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Pagine Zen N° 58
febbraio 2007 /marzo 2007
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


LA YOKOHAMA SHASHIN
FOTOGRAFIE DEL GIAPPONE DEL XIX SECOLO
Francesca Mila Nemni
La NEPENTE ART GALLERY di Milano espone, fino al 24 febbraio 2007, in anteprima nazionale una selezione di circa quaranta opere dei più importanti esponenti della Yokohama Shashin mostrano l’antico volto del Giappone. Meravigliose albumine, tutte sapientemente colorate a mano, illustrano i lenti ritmi di un paese ancora rurale; minuziose vedute panoramiche rivelano in lontananza il lavoro dell’uomo e la magnificenza della natura.
La Yokohama Shashin, ovvero ‘la fotografia nello stile di Yokohama’, ha rappresentato, a partire dai primi anni Sessanta dell’Ottocento fino agli scorci del Novecento, il riferimento nevralgico della produzione di opere fotografiche sulla cultura e società del Giappone, fino ad allora poco od affatto conosciute.
Grazie all’apertura verso l’Occidentale, nel giro di pochi anni molti viaggiatori e mercanti dirigono le loro rotte verso il Paese



del Sol Levante. In breve tempo si costituiscono numerosi studi fotografici per fornire, a chi di ritorno in patria, un ricordo, una storia da raccontare.
La fotografia a colori non era stata ancora inventata, e la pratica di colorare a mano le stampe all’albumina in bianco e nero divenne la caratteristica della Yokohama Shashin. Venivano impiegati i pigmenti della tradizione giapponese per la colorazione delle stampe e, ben presto, i grandi studi impiegarono molti abili coloristi che realizzarono un patrimonio di immagini, estremamente ambito dagli stranieri, un’industria artigianale che si trasformò in una delle maggiori fonti d’esportazione di opere d’arte, con le ceramiche e le lacche. Primo fra tutti apre il suo studio a Yokohama, il noto fotografo Felice Beato. E’ il 1863 e Beato inizia un’importante documentazione sugli usi e costumi del Giappone, sulle vedute più celebri. Ogni immagine viene poi accuratamente
dipinta a mano da un gruppo di lavoro che si occupa di ogni singolo dettaglio: chi dell’incarnato, chi delle foglie degli alberi, chi ancora dell’azzurro del cielo… La maestria della pittura giapponese si unisce alla cultura occidentale creando immagini uniche costruite sugli sfumati toni dell’acquarello che ritraggono con verosimiglianza i colori del mondo reale.
La richiesta di fotografie continua ad aumentare e a Yokohama, primo porto rivolto all’Occidente, fioriscono altri studi fotografici pronti ad offrire ai viaggiatori una visione piacevole dei luoghi che sono venuti a visitare: il monte Fuji innevato, i ciliegi in fiore, foreste di cedri, mausolei, monumenti, scene di vita quotidiana, ed esotiche curiosità. Il barone von Stillfried nel 1871, Kusakabe Kimbei - il più celebre allievo di Beato - dieci anni più tardi, poi Adolfo Farsari, Ogawa Kazuma, Uchida Kuichi, Tamamura Kozaburo aprono una propria attività. Queste delicate vedute, scene di vita quotidiana, riprese di usi e costumi, ritratti ci riportano a quel tempo, ormai perduto in un paese che comunque ha saputo mantenere il senso delle tradizioni, malgrado l’industrializzazione attuale.
Felice Beato(1835 –1908), nato probabilmente a Venezia o Corfù, naturalizzato inglese, documenta i luoghi della grande storia in Egitto, Sudan e nel Medio Oriente, viaggiando da Malta ad Atene, da Costantinopoli a Gerusalemme. Al seguito delle campagne militari inglesi, volte ad estendere il predominio coloniale britannico, si reca in Crimea, India, Cina, Corea. Dopo il lungo soggiorno, durato ventuno anni, in Giappone dove, a Yokohama, nel 1863 apre il primo studio di fotografia assieme a Charles Wirgman, abile caricaturista e giornalista inglese che collabora con “The Illustrated London News”. Nel 1877, cede lo studio al barone Raimund von Stillfried e si dedica ad altre attività e commerci. Nel 1884, lascia definitivamente il Giappone per stabilirsi a Mandalay, al centro di Burma, dove apre un negozio di antiquariato.
Cede l’attività nel 1901, per trascorrere gli ultimi anni della sua vita a Rangoon, l’attuale Yangon.
Kusakabe Kimbei (1841-1934), figlio di una ricca famiglia di mercanti, decide di intraprendere la carriera artistica diventando pittore. Entra in contatto con Charles Wirgman, ed inizia a lavorare nello studio di Felice Beato come colorista e ne diviene, in seguito, l’assistente. Quando Felice Beato abbandona la fotografia, lavora con il Barone von Stillfried fino al 1881ed apre un proprio studio chiamandolo appunto “Kimbei”,nel quartiere Bentendori.Diviene uno dei fotografi ammirati, fornendo ai viaggiatori un vasto archivio di immagini di un Giappone ancora incontaminato. Abbandona la fotografia nel 1913 per dedicarsi all’antica passione della pittura.
Raimund von Stillfried(1839-1911), il barone austriaco giunge in Giappone nel 1864. Stravagante ed avventuroso, abile acquerellista rimane affascinato dalla Yokohama Sashin e, nel 1871, apre lo studio Stillfried & Co. Pochi anni più tardi,1875/76, insieme a Hermann Andersen fonda la Japan Photographic Association. Nel 1877 la compagnia rileva le lastre negative e le stampe di Felice Beato. Nel 1885 il barone decide di tornare in Austria e l’archivio viene acquisito dal vicentino Adolfo Fasari e da Kusakabe Kimbei. In quello stesso anno, viene pubblicato l’album Views and Costumes of Japan con le fotografie originali di Felice Beato, di Stillfried e alcune ristampe di immagini di Beato. Nel 1883 tutto l’archivio Japan Photographic Association viene ceduto ad Adolfo Farsari.
Ogawa Kazumasa (1860-1929), nato in una famiglia di samurai inizia a studiare inglese e fotografia all’età di 15 anni. Viene assunto come interprete dalla polizia di Yokohama ed è uno dei fondatori della Japan Photographic Association. Dopo un soggiorno di studio a Boston, nel 1884 decide di aprire un proprio studio a Tokyo. Ottimo fotografo e stampatore è il primo fotografo a riprodurre le proprie immagini, colorate a mano, in album con il processo di collotipia.
Kozaburo Tamamura (1856 - ?) rimane una figura evanescente e misteriosa nel panorama della storia della fotografia giapponese. Anche se oggi viene generalmente sottovalutato dagli storici della fotografia, all’epoca era uno dei fotografi più famosi e di successo, grande rivale di Kusakabe Kimbei. Trascorre i suoi anni formativi a Tokyo e solo nel 1882 apre la propria attività a Yokohama. È il fotografo che paga più tasse nel suo paese ed è la sua la prima ‘industria’ della fotografia in Giappone con oltre cento dipendenti. Pubblica in collotipia deliziosi album di storie per immagini, con didascalie, antesignani dei racconti che la rivista Life ‘inventerà’ mezzo secolo più tardi.
Adolfo Farsari (1841-1898), in gioventù decide di arruolarsi nell’esercito italiano e nel volgere di poco tempo emigra negli Stati Uniti combattendo nella guerra di Secessione Americana. Nel 1873 si trasferisce in Giappone lasciando una moglie e due figli e, in società con E.A. Sargent, apre uno studio fotografico. Conclusa la partnership con Sargent, Adolfo Farsari decide di ampliare la propria attività rilevando l’intero archivio di Stillfried. Nel 1886 un incendio distrugge tutti i negativi del fotografo che per i mesi successivi è costretto a viaggiare per il paese immortalando nuove vedute e paesaggi. Nonostante l’incendio nel 1889 l’archivio di Farsari conta più di mille immagini. Lascia il Giappone nel 1890 per tornare nella sua città natale dove muore nel 1898.
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I GIAPPONESI, S. VALENTINO E IL CIOCCOLATO
Matteo Rizzi

