home page
cultura
cultura
ristoranti
eventi
cucina
shopping
Pagine Zen N° 56
dicembre 2006 /gennaio 2007
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Sommario
Fine anno in Giappone
I kumiuta e i danmono
L'Effimero e la cerimonia del tè in Giappone
Parole in comune
Le Origini della scuola Itsuo Tsuda
Zen shiatsu
Poesia d'Inverno

Ki No Tsurayuki
Yuki fureba
fuyugomori seru
kusa mo ki mo
haru ni shirarenu
hana zo sakikeru

Ora che cade la neve,
sia le piante sia gli alberi
che svernano in clausura,
si adornano, ecco,
di fiori ignoti alla primavera.

Poesia tratta da Kokin Waka shuu. Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne.
A cura di Ikuko Sagiyama
Ed. Ariele, Milano 2000
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Utukushigahara-Kogen Nagano
Per gentile concessione Kikkoman

FINE ANNO IN GIAPPONE
Marco Taddei - Prima parte
Anche se potrà risultare datato abbiamo creduto opportuno conservare
questo articolo/racconto/cronaca di Marco Taddei, nella sua stesura originale (Capodanno 2004-2005). Tratto da QUADERNI ASIATICI,





L’ultima notte del 2004 ho deciso di trascorrerla a Kyoto in un tempio dell’antica capitale. Sono le dieci di sera quando esco di casa e mi incammino per le vie del quartiere di Osaka dove vivo. “Saranno ancora a tavola”, penso, perché la luce al neon è accesa in molti appartamenti, ma non incontro nessun passante ed anche il tempio buddista tra i caseggiati sembra deserto. L’unico dettaglio che lascia intuire il clima festivo sono le decorazioni tradizionali appese ai portoni di alcune abitazioni come auspicio ed augurio di felicità e fortuna.
(A Capodanno si usa decorare il portone di casa con i kadomatsu, addobbi fatti con rami di pino e bambù. Vengono anche appesi gli shime nawa: i festoni di corde di paglia che in genere delimitano lo spazio sacro alle divinità scintoiste e tengono lontani gli spiriti maligni. Posti all’ingresso come decorazioni per il Nuovo Anno, indicano che la casa non è contaminata).
Alla stazione di Hanaten do una rapida occhiata al tabellone degli orari per essere sicuro di avere treni per tornare a casa, ma è uno scrupolo inutile: sono nel ben organizzato Giappone e per questa notte il servizio è esteso fino alle sei del mattino quando riprenderanno le corse normali.
Salgo in treno, scendo a Kyoubashi, prendo la linea Keihan e in meno di un’ora sono a Kyoto. Non è stato facile decidere dove festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo, perché a dire il vero avrei voluto essere contemporaneamente in templi della città lontani tra loro. Tuttavia dovendo scegliere, poiché desideravo visitare almeno un tempio buddista e uno scintoista lontano dai luoghi più affollati, ho optato per i dintorni più tranquilli della Tetsugaku no michi, (La via dei filosofi. E’così chiamata la strada che si snoda tra i templi Ginkaku e Nanzen nel quartiere di Higashiyama a est di Kyoto), dove i templi abbondano e ci si può spostare a piedi facilmente. Superata la mole scura del portale che accoglie i visitatori al Nanzenji (uno dei cinque più grandi templi Zen di Kyoto), svolto a destra e raggiungo l’Eikandou dal quale proviene il rintocco sordo della campana buddhista. (Zenrinji, il tempio principale del joudo shuu, Buddismo della Terra Pura, fondato nell’855, è generalmente chiamato Eikandou da Eikan, il nome del settimo abate vissuto tra il 1032 e il 1111. Il tempio è famoso soprattutto per la statua di Mikaeri no Amida, Amida Buddha che volge lo sguardo dietro la sua spalla sinistra). Attorno al tempio non c’è molta luce e nei giardini gli aceri spogli delle foglie rosse mettono un po’di malinconia. Qualche candela illumina il selciato che sale al patio dov’è la campana di bronzo e lungo il viottolo i giapponesi ordinatamente in fila aspettano la mezzanotte per poterla suonare a turno. Intanto i monaci recitano con voce grave il nome di Buddha e battono i solenni 108 rintocchi che, dissolvendo uno ad uno i 108 vizi e desideri dell’uomo mortale, liberano l’anno nuovo dalle impurità di quello trascorso. (Si tratta del joya no kane, lo scampanio che annuncia l’anno nuovo. La campana viene suonata con un grande tronco in legno come fosse un gong).
