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Pagine Zen N° 59
marzo /aprile 2007
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


Cherry blossom Gumna Pref. Per gentile concessione Yamasa Corporation

HINAMATSURI
FESTA DELLE BAMBINE
Simonetta Ceglia (seconda parte) - www.fujikai.it
Le bambole del periodo Heian, citate anche nel famoso romanzo Genji monogatari, erano molto semplici: i bambini vi giocavano semplicemente cambiandole di abito; mentre fra le famiglie nobili si diffondeva l’abitudine di esporre le bambole più belle per la festività del Joumi. Fu solo a partire dal periodo Edo che il governo proclamò il 3 Marzo come festa nazionale. Durante lo shogunato di Tokugawa Iemitsu (1623-1651), era prassi offrire come regalo un set di hina ningyou a tutte le neonate femmine, nate a palazzo. L’usanza sorse quando i membri del governo shogunale decisero di offrire un set di hina ningyou a Chiyohime, la figlia più grande dello shougun Iemitsu, il 1 Marzo 1644 per festeggiare il suo settimo compleanno. Essendo ‘regalo di corte’, l’artigianato delle bambole cominciò a fiorire, creando hina ningyou sempre più lussuose e importanti, elaborate nelle vesti e negli accessori che imitavano la vita a palazzo.
Inizialmente questa pratica avveniva per di più nelle città e nelle ricche famiglie dei mercanti, ma con il periodo Meiji (1868-1912) l’usanza di celebrare lo hinamatsuri si estese a tutto il paese, facendo fiorire commerci di hina ningyou sempre più elaborate e di alto valore artistico. Le bambole del periodo Heian erano bambole rappresentate in posizione eretta, nel periodo Muromachi (1338-1573) comparvero le prime hina ningyou sedute, fino all’attuale parata di bambole dalle diverse posture e dai diversi significati.
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

www.fujikai.it
Le bambole (hina ningyou) vengono poste su stand a 3, 5 o 7 ripiani coperti da velluto rosso e nel preciso rispetto di una gerarchia stabilita e codificata:
• L’imperatore (obina) e l’imperatrice (mebina) sono posti sul ripiano più alto; l’imperatrice di solito indossa il kimono a 12 strati, tipica veste da cerimonia della nobiltà Heian: è lo juuni hitoe oggi indossato solo da membri della famiglia imperiale in occasioni molto formali e di prestigio. Quando si indossa lo juuni hitoe, i capelli sono sistemati nello stile detto suberakashi, ossia riuniti alla nuca e fatti scivolare (suberu) dietro le spalle; l’imperatrice ha poi nelle mani un ventaglio pieghevole (sensu) in legno di cipresso (sugi) giapponese. L’imperatore è posto a sinistra nelle province orientali del Giappone; mentre nelle province occidentali compare a destra. Non è ben chiara la ragione di questa diversità di posizione, legata alle diverse regioni giapponesi. La coppia imperiale è detta anche Odairisama oppure Odairibina: DAIRI indicava anticamente il palazzo imperiale a Kyoto.
• Il II livello è riservato a 3 dame di corte, sannin kanjo (‘le 3 donne incaricate di servire’ la coppia imperiale). Le 3 dame hanno ben precisi nomi e funzioni: nagae no choushi, l’inserviente che reca la fiaschetta del sake (choushi) dall’impugnatura lunga (nagae); kuwae no choushi, l’inserviente che reca la fiaschetta del sake dall’impugnatura corta (kuwa significa ‘zappa’, mentre kuwaeru è ‘portare alla bocca’); sanpou è la mescitrice di sake che sta seduta, mentre le altre due sono in piedi.
• Al III livello vi sono i 5 musicanti, goninbayashi (hayashi) è infatti l’accompagnamento musicale): 1) taikobayashi (accompagnamento con il taiko o tamburo giapponese); 2) oukawabayashi (accompagnamento con un tamburo grande; oukawa, lett. ‘grande pelle’, indica lo outsuzumi, ‘tsuzumi grande’); 3) kotsuzumibayashi (accompagnamento con lo tsuzumi da spalla, lett. ‘piccolo tsuzumi’: sia il kotsuzumi sia lo oukawa sono figure di musicanti rappresentanti in posizione eretta, mentre gli altri tre sono seduti; 4) fuebayashi (accompagnamento con il flauto); 5) jiutai è invece la persona (kata) incaricata del canto (utau ‘cantare’), il cantore ha di solito con sé un sensu (ventaglio pieghevole). I 5 musicanti sono in realtà bambini, figli di nobili di corte, ma che non hanno ancora raggiunto la maggiore età. Riconosciuto il loro talento, essi quando raggiungevano la maggiore età potevano essere assunti come musici di corte.
• Al IV livello vi sono due personaggi politici, zuishin’in (lett. ‘due ministeri’), raffigurati entrambi con spade e arco: il Ministro della Destra (udaijin) e il Ministro della Sinistra (sadaijin); dei due ministeri, sicuramente quello della sinistra era una carica più ambita e prestigiosa e pertanto spesso riservata a persone anziane molto stimate e considerate sagge. Questo spiega perché anche nelle hina ningyou, fra i due ministri, ve ne è uno più anziano, con una lunga barba bianca.
• Gli altri elementi posti sui restanti ripiani possono essere: miniature del vasellame, ciotole di sake, piatti, teiere e altre stoviglie usate per servire la coppia imperiale, ma anche miniature di cassettiere (hina kago) o di altri mobili; hishimochi, il mochi a forma di colorata losanga; hina arare, riso fritto dolce, offerto sia alle bambole sia ai bambini; miniature naturalistiche di due tipi di alberi posti uno a destra e l’altro a sinistra dello stand: lo ukon tachibana, l’albero del mandarino che per tradizione era sempre piantato lungo il lato destro dell’antico cortile giapponese, interno alla casa; il sakon no sakura, l’albero del ciliegio solitamente piantato a sinistra. Spesso il ciliegio viene sostituito dall’albero del pesco, essendo tradizionalmente lo hinamatsuri associato con questa pianta nell’antico calendario lunare: momo no sekku o hinamatsuri sono sinonimi.
Hinadan (scaffale per le bambole): la coppia imperiale al piano più alto con le lanterne; sotto le tre inservienti, i 5 musici, il Ministro della Destra e della Sinistra ed infine uomini di corte e danzatrici. Agli ultimi livelli vi sono accessori in miniatura, che rappresentano mobili laccati, spade, carri trainati da buoi e cassettiere intarsiate.
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STRADE E STAZIONI DI POSTA
DEL PERIODO EDO/TOKUGAWA (1600 - 1867)
Graziana Canova Tura (prima parte)


