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Pagine Zen N° 52
luglio/agosto 2006
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
TANABATA MATSURI
TANABATA MATSURI 5-6-7 Luglio 2006

Zen Sushi Restaurant di Milano e Roma

Il Tanabata Matsuri (Festa delle Stelle), che si celebra ogni anno in Giappone la notte del 7 luglio, si ispira ad un'antica e romantica leggenda d'origine cinese. Si narra che in tempi lontani un grande amore sbocciò tra Orihime, fanciulla tessitrice figlia dell'Imperatore Celeste e Hikoboshi il mandriano che abitavano sulle sponde opposte del Fiume Celeste (la Via Lattea). La passione amorosa li portò a trascurare i loro doveri: Hikoboshi non accudì il suo bestiame ed Orihime smise di tessere preziose vesti per gli Dei. L'Imperatore adirato li separò sulle diverse sponde e rese il Fiume Celeste impetuoso e privo di ponti. Gli Dei, commossi dalle lacrime dei giovani amanti, convinsero però l'Imperatore a concederegli di incontrarsi una volta all'anno. Da allora ogni 7 luglio stormi di gazze con le ali aperte, fungendo da ponte, permettono a Orihime e Hikoboshi di riabbracciarsi nel mezzo del fiume. Ancora oggi, quando il cielo è sereno possiamo ammirare la Via Lattea e ai suoi lati le due stelle più luminose, Hikoboshi (Altair) e Orihime (Vega).
Tipiche decorazioni della festa sono le fronde di bambù ornate da cartigli di diversi colori recanti desideri e poesie d'amore. Alziamo lo sguardo al cielo.
Partecipiamo alla gioia dell'atteso incontro.
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MA ANCHE BUDDHA SI ADIRA
La pazienza va bene, ma anche Buddha si adira . Essere pazienti
e tolleranti, ma anche energici e risoluti