Nonostante abbia cominciato a nevicare, tiro su il cappuccio del giaccone e mi metto in fila anch’io bevendo l’amasake (bevanda calda fatta di sake e ginger), che un monaco mi ha gentilmente offerto. Mentre aspetto il mio turno
scambiando quattro chiacchiere con alcuni vicini, un monaco passa a raccogliere offerte per le vittime del terremoto di Niigata.
Ore 0.00 del 2005: nessuno schiamazzo o botto, solo qualche abbraccio, qualche risata in più e tanti cellulari che scattano fotografie per immortalare il momento e inviarlo subito agli amici. Eccomi nel nuovo anno e quasi quasi non me ne accorgo nemmeno!
Suonata la campana, lascio l’Eikandou ed entro nel recinto di un vicino tempio shintou. Non è particolarmente bello ma c’è allegria, anche perché l’abate e alcuni fedeli già alticci vanno ridendo e chiacchierando attorno al grande falò che hanno acceso. In coppette quadrate di pino offrono anche a me del sake freddo che attingono da enormi botti offerte per oshougatsu (Oshougatsu indica il capodanno, l’anno nuovo. Lett: “mese giusto”) e poi mi invitano davanti al fuoco. Ormai nevica fitto e ci si riscalda bevendo e sfregandosi le mani vicino alla fiamma che scoppietta. Pare davvero di essere tornato indietro nel tempo e mi aspetterei quasi di sentire la voce di un cantastorie o di uno sciamano che racconti antiche leggende di samurai e principesse. L’atmosfera è suggestiva, ma il freddo a notte fonda è così pungente che all’aperto non si resiste molto, a meno di non ubriacarsi completamente come ha già fatto qualche altro visitatore che si è messo a ballare per conto suo. Perciò, comprato il mio omamori (sacchetto di stoffa che spesso contiene piccoli rametti. Assolve la funzione dei nostri santini occidentali e se ne vendono di ogni tipo: contro gli incidenti in macchina e le malattie, per la buona riuscita a scuola e nel lavoro, etc.) che prendo dal banco dove è ben allineato tra gli altri, mi avvio verso l’uscita dove una nonnetta rinfrancata dal sake mi saluta allegra “Mata rainen”, “All’anno prossimo!”. Quanto sono più espansivi i giapponesi un po’alticci!
Seguendo poi l’usanza giapponese di fare hatsumoude (la prima visita al tempio dell’anno nuovo) nei primissimi giorni dell’anno, il primo gennaio vado allo Shitennouji, uno dei templi più importanti di Osaka. C’è chi offre l’incenso nei bracieri e siccome è di buon auspicio ne spinge con le mani le volute profumate verso amici e parenti e c’è chi, come me, passeggia curioso tra le bancarelle che vendono di tutto, dai takoyaki (palline fatte con farina, uova, tako (polipo) e porro tritato e cotte su un’apposita piastra. I takoyaki sono un piatto molto popolare a Osaka) ai fumetti, dalla yakisoba (tagliolini fritti con carne e verdura) agli omikuji (biglietto sul quale è scritto un oracolo, una predizione divina sul proprio destino nel nuovo anno. Nel caso sia infausto, o rimanga il dubbio che possa esserlo, viene solitamente legato agli alberi o ad un qualunque supporto situato all’interno del tempio).
C’è anche qualche russo che vende orologi e modernariato vario, come talvolta capita anche nei nostri mercati. All’uscita del tempio vedo molti giapponesi tornare a casa con svariati talismani. Molti hanno comprato una freccia, hamaya, che pare protegga dagli spiriti maligni e porti fortuna, altri hanno acquistato amuleti vari che riproducono l’immagine del gallo con o senza gallina. Secondo l’oroscopo cinese infatti, il 2005 é l’anno del re del pollaio. (continua)
Torna al sommario

I KUMIUTA E I DANMONO
Mario Carpino - Associazione culturale italo-giapponese Fuji www.fujikai.it

