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Pagine Zen N° 54
ottobre/novembre 2006
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Quando sentirai
il suono delle gocce d'acqua
che cadono
nel recipiente di pietra,
sentirai che la polvere della tua mente
sarà lavata via”

Sen-Rikyu
XV Maestro di Cerimonia
L'EFFIMERO E LA CERIMONIA DEL TE' IN GIAPPONE
Percorso alla scoperta dell'antica tradizione giapponese della preparazione del tè: il CHA NO YU
Francesca Natali (prima parte)
Il dolce borbottio dell'acqua che bolle nel padellino ricorda il rigenerante suono dei ruscelli di montagna, il piacere tattile si esprime nella selezione di pregiate ceramiche e si concretizza nella scelta di un proprio stile, gli occhi, affascinati dal dischiudersi dei delicati germogli di camelia sinensis ancora lavorati secondo gli antichi metodi asiatici, brillano di stupore… una semplice tazza di tè può regalare al nostro cuore una pace infinita che ci mette in relazione con gli altri e con il mondo stesso.
Dal caos della guerra civile che occupò il popolo giapponese nel medioevo emerse una drammatica trasformazione: la semplice azione di preparare una tazza di tè, divenne un complesso rituale del Buddismo Zen chiamato “Chado” o “La Via del Tè”.
La cerimonia del tè in giappone prende il nome di Cha no yu (traduce letteralmente l'espressione "acqua calda per il tè"), ed esprime proprio l'attenta osservazione dei piccoli gesti quotidiani per raggiungere il pieno controllo delle proprie emozioni, con l'obiettivo di poter vivere una vita piena, in cui i valori di serenità, purezza, armonia e rispetto ne sono le fondamenta.
L'arte di accogliere gli ospiti nella propria casa per dedicarsi a loro in piena disponibilità e con amore è una tradizione anche nella nostra cultura europea come sottolineava Brillait Savarin nel suo “Fisiologia del Gusto”, ma nei preparativi della cerimoni del Cha no yu si realizza una grande sinestesia culturale che implica elementi che traggono spunto da religione, morale, filosofia e dalle relazioni sociali. Chi studia questa cerimonia impara a disporre gli oggetti, a comprendere il ritmo delle stagioni, ad apprezzare l'eleganza dei gesti e la loro simbolicità per applicarli alla vita quotidiana.
I giapponesi usano spesso dire Ichigo Ichie, che traduce il concetto "una volta, un incontro" per sottolinerare l'importanza di vivere la giornata come se fosse l'ultima a nostra disposizione: la cerimonia del tè esprime dunque il piacere di vivere questo attimo condiviso con altri esseri umani all'interno di una natura amica e senza tempo.
Una raffinata tazza in ceramica raku con calda "spuma di giada", la polvere di tè Matcha mescolata energicamente all'acqua grazie all’ apposito frustino di bambu, per la cultura giapponese è il mezzo per raggiungere un'altra dimensione: una sorta di meditazione attiva che richiede 10 anni di attenta preparazione e circa 4 ore di svolgimento.
Fu il maestro Se No Rikyu (1522-1591) a codificare questa ritualità cosi come oggi la scopriamo presso un tipico ryokan giapponese, seguendo lo stile wabi-sabi. Certamente da quando il monaco Eisay di ritorno dal Giappone portò con se l’abitudine di bere il tè come supporto alle lunghe ore di meditazione, molto è cambiato. Innanzitutto lo spirito, che per anni ha contraddistinto quest'arte, bevanda di lusso delle corti imperiali che facevano del tè un ricevere circondato da utensili costosissimi importati da Corea e Cina.
L'estetica e l'amore per la decorazione infatti si collegano al cuore più profondo del Chado. Con lo sviluppo della classe mercantile, tra il XVII e il XVIII secolo, questa cerimonia coinvolse moltissimi appassionati interessati all'oggettistica incoraggiando lo sviluppo di forni e case
specializzate nella produzione di ceramiche e utensili destinati a questa ritualità. Tramandati per secoli da maestro a maestro, questi oggetti sono diventati un patrimonio culturale e sociale del Giappone e il prezzo a cui vengono ancora oggi commerciati conferma la grande passione dei giapponesi per questo mondo.
La Cerimonia del tè giapponese, avendo luogo in un ambiente assai piacevole, diventava dunque un rifugio per la mente sopraffatta dai problemi quotidiani della vita. Per enfatizzare questo importante aspetto i primi praticanti costruivano vere e proprie barriere fisiche contro il mondo esterno: spesso il Padiglione del tè era circondato da un immenso giardino all'interno del quale era possibile perdersi e passeggiare tra cascate, sorgenti, piante secolari, rocce scolpite dalla natura. In particolare nella vasca di pietra posta nelle vicinanze della porta di ingresso, acqua sorgente aspetta che gli ospiti della cerimonia la utilizzino per purificarsi mani e bocca. Un antico rituale che deriva dalla filosofia Shinto praticata in Giappone prima dell'arrivo del Buddismo. (continua)