Cosa avete regalato per S. Valentino, giornata (più o meno) attesa degli innamorati? I nostri amici giapponesi non hanno avuto alcun’indecisione perché già da molti anni sanno cosa acquistare; e mentre nascono giovani coppie di fidanzati o altre vedono in questa ricorrenza la giusta occasione per rappacificarsi, in tutto l’arcipelago si scatena la guerra commerciale per la vendita del cioccolato. Ormai è un’usanza ben radicata: il 14 febbraio in Giappone le ragazze regalano il cioccolato! Perché proprio il cioccolato? La storia del connubio tra il giorno di S. Valentino e il cioccolato ha inizio il 12 febbraio del 1936 quando sulla rivista d’inserzioni Japan Advertiser apparve lo slogan "Barentain dee ni chokoreeto wo" (che potremmo tradurre “Il giorno di S. Valentino regalate cioccolato”). Era un’inserzione pubblicitaria per promuovere i prodotti della ditta dolciaria Morozoff (www.morozoff.co.jp), fondata nella città di Kobe da un industriale russo.
Circa vent’anni dopo fu un’altra ditta, la Mary Chocolate, ad inaugurare nel 1957 una campagna promozionale per vendere i suoi prodotti nei grandi magazzini Isetan di Tokyo; all'inizio non ebbe molta fortuna, ma reclamizzata in seguito su riviste destinate ad un pubblico femminile, trovò consensi fino a divenire un vero boom commerciale. Dal 1957 sono trascorsi esattamente cinquant’anni e la Mary Chocolate (www.mary.co.jp) si appresta a festeggiare in grande stile il suo dolce 50° S. Valentino. Com’è evoluta l’usanza in tutti questi anni? Originariamente le ragazze rendevano omaggio al ragazzo “del cuore” con confezioni di cioccolatini unitamente alla dichiarazione d’amore. Come allora chi regala è la donna, ma il destinatario delle raffinate delizie oggi è anche il fidanzato di lunga data o il proprio marito: a tutti loro va il cosiddetto HONMEI CHOKO (honmei = favorito, choko = cioccolato, abbreviazione di ‘CHOKOREETO’ dalla traslitterazione della parola inglese chocolate). Altri nomi per identificare il dono a loro riservato sono KARE CHOKO e KOI CHOKO che se proprio vogliamo tradurre potrebbero suonare “cioccolato per il mio lui” e “cioccolato per il mio amore”.
Negli ultimi due decenni si è assistito oltre che ad un’ampia tipologia d’altri destinatari anche ad un fantasioso proliferare di “trovate” commerciali e relative nomenclature che approfittiamo per analizzare insieme anche sotto l’aspetto linguistico.
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