Ieyasu (1542-1616), primo shougun della casata Tokugawa, pose cinque grandi strade sotto il controllo diretto dello shogunato allo scopo di facilitare i viaggi dei daimyou dai loro possedimenti a Edo (oggi Tokyo) e di rafforzare la difesa della città. Il governo Tokugawa aveva infatti imposto il sistema sankin koutai (residenza alternata), per cui i daimyou dovevano risiedere a Edo ad anni alterni e lasciarvi comunque mogli e figli. Tutto ciò allo scopo di tenere sotto controllo i vassalli, costringendoli inoltre a enormi spese per il mantenimento di doppie residenze e di migliaia di persone nel proprio han (feudo) e a Edo.
Le strade che portavano a questa grande città (nel 1720 superava il milione di abitanti) divennero quindi importanti e trafficate, percorse da ogni genere di viaggiatori, commercianti, artigiani e da sgargianti cortei di daimyou accompagnati da un seguito di samurai, dame e servitori. La più importante, conosciuta e frequentata era la Toukaidou resa famosa in tutto il mondo da dipinti e stampe che ne illustrano le 53 stazioni.
Su ognuna di queste strade vi erano stazioni di posta ogni 5 o 6 km., controllate da ufficiali dello shogunato. In esse il viaggiatore trovava tutto quanto potesse essere necessario: negozi, artigiani, cibo, compagnia e locande. Lo honjin (residenza del responsabile inviato da Edo) era riservato a ricevere i daimyou oppure i nobili di corte in transito sulla strada. Si viaggiava a piedi, in palanchino o a cavallo.
Nei punti strategici vi erano barriere (sekisho) che servivano a controllare i movimenti della popolazione.
Ogni viandante doveva passare da questi posti di blocco ed essere controllato accuratamente. Un detto dell’epoca ammonisce: “Attenzione alle donne che escono da Edo e alle armi che entrano”.
La Nakasendou è una tra le strade che si irradiavano da Nihonbashi (al centro di Edo) e portavano alla capitale (oggi Kyoto) o ai domini dei grandi signori nelle province più lontane: attraversava il Giappone nella parte centrale, tra le montagne e una parte di essa, detta Kisokaidou, si snoda lungo il corso del fiume Kiso, che scorre da nord a sud in una impervia vallata tra le Alpi giapponesi settentrionali e quelle centrali. Ricoperta di foreste per il 95% (1700 km. quadrati, circa 50.000 abitanti negli anni ’80, 40.000 negli anni ’90), la valle è per due terzi di proprietà dello stato ed è ricca di grandi conifere, come
lo hinoki e il sawara (tipi di cipressi), usate sin dai tempi più antichi per la costruzione di castelli ed edifici religiosi.
Nella vallata si contano 11 città e villaggi i cui abitanti sono in prevalenza boscaioli, falegnami, carpentieri, artigiani che lavorano il legno e allevatori di bestiame. In numero esiguo sono invece gli agricoltori, dato che il terreno coltivabile è scarsissimo.
La Kisokaidou era nota nel passato per i pericoli affrontati da chi la percorreva. Vi si nascondevano ladri e rapinatori che depredavano i viaggiatori dei loro averi, spesso anche uccidendoli. Il passo Torii era famoso come luogo di rifugio di briganti, spesso chiamati kumosuke (“aiutanti nuvola” perché, ingaggiati e pagati a giornata per unirsi ai portatori stabili che a volte erano in numero insufficiente nelle stazioni di posta, erano volatili e transitori come le nuvole). Nel lessico arcaico, kumosuke indica un portatore o un cocchiere rapinatore.
Aperta già nell‚VIII secolo, nel periodo Sengoku (1477-1573) le sue caratteristiche topografiche attirarono l’attenzione dei daimyou: era ideale come base per gli eserciti, facile da difendere e difficile da attaccare. Vi avvennero furiose battaglie e fu teatro di eventi che abbiamo visto mille volte nei film di samurai.
Lungo la Nakasendou vi erano 69 stazioni di posta, undici delle quali sulla Kisokaidou.
Questa via, tracciata all‚interno del Paese, era spesso preferita alla Tokaido, che correva in gran parte lungo la costa e offriva servizi di gran lunga migliori, ma i daimyou la sceglievano perché lungo il suo percorso potevano godere di bellezze naturali quali monti, foreste, fiumi, cascate, passi di montagna come il Magome e il Torii. E, motivo non meno importante, perché lungo la Toukaidou molti fiumi erano senza ponti, per rendere difficile il passaggio di eventuali armate ostili, e dovevano essere attraversati dai daimyou con tutti gli accompagnatori su barche o addirittura in spalla a traghettatori. Ogni anno percorrevano la Kisokaidou almeno 50 daimyou, ognuno con un seguito che andava dai 150 ai 2.000 addetti. Agli inizi del periodo Edo viaggiavano senza pompa né sfarzo, portando gli alimenti necessari, e non disdegnavano di accamparsi per la notte. Col tempo invece questi trasferimenti divennero motivo per ostentare ricchezza e potere, tanto che qualcuno arrivò a portare con sé anche la propria vasca da bagno (solitamente di legno di hinoki).
Nel 1843 Magome, la più piccola delle undici stazioni di posta sulla Kisokaidou, aveva 69 locande che potevano accogliere 717 ospiti, mentre a Narai, la maggiore, vi erano 409 alberghi per 2.155 viaggiatori.
In ogni cittadina 25 portatori e 25 cavalli erano a disposizione per poter trasportare bagagli e vettovaglie fino alla stazione successiva. Ma col tempo, con l’aumento dei viandanti e l’ostentazione di ricchi bagagli, il numero dei portatori si rivelò insufficiente così che fu deciso di ingaggiare la gente dei villaggi vicini per aumentare gli addetti, quando fosse stato necessario. I paesi furono chiamati sukegou (villaggi “aiutanti”) e molti dei loro abitanti morirono per il superlavoro, tanto che lungo le strade si possono vedere steli buddiste erette in loro memoria. (Continua)
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PAPER ZEN
MEDITARE ATTRAVERSO LA CARTA
Luisa Canovi

