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Pagine Zen N° 55
novembre/dicembre 2006
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
"Nihon Daito-ryu Aikibudo,"
scritto da
Kato Shigemitsu, "Koun"
(il suo nome d'arte quando scrive), attuale Soshi (caposcuola)
dell’Associazione.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


DAITO-RYU AIKIBUDO
L'ANTICA ARTE DEL SAMURAI
Giacomo Merello, 2° dan di Daito-ryu Aikibudo
ll Daito-ryu Aikibudo è una delle ultime arti marziali tradizionali giapponesi (koryu) ancora esistenti e che possa vantare radici sin dall’VIII secolo d.C.
Contrariamente al budo moderno (quale karate, aikido, judo, kendo) lo scopo di quest’arte non è prevalentemente spirituale, ma tecnico: l’efficacia delle leve, proiezioni, strangolamenti e punti di pressione è quello che il praticante – come il samurai di allora – ricerca.
Nata formalmente nel 1186 d.C. dopo quasi due secoli di derivazione dalle antiche arti rituali della Corte Imperiale, la disciplina del Daito-ryu Aikibudo fu elaborata da Shinra Saburo Minamoto no Yoshimitsu, grande guerriero e comandante. Questi si recava sui campi di battaglia ormai deserti e studiava i cadaveri da un punto di vista anatomico, cercando di capire il funzionamento del corpo umano per meglio comprendere come fermarlo o danneggiarlo. Dall’unione di questa quasi-scientifica esperienza e dall’osservazione di “come il ragno cattura la sua preda” nacque l’aikijujutsu od aikibudo.
Tramandata per secoli in segreto dal clan Takeda (di cui Akira Kurosawa ricorda la fine nel celebre film Kagemusha – L’ombra del Guerriero) e dal clan Aizu, l’arte del Daito-ryu ha formato per secoli le guardie scelte dello Shogun, il “generalissimo” dittatore del Medioevo nipponico, fino a Takeda Sokaku (1860-1942), forse davvero l’ultimo samurai dei nostri giorni.
Il M° Takeda diffuse la sua arte per tutto il Giappone, allevando più di 30.000 studenti (tra cui anche il Presidente americano Roosevelt).. I suoi studenti, con alcuni elementi della sua arte fondaronomolte discipline moderne oggi praticate: aikido, hapkido, shorinjikempo, yoseikan budo solo per citarne alcune.Ma il Daito-ryu Aikibudo continuò ad essere praticato ed insegnato nellasua forma originaria nelle fredde terre dell’Hokkaido, l’isola più a nord del Giappone, dal figlio Takeda Tokimune.
Takeda Tokimune, nella copertina del libro, mentre esegue ipponkatsuki, una tecnica con doppia rottura delle dita e del braccio dell’avversario.
Questo artista marziale di incomparabile bravura e spiritualità creò una vera e propria associazione e dal 1990 cominciò ad accettare anche dei discepoli stranieri.
Tra i primissimi occidentali a cominciare la pratica dell’arte ci fu Antonino Certa, già insegnante di aikido per 25 anni, che oggi, ottenuto il titolo di Shihan (il più alto grado nella Scuola) pubblica in 3 lingue (italiano, inglese e francese) il primo libro completo su storia, principi e tecniche del Daito-ryu: Daito-ryu Aikibudo. Storia e tecnica. Con oltre 40 pagine originali dell’ultimo Soke Takeda Tokimune e più di 200 foto tecniche che gettano qualche luce su alcuni tra i segreti della Scuola, è il libro più completo sul Daito-ryu mai scritto e rappresenta un ottimo primo passo per avvicinarsi a questa antica arte – che include anche tutte le armi dei bushi, la cui principale era la katana.
Con un avvertimento: solo salendo in prima persona sul tatami (la materassina giapponese su cui si pratica) rivivrete l’emozione di un giorno da ultimo samurai.


