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Pagine Zen N° 53
settembre/ottobre 2006
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Monaco Zen,
in una suggestiva immagine
di Daniele Gussago
Questa fotografia fa parte di una serie di immagini riprese presso il monastero Zen di Fudenji, Bargone – Parma, con l’attiva collaborazione del Maestro Fausto Taiten Guareschi e di tutti i monaci presenti nel monastero.

Un solo gesto in ogni gesto.

I nostri gesti sono preziosi e non vanno sprecati. Dicono molto di noi e di come vediamo il mondo esterno. Il gesto trova nella disciplina Zen i massimi livelli di precisione, grazia e funzionalità. La scelta tecnica del bianconero con pellicole di medio e grande formato, la stampa a ingranditore su carta baritata, il montaggio a secco delle immagini si inserisce nel contesto Zen per la sua carica tradizionale, la bellezza del risultato e la manualità necessaria per ottenere questo risultato. Da questo punto di vista è possibile stabilire un collegamento tra la pratica quotidiana dello Zen, escludendo quindi i temi più propriamente mistico-religiosi, nella quale è importante il qui e ora, la massima concentrazione nell’agire quotidiano, perché anche dal quotidiano può nascere armonia e bellezza. La fotografia “tradizionale”, nell’era digitale infatti l’attività in camera oscura è ormai uscita dalla sfera “industriale”, richiede tutte le attenzioni di una
disciplina Zen: precisione, costanza, gusto estetico. Il “click” è infatti solo una tappa intermedia tra quanto visualizzato nella mente e nel mirino della fotocamera e la comparsa di un’immagine su un foglio bianco all’interno di una bacinella in una stanza buia. Un altro aspetto che ritengo parallelo alla pratica Zen è che il processo di creazione di un’immagine, nella quale il fotografo interviene personalmente, dal momento dello scatto fino alla stampa finale, è un’esperienza solitaria, senza la mediazione di nessun altro. Il fotografo vede davanti a sé una situazione, decide cosa prendere e cosa scartare di quella situazione, decide come riprendere quel tale soggetto, decide come sviluppare quel negativo e decide come stamparlo. Tutto questo da solo, secondo il proprio pensiero e la propria sensibilità. Creare queste immagini con questa tecnica mi ha consentito di avere un ottimo feeling con l’universo dello Zen, un universo dalla calma operosa.





Daniele Gussago
Via Alessandro Bettoni, 23 - 25128 Brescia
tel 335 6936824 - info@danielegussago.com
www.danielegussago.com
ZEN
Il terremoto è dentro di noi
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "Il Cerchio"
Ecco una storia zen che ci aiuta a riflettere su come la vita ci riservi sempre cambiamenti improvvisi, e se non sappiamo vederli con una giusta dose di pragmaticità, tanto cara agli Orientali, veniamo sopraffatti e anche travolti dai fatti nuovi che non sappiamo gestire o che invece purtroppo, gestiamo con schemi vecchi della nostra mente.