I kumiuta sono una delle più antiche forme di musica vocale giapponese dell'epoca moderna, una forma che si situa a metà strada tra l'ambiente culturale esclusivo della nobiltà di corte e una diffusione più larga della musica tra i nuovi ceti emergenti agli inizi del periodo Edo, soprattutto la borghesia mercantile delle grandi città (Kyoto, Osaka ed Edo). Infatti da una parte i kumiuta ereditano i modi di una tradizione che considerava la poesia e la musica come il raffinato diletto della cerchia ristretta di aristocratici che costituivano la corte imperiale; dall'altra con essi la musica inizia a svincolarsi da questo ambiente e a diventare patrimonio di una casta di musicisti professionisti che dalla sua esecuzione e insegnamento traggono il loro sostentamento.
I kumiuta sono brani cantati accompagnati musicalmente da uno strumento a corda: uno shamisen (il caratteristico liuto giapponese a tre corde) o un koto (cetra a tredici corde). Loro caratteristica distintiva è il fatto che i testi sono costituiti da una successione di testi poetici differenti, accomunati da un unico tema (ad esempio, il succedersi delle stagioni) oppure da una somiglianza di atmosfera; da questo particolarità deriva anche il nome kumiuta che significa letteralmente “serie di poemi”.Musicalmente essi sono basati su un breve inciso musicale (una specie di tema) che viene riproposto dall'accompagnamento all'inizio di ogni strofa. Si tratta quindi di una struttura semplice e, da un certo punto di vista, forse primitiva. Tuttavia in questo caso “primitivo” non deve essere concepito come sinonimo di “rozzo” o “grossolano” ma di “primigenio,
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

www.fujikai.it
archetipale”: si tratta di brani che, attraverso una apparente semplicità, trasmettono un senso di austera bellezza e di composta nobiltà.Non a caso, nonostante la mancanza di ogni ostentazione virtuosistica, essi vengono considerati dai musicisti di oggi come uno dei repertori più difficili da interpretare (e ne è testimonianza la scarsità di registrazioni discografiche).
Anche i danmono sono un genere musicale che risale agli inizi dell'era moderna (cioè alla prima metà del XVII secolo) ma, a differenza dei kumiuta, sono una forma musicale solamentestrumentale e costituiscono uno dei pochissimi generi di "musica assoluta" (cioè non legato a teatro, danza o alla declamazione di un testo poetico) all'interno della musica tradizionale giapponese. Il termine dan significa letteralmente "scalino" (di una scala), "ripiano, scaffale", "piano, livello" (di un edificio); riferito a una composizione musicale indica una "sezione" in un brano (danmono) che è appunto formato dalla successione di diversi dan.
Anche i danmono seguono una struttura piuttosto rigida. In quasi tutti i casi ogni dan è formato da 104 haku (52 battute in 2/4), precedute da una introduzione di 2 o 3 battute. Il primo dan di ogni brano costituisce una specie di esposizione di un tema che poi viene variato nei dan successivi, cosicché l'intera composizione assomiglia a un "tema con variazioni" della musica occidentale. L'esecuzione inizia con un tempo lento che viene poi progressivamente accelerato nel corso del brano; solo alla fine dell'ultimo dan il ritmo rallenta nuovamente cosicché il brano termina su un tempo lento.
I danmono più famosi, che costituiscono i modelli assoluti di riferimento per questo genere, sono alcune opere del maestro Yatsuhashi Kengyou (1614-1685), il musicista che ha fondato la tradizione moderna della musica per koto: tra questi sono particolarmente famosi ed eseguiti Rokudan no shirabe e Midare. Queste opere sono state composte originariamente come brani per koto solo; tuttavia nel corso dei secoli altri musicisti vi hanno aggiunto parti supplementari (kaede) per un secondo koto, per shamisen o per shakuhachi (flauto in bambù) e oggi essi vengono spesso eseguiti in queste forme modificate. A causa della mancanza di un testo poetico (e della conseguente difficoltà di comprensione legata alla lingua) e alla loro accattivante melodicità, i danmono sono forse uno dei generi della musica giapponese più facilmente apprezzabili da un pubblico occidentale.



Discografia:
Nanae Yoshimura - The art of the - Volume 1/2, Celestial Harmonies 13186-2, 13187-2 (2 CD separati: antologia di brani famosi per koto: contiene tra l'altro Rokudan no shirabe, Midare e un kumiuta per koto)
Torna al sommario

L'EFFIMERO E LA CERIMONIA DEL TE' IN GIAPPONE
Percorso alla scoperta dell'antica tradizione giapponese”
della preparazione del tè: LA STANZA DEL TE'
Francesca Natali - seconda parte