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L'ARTE DEL TE' IN CINA
La cerimonia cinese del Gong Fu Cha , “l’arte di fare le cose bene”
Abstract dal nuovo libro “I Segreti del tè.
Viaggio alla scoperta della bevanda più amata al mondo”.
Francesca Natali
"La pace che nasce da questa bevanda si gusta e si sente ma non si può descrivere. Bevi subito, ma lentamente, la deliziosa bevanda e ti sentirai al sicuro da tutti gli affanni che rendono l’anmo inquieto.” (Chien Long).

La cerimonia giapponese del tè, il Cha No You, è universalmente nota, ma quella cinese del Gong Fu Cha, molto diversa nelle modalià e nello spirito, è tanto sconosciuta quanto interessante.
Se il teismo, culto fondato sull’adorazione del bello tra i sordidi fatti dell’esistenza quotidiana, e realtà ascetica diffusa in Giappone con la cerimonia del tè, è pura meditazione zen, la cerimonia cinese del tè si può paragonare ad una piacevole seduta di Hata yoga. I gesti sono meno sacri, non si desume il ritmo di una danza "perfetta" , piuttosto una concentrazione e una grazia che libera la mente e ci apre il cuore al contatto con l’altro. Ecco perché è una pratica molto più diffusa che il Chanoyu. Chiunque è stato testimone di un bravo ed esperto servitore di tè cinese, potrà affermare che è la grazia in persona!
“In Cina esistono moltissimi rituali per preparare il tè legati alle tradizioni di ogni etnia. Due sono i più conosciuti e provengono dal sud-est del paese. Il primo utilizza la speciale tazza Zhong, una tazza svasata con coperchio posta sopra un piattino concavo dove, secondo il principio dello Yin e dello Yang, il coperchio simbolizza il cielo, la tazza l’uomo, e il piatto la terra. Le grandi foglie di tè verde vengono poste sul fondo della tazza e l’acqua calda viene versata direttamente sopra di esse. Si attende qualche minuto e, con l’aiuto del coperchio, si mescola l’infuso e lo si beve direttamente filtrando le foglie con l’aiuto del “cielo”.
La seconda preparazione è normalmente riservata ai tè Oolong o semifermentati e si chiama Gong Fu Cha: è il metodo più diffuso a Taiwan e nella Cina continentale (a sud di Shangai e nella provincia del Fujian) e la sua tradizione risale alle arti marziali.
Gong Fu Cha significa “l’arte di fare le cose bene” ed è una cerimonia che viene consumata utilizzando un grazioso servizio che comprende un bollitore, una teiera Yixing, piccole tazze, un vassoio di bambù e un dosatore in legno.
Le foglie di tè vengono messe dentro la piccola teiera, ideale per l’esalazione dei profumi, e si prepara l’infusione in tre tempi, servendo poi il tè nelle tazze smaltate. Tazze che, prima dell’operazione, vanno lavate come tutte le stoviglie, teiera compresa, con acqua bollente.
Il protocollo vuole che colui che serve il tè, pratichi gesti delicati e precisi, mai precipitosi e bruschi, con grande attenzione e cura sia nei confronti degli oggetti sia degli ospiti i quali, a loro volta, devono dare prova di grande serenità e delicatezza nel partecipare e nel bere il tè. Questo rito invita il cerimoniere e i suoi ospiti a degustare ed assaporare con attenzione profumi e aromi che vengono emanati da ciascun infusione: un raro Da Hong Pao dalle decise note di castagna, tabacco e legno sarà la scelta più indicata, così come un Tie GuanYin, floreale, fruttato e denso al palato, sarà un regalo davvero prezioso per i vostri ospiti.



ll brano sul Gong Fu Cha è tratto dal nuovo libro di Francesca Natali
“I Segreti del tè.

Viaggio alla scoperta della bevanda più amata al mondo”, IKI Editore
Data di pubblicazione: novembre 2006; pagine 121; euro 18.

