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Pagine Zen N° 57
gennaio 2007 /febbraio 2007
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


ANNO DEL DINGHAI O DEL MAIALE DI FUOCO 17 FEBBRAIO 2007
Fabio Smolari - serpentebianco@fastwebnet.it
Il ciclo temporale cinese
Il calendario tradizionale cinese utilizza un sistema misto solare e lunare chiamato dei 10 “tronchi celesti” (tiangan) e dei 12 “rami terrestri” (dizhi).
I 10 tronchi celesti sono suddivisi a coppie secondo il sistema yinyang e dei “cinque agenti” : legno Yang, legno Yin, fuoco Yang, fuoco Yin, terra Yang, terra Yin, metallo Yang, metallo Yin, acqua Yang e acqua Yin.
I 12 rami terrestri sono invece associati popolarmente a 12 animali in quest’ordine: topo, bufalo, tigre, lepre, drago, serpente, cavallo, capra, scimmia, gallo, cane e maiale.
Tronchi celesti e rami terrestri vengono accoppiati a formare cicli sessagesimali che iniziano col il topo di legno jiazi e terminano col maiale d’acqua guihai. Un ciclo completo dura 60 anni e l’ultimo è stato dal 1924 al 1983.
Il 2007 sarà l’anno del maiale di fuoco yin, cioè il 24° anno del ciclo di 60 che stiamo vivendo.
Il nuovo anno inizierà in Cina il
18 febbraio 2007, in Europa alle 16:14 del 17 febbraio 2007 per i paesi GMT = 0 (Greenwich Mean Time) ed alle 17:14 dei paesi GMT+1.

Il maiale… docile e fortunato
Il segno del maiale contiene, secondo l’astrologia cinese, gli elementi acqua e legno, non è in conflitto col metallo perché metallo, acqua e legno sono in sequenza di generazione, e non è in conflitto neppure col fuoco perché anche acqua, legno e fuoco sono legati da mutua generazione. L’elemento acqua del maiale è in conflitto solo con l’elemento terra, che è il suo soggiogatore. Animali terra sono bufalo, drago, capra e cane.
Il bufalo incarna gli elementi terra, metallo e acqua, che sono di nuovo in sequenza di reciproca generazione, per tanto maiale e serpente non si scontrano direttamente.
L’antagonista del maiale è il serpente, che pure non è un acerrimo nemico in quanto incarna fuoco, terra e metallo, che accostati agli elementi del maiale formano di nuovo una sequenza generativa acqua, legno, fuoco, terra e metallo. Ciò significa che l’opposizione dei due segni non è grave.
In generale si può dire che i nati sotto il segno del maiale non hanno rapporti particolarmente conflittuali con nessuno degli altri segni dell’oroscopo cinese. I maiali sono dunque più pacifici di tutti gli altri e, in virtù di ciò, spesso più fortunati.
I nati sotto il segno del maiale sono intelligenti, coraggiosi, onesti, tolleranti, pazienti, ottimisti e simpatici, ma per contro anche un po’ troppo spensierati, cocciuti e pigri.

Maiale rosso e… fortuna
I tre anni passati – scimmia 2004, gallo 2005 e cane 2006 – erano governati dall’elemento ciclico del metallo. Con il maiale rosso si entra invece nel ciclo triennale dell’acqua e saranno tre anni favorevoli a coloro che hanno l’acqua quale elemento fortunato. Il segno del maiale è associato all’acqua e al legno, mentre l’anno entrante appartiene al fuoco, e quindi avranno un anno fortunato coloro che hanno acqua, legno o fuoco come elementi fortunati.