Nel 1400 a Kyôto nel “Papillon d’Argent” si beveva il tè nel lusso materiale più audace, riposandosi e godendo di piaceri legati alla cucina e all’arte. In questo periodo vengono scelte porcellane di importazione cinese e utensili specifici per la preparazione del tè, dal braciere alle tazze svasate. Sarà il maestro Murata Shukô che si opporrà per primo a questa tendenza lussuosa insegnando come lo scopo della pratica del tè sia principalmente quello di apportare calma e pace interiore, piuttosto che l’occasione per vivere un momento di fasto. La bellezza degli oggetti, semplici e imperfetti, era per lui motivo di emozione e per far comprendere ciò era solito dire: “Preferisco la luna quando è velata dalle nuvole”.
Dopo di lui Taken Jô-ô semplifica ulteriormente l’apparato da cerimonia, ma è il maestro Sen Rikyû che sintetizza gli insegnamenti del passato invitando alla semplicità nel rispetto della disciplina e affermando una netta preferenza per gli oggetti provenienti dalla Corea, meno raffinati di quelli cinesi, per sviluppare in seguito la passione per quelli di fattura giapponese.
Legno, bambù, carta, terra, pietra sono i materiali necessari per costruire un perfetto Padiglione del Tè. Il suo ingresso, sempre piuttosto ridotto, risale al tempo in cui i Samurai praticavano con costanza questo rito. Le spade di questi valorosi guerrieri venivano lasciate al di fuori del Padiglione e l’inginocchiarsi per poter accedere all’interno era un gesto che sottolineava come, durante la cerimonia, non esistessero vincitori, vinti o ruoli sociali.
Il decoro del Padiglione del Tè è ridotto all’essenziale e riguarda esclusivamente i materiali necessari alla preparazione della preziosa Spuma di Giada. In aggiunta al braciere e alla teiera in ghisa vengono ntrodotti una piccola consolle a due piani per disporre gli oggetti, un’Ikebana e un pannello riportante una poesia scelta esclusivamente per l’occasione. In estate, per rendere la stanza più fresca, i fiori vengono posti in un largo vaso con gocce d’acqua lungo le pareti che ricorda la brina mattutina. In inverno, per creare un’atmosfera più calda, il braciere è posizionato molto vicino agli ospiti, e spesso ne viene aggiunto uno più grande al centro della stanza. L’alcova è inoltre rischiarata da un fiore colorato e speciale, oppure da rami di alberi da frutto in fioritura.
Gli ospiti chiacchierano sullo stile del kakemono, calligrafia appesa alla parete nei pressi dell’alcova, sull’autore o ammirano la Chabana di fiori. I contenuti del kakemono sono spesso poesie, proverbi del buddismo zen, allusioni letterarie scritte da monaci o importanti maestri di cerimonia. L’inchiostro con cui si scrive è color nero sfumato nel grigio, su carta abitualmente bianca o crema, spesso doppiata con preziosa seta decorata e con spessori diversi sui quattro lati per contrastarne la forte verticalità. Colori scuri che ricordano la terra sono spesso usati per abbellire la stanza del tè.
Nell’aria il fragrante profumo di un incenso di legno pregiato inonda la stanza.
Il silenzio è un invitato importante: solo i suoni della natura circostante ci rammentano il nostro legame con essa: il suono dell’acqua che bolle sul bracere, il canto delle cicale e degli uccellini in giardino, il vento che soffia tra i rami e le campane a vento appese all’entrata della stanza.
La Via del Tè non è dunque semplicemente un’attività di preparazione del tè o uno svago per il tempo libero, ma uno stile di vita con valori estetici e morali. I 7 insegnamenti che ha codificato Sen Rikyû ne definiscono l’attitudine e sono considerati un insegnamento fondamentale tutt’oggi ancora valido.
BannerPrimo insegnamento

Fate una deliziosa tazza di Tè.
Comprate il tè più raffinato sul mercato, scegliete la migliore acqua, servite deliziosi e fragranti dolcetti, mostrate al vostro invitato tutto l’interesse che provate nei suoi confronti scegliendo la calligrafia di un maestro importante o una tazza appartenuta ad una celebre famiglia giapponese. Preparare con le proprie mani e il proprio gusto un’elegante composizione floreale… la Via del Tè è un modo di condividere, attraverso il gesto di offrire una semplice tazza di tè, un’arte di vivere.

Secondo insegnamento

Disponete il carbone per scaldare l’acqua.
Dedicate la giusta attenzione alle cose che vi circondano e alle azioni che spesso fate con superficialità. L’attenzione per gli oggetti inanimati e la conoscenza nel saperli disporre è molto importante. Un bel fuoco preparato con cura saprà riscaldare efficacemente il Padiglione a lungo. Piccolo insegnamento per vivere il “qui ed ora”.