www.fujikai.it
Ad esempio in un paese ligio al rispetto delle convenzioni sociali, non poteva mancare il GIRI CHOKO (si pronuncia ‘ghiri’ e significa “etichetta, dovere sociale”). Il destinatari sono tutti quegli uomini che orbitano attorno alla vita sociale della donna: GIRI CHOKO per il datore di lavoro ed i colleghi d'ufficio nel caso di un'impiegata, GIRI CHOKO per i compagni di corso universitario o i compagni di classe per le studentesse,...ora ricordo che una decina d’anni fa mi arrivo' un GIRI CHOKO per via aerea da un'amica di corrispondenza.
Più recentemente assistiamo anche alla diffusione dei FAMI CHOKO (family + chocolate) e dell’OYA CHOKO per testimoniare l’affetto ai propri familiari, come pure del SEWA CHOKO (sewa = aiuto, cura, assistenza) per ringraziare le persone che ci hanno aiutato in qualche circostanza o dalle quali abbiamo ricevuto favori.
Ma perché solo i maschi? D’accordo, accontentiamo anche le amiche con i TOMO CHOKO (la parola ‘tomo’ deriva da ‘tomodachi’ e significa amico/a), scambiati per suggellare i rapporti d’amicizia; in alcuni casi un regalo particolarmente sentito, in altri probabilmente solo la variante femminile del GIRI CHOKO.
Tuttavia anche la società giapponese è sempre più intaccata da un male che si chiama individualismo, quindi quale migliore occasione per soddisfare anche i propri piaceri, compresi quelli del palato: e allora ecco il MY CHOKO (inutile tradurre!) che apparso nel 2005 potrebbe ben presto conquistarsi il primo posto nella classifica di gradimento.
La popolarità dei TOMO CHOKO e dei MY CHOKO sembra essere inarrestabile. Osservando le ultime tendenze, l’immagine romantica legata a questa ricorrenza passerà in secondo piano e sempre più prevarrà quella delle ragazze che si abbuffano con i loro cioccolatini.
Le prestigiose confezioni con cioccolati d’alta pasticceria non sono a buon mercato…quanto spenderà in media una ragazza giapponese per S. Valentino? Osservando la parola CHOKOREETO mi sono accorto che può essere divisa in due parti CHOKO (cioccolato) e REETO (rate). Di questo passo sarà forse necessario pagare i regali a rate fino al prossimo S. Valentino?
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HINAMATSURI
FESTA DELLE BAMBINE
Simonetta Ceglia - www.fujikai.it



Hina significa ‘uccellino’, ‘pulcino’; per estensione e contiguità semantica con il concetto di ‘piccolo’, passò ad indicare anche i giochi delle bambine con le bamboline e altre miniature di pupazzi (hinagata ‘piccola forma’) dalle fattezze umane, usati nello hina asobi (gioco delle bambole). Nella lingua moderna dunque hinadori significa pulcino, ma hina ningyou significa bambola, rappresentazione in miniatura di creature dalle sembianze umane.