BannerIn questi ultimi anni, da quando il Buddismo Zen si è diffuso in Occidente, si leggono sempre più titoli di libri che lo affiancano a qualsiasi cosa. Ai classici “tiro con l’arco” e “disposizione dei fiori” si sono aggiunti l’arte della manutenzione della motocicletta, la cucina, la giocoleria, i gatti, il sesso e sicuramente altri ne verranno. Ma la carta?
La carta è strettamente compenetrata con la cultura giapponese in cui si sviluppa quella forma particolare di meditazione chiamata Zen. Arrivata dalla Cina nel 610 d.C la carta fatta con le fibre delle piante viene chiamata Kami e viene accomunata ai Kami dello Shinto, gli spiriti superiori che abitano negli elementi della natura. Con la carta si costruiscono forme simboliche, oggetti utili, libri, giochi, aquiloni, vestiti, porte scorrevoli, lampade, e ogni cosa fatta con la carta è simbolo della vita stessa nel suo mutare continuo. La carta nasce dalle piante e dall’acqua grazie al lavoro manuale dell’uomo, si trasforma in foglio che docilmente si adatta al suo divenire oggetto e vive la sua vita di un minuto o di cento anni e poi, quando il tempo se la porta via, ritorna alla terra per rinascere come nuova fibra. Chi con la carta lavora ne assorbe l’energia vitale e senza neppure rendersene conto vive nel presente del gesto e realizza così l’essenza stessa dello Zen, “essere in ciò che si fa”. Principio base delle tecniche di meditazione attiva, dove l’arte diventa ciò che altrove è la preghiera, il fare con le mani porta a uno stato di benessere fisico e mentale, che a volte sfocia in una vera e propria illuminazione dello spirito. Alcune tecniche della carta sono più adatte a un lavoro di meditazione, forse la più esemplare è l’origami e cioè la piegatura di un foglio che diventa una forma. Il foglio rappresenta il tutto possibile e la piegatura è una strada, un percorso, una traccia, un cammino spirituale che lo trasforma in forma viva e significante, un animale, un fiore, una stella, un elemento astratto. Piegare la carta guida le dita delle mani in un lavoro di piacevole concentrazione, che