Terzo insegnamento

Sistemate i fiori come essi sono nei campi.
Chabana è il nome dei fiori della cerimonia del tè. Non esiste una scuola, come per l’Ikebana, di decorazione floreale. Questo non significa che l’ospite sceglie a caso alcuni fiori per metterli semplicemente in un vaso, ma deve riuscire a fare risplendere dentro quel fiore tutta la vita che esso esprime: la bellezza unica che ogni fiore possiede naturalmente nella sua natura effimera e sfuggevole. (continua)

Torna al sommario

PAROLE IN COMUNE
Matteo Rizzi


« Piacere. Io sono Kimiko»
« Ah…Anch'io sono un chimico!…Piacere»
Purtroppo non è una battuta "studiata a tavolino": questa risposta, uscita anni fa dalla bocca di un mio famigliare ha suscitato oltre ai sorrisi imbarazzati dei presenti anche un piccolo dibattito tra amici sugli aspetti fonetici che accomunano il giapponese con l'italiano.
Chi studia questa lingua almeno una volta si sarà sentito dire "Chissà com'è difficile!". Certamente la presenza degli ideogrammi crea alcune difficoltà nella scrittura, ma ciò non si può dire della pronuncia. Può sembrare strano ma la pronuncia italiana è più simile al giapponese che al francese. Fatta eccezione per la consonante N che appare isolatamente, tutte le sillabe che compongono le parole terminano con vocali che in linea di massima si pronunciano come in italiano. Addirittura un certo numero di vocaboli pur avendo un significato differente ha una pronuncia pressoché identica.
Per esemplificare alcune "simpatiche" comunanze fonetiche tra le due lingue iniziamo dai nomi personali: Mario ad esempio è un nome presente in entrambe le lingue, mentre Marco si pronuncia come Maruko che in Giappone è un nome femminile; i pronomi possessivi "mio", "mie", "sue" sono altri tre esempi di nomi propri giapponesi.
Se il povero Sig. Giulio cercasse il suo nome sul dizionario italiano-giapponese troverebbe la parola "peso" (juuryou), mentre il Sig. Rino prima o poi scoprirà che gli ideogrammi di "rinou" significano "smettere di lavorare nel campo dell'agricoltura". Anche i Sig.ri giapponesi Kubo, Mano e Sano che consulteranno
Headquarter
Corso Sempione, 35
Parabiago (Mi) Tel. 0331491850

Shop
Via Boccaccio, 4 - Milano
Tel. 0248193301

www.crespibonsai.it
info@crespibonsai.it
incuriositi lo stesso dizionario, quando scopriranno il significato italiano dei loro cognomi non avranno alcun motivo per essere entusiasti.
Ma ora addentriamoci nelle nostre deliranti analisi linguistiche! Poiché stiamo parlando di nomi propri è giusto ricordare che "nome" (forma imperativa del verbo nomu) corrisponde a "Bevi !"…E chi beve troppo "da i numeri": ad esempio 6 (sei = vita, natura, sesso, spirito ecc.), oppure 8 (otto = marito, sposo, consorte)…e ad un uomo che da i numeri noi italiani diremmo "sei un matto!" ma un giapponese potrebbe capire seiun (nebulosa), matto (tappeto, zerbino)…E se fosse una donna? "Matta!" ma per un giapponese nient'altro sarebbe che la forma passata del verbo matsu (aspettare). Ne consegue che dare della "matta" alla nostra amica giapponese praticamente equivale a dirle "Ti ho aspettato"; tuttavia non è consigliabile dirle "matta", se non altro perché la forma piana del verbo non è molto cortese.
Fate molta attenzione se parlate al cellulare in presenza di un giapponese che non conosca l'italiano. Intercalari molto comuni come «…Coosa?… Noo!…ma dai!…Lo sai?…mi sento giù! …Come? …Eh, magari! … Lo so, lo so! … » alle sue orecchie potrebbero rispettivamente suonare in questo modo: «…Lezione? …Cervello! …Camera! …Infortuni sul lavoro? …frutto - trasferimento della capitale - fucile! …Riso? …Eh, stanza in affitto! …Unione Lavoratori, Unione Lavoratori!…».
Vorrei inoltre avvisarvi che "ayu" è una specie di trota, "to" corrisponde alla nostra congiunzione "e", mentre la parola kado significa "spigolo, angolo": quindi se in Giappone per disgrazia inciampate e rotolate giu per le scale evitate di urlare "Aiuto cado!" perché i giapponesi capirebbero "Trota e spigolo!" e dovendo trattenersi dalle risate si sentirebbero più a disagio di voi. E non proseguite nemmeno dicendo "mi sono rotto un'anca…ho bisogno di cure": per quanto vi sforziate a scandire le parole per il vostro interlocutore anka significa "prezzo basso" e kura "deposito, magazzino".
Una curiosità per gli amanti degli animali: "cane" può significare denaro o campana e se avete dei piccoli gatti che affettuosamente chiamate "mici", sappiate che in giapponese li state chiamando "strada".
Altra piccola curiosità per chi si deve incontrare: «Vieni "da me" o vengo "da te" ?»."Da me" = inutile, inservibile, incapace; "da te" = snob, elegantone.
Per finire un suggerimento agli appassionati di calcio: non incitate mai un portiere giapponese gridando "Para!Para!"…potrebbe improvvisamente mettersi a ballare! "PARA-PARA" infatti, indica il tipico modo giapponese di ballare la musica dance in discoteca…e non è il caso che lo faccia durante un calcio di rigore.
Torna al sommario