L’affascinante storia della Camellia sinensis , attraverso le parole di Francesca Natali, esperta di cultura del tè, e le immagini di Elisabetta Pina: cenni storici, dalle origini dell’antica Cina al viaggio in Europa; le diverse famiglie dei tè (imperiali bianchi, verdi, neri, mélange, Oolong e Pu-erh), i riti e le cerimonie nei paesi del mondo (Cina, Giappone, Russia, Tibet, Marocco); consigli pratici e accorgimenti per una perfetta “arte di offrire il tè”, fino alla concezione più contemporanea delle foglie di tè che diventano ingrediente di cucina, compagne ideali di ogni momento della giornata. Con una serie di schede tecniche sulla carta dei tè, la lavorazione, le sigle, la terminologia e i sentori del tè.

Il libro è in vendita online su
www.artedelricevere.com
e nella boutique L’Arte di Offrire il Thé (via Melloni 35, Milano,
tel. 02.715442).

La trattazione della Cerimonia Giapponese del tè prosegue nei prossimi numeri: nella seconda parte si tratterà la stanza del tè e i primi 3 insegnamenti, nella terza la preparazione del cibo e del tè, infine gli ultimi 4 insegnamenti.
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IL BUNRAKU E IL JOURURI
Mario Carpino
Associazione culturale italo-giapponese Fuji - www.fujikai.it

La testa di un burattino di bunraku: i globi oculari, le sopracciglia e la bocca possono essere mossi per mezzo di tiranti e leve che passano attraverso il collo e sono accessibili al burattinaio dalla parte posteriore del pupazzo.
Assieme al noh e al kabuki, il bunraku è una delle tre grandi forme del teatro musicale classico giapponese: tra i tre è probabilmente quello meno conosciuto in occidente. La particolarità del bunraku rispetto agli altri due generi è che in esso i personaggi non sono interpretati da attori in carne e ossa ma da burattini. Nella nostra tradizione l'uso dei burattini è legato principalmente a un tipo di spettacolo comico per bambini (inevitabilmente ci vengono in mente i lazzi di Arlecchino e Pulcinella); al con
Il Dojo “Scuola della Respirazione” è un’associazione nata a Milano negli anni ’80 che fa parte della Scuola Itsuo Tsuda. Si prefigge di far conoscere la filosofia pratica che è stata trasmessa dal Maestro Itsuo Tsuda attraverso i suoi libri e le pratiche dell’Aikido e del Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore). L’associazione propone una pratica regolare dell’Aikido e del Katsugen Undo e, ogni due mesi, organizza degli stage condotti da Régis Soavi Sensei, che da più di vent’anni continua a diffondere l’insegnamento del Maestro Tsuda. I dojo della Scuola Itsuo Tsuda di Milano, Roma, Parigi e Tolosa organizzano più stage all’anno e si riuniscono a Masd’azil, nel sud della Francia.
Per informazioni potete telefonare al n° 02 34932037, oppure:
www.scuoladellarespirazione.org
www.scuola-itsuo-tsuda.org
trario il bunraku è un genere di teatro serio per adulti, le cui trame sono spesso tragiche. I testi del bunraku possono essere infatti divisi a grandi linee in due filoni: i jidaimono, drammi storici che narrano di episodi eroici tratti dalle grandi saghe dei guerrieri del passato; e i sewamono, che mettono in scena vicende tratte dalla vita di uomini comuni (artigiani, commercianti, samurai di basso rango) della società contemporanea agli autori (XVII-XVIII secolo). Questi ultimi solitamente consistono in drammi in cui le aspirazioni più intime dei personaggi entrano in conflitto con le rigide convenzioni morali e sociali dell'epoca fino a sfociare in una conclusione tragica (spesso il suicidio del protagonista).
I burattini utilizzati nel bunraku sono grandi circa 2/3 di una persona reale e hanno una struttura piuttosto complessa, ottenuta assemblando parti di legno, stoffa e altri materiali. Le braccia e le gambe sono articolate e completamente snodabili; oltre a ciò molto spesso anche la testa e le mani hanno parti mobili (dita, bocca, occhi, sopracciglia) che possono essere comandate per mezzo di apposite leve e tiranti. Per poter manovrare il burattino sono necessarie tre persone: un burattinaio principale che muove il torso, i meccanismi della testa e il braccio destro; un primo aiutante che comanda il braccio e la mano sinistra; e un secondo aiutante che muove le gambe. I burattinai agiscono quindi in presenza del pubblico, nascosti solo parzialmente dalla sagoma del pupazzo; per essere meno visibili agli spettatori i due aiBannerutanti sono coperti da un vestito completamente nero che nasconde loro anche il viso, mentre il burattinaio principale solitamente agisce a viso scoperto indossando un abito da cerimonia.
Sicuramente una delle attrattive del bunraku è la grande abilità dei burattinai; è impossibile descrivere a parole la grazia con cui i pupazzi si muovono e la naturalezza con cui essi mimano le espressioni più diverse: la delicatezza di una carezza, un pianto dirotto, uno scatto di collera, .... Più ancora che imitazione del comportamento umano, si tratta di una sua sublimazione, una idealizzazione del gesto che ne svela la sua portata universale. Per raggiungere un simile grado di maestria e di coordinazione i burattinai devono sottoporsi a un lungo periodo di studio e di esercizio (tradizionalmente si ritiene che un burattinaio principale possa esibirsi in pubblico solo dopo trent'anni di apprendistato).
Il secondo motivo di interesse di questo genere di teatro sono il canto e la musica. I testi dei drammi vengono esposti da un narratore (tayuu) che utilizza uno stile che sta a metà strada tra il canto e la declamazione (con molta approssimazione si potrebbe tracciare un parallelo con il recitativo della nostra opera lirica). Al tayuu è affidato l'intero testo dell'opera: sia le parti descrittive (narrazione di antefatti, spiegazioni e commenti dell'azione scenica), sia le parti dialogate in cui egli interpreta a turno i diversi personaggi.
La sua abilità consiste nel trasmettere allo spettatore il tono appropriato ad ogni situazione, facendo chiaramente capire chi in quel momento sta parlando e soprattutto comunicando il suo stato d'animo. Anche in questo caso non si tratta di una imitazione realistica dei diversi toni di voce (la voce di un uomo adulto piuttosto che quella di una fanciulla) ma della resa, attraverso la voce, del carattere e delle emozioni del personaggio: l'orgoglio e lo sdegno di un samurai che ha subito un affronto, il dolore rassegnato di una moglie abbandonata, la vergogna e il timore di un uomo che riconosce il proprio errore. Il canto/declamazione del narratore si colorano di volta in volta di una gamma infinita di sfumature diverse.
CORSO DI CULTURA GIAPPONESE

