. Egli diceva spesso che grazie alla respirazione « l'Aikido è un'arte di ridiventare bambini...senza essere puerili ».
Come comprendere questa affermazione sul piano tecnico? E'semplice. Quando siete afferrati da dietro con le braccia da una persona più forte di voi che vi impedisce di sedervi. Che fare? Proiettarla per liberarsi al fine di potersi sedere? Siccome egli pesa più di me non posso farlo. Allora?
Tsuda Sensei risponde: "Divenire un bambino". Vedo una conchiglia meravigliosa sulla spiaggia e mi abbasso per prenderla. Dimentico colui che continua a stringermi da dietro. C'è il fluire del ki che parte da me verso la conchiglia mentre prima il ki era bloccato al pensiero di colui che mi stringe con tanta forza. Diventa allora leggero e cade al di sopra delle mie spalle...
L'idea di proiezione provoca la resistenza. Nel gesto del bambino, c'è la gioia di raccogliere la conchiglia che fa dimenticare la presenza dell'avversario.
Dimenticare l'avversario ben sapendo che è là, non è comunque facile. Più si tenta di dimenticare, più ci si pensa. E' la gioia, nel fluire del ki che mi fa dimenticare tutto...
EDITO DA CENTRO CULTURA ITALIA-ASIA
"GUGLIELMO SCALISE"
Tel. 025461236 - 02733431
giuli.dani@virgilio.it - info@italia-asia.it
La pratica dell'Aikido implica dunque l'adozione del principio della non-resistenza, nel senso che non si spinge né si tira l'avversario, si evita di agire in un senso che potrebbe suscitare la forza antagonista. Implica anche l'adozione del principio del non-avversario. Poiché appena ci si pensa, il nostro ki è assorbito da questo, la nostra respirazione-attenzione è bloccata. Ma per non essere assorbiti dall'avversario, bisogna avere una certa potenza di respirazione.
Il maestro Ueshiba diceva spesso:
"L'Aikido è un'arte di musunde hanatsu, unirsi e separarsi".
Questa alternanza di unione e di separazione, l'ho ottenuta attraverso l'inspirazione e l'espirazione.
Dapprima c'è l'inspirazione del difensore (utilizzo provvisoriamente questa parola, benchè non ci siano dei termini corrispondenti a difensore e ad assalitore nell'Aikido)
Il Dojo “Scuola della Respirazione” è un’associazione nata a Milano negli anni ’80 che fa parte della Scuola Itsuo Tsuda. Si prefigge di far conoscere la filosofia pratica che è stata trasmessa dal Maestro Itsuo Tsuda attraverso i suoi libri e le pratiche dell’Aikido e del Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore).
L’associazione propone una pratica regolare dell’Aikido e del Katsugen Undo e, ogni due mesi, organizza degli stage condotti da Régis Soavi Sensei, che da più di vent’anni continua a diffondere l’insegnamento del Maestro Tsuda.
I dojo della Scuola Itsuo Tsuda di Milano, Roma, Parigi e Tolosa organizzano più stage all’anno e si riuniscono a Masd’azil, nel sud della Francia, in occasione dello Stage d’estate (10-24 luglio 2006).
Per informazione su tutti i dojo della Scuola, date relative agli stage, pratica regolare, tariffe, ecc. potete telefonare al
n° 02 34932037
oppure consultare i siti:
www.scuoladellarespirazione.org
www.scuola-itsuo-tsuda.org
che fa scaturire l'azione. Alzo la mano inspirando e l'assalitore segue immediatamente il mio gesto, alzando la mano. C'è sincronizzazione dell'inspirazione da una parte e dall'altra, contemporaneamente alla coordinazione dei gesti. Questa interazione reciproca è, credo, una delle caratteristiche dell'Aikido. Essa non esiste né nello Judo, né nel Kendo. In questi ultimi, ognuno respira indipendentemente e aspetta l'occasione di attaccare l'altro.
All'inizio l'interazione non è evidente. Non si fa che eseguire un certo numero di gesti appresi. Finisco per constatare che c'è coordinazione di gesti nell'Aikido. Detto altrimenti, se alzo il mio bokken, l'assalitore alza il suo simultaneamente. Nel Kendo non si è tenuti a rispettare questa forma convenzionale di apprendimento. Se uno alza lo shinai, l'altro può replicare colpendo il ventre orizzontalmente.
Perché nell'Aikido ci sono dei gesti identici o corrispondenti da una parte e dall'altra? Non si potrebbe in ogni caso domandare al proprio avversario:"Sarebbe così gentile di alzare la mano contemporaneamente a me, per favore?" Perché una cosa simile sia possibile, ci deve essere una forza coagente che obbliga l'altro ad agire come ci si augura. Ho trovato nell'inspirazione questa forza, che precede anche l'atto. Una volta che si è realizzata e che l'atto è avviato, si passa all'espirazione che permette il fluire del ki. Si vede allora la proiezione e altre cose come una forma visibile della tecnica.
La respirazione, per la mia esperienza, è il fondamento stesso dell'Aikido. n
Estratto da "Bushido"
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STRANE PAROLE
L'arte della tortura dei vocaboli
Matteo Rizzi
Nella lingua giapponese la definizione "kotoba no yure" indica la coesistenza di due forme per una stessa parola. Un esempio che tutti conosciamo è proprio la parola "Giappone" che -scritta con gli stessi kanji- può essere letta Nihon o Nippon; si verifica il contrario in "juubun" (abbastanza, sufficiente, abbondante) nella quale "juu" può essere scritta con due kanji differenti.
Se vogliamo attribuirgli un nome simpatico chiamiamole pure parole traballanti dato che yure deriva dal verbo yureru che significa "traballare, tremare, oscillare".
Analizzandone alcune (specialmente tra i gairaigo introdotti da lingue straniere) comprendiamo come queste parole traballanti possano diventare pericolose armi sempre più utilizzate dai giapponesi nella perversa arte della "tortura di vocaboli".
Circa quattro anni fa ricevetti una mail nella quale compariva la parola ENTAME scritta con i caratteri katakana (sillabario fonetico usato per la scrittura delle parole d'origine straniera).
Mai sentita! Consultai fiducioso il dizionario di gairaigo e katakana-go, ma non trovai niente. Insomma, l'autore della mail scriveva che la sua ditta «puntava all'espansione nel settore dell' ENTAME televisivo» ed io volevo capire di cosa si trattava.
Provai a digitare la parola in questione su un motore di ricerca giapponese e con un po' di stupore mi trovai di fronte ad un numero rilevante di risultati; leggendo alcuni brani finalmente capii dal contesto che ENTAME altro non è che la fantasiosa abbreviazione della parola ENTAATEINMENTO, il corrispettivo dell'inglese "entertainment". Incuriosito decisi di archiviare questi dati col proposito di approfondire l'argomento in futuro…Ebbene, quel momento è arrivato. Il mese scorso nella giungla di Internet mi è venuta all'occhio la parola ENTA, sempre scritta in katakana: a distanza di qualche anno hanno inventato l'abbreviazione dell'abbreviazione!
Sulla mia strada ho incontrato un gruppo di amici giapponesi che attraverso un forum stavano proprio parlando di questa parola: uno di loro ha notato che nel palinsesto della televisione NTV, nel programma mattutino "Zoom In !" c'è una rubrica chiamata "Marumie Enta" (traduz. a senso: "intrattenimento a 360 gradi").
Questa è solamente la punta di un iceberg. Immaginiamo di mescolare i seguenti ingredienti: 1- gairaigo (parole d'origine straniera), 2- shouryaku-kei (le forme abbreviate), 3- hatsuon machigai (errori causati dalle difficoltà di pronuncia) 4- goji (errori ortografici)…secondo voi cosa ne potrebbe uscire?
Proviamo innanzitutto a digitare queste due forme abbreviate sui due maggiori motori di ricerca giapponesi per capire mediamente con che frequenza appaiono: ENTAME (6.545.000 voci); ENTA (1.965.000 voci). Tra le due ENTAME sembra stia vincendo la sfida!
Proviamo a controllare la frequenza d'utilizzo della parola corretta e di seguito tutte le varianti "traballanti" che sono spuntate come funghi in questi ultimi anni.
La parola corretta: ENTAATEINMENTO (13.450.000 voci); senza l'allungamento: ENTATEINMENTO (9.510.000 voci); senza allungamento e senza "N": ENTATEIMENTO (1.865.000 voci); proviamo ora a cercare il vocabolo con l'allungamento "TAA" ma inserendone anche uno in sostituzione della "I": ENTAATEEMENTO (155.500 voci); togliendo da quest'ultima l'allungamento corretto "TAA": ENTATEEMENTO (37.700 voci); infine dalla parola corretta togliamo solo la "N": ENTAATEIMENTO (12.955.000 voci)…questa è veramente molto diffusa.
A questo punto proviamo a sommare tutti i dati per ricavarne delle percentuali e ordiniamoli in ordine decrescente (v. grafico).
Una breve considerazione finale: chi scrive enta ed entame SCEGLIE di utilizzare delle abbreviazioni. Non capisco invece che senso abbia togliere una N o aggiungere un allungamento dove capita! La lunghezza del vocabolo rimane pressochè invariata, non traspare la volontà di semplificare la parola. Semplicemente alcuni giapponesi non la scrivono correttamente ma sono convinti del contrario, altri diranno "si capisce lo stesso…" "per me è più facile pronunciarla così…" e allora ognuno lo scriva un po' come gli pare! Anzi, formiamo tutte le combinazioni che rimangono disponibili e usiamole a seconda di come "ci gira".
DUANWUJIE
La festa duanwu, la festa cinese delle barche a forma di drago
Giuseppina Merchionne