LE ORIGINI DELLA SCUOLA ITSUO TSUDA

Il Dojo “Scuola della Respirazione” è un’associazione nata a Milano negli anni ’80 che fa parte della Scuola Itsuo Tsuda. Si prefigge di far conoscere la filosofia pratica che è stata trasmessa dal Maestro Itsuo Tsuda attraverso i suoi libri e le pratiche dell’Aikido e del Katsugen Undo (Movimento Rigeneratore). L’associazione propone una pratica regolare dell’Aikido e del Katsugen Undo e, ogni due mesi, organizza degli stage condotti da Régis Soavi Sensei, che da più di vent’anni continua a diffondere l’insegnamento del Maestro Tsuda. I dojo della Scuola Itsuo Tsuda di Milano, Roma, Parigi e Tolosa organizzano più stage all’anno e si riuniscono a Masd’azil, nel sud della Francia.
Per informazioni potete telefonare al n° 02 34932037, oppure:
www.scuoladellarespirazione.org
www.scuola-itsuo-tsuda.org
La Scuola Itsuo Tsuda è nata dall’unione dei dojo che da molti anni collaborano insieme a Régis Soavi Sensei per portare avanti l’opera del M° Tsuda e la sua visione dell’Aikido, che ha trasmesso attraverso gli stages che teneva, la pratica quotidiana e i nove libri che ha pubblicato.
Itsuo Tsuda, prima di cominciare a praticare l’Aikido, è stato allievo del Maestro Haruchika Noguchi, scopritore del Seitai e del Katsugen undo (Movimento rigeneratore) e ha praticato con lui per più di 25 anni. Katsugen undo, che letteralmente significa “movimento che permette il ritorno alla sorgente”, è una pratica del “non-fare”, è la possibilità di ritrovare, attraverso un allenamento del sistema involontario, la capacità originaria del corpo di riequilibrarsi. Quando il M° Tsuda ha incontrato il M° Ueshiba, fondatore dell’Aikido, aveva già 45 anni e non aveva mai praticato arti marziali. Ma forse proprio per questi motivi e per il tipo di percorso che aveva già intrapreso con il M° Noguchi, è riuscito a cogliere lo spirito e l’orientamento che il M° Ueshiba aveva dato all’Aikido. Uno spirito che si intuisce anche nel nome che il M° Ueshiba aveva scelto per quest’arte: Ai-Ki-Do. Tre ideogrammi (Ai-Armonia, Ki, Do-Via) che significano “via dell’armonia del ki”, “via di fusione del ki”. Dopo la morte del M°Ueshiba, l’Aikido ha iniziato ad essere interpretato in diversi modi: c’è chi lo pratica per autodifesa, chi lo considera uno sport, chi un’arte marziale. Ma il M° Tsuda preferiva considerarlo una ricerca personale, interiore, seguendo proprio quella visione a cui il M° Ueshiba, soprattutto negli ultimi anni, teneva sempre di più: non un’arte di combattimento o di
difesa, in cui è l’efficacità delle tecniche ad avere il sopravvento, ma di armonia e fusione, non solo tra le persone, ma con l’Universo. Il M° Ueshiba, infatti, amava spesso ripetere che l’Aikido è l’ “arte di unirsi e separarsi” (musunde hanatsu)”.
E il ki, la respirazione sono alla base di questo modo di praticare: una respirazione che arriva in profondità e che abbiamo quasi completamente dimenticato.
Quando il M° Tsuda è arrivato in Europa ha continuato questo suo percorso. Nei primi anni ’70, ha aperto il suo primo dojo a Parigi, proponendo sia il Katsugen undo che l’Aikido: riteneva, infatti, che queste due pratiche fossero in qualche modo complementari, unite da uno spirito comune. In effetti, è attraverso il Katsugen undo che si può comprendere meglio la parte del non-fare dell’Aikido.
Régis Soavi è stato allievo del M° Tsuda per dieci anni, fino al 1984, anno della morte del Maestro. Quando ha iniziato a praticare con il M° Tsuda, nel 1973, Régis Soavi praticava già Aikido da diversi anni e dal 1975 aveva iniziato ad insegnare presso la Federazione. Ma l’incontro con il M° Tsuda gli ha dato modo di vedere la pratica da un altro punto di vista, cambiando completamente la sua visione. Verso il 1980, quindi, si allontana definitivamente dalla visione ufficiale dell'Aikido e nel 1982, con il consenso del suo Maestro Itsuo Tsuda, Régis Soavi decide di dedicarsi unicamente all’insegnamento di queste due pratiche, aprendo così il suo primo dojo a Tolosa. Inizia a tenere degli stages, ritenendo importante poter diffondere quanto gli era stato trasmesso. Ed è appunto per questo stesso motivo che, seguendo la ricerca iniziata da Régis Soavi Sensei con il M° Tsuda, è stata fondata questa Scuola che porta il suo nome. I dojo che ne fanno parte continuano l’impostazione che il M° Tsuda stesso aveva voluto dare e che Régis Soavi Sensei ha mantenuto: una scuola “senza gradi”, slegata da ogni federazione e autonoma nel suo funzionamento, dove è la possibilità di una ricerca personale a prevalere sull’apprendimento di tecniche fini a se stesse.
Una ricerca che passa dall’Aikido, che Soavi Sensei ama definire una non-arte marziale, attraverso il Katsugen undo, pratica del “non-fare”.