Nelle parti seconda, terza e quarta la Dottoressa Natali tratterà della stanza del tè e i primi 3 insegnamenti; della preparazione del cibo e del tè; dei secondi 4 insegnamenti.
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BONSAI
STAGIONE DOPO STAGIONE I CONSIGLI SULLA COLLOCAZIONE
(seconda parte) - a cura di Crespi Bonsai
Nella prima parte abbiamo visto i consigli sulla collocazione in rapporto alle basse temperature. In questa seconda parte Crespi Bonsai ci parla della problematiche relative alle alte temperature.
Fisiologia vegetale in presenza di elevate temperature. Temperatura limite e temperatura ideale per la coltivazione dei bonsai
Elementi importanti dell’attività fisiologica vegetale sono l’assorbimento (consumo) e la fotosintesi (produzione).
Per quanto esistano delle differenze secondo la specie, in linea generale la fotosintesi è attiva a partire da una temperatura di circa 15°C e raggiunge il suo apice tra i 27°C e i 30°C. Quando la temperatura si alza oltre questo limite l’attività di fotosintesi rallenta. L’assorbimento ha luogo anche alle basse temperature, ma certamente è più intenso quando le temperature sono più alte. Tuttavia, quando si raggiunge il gradolimite l’assorbimento non è più possibile. In questo caso si parla di temperatura limite per la crescita.
La differenza tra produzione di carboidrati con la fotosintesi e consumo dei
Settimana della
Letteratura Giapponese
10-13 ottobre 2006
Festa della Cultura 2006

Conferenze e incontri di lettura
Mostra di ikebana e Workshop
Antologia del cinema giapponese
Mostra fotografica sul viaggio in Giappone
Sede della Manifestazione
Cortile della Seta e Auditorium Conferenze
della Banca Popolare Commercio e Industria
Via della Moscova 33
Organizzazione e segreteria:
Centro di Cultura Giapponese di Milano
Centro Incontri Culturali Oriente Occidente
centrodiculturagiapponese@gmail.com
carboidrati con l’assorbimento, è l’accumulo di sostanze nutritive ed è legato all’ipertrofia delle piante. In questo caso si parla di temperatura adatta per la crescita. Quando la temperatura oltrepassa i 30°C l’attività di assorbimento si fa più intensa, così che il consumo supera la produzione.
Di conseguenza è importante la valutazione della temperatura ideale e della temperatura limite.
I danni della disidratazione sono più pericolosi di quelli causati dall’alta temperatura
Parlando di resistenza al caldo ed al freddo bisogna considerare non soltanto e semplicemente il livello della temperatura, bensì il grado di siccità. Per gli esseri umani è più sopportabile una temperatura elevata con atmosfera asciutta, piuttosto che una temperatura elevata con atmosfera umida. Se l’atmosfera è asciutta stimola la sudorazione per controllare la temperatura corporea e lo stimolo della sete, che spinge a bere, consente il rifornimento d’acqua. Tuttavia, quando l’umidità è alta, risulta difficile il controllo della temperatura corporea e sudando la pelle rimane appiccicosa. Nel caso dei vegetali, quando l’aria è secca anche la terra si asciuga. L’assorbimento per mezzo delle radici diventa insufficiente, ma continua la traspirazione dalle foglie; in questa situazione la pianta mostra sintomi da disequilibrio. Sommando a tali condizioni l’alta temperatura, è possibile riscontrare bruciature alle foglie.
il Serpente Bianco
in collaborazione con
Istituto Wushu città di Firenze
Presenta
il grande maestro di Taijiquan
Zhu Tiancai
XIX generazione stile Chen di Chenjiagou
Firenze 17-19 ottobre 2006
località dei seminari:

Istituto Wushu città di Firenze

Via Agostino di Duccio 17
(zona viale Talenti, via di Scandicci) - 50143 FIRENZE
tel. 055 7399214 servizio ATAF: 5-27-26-6
per contatti e informazioni
Alessio Frosali Fabio Smolari
zhuangzi@tin.it serpentebianco@fastwebnet.it
L’acqua assorbita dalle radici è l’ingrediente principale per l’attività di fotosintesi, ma la maggior parte viene utilizzata per la traspirazione attraverso gli stomi, che ha lo scopo di controllare la temperatura del vegetale. È evidente che insieme all’acqua anche le sostanze nutritive assorbite dalla terra vengono poi trasportate a tutte le zone dell’albero, compresi rami e foglie. Bisogna sottolineare che la forza di assorbimento dalle radici è collegata con la forza di risucchio dovuta alla traspirazione dalle foglie.
La resistenza alle alte temperature ed all’aria secca, studiando l’ambiente naturale
Secondo quanto finora esposto è ormai chiaro che la resistenza al caldo si traduce in resistenza alle alte temperature ed all’aria secca. Ovviamente sono rimarchevoli gli effetti della formazione profonda o superficiale dell’apparato radicale e le condizioni ambientali naturali.
Le piante che in origine crescono in zone umide in media sono poco resistenti al caldo, come quelle originarie di zone fredde.
Hanno una scarsa resistenza al caldo anche le specie che in natura sviluppano radici profonde, poiché con la coltivazione in vaso assumono una crescita orizzontale. Al contrario, le specie che in natura sviluppano un apparato radicale piatto non cambiano la propria capacità di resistenza. Le piante che crescono su alture e pendii, regolarmente esposte al vento secco, resistono bene al caldo.
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APPUNTI DAL GIAPPONE
Marco Taddei (seconda parte)

Continua questo simpatico e interessante articolo, col quale Marco Taddei ci racconta il suo Giappone: annusato, sentito, gustato, toccato e visto.
BannerIl gusto - Premesso che la cucina giapponese mi piace davvero molto, non ho potuto fare a meno di notare la predilezione dei giapponesi per l’uovo. L’uovo è certamente ricco di proteine e fa bene alla salute ma qui mi pare che il consumo sia talvolta esagerato. Nei supermercati non mancano mai pile di uova, anche a due tuorli(!) e sia che si mangi nabe, sukiyaki o shabushabu,(piatti tipo bourguignonne: la carne, il pesce o le verdure vengono serviti crudi e poi cotti immergendoli nel brodo bollente). l’uovo crudo accompagna immancabilmente le verdure e le carni cotte. L’uovo amalgama inoltre l’impasto dei dolci, del pane e, ahimè, della pizza, quasi che la sua presenza rendesse il cibo più sano ed energetico. E quando l’uovo proprio non ci sta, ecco che compare magicamente la maionese, anche sul sushi. Visto che poi, secondo lo zodiaco cinese, questo è l’anno del gallo, la gallina con prole ha acquisito ancor più importanza facendo la sua comparsa un po’ dappertutto.
I giapponesi da me interrogati in merito alla “questione uova”, hanno risposto che, essendo abituati da secoli ad una cucina piuttosto semplice e poco calorica, solo recentemente hanno scoperto il gusto per cibi più ricchi ed aggiungono proteine e grassi ovunque sia possibile. In modo compulsivo, aggiungo io, secondo un’attitudine piuttosto diffusa in questo paese nei confronti delle novità.
Del resto anche la carne, che da noi si cerca sempre più magra possibile, qui, se priva di grasso, nemmeno viene presa in considerazione.
Uovo a parte, ho scoperto mio malgrado che non sempre in Giappone quello
che vedi è quello che andrai a mangiare. Mi è infatti capitato spesso di comprare dolci o panini dall’aspetto semplice ed invitante per poi scoprire che celavano ripieni “barbari” per il mio gusto: pancetta, pesce secco, fagioli dolci e…uova! Ma, come si dice, de gustibus non disputandum est.
Il tatto -Questo senso, in me non particolarmente sviluppato, ha registrato in Giappone almeno due percezioni tattili molto gradevoli. Sarò anche scontato, ma è davvero
Rivista trimestrale di
cultura e studi sull’Asia
Edita dal
CENTRO DI CULTURA ITALIA - ASIA “Guglielmo Scalise”
Tel. 025461236 - 02733431
info@italia-asia.it - www.italia-asia.it
Da ottobre corsi di livello basic di lingue:
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I corsi, di 40 ore totali, iterabili, richiedono un impegno di due ore settimanali, si terranno dalle 19 alle 21, a Milano, in sede facilmente
raggiungibile con mezzi pubblici.
Verranno attivati al raggiungimento di un minimo
di partecipanti.
Info e iscrizioni: info@italia-asia.it
piacevole camminare a piedi scalzi sui tatami. Qualcuno mi ha fatto notare che non sono troppo igienici, si rovinano facilmente e puzzano, ma a me piacciono molto ugualmente e ricordo sempre con piacere la prima notte trascorsa a casa di amici in campagna. Benché non avessi dormito molto per il gran freddo e i fruscii che giungevano dall’esterno attraverso le mura sottili, mi ero svegliato di buon umore anche grazie all’odore intenso dei tatami della mia stanza. Un profumo di verde e bambù di cui, mi è stato detto, si sono ormai impregnati tutti i miei vestiti.
Altra sensazione gradevole è quella data dall’utilizzo delle bacchette per mangiare. Sono un’elegante estensione della mano, non infilzano, non arrotolano, non spezzano il cibo, ma lo colgono a piccole dosi perché lo si possa gustare meglio. Io che ho la tendenza a ingozzarmi e costretto a cambiare modo di mangiare, ho sviluppato una passione per questo strumento, così ogni volta che capito in uno hyaku en shop, immancabilmente me ne esco con un paio di bacchette.
Peccato però che si possano usare solo con il cibo cucinato alla giapponese. Qualche giorno fa ho preparato un buon risotto e mi sono ostinato a mangiarlo con le bacchette. Ma quanto sarebbe stato più comoda una forchetta per raccogliere tutti i chicchi unti che non si lasciavano prendere insieme! n (continua)
Marco Taddei, laureato in Lettere Antiche all'Università degli Studi di Milano, ha frequentato il corso quinquennale di giapponese presso l'Is.I.A.O. Ha insegnato italiano ad Osaka, dove ha seguito anche un corso di perfezionamento.
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ZEN - RECITARE I SUTRA
Maestro Tetsugen Serra Monastero Zen "Il Cerchio"