Un maestro zen invitato in una casa in Giappone, la terra dove ogni giorno si riscontrano scosse di terremoto, stava mangiando assieme ai padroni di casa e ad altri ospiti, quando all’improvviso si avvertirono alcune forti scosse di terremoto, la vecchia casa iniziò a tremare pertanto le loro vite erano in pericolo. Tutti cercarono di scappare per guadagnare l’uscita. Anche il padrone di casa stava fuggendo, ma nel correre si voltò per guardare che ne fosse stato del maestro. Stava immobile senza il minimo segno d’ansia sul volto. Seduto ad occhi chiusi non s’era mosso di un soffio.
L’uomo si vergognò del suo agire, si sentì un codardo, e poi non era bello che il padrone di casa scappasse mentre l’ospite non si era mosso affatto. Tutte le altre persone erano scappate in giardino, ma lui si fermò nonostante tremasse di paura, e si sedette accanto al maestro.
Com’era venuto il terremoto, anche quella volta se ne andò, e il maestro apri gli occhi e riprese la conversazione che aveva interrotto quando erano iniziate le scosse, e riprese la parola rimasta a mezz’aria come se nulla fosse accaduto. Il padrone di casa non era nello stato d’animo di ascoltare, perché era ancora stravolto dall’agitazione e aveva ancora paura.
Benché il terremoto fosse passato la paura era rimasta. Disse rivolto al maestro: ”Non mi dica niente, non sono in grado di capire, non sono padrone di me stesso, eppure vorrei io fare delle domande. Tutti sono scappati, io stesso stavo fuggendo in preda al terrore, ma vedendovi qui imperturbato e tranquillo mi sono sentito un vigliacco e mi sono detto “Io sono il padrone di casa e non dovrei scappare” Così sono tornato indietro. Ma dimmi Maestro, tutti hanno pensato alla fuga: tu cosa hai fatto? Come hai reagito di fronte al terremoto?
Il maestro disse: ”Anch’io sono fuggito, mentre voi siete scappati verso l’esterno, io ho cercato riparo dentro di me stesso. La vostra fuga era inutile perché qualsiasi direzione prendeva, avreste incontrato il terremoto, pertanto a che serviva fuggire? Io sono andato in uno spazio dentro di me stesso dove nessun terremoto è mai giunto, né potrà mai giungere, ho preso rifugio nel centro del mio essere”.
Nello zen vi è un detto: “Un maestro zen che ha raggiunto il suo centro interiore può attraversare un torrente, ma l’acqua non bagna i suoi piedi.”. Non s’intende che per qualche miracolo l’acqua non lo bagni, ma che vivendo immerso nella realtà il suo centro non è scosso da nulla, non è in preda alla sua mente agitata ma è padrone in ogni situazione e luogo, sempre calmo e consapevole della realtà. Mentre tutti fuggono correndo dietro, alle emozioni, ai sentimenti, ai condizionamenti della mente, chi è realizzato è calmo e tranquillo anche di fronte alla morte. In questa storia il terremoto è gli accadimenti che scuotono la nostra vita, che rimettono in discussione tutto, che mina le nostre sicurezze: può accadere che il marito ci lasci, che la fidanzata esca con un altro, che nostro figlio si droghi, che si perda il posto di lavoro, che muoia la persona a noi più cara, la vita ci riserva sempre sorprese spiacevoli, come il terremoto arriva all’improvviso, i fatti gravi nella nostra vita non si annunciano, e noi dobbiamo essere pronti a viverli, senza cadere in confusione, affrontandoli con mente chiara, libera, con pensiero nuovo, altrimenti veniamo sopraffatti e paralizzati. La pratica di meditazione è un’ottima pratica soprattutto quando ci troviamo in momenti difficili della vita. Non è la meditazione che ti porta la soluzione, la meditazione ti porta alla soluzione, in pratica serve a ripulire la mente dal solito pensare, dagli schemi fissi in cui ricadiamo anche in momenti difficili e la soluzione può esprimersi, liberarsi, è sempre stata lì sotto la nostra mente condizionata.

Testo tratto dal libro del Maestro Tetsugen “ZEN”
ed. Fabbri
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BONSAI
STAGIONE DOPO STAGIONE I CONSIGLI SULLA COLLOCAZIONE
(prima parte) - a cura di Crespi Bonsai
L’elenco delle condizioni ideali per la collocazione ambientale dei bonsai sarebbe pressoché infinito ma, per quanto ogni amatore desideri realizzare la situazione più vicina possibile a quella ideale, nella realtà difficilmente qualcuno vi riesce. Esistono comunque alcuni requisiti minimi da soddisfare, pur rimanendo sempre lontani dalla situazione ideale. In queste pagine vengono messe a confronto due specie con caratteristiche contrastanti per quanto riguarda la coltivazione, in modo da pensare a quali possano essere considerati i rispettivi requisiti minimi per una corretta collocazione: sono il Pino bianco e l’Azalea. Il Pino bianco è rappresentativo delle conifere e l’Azalea delle latifoglie. Analizzando le caratteristiche di queste due specie così diverse si potrà poi applicare e adattare le conoscenze acquisite alle altre specie.
Il Pino bianco è una delle specie che presentano maggiore resistenza al freddo e al caldo e richiede una buona esposizione al sole e al vento durante tutto l’anno. Inoltre, apprezza particolarmente la rugiada notturna, che tra l’altro è un fattore importante per la coltivazione di tutte le specie. Considerando le caratteristiche, si può affermare che la collocazione ideale per il Pino bianco sia una zona del giardino o una terrazza ben esposte.
Normalmente, infatti, si notano i Pini bianchi allineati sui banchi d’appoggio all’esterno, anche nei centri bonsai, sia in estate che in inverno: non gradiscono nemmeno la protezione di una tettoia, poiché altrimenti non ricevono la rugiada notturna.
Al contrario l’Azalea non richiede un’eccessiva esposizione al sole, ma gradisce una posizione a mezz’ombra: non necessiterebbe nemmeno di una collocazione particolarmente ventilata, se non solo per preservarla da parassiti e malattie. Come specie è abbastanza resistente al freddo, per quanto meno del Pino bianco. Particolare attenzione occorre, invece, prestare in inverno al vento freddo e secco. Una collocazione ben esposta, che risulta invece ideale per il Pino bianco, non è quindi assolutamente adeguata all’Azalea.
Le specie di zone climatiche fredde resistono bene alle basse temperature?
Le specie di zone climatiche calde soffrono alle basse temperature?
Quando si parla di resistenza al freddo normalmente si considera la temperatura che un albero bonsai può tollerare, senza sofferenza o conseguenze. In realtà il discorso è più complesso, poiché è molto importante la relazione tra bassa temperatura e aria secca.
In altre parole, è vero che le specie originarie di zone tropicali soffrono e addirittura muoiono semplicemente per le basse temperature, ma succede solo raramente in caso di specie autoctone. Origine di sofferenza e conseguenze nel periodo invernale è dovuto più facilmente dalla combinazione di bassa temperatura e vento secco.
La verità sulle conseguenze delle basse temperature e la disidratazione dovuta all’aria secca.
Quando la temperatura è particolarmente rigida anche le piante sempreverdi sospendono la fotosintesi. Di conseguenza l’acqua, ingrediente di base per la funzione fotosintetica, è richiesta in quantità scarsa o addirittura nulla. Tuttavia dagli stomi continua l’evaporazione. Per quanto riguarda le radici, alle basse temperature si riduce l’attività di assorbimento ma, grazie al meccanismo di autocontrollo di chiusura ed apertura degli stomi, la pianta mantiene una situazione di equilibrio che consente di evitarne la morte. Tuttavia, quando la terra del vaso gela la pianta non può assorbire l’acqua e, se in concomitanza soffia un vento freddo e secco che fa traspirare acqua dalle foglie, l’albero inizia a mostrare sintomi di disidratazione e rischia perfino la morte. Buona parte delle perdite di piante durante la stagione invernale è dovuta a questa causa. Il fatto che in inverno geli la terra non è di per sé causa di disidratazione, visto che le foglie sono colpite dal gelo dalla mezzanotte alle dieci del mattino.
EDITO DA CENTRO CULTURA ITALIA-ASIA
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A maggior ragione anche se l’acqua contenuta nella terra gela, non arriva a gelare l’interno del corpo della pianta. Poiché aumenta la densità dei sali organici (in particolare in inverno), se anche la temperatura scende sotto lo zero il liquido cellulare all’interno della cellula vegetale non arriva a gelare. Il problema si verifica quando la terra non si disgela passate le undici della mattina: la pianta si trova esposta al vento invernale che asciuga rami e foglie. Se la situazione si protrae per due o tre giorni, inizia a mostrare pericolosi sintomi di disidratazione: in questo caso la pianta può rischiare di morire. Il suo nome è significativo: la “morte verde”, poiché la chioma disidratata mantiene il colore verde. Nel caso delle latifoglie sempreverdi le foglie ancora verdi appassiscono.
Specie che sopportano la neve in inverno - Sofferenza alle basse temperature ed all’aria secca.