Lo Hinamatsuri è una delle festività stagionali più sentite (sekku in giapponese; sono in tutto 5 i matsuri classificabili come sekku: 1 gennaio – Shougatsu, 3 marzo festa delle bambine, 5 maggio festa dei bambini, 7 luglio tanabata, 9 settembre festa del crisantemo). Chiamato anche momo no sekku (festival del pesco), in riferimento all’antico calendario lunare che ricordava la fioritura del pesco in questo periodo dell’anno, questa festività non viene riconosciuta come giorno di festa nazionale.
Al contrario, il 5 maggio, tradizionalmente festa dei bambini, è invece riconosciuto come festa nazionale, con il nome di Kodomo no hi (Giorno dei Bambini), intendendo riunire in una sola giornata di festa quanto nel calendario lunare era tenuto separato: Festa delle Bambine (03.03) e Festa dei Bambini (05.05).
BannerLa Festa delle Bambine è comunque una ricorrenza molto sentita dalle famiglie giapponesi che celebrano le figlie femmine pregando per la loro salute e prosperità futura. Lo Hinamatsuri è celebrato esponendo le hina ningyou, offrendo hishimochi (mochi composti in graziosissime losanghe di colore rosa, bianco e verde, spesso decorati con fiori di pesco) e bevendo lo shirazake (sake bianco, dolce). Talvolta questi dolci di riso a 3 o 5 piani sono esposti insieme con le bambole su apposite raffinatissime scaffalature, che restano in esposizione nelle case per circa un mese. L’esposizione delle hina-ningyou inizia ai primi di Febbraio, che nel calendario lunare già segna l’inizio della primavera;.ma si è poi soliti riporre le bambole quasi subito dopo il 3 di Marzo o al massimo entro il 15 Marzo, perché si ritiene che lasciare le hina ningyou troppo a lungo in esposizione, potrebbe ritardare il matrimonio delle ragazze.
L’origine dello Hinamatsuri è collegato alla festività stagionale detta Joumi o Joushi, ossia III mese del calendario lunare, giorno del serpente (3 Marzo). Durante il Joumi a corte si celebrava il kokusui no en, lett. ‘banchetto accanto al torrente’), una particolare cerimonia che si svolgeva quando i fiori di pesco raggiungevano la loro massima fioritura, agli inizi di marzo, appunto. Da qui deriva anche il nome Momo no sekku – Festa del pesco, che è sinonimo di Hinamatsuri. I nobili di corte si riunivano nei pressi di un torrente, interno ai giardini imperiali e mettevano a galleggiare sull’acqua delle coppe di sake. Queste, trasportate dalla corrente dall’alto verso il basso del fiumicello, non dovevano mai superare la comitiva di cortigiani che le aveva poste sull’acqua. Il singolo uomo di corte, infatti, doveva comporre delle poesie a tema e terminata la poesia afferrava la coppa di sake dall’acqua e ne beveva, per poi rimetterla a galleggiare a filo d’acqua. Un altro nome con cui quest’usanza Hinamatsuri (seguito)
era nota a corte è ‘meguri mizu no toyo no akari’ (megurimizu = ‘torrente’, toyo = ‘abbondanza’ e akari = ‘luce’.
In Cina, la festività del Joumi aveva delle connotazioni più maschili, essendo celebrato con passatempi quali il gioco del calcio, sparare ai passeri, bere sake e i combattimenti dei galli. Anche in Giappone negli ampi giardini di corte a Kyoto aveva luogo il tori-awase, il combattimento dei galli, che si svolgeva il 3 di Marzo, ma l’evoluzione di questa festività andò lentamente e gradualmente a sottolineare gli aspetti femminili; questo lato divenne di fatto il più visibile di Hina-matsuri. Se nel Joumi cinese il legame fra la festa e le bambole era decisamente debole, in Giappone si fece sempre più evidente.
A partire dal periodo Heian (794-1192), allo Joumi di corte si aggiunse un’altra usanza, sempre legata all’idea di porre qualcosa sull’acqua. L’usanza era chiamata nagashi-bina (far galleggiare la bambola) o hina okuri (accompagnare la bambola): il primo mese dell’anno delle bambole di carta e paglia venivano messe in acqua e trasportate lontano dalla corrente; si credeva infatti che i fantocci rappresentassero la persona (questi pupazzi erano detti hitogata ‘(fantoccio di) forma umana’) che li poneva lungo il fiume o in mare e, allontanando una parte di sé, questa persona faceva ricadere sul fantoccio di carta ogni possibile evento funesto che avrebbe potuto coinvolgerla nel nuovo anno. In questo modo si riteneva venissero allontanati mali fisici, impurità di ogni genere e spiriti negativi che avrebbero potuto recare danno alla persona.
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IL MAESTRO HARUCHIKA NOGUCHI
FONDATORE DEL SEITAI
Michéle Croquelois