Cinque macro-aree: storia, religione e filosofia, letteratura, arte, lingua e filologia.
Si parlerà di: arti marziali, di etnografia, medicina, cinema, giardini giapponesi, storia, letteratura, gastronomia, Giappone moderno.
Il corso di cultura organizzato dall’Associazione Fuji avrà un totale di 44 ore, composte da 22 lezioni di 2 ore ciascuna, che si terranno una volta alla settimana il sabato pomeriggio, a Brescia.
CORSO DI LINGUA GIAPPONESE
Corso di base: i primi passi nella conversazione, lettura e scrittura in giapponese.
Corso intermedio: progredire nella conoscenza e nella pratica sia della lingua orale che scritta.
Info: Associazione Fuji (ceglia@fujikai.it)
con oggetto
"Corso di cultura giapponese a Brescia".
La declamazione del tayuu è accompagnata da un unico strumento musicale: lo shamisen, una specie di liuto a tre corde dal lungo manico. Accompagnamento sobrio ed essenziale e che tuttavia costituisce un completamento indispensabile al canto e un commento efficacissimo ai movimenti dei personaggi sulla scena.
L'aspetto propriamente musicale del bunraku (cioè il canto accompagnato dallo shamisen) viene indicato con il nome di joururi. Si tratta di un mondo estremamente vario che nel corso di quattro secoli (a partire dalla fine del XVI secolo) ha dato vita a decine di scuole artistiche aventi caratteristiche e stili anche notevolmente differenti tra di loro. L'interesse musicale di queste composizioni è testimoniato dal fatto che estratti dai drammi più amati sono spesso eseguiti anche in forma di concerto, al di fuori di rappresentazioni teatrali (un po' come in occidente si eseguono in forma di concerto selezioni di romanze tratte dalle opere liriche più famose).