Il senso semantico legato al nome di questa festa è alquanto complesso; il termine duan ha il significato di “inizio”; nel calendario tradizionale, ogni mese ha tre cinquine di giorni iniziali, la prima cinquina viene designata come duanwu, o “primi cinque giorni iniziali del mese”, mentre il quinto mese dell’anno viene designato come wuyue, quinto mese. In antichità il termine wu, cinque, veniva spesso scritto con il carattere omofono wu, per cui duanwu veniva sovente scritto con il carattere wu, omofono di wu, cinque. Poiché la festa ricorreva, e ricorre, il quinto giorno del quinto mese, veniva chiamata “festa del duanwu”, festa dei primi cinque giorni del quinto mese. Questa interpretazione del significato semantico del duanwu è ritenuta la più verosimile, in quanto più vicina alla consuetudine popolare di usare la lingua per costruire parallelismi ideologici, (cfr. Gai Guoliang, pag. 95).
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Nel calendario solare essa cade tra il 28 maggio e il 28 giugno e segna l’inizio dell’estate.
Una credenza vuole che questa festa celebri la memoria di Qu Yuan, statista e poeta del regno di Chu, il quale nel 278 a.C., prevedendo la caduta del suo stato, si gettò nel fiume per non vedere la sconfitta della patria e attrarre a questo modo l’attenzione del suo sovrano sulla necessità di difendere i confini.
Da allora, per piangerne la morte, in tutto il paese si gettano nel fiume offerte di zongzi, involtini di riso glutinoso mescolato a carne o a datteri rossi avvolti a forma di piramide in foglie di bambù, nella speranza che i pesci, attratti dal cibo, non molestino l’anima del poeta. Ancora oggi gli stessi involtini vengono consumati per celebrare la festa.
Sovente si infilano anche foglie di artemisia e calamo, piante sacre, davanti alle porte per esprimere il desiderio di richiamare in vita l’anima di Qu Yuan.
La definizione “festa delle barche a forma di drago” nasce dall’usanza invalsa in varie regioni della Cina di celebrare la memoria del poeta con barche particolari, dalla foggia che rievoca la prima forza della natura, il drago, chiamate appunto longchuan, barche del drago.
GNOCCHI DI RISO CINESI
di Sara Maternini