Lo zen è conosciuto anche per le sue storie paradossali che i maestri raccontano ai discepoli come spunto di meditazione e riflessione. Storie che aiutano ad aprire la mente ad una visione diversa e nuova di noi stessi e della vita. Spesso sono storie con situazioni paradossali proprio per interrompere il comune pensare, la visione condizionata della nostra mente, e svelare la verità che si nasconde ai nostri occhi, alla nostra mente non ancora risvegliata. In diverse tradizioni mistiche e religiose si ritrovano storie e parabole; dagli indiani d’america ai Sufi, si è sempre utilizzata la storia paradossale come spunto di riflessione e meditazione. Spesso, quando qualcosa di difficile si presenta nella nostra vita quotidiana, tendiamo a coglierne solo l’apparenza, senza indagarne il vero significato. Lo studio dei koan e la lettura di molte storie zen, può essere uno stimolo ad approfondire una visione che sa indagare al di là delle apparenze.

RECITARE I SUTRA

Un contadino chiese ad un monaco buddista di recitare i sutra per sua moglie che era morta. Finita la recitazione, il contadino domandò: «Tu credi che mia moglie ne trarrà vantaggio?». «La recitazione dei sutra sarà di beneficio non solo a tua moglie, ma anche a tutti gli esseri senzienti», rispose il monaco. «Se dici che sarà di beneficio a tutti gli esseri senzienti», ribatté il contadino, «sta a vedere che mia moglie è troppo debole e gli altri se ne approfitteranno per rubarle il vantaggio che toccherebbe a lei. Sicché recita i sutra soltanto per lei, su da bravo». Il monaco spiegò che un buddista vuole elargire benedizioni e augurare benefici ad ogni essere vivente. «Questa è una bella regola», tagliò corto il contadino, «ma stavolta fa un’eccezione, per piacere. Ho un vicino che è un gran villano e mi fa
sempre un sacco di sgarbi. A me basta che da tutti quegli esseri senzienti tu escluda lui».
Tutti hanno una persona che c’è vicina alla quale teniamo particolarmente, e siamo pronti a fare qualsiasi cosa per lei. Ma spesso questo diviene atto d’egoismo, ci isoliamo nell’amore d’una persona escludendo gli altri, tendiamo ad escludere tutto quello che non riguarda questo amore, viviamo solo in funzione di questo amore e ogni cosa che facciamo è solo per soddisfare questa persona. Questo amore assoluto che esclude gli altri può essere per una persona come per la carriera, o per la famiglia o per noi stessi. Nella vita normale questo “Grande amore” può sembrare molto bello, ma in realtà nasconde la paura d’amare tutti, nasconde l’egoismo e l’attesa d’essere contraccambiati da questo amare intensamente, è sempre un amare interessato, dal quale dobbiamo liberarci. Amare intensamente non deve escludere nulla, non deve isolarvi e isolare, anzi il vostro amore deve essere condiviso con ogni cosa che fate, deve espandersi nella vita di tutti i giorni e abbracciare tutte le persone.
Spesso abbiamo persone che non sopportiamo e tendiamo ad escludere dalla nostra vita, dal nostro amore, queste rappresentano un fertile terreno di pratica per la nostra mente; indaghiamo perché vogliamo rimanere lontani da loro, quando le incontriamo apriamo la mente e cerchiamo di ascoltare cosa insorge in noi, non isoliamoci subito, non rifiutiamo, cerchiamo d’essere come la terra che accoglie tutto. Se impariamo a capire gli altri, impariamo a capire i nostri problemi e nessuno ci sarà nemico. Tutto nasce dalla nostra mente: amore e avversione è solo nella nostra mente e non fuori di noi. Dedichiamo la nostra pratica a tutti nessuno escluso, e questa farà fiorire la nostra Vera vita.