Kai (conchiglia) -Scultura origami
di Luisa Canovi
favorisce un respiro tranquillo e una mente serena.
La gratificazione dell’origami finito, così importante in un pragmatico approccio occidentale, per l’accostamento alla vita con pensiero zen, diventa solo la ciliegina su una torta già gustata dall’inizio alla fine.
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KAISEKI, KOICHA, USUCHA
Francesca Natali (terza parte)


Lo stile di vita dedito al bello e al lusso tipico dell’epoca Heian (794-1185) ha molto aiutato l’arte giapponese ed in particolare quella culinaria tanto da inspirare gli specialisti addetti alla preparazione del cibo, portandoli a creare vere e proprie opere d’arte. In questo periodo e in quello successivo (Kamakura 1185-1333) tale stile di cucina è stato protagonista di sontuosi banchetti imperiali ai quali partecipavano spesso anche i samurai. Solo nel periodo Edo (1615-1868) quest’arte venne introdotta per preparare il pasto che accompagnava la cerimonia del ChanoYu, speciale momento di condivisione.
La cerimonia del tè può durare quanto si desidera, ma il tempo necessario per vivere questa esperienza con la pace necessaria è di almeno una mezza giornata. Il tempo viene scandito da tre successive e differenti preparazioni del tè: un pranzo kaiseki, un servizio di tè forte koicha, un servizio di tè leggero usucha. Tra queste preparazioni esistono pause di relax in giardino o nella stanza adiacente ed è interessante notare come il maestro non beva e non mangi mai durante il corso della cerimonia: il suo compito infatti è quello di seguire gli ospiti e assicurarsi che la conversazione sia perfetta e fluida e tutto proceda al meglio; mai dovrà sembrare che stimoli la conversazione artificialmente e mai la sua voce dovrà sovrastare quella degli invitati, ma gli sarà chiesto semplicemente di aggiungere una parola o due per mantenere la piacevolezza del discorso.