Il maiale nella cultura cinese
Il carattere cinese che indica “casa” o “famiglia” jia mostra un maiale sotto un tetto, probabile ricordo di arcaici riti propiziatori. Dei cinque animali domestici allevati nella Cina antica per uso alimentare – maiale, bue, pecora, pollo, cane – il maiale era infatti il più importante. La parola cinese “carne” rou indica inequivocabilmente la sola carne di maiale, per le altre è necessario specificare.
Quando il maiale è grasso viene macellato, per questo in Cina v’è il detto “I maiali han paura d’ingrassare, gli uomini di acquisire fama” – poiché tali situazioni espongono a indubbi pericoli.
Come nella nostra cultura il maiale è spesso paragonato all’ uomo nei suoi atteggiamenti meno edificanti. Il maiale più famoso nella letteratura cinese è Zhu bajie, il “maiale degli 8 precetti”, personaggio del celebre romanzo “Viaggio ad Occidente”. Divinità degradata a demone mezzo uomo mezzo maiale, per espiare le sue malefatte, accompagnerà il monaco buddista Xuanzang in India alla ricerca delle sacre scritture, attenendosi agli 8 precetti… cosa ovviamente per nulla semplice per chi ha carattere di maiale... Straordinario combattente, dotato di forza sovrumana e di ben 18 poteri magici, Zhu bajie è però un pigro fannullone, ingordo, invidioso, permaloso e lascivo. Non manca di attentare alla vita del suo capo – il re delle scimmie Sun Wukong – ma alla fine lo sostiene nell’impresa e viene ricompensato con la trasformazione in divinità buddista.
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Il SAKE
LIQUORE OTTENUTO DALLA FERMENTAZIONE DEL RISO
Simonetta Ceglia- Associazione culturale italo-giapponese Fuji www.fujikai.it

Quali sono gli ingredienti del sake? Riso e acqua. Il riso germinato (o tallito) che serve alla fermentazione Ë detto Kouji e non è quello che si usa per la cucina, ma un riso altamente lavorato. Viene detto anche sakamai e si differenzia dal comune riso da tavola sia per alcune caratteristiche (chicchi più grandi e soffici), sia per la particolarità delle tecniche agricole che consentono la coltivazione di questo tipo di riso solo in alcune aree. Il sake ottenuto da riso di tipo sakamai è di conseguenza più pregiato e costoso, rispetto ad altri sake, ottenuti da risi da tavola comuni. Anche l'acqua è un fattore importante nella produzione del vino di riso; viene privilegiata l'acqua a basso contenuto di ferro e manganese.
La produzione del sake è, come ovvio, successiva all'introduzione della coltivazione del riso, nel III d. C. ed era legata agli ambienti di corte e ai santuari shintou. Ancora oggi si vedono barili di sake, consegnati quali offerte presso santuari e non a caso il sake è associato a molte cerimonie religiose fra cui il matrimonio e a festività di vario genere. Il sake può essere bevuto sia caldo, sia freddo, ma è ottimo anche a temperatura ambiente. Viene servito in ciotole di ceramica cinese o in ciotole di legno laccato, a significare l'importanza attribuita a questa pregevole bevanda celebrata anche in poesia. La percentuale alcolica del sake si aggira attorno ai 16 gradi.
Il nigorizake, chiamato anche doburoku è il sake grezzo, spesso fatto in casa, dunque non filtrato, ma con sedimenti bianchi e schiumosi. Questi sedimenti sono usati anche nella preparazione degli tsukemono, gli ortaggi e le verdure conservati in vari modi.
Nell'immagine un momento della cerimonia nuziale secondo il rito shintou: la sposa che indossa il copricapo detto tsuno kakushi, prende il sake, sorseggiando la bevanda per 3 volte dalle 3 ciotole laccate, servite da una giovane miko (vestale del santuario, in abito bianco e rosso). E' il gesto del san san kudo, "3 x 3, 9 volte / 9 sorsi ": lo scambio delle ciotole di sake fra la sposa e lo sposo, prima, poi fra i parenti stretti delle due famiglie, testimonia l'unione dei due di fronte alla divinità shintou, nonché l'unione delle due famiglie conquistata attraverso il matrimonio dei figli.
La produzione del sake ha origini molto antiche ed è attestata anche in fonti scritte come il Kojiki, ("Antiche cose scritte ", cosmogonia datata 712 d.C.). Un antico mito narra, infatti, di come il dio Susanoo no mikoto (dio dei tifoni, dio del mare, ma anche divinità propizia ai matrimoni) riuscì a sconfiggere un temibilissimo "drago dalle molte teste e dalle molte code" (Yamata no orochi), facendolo prima ubriacare con 8 otri di sake, per poi tagliare una dopo l'altra le otto teste del mostro. Si riportano sotto alcuni passi del mito, tradotto nel volume "C'era una volta in Giappone" (editore La Compagnia della Stampa, 2004):
Susanoo disse all'anziana coppia: "Preparate con cura del sake molto forte che avrete fatto fermentare* per 8 volte. Poi costruite tutt'attorno un recinto ed in esso 8 aperture. Legate ad ognuna di queste aperture, 8 mensole e su ognuna di queste 8 mensole, appoggiateci una grosse otre. In ognuno di questi 8 recipienti, sarà vostra cura versare il sake fermentato 8 volte. Negli otri versate molto sake fino all'orlo. Fatto questo, aspettate".
L'anziana coppia fece tutto secondo quanto era stato loro comandato, poi iniziò l'attesa. Il serpente a 8 teste e 8 code non tardò a presentarsi, come era solito fare tutti gli anni per riscuotere il suo tributo umano. Era ormai notte fonda; nel cielo una luna tondeggiante stendeva il suo chiarore sul dio Susanoo, addormentato, con la sposa Kushinadahime nei capelli. Un forte puzzo di pesce lo svegliò di colpo, tutt'intorno era buio ma in lontananza si percepiva, chiaro, il rumore di un tuono che si avvicina, mentre montagne e valli sembravano oscillare, scosse da un fremito. Yamata no orochi stava arrivando, si avvicinava. Coraggio, forza! Susanoo non aspettava altro.
Accortosi del sake, il serpente a 8 teste e 8 code infilò subito ognuna delle sue 8 teste negli 8 otri colmi e ne bevve sino a cadere a terra, ubriaco e profondamente Banneraddormentato. Allora Susanoo, balzando fuori dal suo nascondiglio, sguainò la spada lunga 10 pugni, che portava al fianco. Quello era il momento giusto. Brandendo in aria la spada, con un colpo deciso, la lama sibilò mentre la prima testa del serpente veniva recisa e rotolava a terra. Immediatamente i restanti 14 occhi di Yamata no orochi fissarono il dio Susanoo, mentre 7 fameliche bocche si aprirono rabbiose e rosse per attaccarlo. Con coraggio Susanoo seppe sfuggire a quelle fauci e mentre saltava veloce tra una testa e l'altra, continuava a fare a pezzi il serpente. Uno, due, tre, questa è la quarta... Così contava il dio Susanoo, tenendo il conto delle code e delle teste che con la spada staccava dal corpo dell'animale. Quando ebbe finito, le acque del fiume Hi si erano ormai tinte del rosso del sangue di Yamata no orochi.