Il Maestro Tsuda divenne allievo del Maestro H. Noguchi (1911- 1976) subito dopo la seconda guerra mondiale e continuò presso di lui la formazione di tecnico Seitai per circa venticinque anni. Negli anni sessanta, fu uno dei redattori della rivista Zensei, pubblicata dall'associazione Seitai Kyokai. Nei libri che ha scritto in Francia per far conoscere le sue idee, il M° Tsuda si riferisce spesso all'insegnamento del M° Noguchi, non tanto per diffondere la sua tecnica, ma perché «il suo lavoro presenta una somma di esperienze, importanti e preziose per la conoscenza dell'uomo». All'inizio del libro “Il Non-fare”, egli traccia così il percorso del suo maestro:



«Qualche parola sul M° Noguchi. Autodidatta, per sua fortuna, perché così ha potuto evitare la contaminazione di idee precostituite, fondò il metodo detto Seitai. La sua prima impresa, all'età di dodici anni, fu portare alla guarigione i suoi vicini, che soffrivano di diarrea, dopo il grande terremoto che colpì la regione di Tokyo nel 1923. Trovò la sua vocazione e continuò a seguirla. Ma, dopo aver studiato tutti i metodi terapeutici, arrivò alla conclusione che nessun metodo di guarigione può salvare l'uomo. Fu, così, portato a concepire l'idea di Seitai. Il Seitai, letteralmente coordinazione-fisica, presenta un'idea abbastanza complessa, perché essa non fa più riferimento alla nozione corrente di buona salute come sinonimo di assenza di malattia». La filosofia che sta alla base del Seitai non è di tipo analitico come la scienza umana occidentale: partendo da un atteggiamento che vede l'essere umano nella sua azione, il suo principio di base è che l'uomo è un Tutto indivisibile. Non è un assemblaggio di parti; è, essenzialmente, la manifestazione della sua propria vita. «La vita stessa è indivisibile - spiega il M.Tsuda-, ma manifestandosi in tutti gli individui, dà luogo ad un'infinità di formule diverse. Il Seitai vuole che la vita si manifesti nella sua integralità negli individui. E' l'ideale di “Zensei”, vita integrale». Questa presa di coscienza, che H.Noguchi ha espresso all'età di 19 anni in “Pensieri sulla Vita integrale”, è il filo conduttore di tutto ciò che egli ha compiuto in seguito. Nel suo libro dal titolo “Uno”, il M° Tsuda racconta: «Per scarse che siano le nostre conoscenze anatomiche dell'uomo, quello che faceva Noguchi all'inizio della sua carriera ci colpisce. Per esempio, c'erano clienti che arrivavano con il mal di stomaco. Lui si limitava a prendere il piede destro e a fare l'espirazione concentrata sulla caviglia. Loro se ne andavano ringraziandolo di averli guariti allo stomaco. Essendo un bambino senza educazione scolastica, non sapeva ancora dove si trovasse lo stomaco. Per molto tempo credette che si trattasse di qualcosa che si trova nel piede. Che rapporto esiste tra lo stomaco e il piede? Anatomicamente nessuno.
Se si considera la totalità dell'uomo, non è privo di senso credere che ne esista uno. (...) In seguito, si è formato da autodidatta e la sua esperienza pratica gli ha permesso di fare non poche scoperte. Osservava il movimento particolare di ciascuno, in rapporto alla totalità della persona presente. (...) Tuttavia, egli non si accontentava di queste impressioni generiche. Le verificava, caso per caso, con le sensazioni dirette delle sue mani e delle sue dita».
Pur continuando a guarire numerosi malati, Noguchi sentiva nascere in lui un dubbio. Constatava che i suoi clienti diventavano dipendenti da lui, si preoccupavano quando egli partiva per un viaggio e si permettevano di fare qualsiasi cosa contando su di lui perché li rimettesse a posto in seguito. Questa, però, non era assolutamente la visione che aveva Noguchi, che era, invece, di permettere agli individui di prendere coscienza delle loro capacità e di risvegliare tutto il loro essere. Dirà più tardi, in un discorso del 1974: «Sarebbe totalmente inutile sviluppare la mia tecnica, se ognuno non si mettesse ad imparare a servirsi del proprio corpo e a dispiegare il proprio potenziale, mantenendosi in salute senza dipendere da nessuno». Osservando attentamente il caso di ognuno dei suoi clienti, il M° Noguchi arrivò alla constatazione che le persone non si ammalano per caso né all'improvviso, ma quando il loro organismo si trova in uno stato tale da non poter evitare che ciò avvenga. Compiuto questo passaggio, il loro corpo si sbarazza delle fatiche precedenti accumulate e riscopre una nuova forza.
Perché, allora, si vuole a tutti i costi guarire dalla malattia? Lontana dall'essere inutile, essa è, al contrario, una funzione essenziale di riequilibrio del nostro corpo, che si compie continuamente, senza che la nostra volontà intervenga, per mantenere la nostra vita: sbadigliare,starnutire, muoversi durante il sonno, vomitare gli alimenti nocivi, ritrarre le mani da un oggetto che scotta, secernere le lacrime, ecc... La vita lavora sempre dentro di noi, per ristabilire lo stato normale dell'organismo, con delle fluttuazioni, alti e bassi. Non si ha dunque bisogno di cercare di guarire la malattia. Al contrario, la si deve lasciare lavorare senza interventi di disturbo. Fu così che, nel dopoguerra, il M° Noguchi abbandonò la terapeutica, poiché non corrispondeva alla sua vocazione. Il principio guida del Seitai che egli arrivò, dunque, a concepire è il seguente: poiché il corpo umano è naturalmente dotato della facoltà di riaggiustarsi, si tratta, allora, non tanto di produrre un intervento esterno creato dall'intelligenza umana, ma, semplicemente, di attivare quella facoltà, che in generale è un po' assopita, così che le persone possano vivere pienamente senza dipendere da nessuno. Ritrovare il terreno normale e dispiegare tutto il proprio potenziale, questa è la via del Seitai. Parallelamente al Seitai, che solo un tecnico comprovato può applicare, il M° Noguchi ha preconizzato la pratica del Movimento rigeneratore, Katsugen undo, che permette di allenare il sistema motorio extra-piramidale da cui dipende il movimento involontario dell'uomo. È una pratica accessibile a tutti e che non necessita di alcuna conoscenza preliminare. Grazie al lavoro del M.Tsuda che l'ha trasmessa in Europa, abbiamo avuto la possibilità di scoprirla.
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ZEN
KINHIN UNA MEDITAZIONE SPECIALE
Maestro Tetsugen Serra - MONASTERO ZEN "IL CERCHIO"