KAISEKI
Kaiseki è il nome della pietra che i monaci zen erano soliti appoggiare sullo stomaco per bloccare i crampi della fame. Questo è il termine con cui viene chiamato il primo pasto servito in occasione della cerimonia del tè: piccole delizie per gli occhi e per il palato poste in ciotole di dimensioni ridotte, scelte con cura. L’abilità dei cuochi si esprime nel presentare queste pietanze su delicati e costosi piatti e nell’abbinare colori, forme e sapori in maniera assolutamente personale. La cultura della ceramica in GiapponeBanner riesce qui a toccare i massimi livelli espressivi. Ogni maestro segue pochi e selezionati allievi a cui insegna le disciplina del gesto, la pace del cuore e la tecnica nel saper riprodurre le opere di altri grandi che lo hanno preceduto. Solo dopo molti anni di apprendistato darà loro la possibilità di esprimersi liberamente. Ecco che quello che rappresenta una tazza da tè va ben oltre il suo semplice utilizzo: esistono tazze da Matcha che arrivano a costare anche qualche migliaia di euro.
Il kaiseki-ryori è caratterizzato da una serie di piccole e numerose portate simili ai mise-en-bouche occidentali che vanno dall’antipasto al dessert e il cui scopo ultimo non è la varietà dei piatti ma quello di rievocare sulla tavola il ciclo della natura. Questa speciale forma d’arte coinvolge non solo il gusto e la vista ma anche l’olfatto e il piacere dell’armonia che si realizza grazie all’accurata scelta di stoviglie dai colori e dalle forme (Oribe, Raku o Kyoyaki, ad esempio) attentamente studiate e portate all’ospite ad intervalli regolari atti a creare una raffinata aspettativa.
Senza dubbio ai tempi di Sen-Rykiu, il maestro era arrivato a semplificare quest’elaborazione estetica del cibo cercando maggior semplicità e raccomandando di non preparare più di 5 portate con due preparazioni extra condivise da tutti i commensali. Una portata era sicuramente di riso, poi veniva il brodo con il limone, il pesce scottato con lo zenzero e poi l’insalata di alghe con uova di pesce e funghi stufati. Le due portate condivise potevano essere una mousse di pesce e una portata dolce a base di frutta secca e dolcetti di pasta di fagioli.

KOICHA,il tè forte
Dopo il pranzo principale gli ospiti si ritirano in giardino o nella stanza attigua, per ritornare solo quando il tè forte può essere servito. Per iniziare questa parte della cerimonia il maestro deve cambiare la carbonella che tiene in caldo il braciere e attendere che l’acqua sia nuovamente calda. Prima della preparazione del tè il maestro offre alcuni deliziosi dolcetti chiamati wagashi che sono preparati con una pasta dolce di fagioli e farina di riso. Questi dolcetti vengono preparati con abilità e maestria seguendo la tradizione simbolica delle stagioni e dei fiori che il clima fa nascere. Il loro sapore dolce e indefinito è studiato con lo scopo preciso di preparare il palato ed accogliere un sorso del forte tè Koicha che custodisce inevitabilmente nel suo liquore una nota amara.
Per preparare questo tè occorre scegliere la migliore qualità di tè in polvere Matcha disponibile sul mercato. Non è sempre facile scegliere, soprattutto oggi che questa polvere di tè viene utilizzata anche in pasticceria. Ecco qualche consiglio: il suo colore deve essere brillante e vivace e il suo profumo dolce e al tempo stesso salato; è inoltre preferibile acquistarla sottovuoto e conservare il barattolino in frigorifero ben sigillato. Al palato il suo sapore deve essere deciso e persistente, al primo sorso deve ricordare il mare con forti punte iodate ma quello che deve poi lasciare in bocca è un’inebriante dolcezza. Koicha è un tè che viene condiviso e bevuto utilizzando una sola tazza per tutti gli invitati e dunque il maestro dovrà preparare correttamente le dosi per tutti.

USUCHA,il tè rilassante
La preparazione del tè leggero è il momento conclusivo della cerimonia. Il maestro con gesti precisi si appresta a preparare un tè leggero offrendo una tazza ad ogni invitato. Si tratta di un momento davvero rilassante e spensierato che inizia con l’offerta di piccole caramelle higaschi composte da zucchero in polvere pressato in raffinatissimi stampini a forma di foglia o fiore. Questo tè è preparato utilizzando solo due cucchiaini di polvere per due dita di acqua bollente. Grazie al frustino in bambù il maestro preparerà una speciale Spuma di Giada e gli ospiti potranno berne a volontà anche se l’etichetta normalmente non prevede più di due tazze.
La prossima, quarta e conclusiva puntata, riguarderà gli ultimi quattro insegnamenti, e il tè quotidiano (i servizi e i vari tipi di tè in commercio).