* Il verbo usato da Susanoo è kamu (masticare) non l'odierno kamosu (far fermentare); ciò sembrerebbe suggerire che anticamente la fermentazione del riso da cui si ottiene il sake avveniva mediante masticazione.
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FINE ANNO IN GIAPPONE
Marco Taddei

Il 3 gennaio invece mi avventuro nei dintorni di Kyoto a Fushimi-inari, il tempio scintoista dedicato alla volpe (Inari). A onorare l’astuta protettrice dei raccolti e del sake c’è con me una fiumana di giapponesi, mossa, mi pare di capire, più dalla tradizione che dal fervore religioso. Nella sala del tempio dinnanzi all’ingresso principale, un monaco vestito di bianco e azzurro si aggira tra botti e bottiglie del sacro liquore ordinatamente esposte al pubblico. Incurante dei visitatori che si accalcano lungo tutto il perimetro della sala e lanciano monetine come da noi si fa nelle fontane, procede assorto nel compilare l’inventario delle offerte annotando la quantità e il nome di chi l’ha dedicata al tempio. Mi incammino verso la sommità del colle alle spalle del santuario e imbocco uno dei tanti percorsi che si snoda sotto un’incredibile successione di portali rosso-arancio. Lungo il sentiero sono disseminati piccoli altari e io mi diverto ad osservare la grande quantità di simulacri a cui i giapponesi distribuiscono offerte e incensi. Spiccano innumerevoli volpi e volpine di legno con bavaglini rossi e alcune simpatiche rane giganti di pietra.