Tratto da “Zen”
di Tetsugen Serra - Fabbri Editori,
Milano-2005


Alla meditazione, comunemente siamo abituati a raffigurarci una persona seduta, e questo vale nella maggior parte delle meditazioni, ma una forma particolare che risale anch’essa al Buddha, è la meditazione camminata. Nei monasteri Zen e nei Dojo alla meditazione seduta Zazen si alterna ogni quaranta minuti la meditazione Kinhin, che in generale è una meditazione camminata lungo il perimetro della sala di meditazione: lo Zendo. Kinhin è una meditazione che può essere adottata nella vita di tutti i giorni, trasformandola nella meditazione di consapevolezza.
Kinhin classico
Dopo una seduta di Zazen, che duri venti o quaranta minuti ci si alza e si prosegue con la meditazione camminata.
La postura del Corpo.
Mantenere sempre la schiena ben estesa, la testa come fosse tirata da un filo verso il cielo per la sommità della nuca, gli occhi come se guardassero due metri più avanti verso terra. Le mani sono nel mudra Shashu: le braccia all’altezza dello sterno con la mano destra ripiegata a pugno che avvolge il pollice, la mano sinistra copre la destra avvolgendola come per proteggerla. Le mani sono ben salde nel loro mudra, ma non tese. Tenete i gomiti sollevati alla stessa linea delle mani.
Ci sono differenti modi di praticare Kinhin, ma nella nostra scuola Zen questo è quello che adottiamo maggiormente. La camminata nella scuola Soto Zen è lenta, un mezzo passo ogni respiro.
Inspiro profondamente ed espirando avanzo di mezzo passo radicando bene il piede nella terra. Ogni azione è fatta durante la fase di espirazione perché è la fase del movimento, poi restando fermo inspiro lentamente e profondamente e mi muovo di un altro mezzo passo. Nelle sale di meditazione solitamente si fa un giro completo della sala; se meditate in casa potete, sempre che la casa sia silenziosa e ci siate solo voi, fare un giro delle stanze, procedendo come detto e poi tornare a sedervi.
Cosa c’insegna questa meditazione
Questa meditazione camminata fu insegnata dal Buddha stesso per portare ristoro al corpo che rimane seduto lungamente in meditazione, soprattutto per chi non è ancora abituato a lunghe sedute di Zazen. E’ un muoversi restando sempre centrati nella nostra meditazione. Dopo una seduta di Zazen, Kinhin è portare la nostra realizzazione anche nel movimento. La consapevolezza, la calma e la serenità non cambiano e non si perdono anche quando lasciamo la postura seduta.
Possiamo vederla come un riscontro dello stato meditativo raggiunto: se alzandoci veniamo subito distratti da ciò che sta attorno, e i pensieri iniziano a concatenarsi in discorsi, probabilmente non siamo molto presenti durante Zazen seduto. Il nostro spirito, la nostra mente non devono essere disturbati dal muoversi, anzi il muoversi, il camminare, dovrebbero essere proprio la manifestazione della saggezza raggiunta che portiamo in ogni nostra azione. La mente imperturbabile si deve manifestare in ogni momento, che si rimanga seduti, si cammini o si faccia qualsiasi altra azione. Lo Zazen non si esaurisce alzandosi dal cuscino di meditazione, anzi prende vita e forma proprio nella nostra vita di tutti i giorni.
Kinhin ci rivela la vera dimensione del nostro essere, inserito nel movimento cosmico e del movimento cosmico che il nostro essere esprime.
Quando si pratica Kinhin nella sala di meditazione o in ogni caso anche all’aperto nell’ambito della meditazione del sangha (l’insieme dei praticanti), il passo è un solo passo, il respiro un solo respiro:
inspiro-espiro muovo il passo esattamente nel momento in cui muove il passo chi sta dinanzi a me.
Possiamo essere in due o in trenta o in cinquanta: sul tatami, il pavimento della sala di meditazione, non senti uno scalpiccio ma il rumore leggero di un unico passo.
Molteplici sono le occasioni per praticare Kinhin: nuotando in piscina o arrampicando in montagna, pilotando un jet o muovendosi nel segreto della propria casa.
Headquarter
Corso Sempione, 35
Parabiago (Mi) Tel. 0331491850

