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Pagine Zen N° 60
aprile /maggio 2007
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Sono ormai giorni che vivo a Tokyo e oggi è una bellissima giornata di primavera. L'appuntamento è all'uscita della metropolitana di Shibuya, vicino la piccola statua di Hachiko.
Ci siamo incamminati tranquillamente e ad un tratto è stato come entrare in una dimensione parallela e surreale, come risucchiati nel flusso morbido di una scia creata da migliaia di persone in movimento. Sono giovani, tutti giovani, dovunque volgessi lo sguardo. Un luogo straordinario ed irresistibile. Ci siamo addentrati in piccoli vicoli pieni di negozi di coloratissimi accessori d'abbigliamento e le ragazze si accalcano a decine per trovare l'oggetto più esclusivo e alla moda. Si muovono a coppie ed il loro stile è unico. Era impossibile non cominciare a scattare e trasferire quelle emozioni nella memoria della mia Fuji. Ho alzato lo sguardo verso l'alto a guardare l'immensa scritta luminosa del 109 e ne ero già risucchiato. Centinaia di scale mobili mi spingevano da un piano all'altro e ognuno caratterizzato da uno stile, da una griffe e i ragazzi ne facevano parte come in una colossale rappresentazione visiva.

Giovanni De Angelis
mail@giovannideangelis.eu - www.giovannideangelis.eu


Shibuya è la prima tappa di un progetto globale che pone al centro della sua ricerca i giovani e il loro mondo.
Giovanni De Angelis si è soffermato a Shibuya, il quartiere più eccentrico di Tokyo, ne ha colto le espressioni più vive, miste di modernità e tradizione.
La musica pop, la pubblicità, l'elettronica, i locali e soprattutto la moda fanno di Shibuya l'occidente riflesso nella modernità giapponese. Un crocevia dove il delirio è l'immagine, il pop è l'imperativo. La tradizione è lontana.

“[…] A Shibuya si ammassano l'uno sull'altro mille e mille luoghi del piacere e del divertimento; love hotel, game center, cinema, boutique all'ultima moda. Un'incredibile fiumana di gente alla ricerca delle novità più sfrenate, migliaia di esseri umani che s'incrociano ripetutamente a ogni nuovo semaforo verde. Sono immagini istantanee dell'attimo fuggente della vita dei giovani di Tokyo. Un'immagine contemporanea”.

Mina Ihara

SHIBUYA EXPERIENCE
Mara Memo*
Oltre Shibuya Station il flusso vorticoso degli abitanti copre tutto lo spazio, ovunque ramificazioni fuori dell'ordinario. L'universo giovanile giapponese sembra esplodere nelle strade di questo distretto urbano. Migliaia e migliaia di giovani, come pixel coloratissimi, compongono le rappresentazioni, che raccontano, da Tokyo, la storia in fieri della globalizzazione. I giovani abitano il loro media-space,
Foto di Giovanni de Angelis