Tratte dal libro del Maestro Tetsugen “ZEN” ed. Fabbri
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LO SHAMISEN

Mario Carpino
Associazione culturale italo-giapponese Fuji - www.fujikai.it
Una geisha suona lo shamisen servendosi dell'apposito grosso plettro (bachi).
Stampa ukiyoe del XIX secolo
Lo shamisen, lo strumento a corde pizzicate dal lungo manico, è forse il meglio conosciuto tra gli strumenti della musica tradizionale giapponese, anche perché la sua immagine ricorre frequentemente nelle stampe ukiyoe. Anch'esso deriva da uno strumento cinese, il san xian, che verso il XIV secolo si è diffuso (con il nome di sanshin) nelle isole Ryukyu, un arcipelago a metà strada tra il Giappone e Taiwan che attualmente fa parte dello stato giapponese (prefettura di Okinawa) ma che allora era un regno indipendente. Dalle Ryukyu lo strumento è stato introdotto anche in Giappone (pare verso la fine del XVI secolo).
La cassa armonica dello shamisen ha una struttura simile a quella di un tamburo, essendo formata da una fascia di legno di forma approssimativamente quadrata che delimita i quattro lati di una specie di scatola sulle cui facce superiore e inferiore sono tese due pelli (tradizionalmente di gatto o di cane, oggi anche in materiale sintetico). In effetti in molti casi il suonatore batte contemporaneamente con forza sia sulle corde che sulla pelle, producendo un timbro quasi percussivo: questo carattere percussivo del suono è accresciuto dal fatto che le corde non vengono pizzicate con le dita, ma colpite con una spatola di legno piuttosto grande chiamata bachi (in modo analogo al biwa). Il manico sottile dello strumento (lungo quasi un metro) porta tre corde e non ha tasti (ponticelli), assomigliando quindi più al manico di un violino che a quello di una chitarra: ciò permette di ottenere quelle variazioni microtonali e glissandi che sono tipici della musica tradizionale giapponese. La presenza di sole tre corde non permette un facile passaggio tra scale musicali differenti: questa limitazione viene superata cambiando frequentemente l'accordatura dello strumento, tra un brano e l'altro e a volte anche all'interno di uno stesso brano.
Un'altra importante caratteristica dello strumento è la presenza di una protuberanza sul manico in prossimità del capotasto; la corda più grave, vibrando, urta contro questa escrescenza producendo un caratteristico suono ronzante (sawari). Si tratta di una particolarità che non è presente né nel san xian cinese né nel sanshin delle Ryukyu e che quindi è stata introdotta nello strumento dopo il suo arrivo in Giappone, a somiglianza del biwa (ciò testimonia quanto sia apprezzata dai giapponesi questo tipo di sonorità).
Nonostante lo shamisen sia uno strumento di introduzione relativamente recente, esso ha immediatamente avuto in Giappone una grandissima popolarità, tanto da soppiantare quasi il più tradizionale biwa. Proprio per la sua grande diffusione non si può parlare quindi di una “musica per shamisen” come di un singolo genere musicale, perché in realtà lo strumento è utilizzato in molti generi differenti:
CORSO DI CULTURA GIAPPONESE