Shop
Via Boccaccio, 4 - Milano
Tel. 0248193301

www.crespibonsai.it
info@crespibonsai.it
Facciamo Kinhin quando camminiamo per strada o in metropolitana e stiamo nel passo, nel ritmo del cammino di tutti gli altri, o anche quando guidiamo nel traffico e la dimensione del nostro corpo è data dallo spazio che occupano gli altri che come noi stanno rallentando, correndo, frenando, facendo retromarcia o sostando al bar. Quando camminiamo tenendo per mano un bambino, quando portiamo fuori il cane di mattina, oppure quando siamo in coda all’ufficio postale o sulle piste da sci…Kinhn significa essere un solo passo con tutti. Non è un passo dietro l’altro, non è un respiro dopo l’altro, ma un unico passo con gli altri, un unico respiro con chi ci circonda.Nell’inspirazione riceviamo con l’aria la forza per il passo, nell’espirazione ci consegniamo al passo e al terreno, per poi subito aprirci alla nuova inspirazione e così via, passo dopo passo.
Al tempo stesso siamo perfettamente vigili e perfettamente calmi, perfettamente consapevoli e dimentichi di noi stessi, unici con noi stessi e con l’universo in cui siamo immersi, che si muove e che respira insieme a noi.
Un colpo di campana e si torna al posto, ci si inchina, e ci si siede sullo Zafu. Tre colpi di campana, e si passa alla meditazione zazen.

LIBRI - IL GIAPPONE IN CUCINA
di Graziana Canova Tura
Per la collana "Il Lettore Goloso" - diretta da Allan Bay - Ponte alle Grazie Editore
- Un libro di cucina che racconta più di un libro di storia.
- Per chi ama la cucina, ma anche la cultura, l’arte, lo stile giapponesi.
- Un classico sulla cucina nipponica.
- Le meraviglie di una tavola tra le più raffinate al mondo.
- Una cucina che piace al palato ma anche agli occhi, ed è anche una delle più sane ed equilibrate.
- Tutto quello che si deve sapere per cucinare e presentare, dagli ingredienti base ai menu più sbalorditivi

Ormai in tutta Europa, o almeno nelle grandi città, i ristoranti
Estetica della tavola
Attrezzatura necessaria
Coltelli
Ingredienti
Taglio delle verdure e dei pesci
Le buone maniere
Esempi di menu
RICETTE
Dagli antipasti alla frutta.
Riso, sushi, pasta, carni, pesci,
verdure, alghe, uova, dolci
condimenti, salse.
Bevande
giapponesi spopolano, ma non sono molti gli occidentali che sono in grado di riprodurre nelle Loro case i piatti della grande e antica tradizione gastronomica. Questo libro, già uscito in Italia ma qui riproposto in una nuova versione aggiornata, è molto più di un manuale di cucina: è un vero e proprio affresco della cultura giapponese, a tavola e non solo. Immagini, storie, sapori, leggende, abitudini: un viaggio magico in un universo culinario che crediamo di conoscere, ma che ha invece tanto da raccontarci, con la sua raffinatezza, con la sua straordinaria capacità di coniugare estetica e gusto, tradizione e innovazione, frugalità e eleganza.