Bibliografia:
• Benito Ortolani, Il teatro giapponese. Dal rituale sciamanico alla scena contemporanea, Bulzoni, 1998 (introduzione storica ai diversi generi di teatro giapponese, con un ampio capitolo sul bunraku)
• Donald Keene (trad.), Major plays of Chikamatsu, Columbia University Press, 1990 (traduzione dei testi di 11 drammi di Chikamatsu Monzaemon (1653-1724), considerato il più grande autore di bunraku)
Materiale audiovisivo:
• The Lovers Exile, a cura di Marty Gross (VHS che contiene la ripresa filmata della rappresentazione di Meido No Hikyaku, un dramma di Chikamatsu Monzaemon, da parte della compagnia di bunraku del teatro di Osaka; in giapponese con sottotitoli in inglese)
• Double Suicide, Image Entertainment, Criterion Collection (trasposizione cinematografica moderna di Sonezaki shinjuu, la tragica storia d'amore di un mercante con una prostituta, considerato uno dei capolavori di Chikamatsu Monzaemon, da parte del regista Masahiro Shinoda; trattandosi di un film, i protagonisti sono interpretati da attori invece che burattini; in giapponese con sottotitoli in inglese)
• Shamisen I (katarimono), serie Japanese Traditional Music, King Record KICH 2008 (CD musicale che presenta esempi di diversi stili di joururi).
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ZEN - IL BUE ZEN
Maestro Tetsugen Serra Monastero Zen "Il Cerchio"


Nello zen si usa come spunto di meditazione la metafora del bue bianco e del pastorello che lo ricerca. Il Bue bianco è la nostra mente risvegliata e Illuminata. Dieci sono le meditazioni che riguardano il Bue bianco e risalgono al Ch’an lo zen cinese del Maestro Kakuan Shion. Il bambino-pastore, (cioè noi) avendo voltato le spalle alla sua Vera Natura, ne è totalmente distante; gli occhi coperti di polvere, perde di vista il Bue. Essendosi lasciato alle spalle la sua casa ancestrale, si perde progressivamente sui suoi cammini incrociati. Pensieri di perdita e di guadagno si accendono come fiamme, idee di giusto e sbagliato si elevano come punte di spada.



ALLA RICERCA DEL BUE

Incessantemente spazzi via le erbacce alla ricerca;
le acque sono estese, le montagne lontane,
e il cammino prosegue senza fine.
Sfiancate le forze, esausto lo spirito,
senza sapere più dove cercare,
riesci a sentire solo il suono delle cicale della sera
che cantano tra gli aceri.


La prima delle icone del Bue bianco è “Alla ricerca delle tracce del Bue” . E’ lo stadio in cui il desiderio si eleva a cercare se stesso, l’essere originale (il bue). Questa fase è nota come “il primo eccitarsi del cuore” (sho-hosshin -g.-) ed è infatti un movimento prezioso e bello. Nonostante la terra sia abitata da miliardi di persone, soltanto pochi sanno che l’essere essenziale è completamente perfetto ed assolutamente illimitato e che possiamo trovarlo dentro di noi. Nessuno ha idea del modo in cui siamo completamente perfetti sino a quando non ritroviamo il nostro Essere Originario. Possiamo soltanto vederci imperfetti e insufficienti, come esseri relativi che esistono per un intervallo limitato di 60 o 90 anni. Questo perché voltiamo le spalle all’inseguire la domanda cruciale “quale è il vero Io?”
“Chi siamo veramente noi?” domande che ci aprirebbero gli occhi alla nostra vera essenza e, invece, inseguiamo solo il mondo oggettivo intorno a noi, diventando così sempre più estranei a noi stessi a chi veramente siamo. In questa polvere e confusione ingannevole, andiamo da una cosa all’altra collezionando delusioni e diventiamo irrimediabilmente persi in quella infinita polvere, fino a che perdiamo totalmente di vista il nostro vero Io. Ecco che allora, quando si risveglia un moto del cuore, il primo eccitarsi del cuore” (sho-hosshin -g.-) per ricercare chi veramente siamo, è un momento magico che va vissuto con molta gioia e con molta calma per evitare che si spenga subito o che venga coperto da polvere. Il bue bianco, la nostra mente, lascia tracce nella polvere della nostra vita, e se le seguiamo attentamente, ci avvicinano sempre più a noi stessi. Talvolta è una profonda emozione per una gioia inaspettata, altre volte è la perdita di una persona cara, o la perdita di un amore, o un grande innamoramento, altre volte può essere un semplice pensiero un immagine fugace che i nostri occhi colgono in mezzo alla polvere della nostra vita, o una parola che arriva all’improvviso. Quando questo attimo Magico accade, quando qualcosa ci dice che c’è altro, oltre, la polvere, e in profondità possiamo trovare Vera-mente noi stessi. Allora mettiamoci subito alla ricerca, abbiamo trovato le tracce del Bue Bianco.