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ZEN
SCRIVERE ZEN
Maestro Tetsugen Serra - MONASTERO ZEN "IL CERCHIO"

Tratto da “Zen”
di Tetsugen Serra - Fabbri Editori,
Milano-2005

Uno degli enunciati zen dice: “Non basato su lettere e parole”. Questa non è un’esortazione a non leggere o a non scrivere, ma un monito a far sì che lettere e parole non si cristallizzino diventando leggi del nostro vivere, gabbie per il nostro pensiero. Devono al contrario rinnovarsi in continuazione perché sono testimoni della nostra realtà sempre in movimento, in cambiamento.
Un altro detto zen afferma: “L’unica cosa che non cambia è il cambiamento”. Tutti i grandi maestri zen hanno sempre utilizzato la scrittura come mezzo di espressione del proprio essere; è in questa direzione che la scrittura diviene pratica zen, sia essa la calligrafia orientale Shodo o la poesia Haiku o semplicemente la frase di un post-it. E’ questo “semplicemente” che trasforma la scrittura in pratica zen, come nella meditazione zazen. “Il semplice sedere”: il fine della scrittura è la scrittura stessa, come il fine della meditazione è la meditazione.
Nessun Maestro zen ha mai scritto per creare opere immortali o dettare leggi, ma solo per comunicare con se stesso. Dedicarsi alla scritura, sia pure la lista della spesa, significa dedicarsi a se stessi: dedicarsi a se stessi vuol dire conoscersi ed entrare in armonia con il tutto.
Il Maestro Dogen, fondatore della scuola Soto Zen diceva:”Studiare lo Zen è studiare se stessi. Conoscere se stessi è dimenticare se stessi. Dimenticare se stessi è diventare uno con il mondo”.
L’uomo zen più che logorroico intellettuale è un poeta della
vita, più che spiegare la vita tenta di coglierne l’essenza e viverla con tutto se stesso.

Diario zen
Ci sono momenti in cui idee e sensazioni siedono sull’orlo del nostro cervello e aspettano di essere nutrite prima di morire di fame, aspettano di diventare emozioni, di prendere vita nella realtà, non solo nella mente. Facciamo prendere forma a quei momenti di pensiero, scriviamo quei pensieri appena nati senza preoccuparci di dar loro una forma poetica, letteraria o di senso. Ogni individuo è ricco di pensieri incondizionati che aspettano solo di essere portati alla luce. Teniamo un libretto, un diario dei nostri pensieri, che spesso sono quelli che nascono dal nostro vero sentire; prima che la mente li catturi decidendo se eliminarli o trasformarli, facciamoli nascere.
Nella pratica della mia tradizione zen, il Maestro Harada Roshi esortava tutti, monaci e laici, a tenere un diario su cui annotare i pensieri che nascevano dalla meditazione dei Koan. Facciamo lo stesso: quando nel bel mezzo della giornata si affaccia un pensiero sulla storia buddista che abbiamo letto, o sul Koan, ma anche su qualsiasi altra cosa – ricordiamoci che la vita è tutta un Koan – annotiamo questi pensieri, saranno fonte di meditazione.
Scriviamo il nostro diario senza curare di scrivere cose importanti, anzi, se si tratta di frasi che riteniamo importanti, e per questo degne di essere scritte, forse sono già cristallizzate nella mente. Le frasi davvero importanti sono invece quei pensieri abbozzati, ancora non nati, che affiorano spontanei nella mente: scriviamoli e ogni tanto rileggiamoli senza cercare d’inquadrarli, ordinarli o attribuire loro un significato. Quando meno ce l’aspettiamo questi pensieri prenderanno vita, daranno forma ad altre riflessioni più profonde che non ci saremmo mai aspettati di fare, scopriranno angoli della nostra mente che non abbiamo mai esplorato.