LIBRI - ZEN SHIATSU
di Tetsugen Serra - Fabbri Editori, Milano-2005
Per sé, per la coppia, per gli amici e la famiglia.

Quando si inizia un corso di Zen Shiatsu non si immagina di iniziare un percorso con se stessi che probabilmente porterà lontano, un viaggio alla scoperta di territori nuovi del proprio corpo, delle proprie emozioni, del proprio Essere. Lo Zen Shiatsu ci aiuta a scoprire un’unica energia vitale che circola in tutti noi, che è possibile conoscere, sperimentare, incrementare, diminuire e che coinvolge tutti gli aspetti della nostra esistenza. Questo manuale offre un ricco apparato di esercizi pratici, da fare da soli, in due o in gruppo, per iniziare a prendere maggiore consapevolezza di noi stessi e ritrovare l’equilibrio fisico ed energetico delle più importanti parti del corpo.
Diverse sono le motivazioni per cui si decide di avvicinarsi all’arte dello Shiatsu. Alcuni possono essere interessati ad apprendere semplicemente una tecnica di massaggio, altri possono avere il desiderio di accostarsi a una cultura orientale in modo pratico e non filosofico, altri ancora scelgono questa disciplina come attività da praticare durante l’anno come integrazione nei loro esercizi di fisioterapia. Questo manuale si prefigge di divulgare in modo semplice esoprattutto corretto questa disciplina, di farla conoscerea chi non ne ha mai sentitoparlare o di approfondirne i metodi
per coloro che già vi si sono accostati. E’un libro che unisce teoria e pratica per dare a tutti la possibilità di apprendere, seppur nelle sue forme più basilari, alcune tecniche Shiatsu da praticare su di sé e sugli altri.
Tetsugen Serra, nato a Milano nel 1953, studia e segue il suo iter monastico in Giappone, dove consegue il diploma in Master Zen Shiatsu presso lo Yokai Shiatsu Center di Tokyo. Nel 1988 torna in Italia e fonda il monastero Zen “Enso-Ji” Il Cerchio, prima realtà italiana residenziale Zen in città. Nel 1990 apre la Scuola Zen di Shiatsu® che unisce la pratica Zen alla disciplina Shiatsu e della quale è direttore didattico. Nel 1995 fonda il monastero di montagna “Sanbo-Ji” Tempio dei Tre Gioielli, un complesso monastico Zen immerso nel silenzio delle colline tosco-emiliane. E’ stato consigliere direttivo dell’UBI (Unione Buddista Italiana) e probiviro sia della FNSS (Federazione Nazionale Scuole di Shiatsu) sia della FIS (Federazione Italiana Shiatsu). Nel 2002 è stato cofondatore della sezione milanese della World Conference of Religion for Peace. Autore di diverse pubblicazioni di settore, collabora con riviste e programmi televisivi. Per Fabbri ha pubblicato ZEN.