Il 4 ed il 5 gennaio nonostante il freddo e la neve caduta in quota, decido di visitare Kouyasan, la montagna sacra al buddismo giapponese della scuola Shingon. Durante il viaggio in treno leggo di sfuggita un quotidiano che nelle pagine di cronaca riporta il numero dei morti soffocati mentre facevano scorpacciate di omochi. Questa apparentemente innocua pallina di pasta di riso, che è uno dei cibi tradizionali a Capodanno, miete in questo periodo numerose vittime specie tra i più anziani. E’facile infatti che si appiccichi al palato o alla gola e se mangiata con troppa foga può rivelarsi letale.
All’ultima stazione scendo dal treno e con una ripidissima funicolare arrivo in alto al capolinea dell’autobus che ferma proprio all’ingresso del tempio dove ho deciso di passare la notte. Qui, il monaco che ho svegliato mentre dormicchiava con le gambe allungate sotto al kotatsu mi accompagna nella mia stanza che si affaccia su un giardino innevato. (Il kotatsu è un tradizionale impianto di riscaldamento giapponese composto da un tavolino basso quadrato con una fonte di riscaldamento nella parte sottostante e ricoperto con una trapunta.) In un'altra stagione sarebbe stato gradevole lasciare le sottili pareti scorrevoli aperte sul verde, ma il freddo mi costringe a chiudere tutto ben bene e ad accendere la stufa a gasolio.
Nel tempio non ci sono altri ospiti e così mi godo da solo questa singolare esperienza che prevede una meditazione alle 17,00, una cena vegetariana alle 18,00 e la possibilità di fare un bagno caldo prima di coricarsi. Certo, dopo il pasto leggero, sono un po’ titubante all’idea di percorrere i corridoi all’aperto per arrivare alla sala bagno con addosso un semplice yukata (Chimono di cotone estivo informale che nei ryokan, gli alberghi giapponesi tradizionali, viene dato in prestito ai clienti. Funge sia da vestaglia che, all’occorrenza, da pigiama.) e un tanze
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n (Giacca più pesante che si indossa sopra lo yukata nei mesi invernali) un po’ malconcio, ma alla fine mi immergo nell’acqua bollente e mi godo il silenzio e la sensazione di benessere.
Il mattino seguente alle 5,00 suona la sveglia per la meditazione con l’abate del tempio e devo farmi violenza per uscire da sotto il futon. Casco dal sonno, fuori è tutto buio, siamo sotto zero e la stuoia su cui mi fanno sedere è gelida. Penso “Ma chi me lo fa fare?”. Poi il canto dei monaci e la luce fioca delle lanterne m’incantano e mi dimentico del freddo, che per altro non sono l’unico a patire. Uno dei monaci che accompagna l'abate nel canto infatti, nonostante la meditazione e la vita più salubre della mia, ogni tanto dà certi colpi di tosse che non lasciano ben sperare per i suoi polmoni!
La giornata che è cominciata così di buon’ora prosegue poi con la colazione vegetariana a base di zuppa di miso, riso e verdure varie. Alle 7.30 sono
pronto per iniziare il giro sul monte Koya e superato lo shock di calzare le scarpe ghiacciate, rimaste fuori sulla scarpiera all’ingresso del tempio per tutta la notte, cerco di recuperare la sensibilità ai piedi mettendomi in cammino verso l’Okunoin. Il tempio sorge nei pressi del sito dove si trova la grotta nella quale, secondo la tradizione buddista, Kuukai, poi conosciuto come Koubou Daishi, decise di ritirarsi una volta tornato dalla Cina. Secondo una credenza diffusa, il 21 marzo dell' 835 all'età di 62 anni, egli iniziò in questa grotta la sua eterna meditazione in attesa dell’arrivo di Miroku, il Buddha del Futuro. Da allora, nel caso Kuukai si ridestasse, molti hanno deciso anche da morti di farsi trovare pronti assicurandosi una tomba nei paraggi. Per questo motivo nella foresta attorno all’Okunoin sono spuntati nei secoli circa 40.000 sepolcri disseminati tra gli alberi. Alcuni sono molto antichi, altri più moderni, altri sono decisamente pacchiani, come quello di un’azienda produttrice di caffè che ha deciso di farsi pubblicità costruendo un monumento funebre sormontato da una tazzina con tanto di piattino in marmo grigio.
In generale comunque lo spettacolo è suggestivo e quasi onirico. Nel sottobosco di cipressi centenari che svettano alti sopra di me, il biancore della neve sui cippi e le steli funerarie fa risaltare nella penombra il rosso di berretti e bavaglini indossati dai jizou, le statuette di pietra collocate qua e là a proteggere soprattutto viaggiatori e bambini. Camminando lungo il sentiero arrivo all’edificio principale del complesso, la Sala delle Lanterne. La struttura esterna è piuttosto brutta perché con mura di cemento armato si è voluta ricreare l’impressione dell’antica costruzione in legno. L’interno invece, con la luce fioca di centinaia di lanterne che ardono nella sala piuttosto buia finisce per lasciarmi in silenzio, stupito.
Lasciato l’Okunoin, riesco a visitare solo qualche altro tempio perché di quelli che vorrei vedere alcuni vengono aperti solo in occasioni particolari, altri sono inaccessibili per il cattivo stato di conservazione. Così, dopo una sosta al furgoncino che vende yaki imo (Patate dolci arrosto), me ne torno a Osaka e trovo nella casella della posta una cartolina d’auguri (in giapponese nengajou, le cartoline con cui ci si scambiano gli auguri per il nuovo anno. Possono essere più o meno personalizzate. Il tipo più semplice in vendita nei negozi riporta in bella calligrafia i saluti convenzionali come Akemashite omedetou gozaimasu, "Buon Anno Nuovo") speditami da un’amica giapponese. Compare un maialino dall’aria sperduta, l’anno vecchio, che viene fatto sloggiare da quello nuovo nelle sembianze di un’orgogliosa gallina… speriamo non “influenzata”!
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ZEN USCIRE DI CASA
Maestro Tetsugen Serra