ARNALDO BENATTI
UN POETA DI HAIKU TRA LE NEBBIE DELLA BASSA PADANA
Fabio Smolari - serpentebiancofastwebnet.it
Si chiamava Arnaldo Benatti, era un tecnico e lavorava nel settore telefonico ma da sempre era stato amante della musica, della poesia, della montagna e della natura in genere. Aveva scritto molto da giovane, poi interrotto fra i trenta e i quarant'anni. A fine anni ' 70 e inizio ' 80 praticò per un paio d'anni il karate e "scoprì" il bonsai; dalla pratica sempre più approfondita del "mondo in piccolo" nacque in lui il desiderio di conoscere meglio la cultura che lo aveva creato. Studiò e lesse molto su diversi aspetti della cultura cinese e giapponese e si imbattè così nell' haiku, che lo affascinò. Riprese allora a scrivere e per tentativi iniziò a comporre poesie cercando di seguire le regole e di cogliere lo spirito dell'haiku. Continuava con passione la cura e pratica del bonsai sia nell' Associazione ferrarese sia da solo, e tenne negli anni ' 90 due corsi su bonsai e aspetti della cultura giapponese all'UTEF di Ferrara.
Intanto era membro del Gruppo Scrittori Ferraresi e dell'Associazione Amici della Biblioteca Ariostea, e scriveva anche con altre tecniche in prosa e poesia. Decise tardi di far conoscere i suoi testi, e nel 2001 uscì Note a margine, ed. Corbo, Ferrara, che ebbe riconoscimenti e premi e buon successo. Racconti e poesie uscirono su riviste e giornali. Fu tra i finalisti del premio nazionale haiku di Roma per due anni, nel 2002 e nel 2004. Mentre combatteva contro il cancro che l'aveva colpito curò la raccolta Fiori d'ortica, ed. Book, Bologna, che uscì ad aprile 2005, postuma. Questo libricino ha avuto un buon riscontro di critica e di pubblico da subito e tuttora. A maggio 2005 alcuni suoi haiku furono inclusi nell'antologia bilingue Haiku negli anni edito da Empirìa che ora ha pubblicato Per vela un filo, una raccolta di haiku sistemata da Arnaldo negli ultimi due mesi di vita. Ha lasciato molti altri lavori in bozze, in prosa e poesia, e fra questi una serie di racconti. Brevi testi di Arnaldo e giudizi lusinghieri di altri su di lui si trovano nel volume L'allodola del mio villaggio - didattica della poesia e della lirica haiku - ed. Montanari, Ravenna 2006, ed alcuni suoi haiku sono anche nell'antologia Un mare di cento haiku- STUDIO64 srl Edizioni . Genova 2006.

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Sette Haiku di Arnaldo Benatti

Un'onda fresca
appena ci lambisce
poi si ritrae

Mare d'inverno
orme per chissà dove
...anche le mie

E nella nebbia
sto come un'isola
senza confini

Là tra la gente
ma è solo inganno
vedo mia madre

Tra noi lontani
nemmeno le rondini
volano più

Primo dentino
tra i peschi in fiore;
che giornata

Prato di casa
solo di margherite
e di bambini


HAIKU Yoshida Takeshi

L'haiku è la poesia giapponese composta di tre versi che hanno la seguente metrica: il primo formato da 5 sillabe, il secondo da 7 e il terzo da 5, per un totale di 17.
Nella sua essenzialità è racchiuso un momento di comunione tra l’uomo e la natura, un semplice ma prezioso istante dello scorrere della vita.
La parola haiku cominciò ad usarla il poeta Masaoka Shiki nel periodo delle riforme Meiji e risale a circa un secolo fa. Haiku in realtà è l'abbreviazione di "haikai no ku" come la chiamavano in passato, che letteralmente significa verso di un poema a carattere scherzoso, umoristico, satirico, ciò che noi giapponesi indichiamo con l'aggettivo kokkei. Così come lo stessa poesia haiku, originariamente costituiva la prima parte di un componimento più lungo, il renga (poesia "a catena"), molto popolare alla fine del periodo Heian (794-1185). Si trattava di un gioco di composizione poetica nel quale i partecipanti aggiungevano a turno dei versi concatenandoli l'uno all'altro. Questo tipo di poesia fu in seguito abbandonato e il poeta Basho Matsuo stabilì la precisa forma dell' dell'haiku classico abbandonando anche i toni umoristici a favore dell’espressione della bellezza naturalistica e dei sentimenti dell'animo umano.
Una regola che dev'essere rispettata nell'haiku "classico" riguarda l'uso dei kigo. La parola kigo, formata dagli ideogrammi "stagione" e "parola", indica quei vocaboli che, identificando una determinata stagione, ci richiamano un'ampia serie di sensazioni. Una sola parola, ad esempio il nome di un fiore o quello di un matsuri (festa tradizionale) è sufficiente per darci un preciso riferimento temporale, calarci in una determinata atmosfera, farci addirittura percepire i profumi, disegnare nella nostra anima i tratti dell'ambiente che fa da sfondo all'haiku.
Questo non accade sempre nell’haiku “moderno”: più che l’elusione della metrica dovuta ad un maggior numero di sillabe (talvolta usata anche da Basho), è proprio l’omissione del “kigo” a caratterizzare la rottura con la tradizione.
L’arte della composizione di haiku oggi è diffusa in tutto il mondo. Penso però che fra tante lingue straniere sia proprio quella italiana, con i suoi suoni “musicali” simili al giapponese e la sua ricchezza si sfumature, ad essere la più privilegiata.