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Un regalo dal Giappone

Fino al 19 gennaio 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
Roma

Adriana Contarini

Adriana Contarini espone fino al 7 gennaio 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
L´anno si chiude con una collettiva d´arte giapponese all´insegna degli auguri, dei buoni auspici, della capacità, propriamente orientale, di mettere in scena bellezza e felicità. Ogni cosa è un regalo, dei presenti che si rinnovano perché mostrandosi danno vita ad un nuovo ciclo. Ancora una volta cose che sanno di antichità trovano il modo di proporsi, di nuovo anche grazie alla nostra capacità di sentirle, apprezzarle, rispettarle, ora, di questi tempi, in questo contesto. Pittura, scultura, calligrafia, artigianato, manufatti quotidiani, disegni. Opere che danno risalto alle piccole cose, con raffinatezze e decorazioni, ma anche con semplicità e immediatezza. Ogni artista porta con sé un bagaglio di specificità tecniche e di personalità individuali. Accompagnano in un viaggio millenario e attuale nello stesso tempo, a contatto di ciò che è stato utilizzato nel passato ma che, per il suo valore intrinseco, riesce ancora oggi a sorprendere ed affascinare. Dalle pitture di Sohei Ohta, che dipinge con inchiostro su carta di riso, misurandosi con una tecnica millenaria chiamata Sumi-e, l´arte dello spazio nel bianco, l´arte delle linee, alle sculture di Tsuyoshi Tanaka, il cui intento è quello di trasmettere, con materie che fanno pervenire sentimenti, passioni, affetti, un messaggio di saluto, di accoglienza. Nondimeno interessanti i lavori pittorici di Ichiro Uehara, ispirati per diffondere vivacità, con schizzi narrativi di poche pennellate da cui traspaiono dinamicità e ricchezza di effetti decorativi e quelli di Hironobu Sato, un artigiano di Yuzen che lavora con l´antica stoffa giapponese, mescolando tecniche antiche con motivi nuovi. Infine il calligrafo Yasuko Ito intrattiene una sorta di combattimento riconciliazione con l´inchiostro. Le tele o live performance possono essere realizzate in pochissimo tempo, con caratteri immediati, senza alterazioni possibili. Alla ricerca di equilibri compositivi, forza, chiarezza, delicatezze, motilità, ritmi. Fino all´artista Ai Fujita che ricerca la presenza, le influenze del mondo giapponese nell´attualità contemporaneità. Creatività del sol levante che si evolve continuando ad essere contagiosa, capace con la sua forza e il suo valore di dare ad ogni cosa un sentimento, animandole di riflessioni filosofiche e religiose. Un mix di effetti geometrici e palpitazioni coloristiche sortiscono effetti imprevedibili e fuori controllo. Cose come pezzetti di tela oppure lastre metalliche sottilissime, rettangolari o quadrate, sono le basi materiali insolite dei suoi lavori. Un pezzetto di pellicola è per esempio l´oggetto dell´opera in bianco e nero "film". Ricicla cose usate e ci lavora creativamente. I pezzi vengono sperimentati in diversi modi. Rullati, spennellati, assemblati. Tinte come il giallo, il rosso, il verde, l´arancione, prendono vita con le carte bagnate e si trasmettono al torchio con vigore e intensità o diluendo delicatamente. In certi punti dei lavori, per cambiare gli sfondi dopo gli esiti dei passaggi, l´artista interviene sottraendo o aggiungendo olii o acquerelli. I colori si muovono da una parte all´altra delle matrici sintetizzandosi con elasticità. Pochi titoli, alcuni tratti da operazioni matematiche, come "addizione" e "sottrazione", oppure facendo diretto riferimento alle parole "bellezza", "transizione", "fascino", oppure a suoni o sensazioni, è il caso di "slac" o "rosso con brio". Lavorazioni finali apparenti come segni, linee, solchi, griglie, tratti sottili. Simili a giochi da lavagna, oppure a paesaggi glaciali, lunari, marine, cortecce, stropicciature di tessuti, maglie metalliche, traiettorie o architetture futuribili. In realtà l´artista non è interessata a mostrare un´idea specifica, vince la fantasia di chi osserva, le preme piuttosto sottolineare le molteplici possibilità dei materiali e le loro possibili combinazioni.
Torna al sommario