Cinque macro-aree: storia, religione e filosofia, letteratura, arte, lingua e filologia.
Si parlerà di: arti marziali, di etnografia, medicina, cinema, giardini giapponesi, storia, letteratura, gastronomia, Giappone moderno.
Il corso di cultura organizzato dall’Associazione Fuji avrà un totale di 44 ore, composte da 22 lezioni di 2 ore ciascuna, che si terranno una volta alla settimana il sabato pomeriggio, a Brescia.
CORSO DI LINGUA GIAPPONESE
Corso di base: i primi passi nella conversazione, lettura e scrittura in giapponese.
Corso intermedio: progredire nella conoscenza e nella pratica sia della lingua orale che scritta.
Info: Associazione Fuji (ceglia@fujikai.it)
con oggetto
"Corso di cultura giapponese a Brescia".
• le musiche di scena dei nuovi generi teatrali sorti all'inizio dell'epoca moderna (XVI secolo) come intrattenimento rivolto soprattutto agli artigiani e ai commercianti che andavano formando la nuova borghesia cittadina: il bunraku (teatro classico dei burattini) e il kabuki;
• diversi generi di canzoni alla moda (anch'esse diffuse soprattutto nelle città) come hauta e kouta;
• le canzoni e ballate popolari tipiche delle diverse regioni (min'you).
Più che a un genere musicale specifico, lo shamisen risulta legato a un certo ambiente sociale: come il koto era tradizionalmente lo strumento della nobiltà (o comunque delle persone socialmente rispettabili) e il biwa era apprezzato dai samurai per il suo legame con le narrazioni epiche, lo shamisen diventò lo strumento caratteristico di quel mondo di piaceri cittadini, al limite con la trasgressione e l'illegalità, che era frequentato soprattutto dalla piccola borghesia e che si usa indicare con il termine di ukiyo (“mondo fluttuante”): era lo strumento che si sentiva suonare nei teatri che rappresentavano drammi che avevano per protagonisti modesti commercianti che rovinavano se stessi e la propria famiglia a causa dell'amore impossibile per una prostituta, o con cui venivano intrattenuti i clienti delle “case da tè” nei quartieri di piacere (tuttavia, lo shamisen è anche utilizzato, accanto al koto, in un genere decisamente raffinato come il jiuta).
Lo shamisen è quindi tradizionalmente uno strumento usato per accompagnare la voce: sia i generi vocali dalla forte impronta declamatoria, a metà strada tra canto e recitativo o parlato ritmico, che sono estremamente tipici della musica giapponese (soprattutto quella con intento narrativo, come la musica teatrale) e che sono genericamente indicati come katarimono; sia i generi più lirici, dal carattere più vicino a quello che noi intendiamo per “canto” (utaimono). In epoca più recente tuttavia lo shamisen è stato utilizzato anche in musica solamente strumentale, sia di origine popolare (come lo tsugarujamisen, il genere vivacemente ritmato originario delle regioni più settentrionali del Giappone), sia come strumento solista o in piccoli gruppi strumentali in opere di compositori giapponesi contemporanei.


Discografia:
• Shamisen I (katarimono), serie Japanese Traditional Music, King Record KICH 2008: esempi di diversi generi narrativi e declamatori (katarimono) accompagnati da shamisen
• Shamisen II (utaimono), serie Japanese Traditional Music, King Record KICH 2009: esempi di diversi generi di utaimono accompagnati da shamisen
• Japon. Splendeur du shamisen, Playasound PS 65129
• Nagauta - Ensemble Kineya, Ocora C 560144 HM 79: antologia di brani tratti dalla musica di scena del teatro kabuki, con accompagnamento di shamisen e altri strumenti.
NELLE TENEBRE - Domande e risposte
Akutagawa Ryunosuke
Traduzione dal giapponese e introduzione di Rosario Manisera. Illustrazioni di Sandro Gerelli.
La Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, 2006.
Prezzo di copertina euro 15.
Il Dojo “Scuola della Respirazione” è un’associazione nata a Milano negli anni ’80 che fa parte della Scuola Itsuo Tsuda. Si prefigge di far conoscere la filosofia pratica che è stata trasmessa dal Maestro Itsuo Tsuda attraverso i suoi libri e le pratiche dell’Aikido e del Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore). L’associazione propone una pratica regolare dell’Aikido e del Katsugen Undo e, ogni due mesi, organizza degli stage condotti da Régis Soavi Sensei, che da più di vent’anni continua a diffondere l’insegnamento del Maestro Tsuda. I dojo della Scuola Itsuo Tsuda di Milano, Roma, Parigi e Tolosa organizzano più stage all’anno e si riuniscono a Masd’azil, nel sud della Francia.
Per informazioni potete telefonare al n° 02 34932037, oppure:
www.scuoladellarespirazione.org
www.scuola-itsuo-tsuda.org
Il serrato dialogo è presentato in traduzione italiana e nella sua versione giapponese per chi vuole gustarne lo stile originario. È suddiviso in tre parti. La “voce” che si rivolge ad un “io” - lo stesso Akutagawa - assume in ciascuna delle tre parti sembianze diverse: l’angelo che lottò contro Giacobbe nella Genesi, il diavolo che blandiva e tentava Faust, il demone dello scrittore che gli toglie la pace. Alle accuse o giustificazioni della “voce” Akutagawa si difende o rimarca le sue mancanze in uno sforzo di coerenza e di lealtà con se stesso. I due protagonisti, però, seguono strade parallele che non s’incontrano mai; non c’è via d’uscita; non c’è salvezza. E il demone della scrittura, di cui pure Akutagawa è figlio, non lenisce le sofferenze, ma viene a carpire ogni briciolo di calma e serenità: lo scrittore sarà fino alla fine condannato a seguire l’Ulisse dantesco. Come nelle evocazioni della parabola evangelica della zizzania, il male e il bene, che la “voce” rimprovera o riconosce all’autore, non appartengono a due uomini diversi, ma coabitano insieme nel suo animo. Nel precipitoso susseguirsi di icastiche battute s’intravede tutta la drammatica vita di Akutagawa con i suoi dubbi, le sue passioni e i presentimenti di una morte a cui andrà incontro di lì a non molto.
L’interpretazione pittorica del dialogo di Akutagawa offerta in forma originalissima dall’artista Sandro Gerelli aggiunge un elevato valore all’opera. L’umore tetro e la visione pessimistica dello scrittore sono ancora di più accentuati, se questo è possibile, dalla predominanza del colore del buio con pochissimi tratti di bianco in questa che potremmo chiamare un’autentica “opera al nero”. Inquietanti sono i profili dei volti, compreso quello di Akutagawa verso cui il pittore avverte una profonda empatia. Unico barlume di speranza è offerto dalle esili e rare figure, appena abbozzate, che volteggiano e danzano nel vuoto. Sarà