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Kubo Kazuko

espone dal 17 marzo al 13 aprile 2007, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Livia Balducci

espone dal 5 marzo al 1 aprile 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Tra i pezzi delle cose assemblate dai quadri c´è l´artista. I suoi lavori sono un confronto, uno scontro, una decostruzione e una ricostruzione del sé donna. Leggeri, isolati, materiali trovati durante la vita, legati insieme a collage. Il suo metodo di accumulazione e di cucito diventa un mezzo espressivo in grado di raccontare la sua vita. Una metafora artistica che si colloca nell´alveo della cultura gender, differenza di genere, differenza sessuale, intesa come approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e di una rinnovata visione dell´identità femminile. Porta avanti una linea personale basata sullo studio della propria immagine. La sua non è un´operazione di mirroring, come certa arte allo specchio di alcune fotografie, ma un calarsi fuori da sè e un dividersi: appende alle tele parti del suo modo di essere. Contatta le proprie tradizioni, quelle dell´infanzia, là dove il chimono rappresenta un augurio di fortuna per la vita. Gli oggetti che impiega sono cose che si indossano, che si leggono, pezzi di giornali, sono oggetti trovati. Gli insiemi si dispongono con agilità ed elasticità. Il quadro azzurro per esempio, è una tela che ricuce l´artista stessa, raffigurandola con ali, come un uccello, angela rapace o portatrice di bellezza. Figure ambivalenti, di sensi e significati opposti, dosate tra pesi e contrappesi con misura e delicatezza. La scrittura, il vestire, l´intimità quotidiana, il venire all´essere del femminile, persona e artista. Questi alcuni degli elementi che si possono scoprire tra le plissettature, gli allacciamenti, le imbastiture, i montaggi, che a volte possono lasciare campo soltanto ad olii multicolori. Appoggiare il pensiero al cuore è il suo motto. Viaggio tra le cose. Ciò che può succedere quando l´immaginario di un´artista ne fa uscire le energie dando vita a sorprendenti metamorfosi. Progetto estetico: mostrare le molte facce delle materie, le energie, le capacità sotterranee di rappresentare. Fonti di ispirazione le cose naturali, come legni e cortecce, ma anche elementi metallici, fino ad ispezionare le potenzialità espressive di pezzi come i cuori pulsanti dei computer, o dei tubi. Titoli come "eucaliptus azzurro", "metallico e nero opaco", oppure "rossi e cavi", sono quadri che tendono alla matericità intesa come ricerca delle dimensioni, quasi sculture. Come collane che si avviluppano, raccolgono i movimenti, gli intrecciamenti, i moti, le masse dinamiche. Corpi artistici come foglie di cortecce, ammollate, arrotolate, assemblate. Svolgimenti, sviluppi, corpi legnosi e ferri intrecciti e stratificati. Le sue estrazioni, o nuclearizzazioni, portano alla scoperta di nuovi spazi fisici o ottici. Ondulazioni, fluttuamenti, stratificazioni, vortici, concavità. Lavori che richiamano immagini naturali e prodotti industriali. Il continuo esplodere e implodere delle cose, la natura in metamorfosi, i suoi molteplici aspetti. Complice della land-art, la terra non è soltanto natura ma anche un museo, fa sua anche un modo di fare che si approssima all´arte d´effetto e d'impatto. Gli oggetti sono così avide spugne di sensi e significati; malleabili e connettivi, cambiano direzioni di verso, ognivolta tracciando dei nuovi percorsi. La realtà è per lei fonte di ispirazione ma è anche da creare. In tal senso è una suprematista, perché alla ricerca, non tanto della praticità o soltanto dell´esteticità delle opere, ma della loro sensibilità plastica o architettonica.
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