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APPUNTI DAL GIAPPONE

Marco Taddei (terza e ultima parte)
Continua questo simpatico e interessante articolo, col quale Marco Taddei ci racconta il suo Giappone: annusato, sentito, gustato, toccato e visto.
Per i tre articoli di Marco Taddei si ringrazia
la rivista QUADERNI ASIATICI.

La vista - E’ senza dubbio questo il senso che meglio coglie le bellezze e le contraddizioni di questo paese.
Sono a Nara. La guida indica un tempio, lo Shinyakushiji. Nonostante incendi e terremoti, la sala principale si è conservata pressoché intatta fin dall’VIII sec. Al suo interno un bellissimo Buddha siede circondato da dodici figure di creta. Sono i dodici guardiani, incarnazioni di Amida, che nella foggia delle vesti richiamano alla mente quello stile mediorientale che era forse arrivato in Giappone dal Gandhara attraverso la Via della Seta. Dunque qualche reminiscenza dell’arte ellenistica sopravvive in questo luogo e questo mi piace molto. Un lato della sala è andato distrutto e come si è pensato di restaurarlo considerato che il tempio è una rarità? Hanno tirato su un muro al centro del quale è incastonata una vetrata policroma da far impallidire anche quelle peggiori presenti in una qualsiasi chiesa cristiana moderna. Cosicché sul povero Buddha, abituato da secoli ad una certa oscurità, si posano i riverberi dei colori chiassosi di un improbabile rosone molto kitsch. E come se ciò non bastasse, in un angolo della sala, una televisione ripropone un video sulla storia del tempio. Così capita di vedere in contemporanea il turista che siede a vedere la cassetta ed il devoto che si inginocchia davanti al suo Buddha.
Più ci ragiono e più mi pare di capire che qui conta il particolare, il dettaglio, mentre lo sguardo d’insieme, l’effetto complessivo spesso hanno scarsa importanza. Certi elementi architettonici o naturali ed alcuni scorci vanno visti e goduti di per sé, dimenticandosi del contesto in cui si trovano.
Al tempio di Kurama, nei dintorni di Kyoto, ho visto una coppia che aveva scelto una ben strana postazione per osservare i momiji carichi di foglie rosse: anziché fare un pic-nic in mezzo al bosco, se ne stavano seduti davanti a due distributori di bibite, facendo fotografie ai rami che si intravedevano nel mezzo.
In questa prospettiva appare più semplice capire perché, aprendo la finestra di casa, puoi rallegrarti nel vedere il bel campo di miso e il contadino che lo coglie mentre intorno svettano i tralicci dell’alta tensione e i caseggiati più anonimi.
Una cosa mi pare evidente: case, palazzi, strade e centri commerciali qui crescono come funghi senza troppi piani regolatori. Saranno anche costretti dalla necessità cronica di sfruttare ogni centimetro di superficie edificabile, ma, a detta anche di qualche mio studente, gli architetti ed i costruttori non paiono andare troppo per il sottile. Eppure i giapponesi hanno una grande tradizione che dovrebbe aver insegnato loro come costruire in modo più armonico. E invece, se a Uji cerchi di fotografare il Byoudouin, immancabilmente nell’inquadratura entra caparbio uno squallido palazzone a pochi isolati di distanza.
Bisogna poi aggiungere che l’idea di costruire qualcosa che duri nel tempo non è nella mentalità giapponese. L’aeroporto del Kansai, che qui pochi sanno essere stato progettato da un famoso architetto italiano, pare essere stato