quest’ultimo un timido segno, di origine italica, di libertà e di gioia a cui la danza rimanda sin dai tempi di Dioniso? L’importante, in ogni modo, è avere abbinato nel volume il pensiero di un giapponese e la bellezza espressiva delle macchie di bianco di un artista italiano: un altro piccolo mattone di quel ponte ideale che vorremmo unisse il Giappone e l’Italia.



Rosario Manisera (Presidente del Club Giappone-Italia)
www.giappone-italia.it
E-mail: club@giappone-italia.it
Tel & Fax +39 030 2305952
UDON CON CURRY DI FUNGHI
di Sara Maternini

Per 3 persone
Difficoltà media
Ingredienti:
1 cucchiaio di olio extra vergine di oliva
1 cipolla
1 cucchiaino colmo di pasta di curry rossa
200 g di champignon
4 shitake secchi, ammollati per 45 minuti in acqua molto calda
50 g di piselli surgelati, parzialmente decongelati
1 cucchiaio di salsa di pesce
2 cucchiai di salsa di soia
200 g di udon freschi
100 g di gamberetti surgelati, decongelati
1/2 cucchiaino di gamberetti secchi in polvere


Mondare gli champignon, e tagliarli a spicchi. Affettare gli shitake.
Sminuzzare grossolanamente la cipolla e soffriggerla nel wok con l’olio. Aggiungere la pasta di curry e farla sciogliere bene. Aggiungere gli champignon, poi gli shitake. Mescolare in continuazione. Aggiungere i piselli, sempre mescolando.
Sgranare gli udon e aggiungerli nel wok, condire con la salsa di soia e la salsa di pesce (a questo punto potete aggiungere anche due o tre cucchiai di latte di cocco, se ne avete lì un lattina aperta), aggiungere i gamberetti e cospargere con i gamberetti secchi in polvere. Mescolare bene e, sempre mescolando, lasciare cuocere gli udon per qualche minuto.
Servire subito.



Sara Maternini ha una sua società
di catering e organizzazione eventi
Tel. 3334938884

gustoassoluto@libero.it
LA PRIMA RIVISTA ITALIANA DEDICATA INTERAMENTE
ALLO SHIATSU
Presente sul territorio nazionale con 50 fra Sedi locali, Centri autorizzati e Scuole affiliate.