Primo piatto
Facile
250 g di gnocchi di riso cinesi secchi (vanno ammollati in acqua fredda per almeno 12 ore)
1/2 cavolo cinese
1 peperone
1 costa di sedano
125 g di pancetta
1 cipolla
1 pezzettino di zenzero fresco
1 cucchiaio di olio extravergine di oliva
2 cucchiai di salsa di soia
1 cucchiaio di salsa di ostriche
1 cucchiaino di sakè
1 cucchiaio di salsa di pesce
2 cucchiaini di olio di sesamo
1 cucchiaino di semi di sesamo bianchi
1 cucchiaino di semi di sesamo neri

Tritare finemente zenzero, cipolla e sedano.
Scaldare 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva nel wok, aggiungere la pancetta, e la cipolla, lo zenzero e il sedano e soffriggere brevemente a fuoco alto. Aggiungere il peperone a listarelle e soffriggere. Aggiungere a questo punto il cavolo cinese a pezzettoni, soffriggere e coprire il wok, lasciando stufare il tutto per una decina di minuti.
Aggiungere gli gnocchi scolati, la salsa di soia, la salsa di ostriche, la salsa di pesce e il sakè. Amalgamare bene il tutto, coprire e cuocere per una decina di minuti o fino a quando gli gnocchi saranno morbidi. Condire con l’olio di sesamo e i due semi. Servire subito.