Tratto da “Zen” - di Tetsugen Serra
Fabbri Editori,
Milano-2005
Quando al mattino usciamo di casa spesso sentiamo questo momento come l’abbandono di un luogo protetto per immetterci in luogo che, se pur non è lo considerato ostile, è comunque sentito come estraneo. Questo non è un buon atteggiamento: tutto il mondo è la nostra casa, e la nostra casa è il nostro mondo, ci appartiene. Le strade le case, gli alberi, la terra, il cielo sono parte di noi, che siano belle o brutte, inquinate o limpide, ostili o amichevoli dobbiamo sentire tutto ciò che ci circonda come parte del nostro corpo. Tutto ciò che accade nel mondo riguarda noi perché è parte di noi, anche se ci occupiamo per praticità solo di ciò che viene a contatto diretto con noi. Se tutti sviluppassero questo atteggiamento di non sentire estraneo ciò che è fuori dalla propria casa, svilupperebbero una coscienza universale. Inquinamento, e giustizia sociale non sarebbero più un problema. Il mio maestro diceva che se si avesse questa coscienza di essere un unico corpo, un unico essere, per esempio nessunoruberebbe più, perché sarebbe come sfilarsi di nascosto il portafoglio dalla tasca sinistra per metterlo nella destra, come rubare a se stessi. Ma se questa visione può sembrare utopistica e facilona, se non sentiamo l’uscire di casa come l’uscire dal ventre materno, ma lo sentiamo solo come un cambiamento di luogo, allora le paure del mondo diminuiranno, e ci sentiremo a casa in ogni luogo, a nostro agio anche nelle situazioni più pericolose. Questo naturalmente non significa essere superficiali e falsi ottimisti. Tutti vediamo ciò che di peggio l’uomo può partorire nell’ambiente e verso gli altri uomini, ma questo proprio perché l’egoismo ci isola e ci separa dal mondo. Convinti di essere uno contro tutti ci occupiamo solo del nostro benessere e dei nostri interessi, considerando gli altri fuori della nostra casa.
Quando usciamo di casa, percorriamo la strada che ci separa dal lavoro cercando di mettere anche in questo tragitto la massima consapevolezza, di utilizzare anche questo tempo come pratica Zen per la nostra vita. Nel camminare, anche se non possiamo adottare la camminata Kinhin* perché troppo lenta, manteniamo l
’attenzione sulla respirazione. Inspirando osservo tutte le cose che sono davanti e attorno a me come facessero parte di me, come se entrassero tutte in me. Espirando tutto il mio essere si allarga su tutte le cose che vedo come se diventassi parte di tutto ciò che vedo. Questa meditazione camminata ci aiuta a sentirci parte del mondo, a non sentirci esseri isolati che stanno iniziando una giornata. Se aspettate l’autobus rimanete immobili e respirando profondamente, osservate tutto ciò che scorre davanti a voi e rendetevene partecipi, non rimanete chiusi nei vostri pensieri, cercate di essere immerso nella vita.
Una volta sull’autobus usate la massima attenzione nei confronti di tutti, se siete stretti e stipati, considerate di essere un corpo unico con tutti, non che gli altri stanno occupando posto libero del vostro spazio. Se siete in auto, al mattino evitate di ascoltare la radio, per le informazioni avrete tempo tutta la giornata, e per la musica per quanto possa risultare piacevole, vi allontana dalla realtà che state vivendo, e i vostri gesti diventano automatici. Scegliete percorsi differenti che vi richiedano più attenzione dei soliti, anche se dovete allungare un po’ i tempi di percorso. Non consideriamo il tragitto da casa al lavoro come un tempo di “trasferimento” tra un luogo e un altro, ma viviamolo come tempo della nostra vita che va riempito al massimo della consapevolezza.
Il tempo non deve scandire la nostra vita, ma sono le azioni consapevoli con la massima qualità e consapevolezza che determinano il tempo.
Un maestro Zen diceva:
La maggior parte delle persone è vissuta dal tempo, io invece vivo il tempo.