"Devo a mia madre se al definitivo ritorno a Milano, dopo sei anni di Giappone, portammo con noi piatti e piattini, ciotole e ciotoline, libri di cucina in giapponese e tutte le ricette di cui lei aveva diligentemente preso nota. In Italia ci scoprimmo emigranti al contrario. Anche noi avevamo finito con il soccombere all'atmosfera di quel paese, che ci mancava terribilmente. Ciò che avevamo mangiato in quegli splendidi anni aveva cambiato il nostro palato: spesso avevamo fame di Giappone, ma non solo, il nostro organismo aveva bisogno di quella cucina, così leggera e priva di grassi."

Graziana Canova Tura, nata a Milano nel 1940, ha lavorato a lungo per una grande banca milanese. Laureata in lingua e letteratura giapponese, ha vissuto per sei anni a Tokyo dove si è appassionata dell'arte della cucina. Ha curato la traduzione di classici giapponesi e pubblicato libri di cucina giapponese. Vive sul lago d'Iseo.

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Monica Isler

Monica Isler espone dal 17 febbraio al 16 marzo 2007, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Naomi Yuki

Naomi Yuki espone dal 6 febbraio al 4 marzo 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Giovane artista alla ricerca di un proprio carisma pittorico, è mossa dall´idea di sviluppare un´arte senza nazionalità. Da piccola comincia a disegnare apprendendo le tecniche della calligrafia giapponese, poi c´è la migrazione in Italia dove attualmente svolge un corso di pittura all´accademia di belle arti a Roma. E´ attratta dalle linee e dalla tecniche dell´incisione. Dagli attuali lavori cerca di fare emergere elementi come il vuoto e lo spazio utilizzandoli per spiegare la propria coscienza. Le tavole sono come processi in divenire, non prive di memoria, ma aperte alle influenze. E se la coscienza è qualcosa di fluido ecco che la sua pittura la segue tentando, gradualmente, di spiegarsi e chiarirsi. Questa progressione si nota ogni volta che un quadro sembra non finito; in effetti si tratta di una tecnica che realizzando insiemi di spazi vuoti dà al vuoto un significato dinamico, come luogo di ogni possibilità, quindi come qualcosa di percorribile e dilatato. Opere come "la donna zen" e "l´arco zen" evidenziano proprio questo; i colori si installano insieme a linee di vario tipo, curve, rette, circolari, spezzate, dando l´impressione di scomporre. In effetti la scomposizione complessiva delle tele è una rappresentazione delle attività dinamiche dei colori e delle tracce che indicano percorsi di coscienza. E´ una pittura che procede in modo progressivo e immediato, l´esecuzione, basandosi, probabilmente, su un sapere intuitivo, dei sensi, in altalena tra il dubbio e la conoscenza, in un flusso di ricerca tra equilibrio e scoperta. Trasmettere con gesti pittorici che tendono a stabilire un´interazione tra lo spazio interno ed esterno; per ottenere questo effetto utilizza i colori con tonalità che evocano la natura. Il mondo visibile che si vede e si tocca diventa per lei pittrice un mondo invisibile da esprimere in colori, un mondo senza regole determinabili. Una vista che percorre artisticamente una via tra i filari, in un bosco, in campagna o che si avvicina a quegli spazi dove giocano le linee dei tronchi, delle radici, dei bulbi, e delle propaggini. Gli ultimi suoi lavori sembrano dare maggiore campo all´osservazione ravvicinata ma resta comunque una visione del mondo o matrice pittorica che dà alle figure colori vivaci, profondi, spazio, e la possibilità di ondeggiare. Così facendo l´insieme, i risultati sono prodotti di una serie di effetti e visioni curve delle realtà. In molti casi i procedimenti permettono di andare oltre la prima impressione, osservando così un oltre dei quadri inizialmente non visitato. Per esempio quando riproduce l´effetto rotondità dell´orizzonte o degli spazi terrestri, realtà inapparenti, non visibili, da lei però riviste con l´ausilio di una terra rossa e giallo fuoco, e piante allineate con chiome come globi. Questo potrebbe essere l´opera "riverberi". Oppure espandendo le tensioni dei moduli e dipingendo un tappeto mobile di onde colorate che produce un moto immaginario di prospettive e disposizioni delle cose: le opere "il cammino interminabile e filare viola". I colori taglieggiano con l´aria infrangendosi nel quadro "dopo la tormenta di neve": pare un luogo incidentato dallo scontro tra schegge ghiacciate oppure uno spazio percorso ad altissima velocità.
Una tipo di pittura che non arriva però alla liquefazione, dissolvenza, scomposizione delle figure, eccetto forse l´opera "all´alba", piuttosto traccia dei sentieri geometrici, alla ricerca di congiunzioni ed equilibri tra linee oblique: "il campo delle congiunzioni". Pittrice in bilico tra realtà effettive e pensate per fenomeni pittorici di spostamento delle linee.
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