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concepito non per durare il più a lungo possibile, ma per resistere finché il mare, mangiandosi qualche centimetro all’anno, non si riapproprierà di quest’isola artificiale. In previsione di ciò, un altro progetto di aeroporto è già in discussione senza preoccuparsi troppo di considerare l’impatto ambientale di una nuova colata di cemento in mezzo al mare.
Ma del resto, anche in Italia non è forse meno sconfortante la speculazione edilizia in certi luoghi dichiarati patrimonio nazionale per non citare la brillante pensata di un ponte sullo stretto di Messina?
Questo per le contraddizioni. Ma tante davvero sono le bellezze di cui peraltro io ho visto solo una piccola parte. Se penso ai miei viaggi più o meno lunghi, ricordo bene di essermi entusiasmato non poco trovandomi in luoghi preservati dallo scempio edilizio. Paesi come Tsumago e Magome, anche grazie ad accurati restauri, mantengono vivo il fascino dei villaggi sorti lungo la Nakasendou, l’antica via postale che collegava Edo e Kyoto. Alcuni tratti montani si possono percorrere a piedi ancora oggi e nei boschi, con un po’ di fortuna e pazienza, si riesce a vedere anche qualche scimmia che spicca salti da un ramo all’altro.
Sono rimasto incantato dalla foresta di antichi cipressi sul Kouyasan, dal superbo giardino che circonda il Katsura Rikyuu e dalla cura commovente che in molti templi si ha per alberi centenari ormai curvati dal loro stesso peso. Il distretto di Arashiyama, il complesso del Daigoji e la Tetsugaku no Michi a Kyoto, sono alcuni dei luoghi dove il verde convive armoniosamente con il legno e la carta e che mi affascinano sicuramente di più; ma in fondo non mi lasciano indifferente nemmeno gli scorci più avveniristici di Osaka, Nagoya o Hiroshima.
Del resto a me piace tanto anche il mio quartiere di Fukaebashi. Sarà anche poco verde, malfamato, pieno di capannoni e poco moderno, ma nelle shoutengai trovi negozietti vecchi e incredibili che in Italia non ho mai visto. E poi il commesso del combini sotto casa ormai mi chiama per nome così come il tintore che mi parla amichevolmente nel dialetto di Osaka. Qui ho comprato la bici a cui sono tanto affezionato e qui me l’hanno rimossa perché in divieto di sosta! Al mercato coperto, il signore che fa degli ottimi takoyaki (polipo alla piastra) ormai si ricorda come li preferisco conditi e all’izakaya (taverna) mi riconoscono e scambiano volentieri quattro chiacchiere.
Frutto della quotidiana osservazione è un ultimo appunto sul modo di vestirsi qui a Osaka.
La capacità dei giapponesi di mescolare bello e brutto, sacro e profano, tradizione e innovazione dà uno dei suoi frutti migliori proprio in questo campo. In questo ambito la loro stravaganza non mi dispiace per nulla. Si va dal sarariman (letteralmente “salarimen”, impiegato.) ben vestito che sfodera un’agenda di Hallo Kitty alle ragazze boccolute e truccatissime che hanno magliette super griffate. In metropolitana, dove mediamente tutti cadono assopiti nel giro di un minuto, accanto agli scolaretti in divisa blu e cartella nera, vicino ai giovani alla moda, spesso incontri la nonnetta che bella nel suo kimono, lascia spuntare dall’obi il cellulare con ninnoli annessi, forse acquistati in qualche tempio scintoista.
E mi fa sorridere il manager che, inamidato nel suo completo nero, ostenta un gran saccone bianco di Prada - Milano. Lo usa come tracolla e siccome piove, lo ha rivestito con un cellophane trasparente perché non si bagni.