Una strato di neve preserva le piante dalle gelate.

La resistenza al freddo si può considerare propriamente comprendendo i due elementi sotto esposti:
1° la relazione con la latitudine e l’altitudine delle zone di origine;
2° la relazione con la profondità delle radici nelle zone di origine.
Innanzitutto si pensi attentamente alla relazione con la latitudine e l’altitudine delle zone di origine.
In questo caso non si prenderanno in considerazione le specie di origine tropicale, che vivono in natura in condizioni di alta temperatura e abbondante umidità e hanno una scarsa resistenza al freddo.
Le piante diffuse in Giappone (ma questo vale anche per l’Italia) sono tipiche di aree geografiche a clima temperato e possono tollerare inverni freddi con abbondanti nevicate. In particolare il nord è caratterizzato da pesanti nevicate e le piante native di queste zone in inverno rimangono protette dallo spesso strato di neve, che le copre evitando estremi abbassamenti di temperatura ed esposizione al vento freddo e secco. Nel caso della Picea di Ezo, ad esempio, diffusa in questa zona, la parte superiore che rimane esposta alle intemperie presenta facilmente zone scortecciate sul tronco e sui rami (jin e shari), mentre la parte inferiore è ben protetta sotto lo strato isolante di neve. Ecco perché si tratta di una specie poco resistente alle basse temperature ed all’aria secca che, se collocata in un ambiente freddo e battuto da vento secco, rischia di riportare danni.
Nelle regioni meridionali il clima è mite anche in inverno, ma con l’aumento dell’altitudine tendono ad abbassarsi le temperature. Poiché non si verificano nevicate abbondanti le piante mancano di adeguata protezione contro il vento freddo e secco. Di conseguenza le piante di queste regioni sviluppano una buona resistenza al freddo rigido e al vento secco.
Le piante hanno radici profonde, ma in vaso sviluppano un apparato radicale piatto e superficiale, che soffre il freddo.
C’è una grossa differenza tra le radici di un albero in natura e le radici orizzontali di un bonsai coltivato in vaso e tale differenza ha effetto sulla resistenza dei bonsai al freddo. Per fare un esempio concreto, il Prunus mume cresce vigoroso con le sue radici profonde e, essendo una specie che fiorisce in inverno, dimostra una buona resistenza al freddo. Tuttavia, una volta posto in vaso e coltivato come bonsai, la sua resistenza ai rigori dell’inverno diminuisce rispetto all’albero in natura. Nella terra del vaso la temperatura si abbassa. In generale un esemplare con radici profonde ha la caratteristica di assorbire acqua sia in estate che in inverno, ma messo in vaso è spinto a formare un apparato radicale orizzontale e, quando la terra nel vaso gela, si riduce l’assorbimento d’acqua e la pianta rischia di soffrire. Questa è una tendenza generale, accentuata specificamente sulle caducifoglie a foglie larga, come l’Acero tridente. Quando in inverno l’albero è spoglio e soffre per mancanza d’acqua può succedere che muoia all’inizio della primavera, dopo aver emesso la prima vegetazione.
Anche se non ci sono le foglie, responsabili dell’evaporazione, l’albero traspira dalla corteccia del tronco e dei rami.
Spesso, in inverno, si parla di periodo di dormienza, tuttavia è bene sottolineare che l’attività non si arresta mai completamente. L’attività di assorbimento delle radici prosegue. Per questo l’annaffiatura in inverno è una tecnica importante, se si vogliono evitare conseguenze.
Fisiologia vegetale in presenza di elevate temperature - Temperatura limite e temperatura ideale per la coltivazione dei bonsai
BannerElementi importanti dell’attività fisiologica vegetale sono l’assorbimento (consumo) e la fotosintesi (produzione).
Per quanto esistano delle differenze secondo la specie, in linea generale la fotosintesi è attiva a partire da una temperatura di circa 15°C e raggiunge il suo apice tra i 27°C e i 30°C. Quando la temperatura si alza oltre questo limite l’attività di fotosintesi rallenta.
L’assorbimento ha luogo anche alle basse temperature, ma certamente è più intenso quando le temperature sono più alte. Tuttavia, quando si raggiunge il grado limite l’assorbimento non è più possibile. In questo caso si parla di temperatura limite per la crescita.
La differenza tra produzione di carboidrati con la fotosintesi e consumo dei carboidrati con l’assorbimento, è l’accumulo di sostanze nutritive ed è legato all’ipertrofia delle piante. In questo caso si parla di temperatura adatta per la crescita.
Quando la temperatura oltrepassa i 30°C l’attività di assorbimento si fa più intensa, così che il consumo supera la produzione.
Di conseguenza è importante la valutazione della temperatura ideale e della temperatura limite. (continua)