* Pensando alla meditazione, comunemente siamo abituati a raffigurarci una persona seduta, e questo vale nella maggior parte delle meditazioni, ma una forma particolare che risale anch’essa al Buddha, è la meditazione camminata. Nei monasteri Zen e nei Dojo alla meditazione seduta Zazen si alterna ogni quaranta minuti la meditazione Kinhin, che in generale è una meditazione camminata lungo il perimetro della sala di meditazione: lo Zendo. Kinhin è una meditazione che può essere adottata nella vita di tutti i giorni, trasformandola nella meditazione di consapevolezza.
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JIUTA, TEGOTOMONO E SANKYOKU
Mario Carpino -
Associazione culturale italo-giapponese Fuji www.fujikai.it

Il jiuta è un genere di musica vocale che si è sviluppato in Giappone nella regione del Kansai (attorno a Kyoto) verso l'inizio del periodo Edo. Il termine jiuta significa letteralmente “canti della regione” e probabilmente vuole rivendicare la tipicità di questo genere musicale rispetto a quelli in voga in altre zone del Giappone. In effetti queste musiche si contraddistinguono per un intenso lirismo e per una sobria raffinatezza di espressione che forse risentono dell'ambiente di Kyoto, da secoli sede della corte imperiale e quindi centro della cultura più elitaria. In quegli stessi anni a Edo (Tokyo), da poco diventata sede del governo shogunale e agli inizi di un rapido sviluppo commerciale e industriale, andavano di moda generi musicali molto più vivaci e ritmati, modellati sulle forme vocali declamatorie legate al teatro del joururi e del kabuki.
I testi dei jiuta sono costituiti da poemi che ripropongono i temi classici della poesia giapponese: l'amore, la contemplazione della natura, l'avvicendarsi delle stagioni. I testi sono solitamente brevi ma vengono cantati su un ritmo lento, solenne, e arricchiti da frequenti melismi, per cui le esecuzioni hanno una durata che spesso supera i 15-20 minuti. Il canto è accompagnato dal suono dello shamisen (tipo di liuto a manico lungo, a tre corde) o del koto (cetra a tredici corde); solitamente è il cantante stesso che suona lo strumento. A partire dal XVIII secolo i due strumenti vengono spesso utilizzati contemporaneamente (in questo caso gli esecutori sono due, di cui uno svolge anche il ruolo di cantante).
Tre donne eseguono un brano di sankyoku. Gli strumenti musicali utilizzati sono (da sinistra): koto, kokyuu, shamisen. La suonatrice di shamisen si sta sistemando i capelli; il suo strumento e` posto davanti a lei, con accanto il bachi, il grosso plettro a forma di spatola usato per colpire le corde.
Stampa del 1825 di Yanagawa Shigenobu (1787-1832).