Sede nazionale: Via Settembrini, 52 - Milano
Tel 02 29404011 - Fax 02 29510134
mondo.shiatsu@tin.it
accademia@mondoshiatsu.com
www.mondoshiatsu.com
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Milano

LAURA MOCCHETTI E LETIZIA MARABOTTINI

Laura Mocchetti e Letizia Marabottini espongono dal 7 ottobre al 10 novembre 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Tamara Messe

Tamara Messe espone dal 3 al 29 ottobre 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
CONTESTO - Un’occasione per confrontare percorsi pittorici avvicinati da comuni fonti di ispirazione, le periferie urbane, da contesti che corrispondono ad estremità vissute e rappresentate dalle loro opere con la forza di parole che danno ai loro campi di indagine un senso ulteriore. Termini sinonimi come contessere, essere insieme, intessimento, tessiture sono le trame dei loro lavori. L’urbe urbanistica è perciò soltanto un pretesto per dire altro, denunciare il degrado come qualcosa che sale dalle strade fino alle case, arrivando al corpo, all’anima, qualcosa che da pubblico indifferente e indifferenziato diventa estremamente privato, in un circuito portato a tema con colori e tecniche di sperimentazione. Momenti pittorici come attimi, rappresentazioni senza vincoli di mondi interiori, con immagini che devono deformare drammaticamente, esasperare, violentare per trarre il negativo all’arte, perché dal sottosopra di contesti periferici esasperati si generino riflessioni, Laura Mocchetti – mosky. Ricercatrice costante di figure astratte, con espressioni e movimenti di colori che lasciano spazio a segni decisi, aggressivi, rupestri, murali. Trasporta, trasfigura, deforma, ironizza, con segni marcati, accennati, intrecciati. L’altra, Letizia Marabottini, viaggia dagli spazi esterni, proliferanti, della città risalendo immagini forti e concrete che coinvolgono densamente i sensi. Genera visuali di spazi esterni che diventano grumi intrisi di odori. Utilizza materiali eterogenei che alchimisticamente incontrandosi producono qualcosa di nuovo e vitale. Superfici come cose rapprese che con le mani si fanno strade, solchi, striature, sentieri, strisce, strati. Le tracce sono incavi, tattili, mono e policromatici, costellazioni, incrostazioni, increspature, invalli, pittopiantografie, paesaggio orizzontale ne è un esempio. Un quadro che ha la forza delle “pieghe” perché genera dei percorsi, lascia emergere tracce, scorci e prospettive, visioni che si rincorrono tra un passaggio increspato e l’altro. Con gli stessi ispessimenti “barocchi” l’artista arriva alla visione intima e personale dei dietro le mura, il quadro tela prima del bagno, altrettanto carica di sensazioni e riflessioni intrise tra colori e calori. In un gioco di rincorsa tra le parti, dolce e brutale, generando correnti armoniche ascendenti e discendenti, irridescenze, scavi, insenature, profondità. Non usa tele convenzionali ma lastre di compensato, polistirolo, sughero e altri materiali rigidi. Ogni luogo che possa meglio e fino in fondo imprimere_esprimere pitture emozionali, e_motive, energetico motorie. Capace di produrre con particolari posizioni dei colori degli spostamenti mentali che aprono a insoliti panorami, zone sconosciute. Questi paesaggi, territori, si potrebbero paragonare a spazi che la mente può cogliere come zone aeree, acquatiche, terrestri, ancestrali, o qualsiasi altra, ravvisabile come fantasia dei ricordi o proiezioni. Tecniche miste, stucchi, tempere, acrilici, sabbie, portate avanti fino a quando ogni angolo del quadro prende un senso, un’armonia. In che senso? Si potrebbe trattare del tentativo di sperimentare l’incontro di percorsi pittorici astratti e informali. Lega tipi di piani con zone di colori che sono senza chiarezza e distinzione, come avvicendarsi di pennellate in vari sensi, a bande larghe, più o meno rarefatte, e zone punteggiante, tratteggiate, con tondi, di vari colori e dimensioni, piuttosto precisi. Le pennellate morbide e scivolose, espansive, le linee come bande che si tendono, si raccolgono, si dipanano, scivolano, in moti ondulatori verticali, orizzontali, diagonale. Ragioni e passioni si amalgamo generando novità cromatiche ed invenzioni concettuali. L’informale cancella, toglie, l’astratto aggiunge, la combinazione produce sorprese. Si va dalla possibilità di nuove figure, accennate, appena consistenti, intravedibili, come quella di un volto di donna che si scopre osservando una delle zone della tela bianco violacea zenit, agli elementi infracolori, cose come girandole, ventagli, stelle, fiori, circuiti, anelli, segni, frattali, corolle, magma. Elementi primigenii, primari, sottocutanei, acquatici, rotazioni, che girano in salita, in ebollizione, dall’interiorità, come miscugli di razionalità e irrazionalità, di perdita di linearità e simmetrie.
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