Tratto da BONSAI&NEWS - ed. CRESPI EDITORI
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APPUNTI DAL GIAPPONE
Marco Taddei (prima parte)
Vivere a Osaka e viaggiare per il Giappone è sicuramente l’esperienza più singolare che mi sia mai capitata. E a renderla intensa è stato anche l’acuirsi dei cinque sensi che sono costantemente all’erta, solleticati dalla realtà circostante. Dal mio arrivo, olfatto, udito, gusto, tatto e vista non hanno mai smesso di trasmettermi tutta una gamma di sensazioni che, rielaborate nella mia testa, hanno prodotto poi questi risultati: osservazioni semplici e annotazioni personali mescolate al poco che so di questo paese.
L’olfatto
Pedalando, camminando, usando i mezzi pubblici ho scoperto che Osaka, a detta stessa di molti giapponesi, non è una città troppo pulita. Anzi, di tanto in tanto puzza. Puzza di cavoli, di fritto e di cibo cotto in genere. Nel quartiere coreano di Tsuruhashi, ad esempio, un quartiere dal nome pittoresco e giapponese, ma così simile ad un suk mediorientale con i suoi vicoli stretti, si leva un odore pungente di yakiniku (carne alla piastra arrostita) dalle cinque di sera fino a tarda notte. Dicono che la carne cucinata qui sia una delle più gustose, ed effettivamente buona lo è, ma io ancora ringrazio quel colpo di fortuna che mi ha impedito di finire ad abitare laggiù. Passando di lì ogni sera per circa un mesetto mi sono tolto la voglia di yakiniku almeno per un po’.
Il Dojo “Scuola della Respirazione” è un’associazione nata a Milano negli anni ’80 che fa parte della Scuola Itsuo Tsuda. Si prefigge di far conoscere la filosofia pratica che è stata trasmessa dal Maestro Itsuo Tsuda attraverso i suoi libri e le pratiche dell’Aikido e del Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore).
L’associazione propone una pratica regolare dell’Aikido e del Katsugen Undo e, ogni due mesi, organizza degli stage condotti da Régis Soavi Sensei, che da più di vent’anni continua a diffondere l’insegnamento del Maestro Tsuda.
I dojo della Scuola Itsuo Tsuda di Milano, Roma, Parigi e Tolosa organizzano più stage all’anno e si riuniscono a Masd’azil, nel sud della Francia, in occasione dello Stage d’estate (10-24 luglio 2006).
Per informazione su tutti i dojo della Scuola, date relative agli stage, pratica regolare, tariffe, ecc. potete telefonare al
n° 02 34932037
oppure consultare i siti:
www.scuoladellarespirazione.org
www.scuola-itsuo-tsuda.org
Osaka è anche una città di mare attraversata in lungo e in largo da canali. Così alle volte, quando cambia il tempo, pare che le fogne si siano scoperchiate ed allora è meglio non indugiare troppo sopra i ponti.
Per contro, quando passi vicino a qualche tempio, i profumi intensi dell’incenso da offerta ti invadono le narici. Poiché pare che faccia bene respirarlo, capita spesso di vedere qualcuno che con la mano spinge le volute di fumo profumato verso figli, amici o parenti. Io sono rimasto inebriato dalla fragranza dell’incenso al Kiomizudera di Kyoto. Ero lì per vedere l’illuminazione notturna del tempio circondato dagli aceri con le foglie ancora rosse. La luce fioca delle lanterne del tempio, i punti di luce che infiammavano il rosso dei momiji (aceri) creavano nel buio un’insieme reso ancor più suggestivo dall’incenso che inspiegabilmente pareva salire dalla vegetazione.
Per contro, mi ha invece colpito l’assenza di profumo dei milioni di ciliegi che in aprile si caricano di fiori bianchi, rosa e violetti in ogni angolo del Giappone. Passeggiando sotto la pioggia di fiori a Kanazawa, facendo ohanami (ammirando la fioritura dei ciliegi) sulle colline di Yoshino o nel parco che circonda il castello di Osaka, mi sono sorpreso a constatare come questo spettacolare tripudio della natura in realtà non emani che un flebile profumo, percepibile solo ficcando il naso in qualche corolla.
Infine, l’odore penetrante di pesce cotto che ogni giorno dalle case del vicinato sale in camera mia all’ora di cena e a colazione, è un’impressione che il mio olfatto difficilmente dimenticherà.
L'’udito
Ad essere sincero, forse persino un sordo potrebbe udire in Giappone, tale e tanto è il rumore che si sente nelle strade. Agli incroci i semafori emettono una musichetta tradizionale e un po’ mesta per invitare i passanti ad attraversare. Davanti e dentro i negozi qualcuno grida immancabilmente IRRRRASYAIMASEEE (“Prego, entri! Benvenuto”), una lagna che fatico a sopportare. E se si aprono le porte di un pachinko (sala giochi) esce un fracasso da girone infernale.
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
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In metropolitana, ogni minisegmento del proprio percorso è scandito da voci differenti che danno ai passeggeri ogni sorta di informazione: annunciano l’arrivo del treno e il nome della fermata successiva, ricordano di non dimenticare il proprio bagaglio ed esortano a fare attenzione a dove si mettono i piedi. Unica eccezione sopportabile è la bella voce che alla fermata di Osaka JR annuncia con tono solenne: “Osaka, Osaka desu. Owasuremono naiyouni gochuui kudasai”(Osaka, Stazione di Osaka. Prego non dimenticate oggetti personali).
Tutti i grandi magazzini hanno la loro canzoncina che viene propinata ai clienti ad intervalli regolari. Da BiccuKamera, un delizioso coretto di bimbi ogni quarto d’ora parte con “Fushigina, fushigina Ikebukurooo…” (“Meraviglioso, meraviglioso (nome)…”. Al supermercato invece, se capiti al reparto del pesce ti cantano con una vociaccia “Sakana, saakana sakanaaa...” (“Pesce, peeesce, pesceee…”).