Rosario Manisera - www.giappone-italia.it
La signora Miki, devota buddista della setta della Terra Pura, era molto scontrosa con gli altri e certo non era un esempio di bontà e pazienza, nonostante invocasse il nome del Buddha Amida tre volte al giorno. Erano ormai più di dieci anni che, ad orari prestabiliti e dopo aver acceso un bastoncino d’incenso e dato un colpo al campanello rituale, ripeteva per un abbondante arco di tempo la miracolosa invocazione “Namu Amida Butsu, Namu Amida Butsu: Sia lode ad Amida Buddha!”. Continuava tuttavia ad essere sgarbata, intrattabile e sempre arrabbiata con le altre persone.
Un giorno, un suo amico che abitava poco lontano volle darle una lezione. Appena avvertì il suono del campanello, segno dell’inizio della pratica religiosa, corse alla porta della signora Miki e cominciò a chiamarla a gran voce.
Già intenta alla sua abituale preghiera, la signora Miki era infastidita dal ripetuto richiamo, ma decise che avrebbe portato pazienza lottando contro il
suo carattere iroso. Ignorando l’amico importuno, continuò a rivolgere le sue giaculatorie rivolta verso l’immagine del Buddha generoso e salvatore: “Namu Amida Butsu, Namu Amida Butsu!”
L’uomo, però, continuava a chiamarla e lei, nonostante il disagio e l’ira montante, seguitava a pregare.
“Signora Miki, Signora Miki”, proseguiva intanto l’amico all’uscio della sua casa.
A un certo punto, la donna non riuscì più a trattenersi; si alzò di scatto, aprì la porta ed aggredì l’uomo con questi rimbrotti: “Ma, insomma, perché continui a seccarmi? Perché continui a chiamare il mio nome quando sono impegnata in preghiera?”
E l’uomo sorridendo le disse con calma: “Ho ripetuto il tuo nome solo per dieci minuti e tu sei così infuriata. Immagina quanto deve essere arrabbiato Buddha dal momento che stai ripetendo il suo nome da oltre dieci anni!”.
Il breve racconto orientale, ironico e provocatorio, intende sottolineare l’importanza della coerenza tra vita e pratica religiosa; vuole essere uno stimolo ad apprezzare e a praticare la pazienza e la longanimità. Si tratta di virtù da sempre decantate anche nel nostro occidente pur se messe in pratica ben più raramente.
C’è però un altro insegnamento che ci viene offerto: essere pazienti non significa affatto essere deboli ed acquiescenti. In oriente, infatti, è ampiamente diffuso il proverbio riportato nel titolo: anche l’imperturbabile Buddha, se provocato oltre misura, non riesce più a resistere e perde la pazienza. Quando è troppo, è troppo. In realtà, la pazienza non è ingenuità o dabbenaggine. Chi sa tollerare è in grado di dare il giusto valore a ogni circostanza. Di fronte a situazioni abnormi perfino il santo, perfino il Buddha non può più sopportare.
A volte, una dimostrazione di giusto sdegno riesce ad ottenere un risultato che mille ragioni spiegate con calma non sono capaci di conseguire.
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STRANE PAROLE
L'ARTE DELLA TORTURA DEI VOCABOLI
Matteo Rizzi (seconda parte)
Dopo aver analizzato entaateinmento e le sue numerose varianti "creative" vi starete chiedendo se esistano altri clamorosi casi di violenze a danno d'innocenti vocaboli…Certo!
Oggi parleremo delle tormentate vicende del termine inglese "simulation" che in giapponese si pronuncia SHIMYUREESHON e come tutte le parole d'origine straniera è scritto con i caratteri katakana.
Ai giapponesi piace molto la simulazione: costruiscono robot che
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
www.mondoshiatsu.com