Il jiuta è un genere musicale piuttosto vario che comprende al suo interno forme differenti. Si tratta di musica che veniva eseguita per lo più in forma privata, nei salotti di samurai di alto rango e di ricchi mercanti, e che era patrimonio di scuole di musicisti professionisti ciechi. In molti casi i brani di jiuta includevano anche una sezione solamente strumentale chiamata tegoto (letteralmente “cosa di mano”, cioè “brano di abilità”), un interludio in cui il cantante taceva e lo strumentista poteva dar sfoggio della propria abilità esecutiva. Inizialmente di breve durata, il tegoto acquistò presto importanza sempre maggiore, sino a diventare (già dall'inizio del XVIII secolo) la parte più importante della composizione. Il jiuta venne quindi ad assumere una struttura caratteristica che comprendeva:
maebiki (“preludio”): breve introduzionestrumentale, generalmente su tempo lento;
maeuta (“poema iniziale”): sezione vocale in cui viene cantato un testo poetico, solitamente un tanka, con un accompagnamento discreto da parte degli strumenti musicali;
tegoto: intermezzo solamente strumentale; generalmente il tegoto inizia con un tempo moderato e accelera progressivamente fino ad assumere carattere brillante e virtuosistico e nel complesso costituisce la sezione più lunga e importante del brano; a volte nel tegoto sono riconoscibili diverse sezioni;
atouta (“poema finale”): sezione vocale finale, su testo costituito dalla conclusione del tanka iniziale o da un poema separato, in cui si ritorna a un ritmo moderato;
atobiki (“postludio”): breve sezione strumentale finale.
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

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I brani basati su questa struttura (che in realtà è piuttosto elastica e presenta notevoli variazioni da un'opera all'altra) vengono indicati con il nome di tegotomono e costituiscono un sottoinsieme importante dei jiuta.
Una forma particolare di jiuta che si è sviluppata a partire dall'inizio del XIX secolo è il sankyoku. Il termine significa letteralmente “brano a tre” e in effetti si tratta di un tegotomono in cui l'accompagnamento è eseguito da tre strumenti: uno shamisen, un koto e un kokyuu, una specie di piccolo shamisen suonato con un archetto (come un violino) invece che pizzicando le corde. Tuttavia il kokyuu cadde presto in disuso e fu sostituito dallo shakuhachi (flauto in bambù): oggi le esecuzioni di sankyoku con il kokyuu sono rare. Non bisogna però pensare al sankyoku come a un trio in senso occidentale, cioè a una composizione che abbia la complessità contrappuntistica o lo spessore armonico di una Invenzione a tre voci di Bach o di un Trio di Haydn. In realtà i tre strumenti eseguono tutti la stessa linea melodica, introducendovi solo lievi variazioni ritmiche o abbellimenti idiomatici. Questa pratica esecutiva viene chiamata eterofonia per distinguerla dalla polifonia vera e propria; è un elemento molto comune nella musica tradizionale giapponese e testimonia di un gusto estetico particolare e affascinante, di un'attenzione all'aspetto fisico e materiale del suono fin nelle sue più minute sfumature timbriche.


Discografia:
• Japon: chants courtois, Chida Etsuko, Buda 1987862 (raccolta di brani famosi di jiuta)
• Sankyoku, serie Japanese Traditional Music, King Record KICH 2007 (antologia di tre brani di sankyoku)

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Samuele Arcangioli

espone dal 20 gennaio al 16 febbraio 2007, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Francesco Fontana Giusti