Mi ha anche sconcertato non poco scoprire che in Giappone l’inizio e la fine di ogni attività, anche quella scolastica, sono scanditi dallo stesso rintocco di campana: é suono che da piccolo avevo sentito nei cartoni animati d’importazione e che ho ritrovato oggi, ogni giorno, al lavoro.
Ad alcuni rumori però mi sono affezionato. Vicino a casa, ad esempio, c’è un piccolo bar dove l’ultimo ubriaco si attarda sempre a cantare musica enka: rincasando non posso fare a meno di sentire questi talenti in erba che riempiono la strada di mugugni.
Ogni notte poi, un venditore ambulante di patate dolci arrostite passa con il suo carretto e richiama l’attenzione dei clienti con una nenia mesta che immancabilmente mi fa rabbrividire. Più che invitare a comprare, sembra che racconti storie di fantasmi.
Ogni mattina alle 8,00 invece, prima di iniziare la giornata, gli operai dell’officina davanti a casa fanno un secco saluto marziale che meglio di ogni sveglia mi riporta alla realtà.
Non posso non includere in questo elenco anche le sinfonie di risucchi e sciaquii che si levano in qualsiasi ristorante davanti ad una ciotola di ramen o udon (zuppe. Udon sono tagliolini di farina di grano tenero). Rumori inizialmente intollerabili per il mio orecchio educato diversamente, ma ora così familiari e divertenti da volerli talvolta imitare.
Tra i suoni gradevoli e molto giapponesi ricordo con piacere quello ritmico e ipnotico dei grandi tamburi che accompagnano le antichissime danze Bugaku e quello secco e misterioso del bambù che si spacca nei boschi, suono quest’ultimo che evoca nella mia testa ricordi di immagini cinematografiche in cui i fantasmi appaiono al viandante nelle brume del mattino.
A parte che, per onestà, devo ricordare anche gli urli e la musica a tutto volume di qualche spostato nazionalista, che scorrazza per la strada chiedendo che tutti gli stranieri lascino il paese. Anche questo è il Giappone. (continua)