simulano gli atteggiamenti umani, simulano gli effetti dei terremoti per testare le strutture antisismiche, nei giochi di simulazione sono sempre all'avanguardia; digitandola come parola chiave su Internet comprendiamo come shimyureeshon sia utilizzata frequentemente nei più svariati contesti e talvolta preferita, nonostante la differenza semantica, a vocaboli come tesuto (test) o tameshi (prova).
Cari giapponesi, allora spiegateci da dove nasce la parola SHUMIREESHON: sul motore di ricerca Google ne appaiono circa 2.860.000 voci!…E quale giustificazione avete per tutte le altre variazioni? Nella tabella potete confrontare le parole corrette (quelle evidenziate) seguite da tutte le altre oggi in circolazione con le percentuali relative alla loro frequenza d'utilizzo.
In attesa di avere una convincente risposta dai diretti interessati proviamo ad analizzare la questione tra noi. In primo luogo classifichiamo le tipologie degli errori: se confrontiamo la scrittura giapponese delle due forme shimyureeshon e shumireeshon notiamo che differiscono nella posizione di due sillabe. Nella parola corretta MI e YU si incontrano a formare il suono contratto MYU, mentre la loro inversione porta la sillaba YU a contrarsi con l'iniziale SHI.
La parola è dunque originata dal sopracitato errore di sostituzione (kaego)? O da un semplice errore di lettura (yomi machigai)? Oppure potrebbe esservi una terza causa che in qualche modo le comprende entrambe? Prendiamo in
considerazione anche la pronuncia della prima parte dei vocaboli: secondo voi per un giapponese (così come per un italiano) risulta più scorrevole SHIMYU (scimiu) o SHUMI (sciumi)?
Ho la sensazione che ci stiamo avvicinando al nocciolo della questione; sicuramente non è una difficoltà di pronuncia insormontabile ma in quanto a scorrevolezza la variazione shumireeshon -seppur scorretta- esce a testa alta da questo confronto. Teniamo presente anche il fattore "condizionamento": nel vocabolario giapponese esiste la parola shumi (hobby, passatempo, svago) ma di shimyu nemmeno l'ombra…sembra quasi naturale cadere in questa trappola fonetica. Stesso discorso vale per "communication", altro termine anglosassone che da KOMYUNIKEESHON diventa improvvisamente KOMINYUKEESHON.
MYU è il vero responsabile di tutta 'sta confusione! Quando le sillabe si collegano a YA YU YO ne derivano dei suoni contratti (detti youon). Nel nostro caso sembra proprio che il suono MYU derivato dalla fusione di MI + YU crei qualche problema di pronuncia "innaturale".
Analoghe difficoltà si presentano anche in parole puramente giapponesi. Ad esempio si tende ad aggirare l'insidia della N di fun'iki (atmosfera, ambiente) che alcuni finiscono per leggere funiki o addirittura fuinki. In taiiku (educazione fisica) lo scandire correttamente la doppia vocale sembra invece "spezzare" il ritmo della parola che qualcuno legge semplicemente taiku. Altri esempi problematici potrebbero essere le parole joou "regina" (pr. italiana "giooo") e jouon "temperatura" (pr.it. "giooon"): risulta un po' funambolesco pronunciare la O della prima sillaba e la successiva O allungata con il giusto tempo, il tono e gli accenti corretti.
Tutti assolti per pronuncia troppo impegnativa? No no…qualche mese di riflessione per chi usa SHIMIREESHON, SHIMUREESHON e SUMIREESHON; pene molto severe per chi ha coniato SHUMYUREESHON (ha voluto solo complicarsi la vita). Ergastolo per tutti quelli che usano le forme scorrette con la convinzione di essere nel giusto.
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IL BIWA
Mario Carpino (seconda e ultima parte) - www.fujikai.it
Stampa di Tsukioka Yoshitoshi (1839-1892) dal titolo "La luna sul monte Maroyama - Moronaga" (1889): rappresenta il nobile Fujiwara no Moronaga (1137-1192) mentre suona il biwa al chiaro di luna sul monte Maroyama.