Sara Maternini ha una sua società
di catering e organizzazione eventi
Tel. 3334938884
gustoassoluto@libero.it
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
www.mondoshiatsu.com
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Milano

Adriana Contarini

espone dal 3 al 30 giugno 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Giovanni De Angelis

espone dal 30 maggio al 25 giugno 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Da un contesto personale culturale matematico scientifico che ripropone con i titoli di alcune opere, bose e obukhov, e che operativamente considera come un mondo parallelo di stimolo e di metodo per fare arte. Una procedura fatta di meccanicità e caos che combina geometrie e palpitazioni coloristiche. Con queste ultime sperimentazioni cerca la combinazione dell´elemento meccanico con la casualità e l´invenzione compositiva. C´è l´intervento della macchina e dell´artista. Cambiano gli sfondi e i materiali impiegati, un pezzetto di pellicola, è per esempio l´oggetto inserito dall´opera "film in b/n". Parte da lastre metalliche sottilissime, passate al torchio, per poi imprimere al contrario carte. Ogni volta emergono nuove sfumature e situazioni, quadrature, griglie, linee, maglie, oppure figure geometriche monocrome. A partire dall´impiego del torchio che lavora con sistematicità ai momenti successivi che sono imprevisti, contrari, fino alle lavorazioni finali di stesura delle tinte ad olii ed acquerelli. I colori sono in movimento da una parte all´altra delle matrici e si combinano cercando elasticità compositiva. A volte con dei segni, linee e solchi. Tratti sottili che, in certi casi, possono ricordare giochi da lavagna. Geometrie che cambiano sembianze, in discussione con macchie di colori, tra piani pennellati e effetti monocromatici di fluidità, di contorsioni, di piegature, di accidentali combinazioni, come accade per esempio con i quadri "bellezza", "transizione", "fascino" "slac". Possono sembrare paesaggi glaciali, lunari, marine, piuttosto che pieghe delle cortecce, tele stropicciate di tessuti, o di metalli, traiettorie, filettature, segni, anche ancestrali. L´artista interviene cercando le molteplicità delle pieghe e delle combinazioni, operando composizioni e scomposizioni continue, considerando le molteplici possibilità dei materiali riciclati, dando sfogo ad effetti speciali abbastanza fuori dal mondo visibile comune, quotidiano. Cromaticità da altri mondi, inserzioni che si autoalimentano con le loro separazioni, incastri, scontri, come emozioni caotiche e regolari che si scambiano imprevedibili effetti finali. Foto che cercano i contesti oppure le casualità degli incontri, i momenti performativi e le quotidianità. I soggetti, dette geishe, la parola geisha è unione di due kanij che significano "arte" e "persona", sono bambine e ragazze che con le loro facce e corpi accentuano o meno su loro stesse le battaglie di sentimenti e modi di essere e che in questo modo fanno ricerca del perfezionamento estetico ed etico dell´iki, cioè di una capacità di mutamento e di ascolto. In entrambi i casi comunicazioni, modi di stare verso sé e verso l´esterno, che si involgono sia con il mezzo qui impiegato sia con le vicende delle personalità fotografate. Dalla foto della ragazza di spalle che attraversa l´aria opaca della strada a quella delle due riprese in un vicolo, con le figure in fondo al buio, nel momento in cui risaltano i loro volti, profili, occhi, foto urbane, a quelle delle bambine truccate, una mentre guarda, ripresa a mezzo viso, da un cerchio bianco e da una cornice rossa, l´altra avvolta da una realtà di colore bianco, tersa, evanescente, unica realtà oltre quella della figura, foto di scena. Quasi subito le immagini innescano una reciprocità coinvolgente, seducente, che accarezza; con dei sinonimi che conduce in disparte, separa via, svia, sposta da una parte all´altra le realtà, stabilendo una seduzione scenografica e teatrale. Realtà dirette con romanticismo, pose, primi piani, dettagli, che restituiscono ambienti non comuni, anche in assenza di realtà. Riprese da passaggi temporali urbani, a volte in modo piuttosto fugace e dissolvente, cercando i momenti di distrazione, da persone rilevate in giro, che si prestano, velocemente, al quasi reportage, oppure cercando con una trasmissione scenografica, di cogliere l´interesse per l´espressività e la capacità di comunicare sentimenti e ragioni.
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