Marco Taddei,laureato in Lettere Antiche all'Università degli Studi di Milano, ha frequentato il corso quinquennale di giapponese presso
l'Is.I.A.O. Ha insegnato italiano ad Osaka, dove ha seguito anche un corso di perfezionamento.
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CREDENZE NELLA TRADIZIONE POPOLARE CINESE

Giuseppina Merchionne
Nell’immaginario popolare le forze negative sono rappresentate dai gui, spiriti, la cui credenza è profondamente radicata nella società cinese e la permea in modo trasversale a tutte le classi.
Spiriti e spettri animano un patrimonio millenario di narrazioni popolari che hanno dato vita, nelle diverse epoche, ad un genere letterario tra i più fiorenti nella letteratura cinese .
La credenza nei gui che conferisce alla religione cinese l’aspetto di una religione animista, corrisponde ad una espressione letteraria di un’idea vaga e potente: il mondo è costituito dall’interazione di forze magico-religiose indeterminate e onnipresenti, la cui rappresentazione costituisce, ancora oggi , il fondo sostanziale del pensiero cinese.
In questa configurazione cosmogonica popolare, i gui possono essere buoni o malvagi, ma prudenza vuole che ci si tenga a debita distanza da essi e il buon senso suggerisce di evitarli comunque, in ottemperanza all’insegnamento di Confucio di mantenere nei confronti di dei e spiriti un rispettoso ma cauto distacco.
Il concetto di gui è legato alla teoria originariamente buddista della metempsicosi, la reincarnazione in un altro essere umano, o nel corpo di un animale, di un vegetale, o di un minerale.
I criteri di rinascita in queste diverse forme di vita dipendono dal comportamento in vita del defunto. Coloro che in vita hanno praticato le virtù sociali di equità, rettitudine, umiltà e giustizia, sono mandati al Regno della Perfetta Letizia, la Terra dell’Ovest, il paradiso buddista collocato ad ovest della Cina.
I cattivi al contrario sono trasformati in pesci, vermi, uccelli o animali selvaggi.
Nell’opinione generalmente accettata dalla tradizione filosofica e religiosa cinese, l’uomo ha due anime: la prima, di sostanza spirituale, e di carattere superiore, è chiamata shen o hun ed è un’emanazione della parte eterea del cosmo, il grande principio Yang; l’anima hun si manifesta con il Qi, e dopo la morte ascende alle regioni più alte, come sostanza luminosa, shenming.
Secondo l’ortodossia confuciana quest’anima svanisce interamente alla morte; nel precetto buddista essa si reincarna in uomini o animali, mentre per i taoisti ascende al cielo, tra le stelle, intorno al Polo.
La seconda anima, di sostanza materiale, e di carattere inferiore, chiamata gui, è emanata dalla terra o dal principio Yin e ad essa ritorna dopo la morte.
L’anima gui resta con il corpo nella tomba e forma così il fantasma del morto.
Sono questi gui a perseguitare o aiutare i viventi; per placare i gui ,è necessario mettere in atto una serie di misure protettive stabilite dalla


consuetudine orale e da testi codificati, diversificate secondo le circostanze specifiche della vita sociale.
Nella società cinese pre-rivoluzione comunista queste pratiche avevano valenza di dogmi da rispettare a prescindere dal proprio stato sociale, e nonostante l’estrema diversificazione geografica, il significato rituale di queste pratiche assumeva la stessa valenza in ogni parte del paese.
Le tre circostanze più importanti nella vita dell’uomo per le quali erano indicate diverse pratiche di protezione dagli spiriti erano: nascita, matrimonio, morte; a ciascuna di esse veniva attribuito un sistema di pratiche e di rituali che servivano a mantenere lontane le forze negative, i gui , durante queste fasi della vita.
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IL KARATE - UECHI-RYU

Fulvio Zilioli - Sandan Uechi-rju Okikukai
Il Karate Uechi-ryu deriva da antiche discipline marziali cinesi nate dall’osservazione di alcuni animali, tra cui la tigre, per il suo vigore, forza fisica e determinazione, la gru, per la sua plasticità ed eleganza, il drago, per la sua imprevedibilità.


Un esempio di /Kote-kashi-kitae / in un recente seminario tenuto
da un 7°dan di Okinawa.