Un esemplare di gakubiwa (il tipo di biwa usato nel gagaku) finemente intarsiato risalente al XVII secolo con il suo bachi (spatola utilizzata come plettro).
Il biwa è uno strumento a corde pizzicate dotato di una grande cassa armonica a forma di pera su cui sono montate 4 o 5 corde. Assomiglia molto al liuto rinascimentale: la somiglianza non è casuale in quanto entrambi gli strumenti derivano da uno stesso progenitore persiano che si è diffuso sia verso occidente (dando origine allo ud arabo e quindi al liuto europeo), sia verso oriente, lungo la via della seta, dando origine a strumenti indiani e cinesi (pipa). In Giappone lo strumento è stato importato a più riprese, a partire dall'VIII secolo d.C., sia dall'India che dalla Cina: questo spiega la varietà di modelli di biwa diversi utilizzati in Giappone in epoche diverse.
Come abbiamo visto anche l'orchestra del gagaku, la musica cerimoniale in uso nella corte di Heian a partire dall'VII secolo, comprendeva un tipo di biwa (il gakubiwa); tuttavia il repertorio più tipico di questo strumento nasce successivamente, in epoca medioevale, ed è legato a un'estetica e a un ambiente sociale completamente differenti: non l'ambiente colto e raffinato della corte imperiale della capitale ma quello austero e rude dell'aristocrazia militare che si era sviluppato nelle regioni di provincia a partire dal IX secolo e che aveva progressivamente acquisito sempre maggior potere economico e militare. Nel 1156 il capo di una di queste famiglie, Taira Kiyomori, era riuscito a prendere il controllo della stessa casata imperiale, dando inizio a un periodo di dittatura che durerà fino al 1180, quando la famiglia Taira fu sconfitta e sterminata dal clan Minamoto durante la sanguinosa guerra Genpei (1180-1185).
La guerra Genpei è un punto di svolta decisivo nella storia del Giappone: essa rappresenta non solo la fine del governo imperiale diretto e l'inizio del governo dello shogun (il capo dell'esercito), ma anche la fine del mondo classico, legato alla raffinata cultura di corte di derivazione cinese, e l'inizio del mondo medioevale. L'epopea delle gesta dei guerrieri della guerra Genpei ha nel Giappone medioevale un'importanza che si può paragonare a quella delle gesta dei paladini nel medioevo europeo; i testi, trasmessi dapprima per tradizione orale, furono fissati per iscritto nel XIV
secolo nello Heike monogatari. Essi venivano diffusi dai biwa houshi, cantastorie ciechi che giravano il Giappone declamando il proprio repertorio con l'accompagnamento del biwa.
Questo repertorio musicale (denominato heike biwa o heikyoku) ha uno stile austero e solenne, perfettamente adatto a trasmettere i fortiBanner sentimenti che informano il poema epico: il senso dell'onore e dell'eroismo, la fedeltà al proprio signore a costo della morte, l'eccitazione della sfida e delle battaglie, ma anche la compassione per i caduti, per i deboli e per i vinti, e quel particolare senso dell'inevitabile declinare di ogni cosa che ha chiara matrice buddhista e che permea lo Heike monogatari fin dai primi versi:
Il suono della campana del tempio di Gion
annuncia l'impermanenza di ogni cosa.
Il colore dei fiori dell'albero di sala
rivelano che chi prospera dovrà perire.
Il valoroso dura come un sogno in una notte di primavera
e il potente svanirà come polvere al vento ...
Il testo viene declamato con uno stile particolare (tecnicamente indicato come katarimono) che può essere descritto come un vigoroso recitativo, a metà strada tra canto e declamazione enfatica, e che risente fortemente del canto buddhista (shoumyou). Il biwa interviene soprattutto nelle pause della recitazione, per riprendere e sottolineare il carattere del testo. Una delle caratteristiche musicali del biwa usato in questo repertorio è la presenza del sawari, un'apposita lamina metallica che scontra contro la corda più grave, conferendo allo strumento un particolare timbro metallico, quasi “ronzante”. Le corde del biwa vengono suonate colpendole con una apposita spatola di legno (chiamata bachi): ciò permette di ottenere, all'occorrenza, suoni molto decisi, quasi percussivi.
Al giorno d'oggi gli interpreti di heike biwa sono piuttosto rari. Più comuni sono i musicisti di due scuole di biwa che si sono sviluppate in epoca posteriore e che, pur ereditando molti elementi dello heike biwa, utilizzano un linguaggio musicale più articolato: il satsuma biwa e il chikuzen biwa. In ogni caso si tratta di generi che sono strettamente legati al testo declamato: quindi per un pubblico occidentale l'apprezzamento dei brani dipende molto dalla disponibilità di una buona traduzione dei loro testi. n
Bibliografia:
The Tale of the Heike (traduzione e note di Helen Craig McCullough), Stanford University Press: traduzione inglese dello Heike monogatari
Discografia:
Biwa, serie Japanese Traditional Music, King Record KICH 2004: antologia di estratti di brani di heike biwa, satsuma biwa e chikuzen biwa
Yoshinori Fumon - Satsumabiwa: Japan's noble ballads, Celestial Harmonies 13207-2: raccolta di brani di satsuma biwa
Japon - L'épopée des Heike. Junko Ueda: satsuma biwa, VDE-Gallo 650: tre brani di satsuma biwa dallo Heike monogatari
Japon - Kinshi Tsuruta: satsuma biwa, Ocora C 559067 HM 83: registrazioni di brani eseguiti dalla grande interprete di satsuma biwa Tsuruta Kinshi durante due concerti tenuti in Francia (nel 1972 e 1985)
Biwa, the world of Tsuruta Kinshi, King Record KICC 5186: registrazione dell'ultimo concerto tenuto da Tsuruta Kinshi nel 1993.
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ZEN
La sofferenza e la meditazione
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "Il Cerchio"