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Teresa Morelli

Teresa Morelli espone dal 11 novembre al 9 dicembre 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Maria Grazia Di Franco

Maria Grazia Di Franco espone dal 31 ottobre al 6 novembre 2006 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Sorridete e poi tornate a riflettere. Questo messaggio subliminale o dichiarato sembrerebbe uscire dai lavori della giovane artista illustratrice. Personaggi dipinti agli acrilici estratti dal quotidiano delle sue personali esperienze visive. Animali, vegetali e persone, si trasformano e si combinano tra loro in un circuito di invenzioni in serie uniche che danno vita a situazioni ironiche, beffarde e sregolate. Ci può riconoscere o meno, entrando in circuito con loro. Vedersi proiettate/i in scena rincorrendo, dietro all´una o all´altra delle situazioni rappresentate, spaccati del proprio carattere, della propria singolarità quotidiana di single o di coppia, piuttosto che i propri desideri di conoscenza, di perversione o di gioco.
Occhi neri e rimpiccioliti che fissano, ammiccano, volti che ghignano, corpi che si rivestono di ogni sentimento e carattere. Imbarazzi, sorprese, sorrisi, amarezze. Mette allo scoperto le personalità affinché tutto ciò che non appare immediatamente perché dissimulato o difeso possa, diventando preda dei suoi pennelli, delle sue matite, delle sue fantasie, divertire. Coglie ciò che la colpisce nel quotidiano proprio o altrui e lo illustra, facendone racconti a singole scene senza sequenze. Passa a piacimento dalle tecniche manuali a quelle computerizzate, cercando di confrontarsi con ogni supporto possibile. Materiali leggeri e non, legni, carte, tele di piccole e medie dimensioni. Singole vignette, "stacchetti" come lei li chiama, oppure spunti per immaginare in proprio lasciandosi trasportare dalle fantasie dei colori tenui, o dalla propria voglia di continuare le storie, per dare immediatezza al proprio sorridere colorando di senso ogni attimo di divertimento.
Percorsi autobiografici realizzati combinando gli effetti incandescenti e imprevedibili delle ceramiche raku con pannelli di compensati flessibili coperti da colori accesi e materici. L´artista, per la realizzazione di queste opere, si avvale dell´aiuto di Enrica Malvione che ha fornito i supporti creando gli inserti in ceramica. Le combinazioni degli elementi hanno un andamento astratto con accostamenti insoliti e suggestivi. Opere concettuali, narrative di un proprio personale che sa di momenti di vita, fatta di alti e bassi, di imprevisti e sconcerti, di calma e riflessione. Ogni lavoro sprigiona taluni di questi aspetti, racchiudendoli o assorbendoli, mettendoli tra loro in opposizione o incrociandoli a chiasmo. Le opere sono bidimensionali, con le matrici di ceramiche in sovrimpressione e substrati colorati che con gli inserti fanno da cornice.
La caduta, ad esempio, è un lavoro energetico e decadente nello stesso tempo, composto con oggetti che sembrano fiamme o spade sovrapposte a bassifondi di foglie d´oro e d´argento imbrunite e un drappo di tela rossa. Questo quadro contrasta concettualmente con l´opera zen perché l´uno rappresenta un momento catartico, l´altra una ricerca e una conquista di armonia, tradotta con spazi geometrici ed equilibrati. L´interesse delle sue opere si fonda sul tentativo dell´artista di trovare una combinazione riuscita tra estetica e concettualità, bellezza e pensiero. Lo fa sia con i materiali, scegliendo cose di cui conosce proprietà intrinseche e valori storico_tradizionali che con metafore letterarie. La sua autobiografia rende omaggio alle vicende della letteratura mitologica, la caduta di icaro, il filo di arianna, o il rispecchiamento di narciso, in un gioco di rigore estetico e fantasia creativa.
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