Il nome originale di questa disciplina marziale era Pangaynoon o Konan-ryu che successivamente prese il nome di Uechi-ryu dal M° Kanbun Uechi che la portò ad Okinawa dopo averla studiata in Cina da un monaco taoista di nome Zhu-zhi-he per tredici anni. Poi la ampliò e la adattò alle tradizioni di Okinawa fondando così il Karate Uechi-ryu, la cui pratica si svolge in questo ordine: Jumbi-Undo (riscaldamento e stretching), Hojo-Undo (i fondamentali o kihon), Kata Sanchin (un esercizio isometrico, respiratorio e spirituale), Kata formativi (forme con modelli di attacchi e difesa), Kata Bunkai (applicazione pratica delle forme), Yakusoku Kumite (combattimenti preordinati), Kote-kashi-kitae (esercizi di condizionamento) e Ju-kumite (combattimento libero). Ciò che differenzia il Karate Uechi-ryu da altri stili è la pratica del condizionamento (Kote-kashi-kitae) e la conservazione dell’aspetto marziale (da molti troppo banalmente chiamato tradizionale) e non solo l’aspetto sportivo. Il Kata Sanchin è un’antica pratica di contrazione isometrica sincronizzata con uno specifico sistema di respirazione ed una concentrazione spirituale (percepire la parte non densa di sé che è in grado di calamitare l’energia che esiste tutt’intorno a noi ovunque). Questo è il cuore del sistema Uechi-ryu e serve per misurare il grado evolutivo e di condizionamento fisico raggiunto dallo studente. Ogni lezione dopo i fondamentali inizia con un test del Kata Sanchin. La pratica del Kote-kashi-kitae invece serve per allenare e condizionare il corpo rendendolo forte e resistente. L’aspetto marziale del Karate Uechi-ryu lo si evidenzia dallo studio delle seguenti parti: pratica respiratoria e di condizionamento del Kata Sanchin; lo studio dei Bunkai, la pratica e lo studio degli Yakusoku kumite e la pratica costante del Kote-kashi-kitae per condizionare e rinforzare le parti del corpo interessate (braccia, gambe, addome, etc.).Mentre la visione sportiva si nota dalla pratica del kihon; kihon-kumite e ju-kumite. E’ molto importante a mio avviso mantenere l’aspetto marziale-educativo del karate e non solo quello sportivo per gare, medaglie,
titoli, etc.; altrimenti è come tagliare le radici ad una pianta e mantenerla artificialmente. L’intuizione di praticare Karate Uechi-ryu ad Okinawa, mi venne dopo aver capito che esso affonda le sue radici ben salde nel terreno dell’arte marziale. La sola pratica sportiva spesso rende il praticante altezzoso ed arrogante, ma debole; la pratica invece dell’aspetto marziale coltiva l’umilta, la semplicità, la gentilezza, la cortesia, il rispetto… e la forza! Praticare Karate Uechi-ryu significa imparare a conoscere se stessi, il cuore, e le proprie limitazioni, la mente. Praticare Karate per se stessi, significa comprendere che ognuno di noi in questo Universo è unico in un tutto. Praticare Karate per diventare più forti di qualcun altro significa spesso andare incontro a delusioni poiché c’è sempre un pesce più grosso nell’oceano della vita. Il fine è quello di ritrovare o mantenere la propria dimensione solistica; non solo fisica e non solo spirituale ma l’intero tutto, e di capire e accettare che gli altri non sono più forti o più deboli di noi, ma solo diverse espressioni di energia!





Fulvio Zilioli è 3° dan di Karate Uechi-ryu e 2° dan di Kobudo; ha soggiornato tre anni a Tokyo studiando Karate Goju-ryu con il M°Yamaguchi oltre ad esperienze nel Kendo, nello Iaido e nella Katori-Shinto-ryu con il Soke Otake. Recatosi ad Okinawa nel 2001 inizia a praticare Uechi-ryu sotto la guida del M° Shintoku Takara 10° dan responsabile tecnico della Okikukai e Kobudo dal M° Hiroshi Akamine, caposcuola della Hozon-Shinko-kai. Oggi insegna queste due discipline presso la palestra Athlon di Saronno, via Ferrari 21 (tel 02.9620249) e dal prossimo anno anche al dojo tradizionale Daitokan di Milano, attualmente in costruzione.
INVOLTINI PRIMAVERA DI MAIALE
di Sara Maternini

Antipasto per 4 persone

Ingredienti:

300 g di carne trita di maiale
2 cucchiai di salsa di ostriche
1 cucchiaio di olio di sesamo
1 cucchiaio di mirin
1 cucchiaino di siracha
(salsa al peperoncino, piccantissima)
o di sambal oelek
1/2 peperone giallo a dadini
1/2 zucchina a dadini
1 uovo
un pezzetto lungo 3 centimetri di zenzero, finemente grattuggiato
1 cucchiaio di succo di lime
10-15 fogli di wanton surgelati o, se non li trovate, pasta filo
Olio per friggere