Uno dei grandi Koan della nostra vita è come uscire dalla sofferenza che spesso si affaccia improvvisa e dirompente nella nostra mente, per molti uomini la maggior parte della vita è spesa a fuggire la sofferenza.
La sofferenza consiste nel fare cose irrealizzabili e contro la realtà. E’ assolutamente impossibile trovare un modo per risolvere completamente di non morire e avere piacere per sempre, e trovare un modo per non invecchiare. Non c’è nulla che causi più sofferenza e sia più inutile che porsi una sfida assolutamente impossibile. Lo Zen ha un approccio completamente diverso per risolvere questo problema. Il carattere grafico di Zen viene dal significato di “mostrare una sola cosa” e significa di non vedere le cose come duplici, ma ogni cosa in sè come una singola cosa, non si tratta di sforzarsi per sfuggire ai problemi, ma di diventare completamente una stessa cosa con la realtà presente quindi con i problemi stessi che ci causano sofferenza. Quando c’è sofferenza, c’è solo sofferenza, senza pessimismo e senza afflizione, ma diventando una sola cosa con la sofferenza possiamo penetrarla e risolverla. Le afflizioni della vita umana derivano tutte dal fatto di vedere le cose in modo dualistico, vedere la sofferenza come altro da noi, quando sono viste come una singola cosa, cioè quando non cerchiamo di fuggire dalla sofferenza né di allontanarla, ma ci caliamo in essa senza cercare di aggirarla o di sfuggirla, allora ne conosciamo la sua reale natura e la sua origine, e solo allora possiamo risolverla.
Ma dicendo questo non voglio dire che bisogna lasciare che le cose vadano come vogliono. Si pensi sempre cos’è la cosa migliore in ogni situazione, e pensandolo si pensi soltanto. Quando si pensa profondamente non vi è coscienza del fatto che stiamo pensando. La meditazione è l’aiuto che tutti abbiamo a disposizione per stare intimamente con i nostri problemi e con le nostre sofferenze. Quando siamo seduti in meditazione non possiamo sfuggire a noi stessi, non possiamo esorcizzare la sofferenza con nulla, non
possiamo sostituirla con un buon cibo o una buona lettura, siamo Noi e la Sofferenza viso a viso, e lentamente ci accorgiamo che la sofferenza non è qualcosa d’estraneo a noi che s’insinua nella nostra mente, ma che al contrario nasce dalla nostra mente, cioè è creata da noi. Così diveniamo consapevoli che Noi siamo la sofferenza e che se é prodotta dalla nostra mente, la nostra mente può anche smettere di produrla. Il calarsi nell’intimità di noi stessi attraverso la meditazione ci fa toccare la nostra reale natura oltre gli attaccamenti che creano i condizionamenti e che danno vita alla sofferenza.
Nell'ultimo decennio, i ricercatori hanno scoperto quello che i grandi meditatori hanno sempre saputo, cioè che la meditazione è senza pari nella sua capacità di portare la pace alla mente, rilassare il corpo, migliorare la salute e portare più amore e gioia nella vita quotidiana. Ma non si tratta d’una pace sterile avulsa dal contesto reale, ma al contrario una trasformazione permanente in pace che nasce dall’aver realizzato l’essenzialità del nostro essere. Questo realizzare noi stessi nella nostra profonda intima natura di Esseri, ci permette di essere in relazione d’armonia con la completezza di tutta la vita. Quindi facciamo Uso della meditazione per rafforzare e aumentare la consapevolezza del mondo interiore che ci porterà alla pace del mondo circostante e ci aiuterà a non creare più sofferenza in noi e a tutti gli uomini.
KODO
La via dell'incenso
Keiko Ando Mei - Centro Incontri Culturali Oriente-Occidente (seconda e ultima parte)
www.centroincontriculturali.org
Consciamente o inconsciamente gli uomini si sono sempre interessati a fragranze piacevolmente profumate, sia per il loro valore intrinseco sia per il modo in cui colpiscono i sensi, come il gusto o l’olfatto. In Giappone la “ Via dell’incenso” non e’ solo coltivazione della sensualita’; si estende alla sfera della ricerca della bellezza e della perfezione estetica. Anche se privo di forma o sostanza materiale, l’incenso puo’ commuovere e ispirare profondamente; l’opportunita’ di guardare con calma nella propria mente, mentre si trae beneficio dalla fragranza dell’incenso, e’ considerata preziosa per ritrovare la pace e la calma dello spirito. Un incenso che brucia e’ in grado di rendere unica l’atmosfera, facendoci astrarre dalla quotidiana realtà frenetica .
In Giappone le scuole piu’ importanti in cui si tramanda l’arte tradizionale del ko-do sono la Oiye-ryu, fondata da aristocratici della famiglia imperiale e la Shino-ryu, fondata da un gruppo di samurai. Il Maestro Sanjonishi Gyoun, iemoto della scuola Oiye-ryu, presentando il ko-do presso il Centro Incontri Culturali Oriente Occidente di Milano, ha ricordato le “ dieci virtu’ del ko” che, definite in epoca Edo, vengono riconosciute ancora oggi:

1l’incenso facilita la comunicazione con il trascendentale
2 l’incenso purifica la comunicazione con il trascendentale
3l’incenso rimuove le ansie
4l’incenso mantiene viva l’attenzione
5l’incenso puo’ essere un compagno nei momenti di solitudine
6l’incenso garantisce un momento di pace in questo mondo frenetico
7se l’incenso abbonda non viene a noia
8se e’ scarso ne basta una piccola quantita’
9 se conservato a lungo non si rovina
10 anche usato ogni giorno non danneggia.

ASCOLTARE IL KO
Respirare e apprezzare le diverse varietà di incenso e’ un’arte che la lingua giapponese definisce con l’espressione Ko-o-kiku (“ascoltare il profumo”).
Anche se e’ vero che quando si “ascolta” il ko ci si concentra come se si stesse ascoltando attentamente qualcosa non c’è una ragione vera e propria che giustifichi l’espressione. E’ quasi come se respirando piacevolmente le fragranze e concentrando la propria mente, espandendo la propria consapevolezza spirituale si “ascoltasse” l’incenso con le orecchie dello spirito.
GENJIKO
Quando la” Via dell’incenso “divenne popolare, gli appassionati inventarono numerosi giochi che ne prevedevano l’uso. Uno dei primi fu il Koawase, gioco in cui i partecipanti “ascoltano” due diversi tipi di incenso, ne analizzano il carattere e i meriti e decidono quale di essi ha le qualita’ migliori.
n seguito nacque un gioco piu’ sofisticato chiamato Kumiko (raggruppamento di incensi) che ben presto domino’ il mondo del ko. Nel gioco del Kumiko vengono scelti due o piu’ tipi di incenso e ogni partecipante prova ad apprezzare un tema letterario
I attraverso di essi. Kumiko e’ l’arte dell’espressione attraverso la fragranza, proprio come la musica si esprime attraverso il suono e la letteratura attraverso le parole. Kumko ha apportato un’infinita varieta’ di espressioni e stati d’animo nel mondo del Kodo.
Il piu’ popolare Kumiko è il Genjiko, collegato alla famosa storia del principe splendente nel mondo delle corti, il Genji Monogatari. In questo gioco i partecipanti ascoltano cinque incensi e disegnano per ciascuno di essi una linea verticale. Quando trovano lo stesso incenso ripetuto due o piu’ volte uniscono le corrispondenti linee verticali con una orizzontale (vedi foto).
Sono possibili 52 combinazioni delle cinque linee e ogni combinazione corrisponde ad un capitolo del Genji Monogatari. I partecipanti possono godere l’elegante mondo del racconto nella loro immaginazione, attraverso le sensazioni create dall’incenso. Naturalmente anche chi non conosce la storia del Principe Splendente puo’ divertirsi con il gioco.