espone dal 9 gennaio al 4 febbraio 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Da una pittura di osmosi e trasfigurazioni sensitive emergono elementi comuni e dissonanze tra l´essere vivente persona e il mondo animale. La fonte ispiratrice dei suoi quadri è l´idea di ritrarre ciò che apparentemente non si vede, di trasmettere qualcosa di magico e naturale. Mostrare lo scambio, invertire i ruoli, mettere in luce e colori la soglia, il confine, invisibile, tra il nostro e il loro mondo. Delle bestie e degli individui registra e dipinge i sentimenti operando un transfert espressivo tra un soggetto e l´altro. I ritratti di femmine accostati a quelli di felini sottolineano pose e aspetti di promiscuità, servendosi in particolare degli occhi come veicoli di trasmissione per comunicare i rovesciamenti. Parte dalla vita che non c´è, dal non disegno, dall´immagine ideale, da ciò che la mente pittorica ha assorbito e plasmato per poi trasmetterla con impeto ed espressività. Dal magma mentale di chi dipinge escono, prendono vita e lineamenti, a volte offuscati, evanescenti, distorti, volti e musi carichi di sentimenti contrastanti e contradditori: bontà, fierezza, intimità, progettualità, tristezza, paura, forza, energie, dolore, spaesamento, dolcezza, brutalità. L´idea è quella di mostrare affinità e somiglianze apparenti tra il nostro e il loro sguardo, carpirne i segreti, le intensità emotive, distillandone, con colori e ampie pennellate, i segreti.
Vediamo una leonessa di gialli evanescenti colorata che si muove pronta al balzo, messa in moto dalla sua forza e dolcezza oppure, per contrasto, si passa alla violenza impressa dalla figura di bambina, "mouchette", che raccoglie negli occhi neri_carbone, gli orrori subiti. Altrove l´artista sottolinea giovinezza, voglia di scoperta, ricerca di sé, introspezione: la posa di una donna in preghiera avvolta da una nube gialla luminosa, evanescente, in un mix di energie ancestrali e animali vivificatrici. Le materie trattengono, nascondono, scambiano, imprigionano e liberano le sembianze della donna e della leonessa in un gioco di colori e tratti dal delicato sapore poetico e dal tormentato sapore di metamorfosi. Contrasti, evanescenze, lotte, rivalità, tensioni, distensioni, equilibri, amalgami e separazioni. Dai viaggi nel continente africano nasce l´incredibile miscellanea pittorica tra gli esseri viventi che animano il pianeta: racconta sentimenti in un gioco di tensioni che sanno di gestualità ampie, istintività, cambiamenti anatomici, osmosi.
Seducente repertorio fotografico di pregio estetico e compositivo. Un viaggio di ricerca tra usi, costumi, tradizioni, passate e presenti, della mondanità giapponese. Queste immagini sono un regalo, un dono senza tempo; il loro esistere è consegnato ad una realtà visiva fatta di "impronte", di segni luminosi, di percorsi conoscitivi attraverso identità personali, architettoniche, paesaggistiche. Impresse con raffinato incanto le figure delle rappresentazioni fotografiche galleggiano di nuova vita, cambiano stato, estrapolate dal contesto in cui si trovano a dormire prima che lo scatto dia loro una nuova esistenza generando in chi osserva un sentimento attrattivo normalmente sconosciuto. Contraddizioni reali, la contemporaneità in continua evoluzione e l´antichità che sopravvive: contrasti che il fotografo sospende in un gioco di finestre di luci e colori. Chi si affaccia si trasferisce su quel mondo, scoprendone gli aspetti inconsueti e le novità. Le sue aperture portano alle immagini l´intensità e l´energia di quei luoghi, il loro essere lontani, carichi di fascino e mistero. Incanto che ben si evidenzia quando le foto raccolgono le meraviglie della natura. I colori sono quelli di un reportage allegro e divertito, a volte sobri e severi, conditi da mille espressioni, carichi di immediatezza e significati. Ogni immagine, come quelle della serie "japan people", registrano storie personali e sociali; la tecnica compositiva utilizzata coglie le molteplici emozioni e variabili di uno stesso volto come se un viso potesse essere scomposto e ricomposto in un unico puzzle. Emergono gli incanti, le fantasie, i rigori architettonici, i sorrisi, le maschere, le personalità delle località di Kyoto, Tokyo, Hokkaido. Un tentativo riuscito di farci respirare con gli occhi segni dell´universo religioso, filosofico, culturale, sociale del sol levante: trovare di ogni cosa, di ogni vita, di ogni ambiente e contesto l´equilibrio interno, la sintonia con l´universo e i suoi respiri. Perché ogni alito sia presupposto e fondamento per uno svolgersi energetico della vita.
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