Sara Maternini ha una sua società
di catering e organizzazione eventi
Tel. 3334938884
gustoassoluto@libero.it
Togliete i fogli wanton dal freezer. Saranno utilizzabili dopo 1 ora.
Preparate il ripieno: mescolate tutti gli ingredienti.
Prendere un foglio di wanton, disponete 1 cucchiaio di ripieno e disponetelo sul lato inferiore del quadrato di pasta, in un piccolo salsicciotto. Bagnate con dell’acqua i lati liberi della pasta e piegate i due lati laterali di 1 centimetro sul ripieno e iniziate ad arrotolare l’involtino, cercando di mantenere il ripieno all’interno della pasta. Sigillarlo con un altro po’ di acqua. Continuare fino a esaurimento ingredienti. Friggere gli involtini fino a quando saranno dorati.
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Milano

Riccardo Foletti

espone dal 28 agosto al 6 ottobre 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
Roma

Alessandro Fais

espone dal 5 settembre al 1 ottobre 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Giovane esordiente all´esposizione con dei lavori di tipo onirico visionario ottenuti trasportando, come farebbe un cantastorie quando raffigura momenti di scene ironiche, irridenti, olii alle tele, con personaggi alla ricerca del limite della realtà, del confine, del caso strano. Piani solidi che si scambiano dimensioni e posizioni, comunità di immagini, blocchi colorati dal pensiero, che fanno ridere e piangere, generando un sotto sopra della mente, capovolgendo i sogni in scenari. Pittura che innesca un quasi simultaneo rapporto tra colori e configurazioni per cui le immagini stravaganti possono essere percepite come reali, effetti presenze oggettive. Pitture dei sogni che, come le visioni sono continue, aderiscono, alle realtà. Immagini pittoriche che condensano la temporalità proprio perché tentano la raffigurazione, oggettiva, di dimensioni vissute oniricamente. Realtà che diventano simboliche, rimandi, allusioni, viaggi spazio_temporali, surrealtà, casi del caso. Situazioni che si possono perciò percepire come immediatamente vicine e come lontane, appartenenti al presente attuale, ma anche al passato e al futuro. Percezioni queste aumentate anche dai movimenti estetico compositivi e dalla consistenza delle cose e dei soggetti in scena. Introduce infatti degli elementi permanenti della scene che danno moto agli sfondi stanze con scale, cubi, piastrelle, pezzi di alti e di bassi, sali scendi, variando grandezze di oggetti, soggetti, e distanze. Le popolazioni di questi quadri - autoritratti, donne, cavalli, pesci, uccelli, tori, scale, mulini, oggetti per misurare il tempo, pendole, piani erbosi - colpiscono con intenti ironici, sarcastici, attrazioni derisorie e laceranti, verso sé e verso l´esterno. Esempio il quadro "Irognanza", che starebbe per con ironia, è una maschera mimica per dire che qualunque cosa faccio è comunque fatta da me, ne sono responsabile, comunque vada: la mano che tende i fili del soggetto appeso è anche quella che guida le sue azioni. Sono scene storie con cui si cerca l´estensione, l´uscita dal proprio viaggio mentale, per approdare al fuori mondo. Con stravaganti combinazioni, che tali devono essere riconosciute e sentite, per aderire, toccare e fugare le realtà, questi quadri sono insiemi irreali di cose reali. Colori che diventano soggetti e oggetti di pubblica visione, immaginario interiore che si fa scena pittorica. Spazi da attraversare con gli occhi. Dai bianchi e neri delle immagini fine art, raffinate e poetiche, agli spazi nitidi di palazzi e cieli, architetture, alle foto reportage, o per le strade e tra gli scorci. Come "La Fedele Parabola della Vita", tratta da un contesto urbano, e la foto "Armonia con la Natura - Kyoto Giappone", prospettiva tra gli alberi che raccoglie, registra, cercando di evidenziare le reciproche intese tra le parti, porzioni. Si potrebbe osservare il tentativo di catturare un possibile equilibrio tra le linee del tetto e quelle degli arbusti o tra i segni delle scritture della pietra e gli effetti dei muschi del tronco, immaginando, con l´ausilio della simultaneità delle pellicole, consonanze e relazioni estetiche di equilibrio e bellezza. Fino alle immagini estratte dalla serie "il piccolo mondo", piani valorizzati con la tecnica macro, all´ingrandimento, alla lente, alle distanze corte. Foto che approfondiscono i campi, là dove vivono gli insetti, le foglie, i fiori. Le immagini mantengono motivi precisi, sottraendo alle nature inedite, curiose, impressioni. Situazioni naturali alle quali si applicano i nostri parametri linguistici e comportamentali: un angolo di campo dato dall´incontro tra una coccinella e una foglia si traduce in un incontro tra colori, linee, in un nuovo unicum, piatto e materiale. "Rosso su verde" è infatti tinte e venature in risalto, intensamente, mentre dal contatto tra un´insetto e una margherita esce la foto "fatica". Le immagini evidenziano una loro specificità, autonomia, al passaggio con le luci. Aperture, stacchi, piane, che vengono alle superfici, ad incollarsi a nuove pelli, alla pellicole, spostando porzioni di mondo, facendo planare nuove identità.
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