KO NELLA VITA QUOTIDIANA
Fin dai tempi antichi si diceva che l’incenso avesse la capacita’ di calmare la mente e oggi e’ stato scientificamente dimostrato. Anche se questo potere e’ stato esplorato soprattutto attraverso la disciplina spirituale del Ko-do, l’incenso è stato largamente impiegato anche nella vita quotidiana. Tra gli esempi si possono ricordare il Komakura, un cuscino impregnato di sostanze odorose usato per profumare i capelli delle donne; il Fusego, una grossa scatola posta sopra l’incenso in cui vengono stesi i kimono per assorbirne il profumo; il Kodokei, un orologio d’incenso.
Il fatto che ancora oggi l’incenso sia molto diffuso tra persone di qualunque ceto o estrazione sociale sembra dimostrare che i valori spirituali di un tempo sono ancora ritenuti importanti.
ABITI MASCHILI D'ALTRI TEMPI
Simonetta Ceglia - Associazione culturale italo-giapponese Fuji - www.fujikai.it

NOUSHI
Era usato per stare in libertà in casa propria. Il termine completo per questo tipo di abito è noushi no hou, dove hou indica, come si è visto, la veste principale di molti abiti maschili sia formali (houeki no hou), sia meno formali (ketteki no hou). La parola noushi significa ‘veste che guarisce’, ad indicare un abito non formale, capace di ‘guarire lo spirito’, dopo le rigidità ed i manierismi di corte. Come si può già intuire, questo tipo di indumento era adatto alle esigenze pratiche della vita di tutti i giorni.
Il noushi, nato come veste maschile, guadagnò consensi anche fra il pubblico femminile e già a partire del periodo Heian vi sono noushi femminili.
Come “significato sociale” era meno formale dello ikan.

IKAN
Il termine completo per questo tipo di abito è ikan no hou. La parola ikan significa ‘veste e copricapo’; questo tipo di abito era meno formale del
sokutai, ma più formale del noushi. Come differenza rispetto al sokutai, con lo ikan venivano indossati non gli hakama (pantaloni rigidi, più formali) ma dei pantaloni meno formali detti sashinuki, abbigliamento più adatto alle attività all’aria aperta, come ad esempio la caccia.Inoltre lo shaku (scettro) era sostituito da un ventaglio: in primavera lo hiougi = ventaglio in legno di cipresso; in estate il kawahori ouugi = ventaglio di notevoli dimensioni.
Infine va ricordato che non compariva il sotto-abito detto shitagasane con la relativa coda.

KARIGINU
Letteralmente ‘abito per la caccia’, era in origine usato solo per questo tipo di attività, ma in breve divenne l’abito che l’aristocrazia usava nei momenti di svago e per altre attività sportive all’aria aperta. Il colore di questa veste poteva variare, ma solo i funzionari dal V livello in su potevano indossare un kariginu con dei motivi ornamentali, per gli altri gradi solo kariginu a tinta unita senza motivi decorativi sul tessuto.
Era indossato con il tate eboshi come copricapo e con i sashinuki come pantaloni.

EDITO DA CENTRO CULTURA ITALIA-ASIA
"GUGLIELMO SCALISE"
Tel. 025461236 - 02733431
giuli.dani@virgilio.it - info@italia-asia.it
SORBETTO DI ANANAS E LIME
di Sara Maternini

Per 4 persone
Facile
225 g di zucchero
600 ml di acqua
Il succo di 2 lime
1 ananas di medie dimensioni
Qualche fogliolina di menta

Fare uno sciroppo con l’acqua e lo zucchero: scaldare a fuoco basso finché lo zucchero non si scioglie e lasciare sobbollire per 10 minuti. Aggiungere metà del succo di lime. Lasciare raffreddare. Pulire l’ananas e frullarlo con il succo di lime rimasto. Aggiungere lo sciroppo.
Se si usa la gelatiera, lasciare riposare in frigorifero fino al momento di metterlo nella gelatiera.
Se non si ha la gelatiera, mettere il composto in freezer per 45 minuti, quando si saranno cristallizzati i bordi. Mescolarlo con una forchetta o una frusta e rimetterlo in freezer fino al momento di servire.

Headquarter
Corso Sempione, 35
Parabiago (Mi) Tel. 0331491850

Shop
Via Boccaccio, 4 - Milano
Tel. 0248193301

www.crespibonsai.it
info@crespibonsai.it

Sara Maternini ha una sua società
di catering e organizzazione eventi
Tel. 3334938884
gustoassoluto@libero.it
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Milano

Bruno Caputo

espone dal 1 al 28 luglio 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Antonia di Giulio

espone dal 27 giugno al 3 settembre 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Paesaggi mossi, scorrevoli, fuori dalla precisione, dalle figure distinte, verso la matericità dei colori. Per realizzare motilità, dissolvenze delicate o esplosive, grovigli, per fare spessore all´istintività, alla gestualità. Non raffigura le realtà ma i colori prima che siano distinti. Pittura tra le immagini preliminari, non comunemente visibili, ma riconducibili all´immaginazione, alla fantasia della visione. Non importano l´imitazione della cosa in sé ma i suoi effetti, la considerazione delle possibili variazioni e intensificazioni. La direzione pittorica sembra andare dalle figure, per esempio i quadri "dopo la pioggia" e "aranceto", alle impressioni, alle sensazioni. Incendia gli occhi con ventate più o meno accentuate, a tema, verso realtà sensibili non ideali: fiori, campi, stagni, alberi, sono progressivamente impastati ai loro effetti sensoriali. Per esempio i colori del quadro "verso l´autunno" parlano esageratamente della stagione, ne ridanno una situazione, una visuale, un fenomeno, qualcosa che tocca; come un eccesso che va verso chi osserva per comunicare, forse subito, brillantezza, esuberanza, ricchezza, delicatezza, ridondanza. I risultati sono come se le tinte apparissero agli occhi senza filtri, con le loro energie vitali, come se dell´aria atmosferica le avvolgesse, con moti in ogni direzione, distese a pezzetti o allungate. Genera sensazioni visive che oscillano da un limite all´altro, scivolando dalle nature. Oppure, come sembrano dire gli ultimi recenti percorsi pittorici, provando a sperimentare il campo della musica; quadri come "il Jazzista", "Jazz Band", "Trittico Contrabbasso" raccontano delle contorsioni che soggiacciono alle azioni di chi suona immaginando fusioni tra gesti, impulsi, distrazioni, sforzi, delle esecuzioni e vibrazioni coloristiche degli strumenti. Dal passato alla contemporaneità accostando trasmissioni fotografiche in bianco e nero a quadri a bande di colori, astrazioni, che si scambiano le dimensioni e si contattano tra zone comuni di chiari e scuri. Mettendo in evidenza gli aspetti univoci del colore, imprimendone la supremazia, oppure con il progressivo rarefarsi dello stesso sino a mostrare altre componenti sottostanti, verdi sottili. Elementi trasversali, piani di ombre e luci, riempimenti e sottrazioni. Facendo riferimento alle teorie visive si potrebbe parlare di astrazione additiva dei colori quando si precisano le differenze di bande, le tinte si uniformizzano, come sembrerebbe venire dal quadro "8 Dicembre 1957 - Roma 200", per la temperatura della luce delle bande di bianchi e azzurri, oppure di astrazione sottrattiva quando si nebulizzano, si velano, spariscono. Operazioni astratte che in certi casi, quadro invito, sembrano situazioni teatrali, da dietro le quinte, quando le tende si stanno per spalancare. In questo caso è come se tra foto e tela prendesse dinamica un flusso temporale, un tunnel di pieghe, delle aderenze tra strisce adiacenti di neri, le pieghe di ombre e luci. I colori a bande, sintesi o dispersioni, sono i risultati del passaggio dalla figura, definita, che diventa altra da sé, si mostra fuori dal suo vestito. Anche l´opera "24 Ottobre 1896/1991", bianco e nero gigante della foto dell´artista con abito del 700, è un balzo dal passato ad oggi perché la foto trasfigura l´abito e la persona performando sia il passato al momento dello scatto che il presente durante la visione. Talvolta le figure sembrano direttamente cose comuni, una tela a zone nere fucsia, uno schermo tv, oppure apparentemente estranee: tele bianche con matrici attraversanti, bianco di zinco e di titanio utilizzati con varie onde di intensità cercando la dimensione temporale con il diverso accumularsi e sottrarsi delle tinte. Processi pittorici distinti e rigorosi, colori_sensazioni di distanza e vicinanza.
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