lo spazio pubblico di Shibuya, tra gli eleganti negozi e i soapland, tra i centri commerciali e i piccoli love hotel, tra le sale del karaoke e i bar luminosi.
Adolescenti kawaii, ragazzine aidoru, bambole kokeshi, asessuate “anime”, allampanati otaku, teenager ganguro: questi straordinari individui-moda lasciano milioni di segni nel loro continuo movimento. Popolano lo spazio. Calcano i viali alberati, le strade a senso unico, gli stretti vicoli. Sono mare che tutto copre. Lunghe onde invadono il viale Omotesandou, piccoli gorghi penetrano le strade laterali, veloci maree svuotano i grandi incroci, che sono attraversati in diagonale.
I ragazzi di Shybuya vivono questo spazio aperto, poroso, che esiste in virtù di un infinito numero di connessioni; l'impossibile mappa delle strade minori, che contengono negozi, ristoranti, abitazioni e uffici, forma la leggera intricata rete che sostiene le principali arterie. Il caotico sistema di percorsi, progettato per disorientare il nemico e difendere l'antica residenza imperiale, era una ingegnosa soluzione urbanistica chiaramente ripresa oggi in quella che sembra una organizzazione casuale delle strade di Tokyo. La complessità urbana è formata anche dalle parti vernacolari a piccola scala che coesistono con le nuove costruzioni. Il fascino misterioso di queste vie silenziose si fonde con quello ipnotico dei grandi schermi, corrispondenti alle finestre dei templi buddisti aperte, secondo i riti religiosi, sugli occhi del dio e dall'incanto della dismisura della metropoli, aperta 24 ore su 24.
I nuovi ritmi urbani sembrano essere costituiti come globali e locali allo stesso tempo. E i soggetti nuovi emergono dal riconoscimento della differenza; essi sono locali (nel senso di particolari) globali e transnazionali piuttosto che nazionali, riconoscono il molteplice all'interno dell'uno e rifiutano le opposizioni binarie, non hanno posizioni di autorità universale, dipendono da altri eventi e contesti.
Questi
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI
MUSEO NAZIONALE D'ARTE ORIENTALE
“GIUSEPPE TUCCI”
Via Merulana, 248 - Roma

SHIBUYA
MOSTRA FOTOGRAFICA DI
GIOVANNI DE ANGELIS
VI FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma 2007
19 Aprile - 6 Maggio 2007
nuovi soggetti contribuiscono produttivamente al dissesto delle narrazioni ortodosse, tradizionali, partendo da una prospettiva globale; le forme culturali di cui sono espressione non sono semplicemente un riflesso secondario della base economica, ma sono costitutive della società stessa. La sovrastruttura determina la base tanto quanto la base determina la sovrastruttura. I processi culturali creati dai gruppi dell'universo giovanile determinano il clima sociale ed economico, gli stili e i rituali delle loro sottoculture popolari
Paola Billi e
Nicola Piccioli

Maestri di FeiMo
espongono loro opere in
“Art of ink in America 2007”
Parigi (Francia) e Ulsan (Korea)
poi a Irvine, California
Esposizione Internazionale
di opere di calligrafia orientale
dal 17 al 27 aprile 2007
presso l'Associazione Culturale
Franco-Giapponese di Tenri
8-12, Rue Bertin Poirée Parigi.
“Change” di Paola Billi

Paola Billi e Nicola Piccioli,
Associazione Culturale FeiMo,
artisti docenti di calligrafia orientale.
Hanno due scuole di calligrafia,
una a Firenze (FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.

www.femaleproject.com
feimo@femaleproject.com
tel. 055224913
sono resistenza culturale, negoziazione, politica. Le loro posizioni sono costruite culturalmente e storicamente, sono sopravvivenza alla condizione di classe subordinata; i giovanissimi abitanti di Shibuya risolvono magicamente, in modo consapevole e in opposizione, le condizioni reali dell'esistenza.
La loro presenza è motivazione vitale del consumo creativo, che non si spegne, né si arresta, come la vita stessa. Nel loro “presentarsi ed essere” celebrano la vita. Tutte le sfumature umane emergono negli abiti e nelle pose di chi ha ancora tempo, di chi ha tempo per abituarsi ai propri ritmi, al proprio umore, alle proprie aspettative. Di chi ha sogni, con i colori dell'affermazione di sé, della propria completezza, della propria apertura, di chi cerca ancora la propria singolarità. Il lusso che esprimono va al di là del nesso tra il necessario e il non-necessario, tra l'utile e l'inutile. Essi sono espressione del lusso, della ricerca di realizzare il piacere del vivere. Oggi si associa il lusso alla possibilità di fare ciò che si vuole quando si vuole. In questo caso il lusso non ha davvero più prezzo, perde qualsiasi forma di materialità e dipende prima di tutto da un'attitudine. I giovani arrivano a Shibuya guidati dalla loro cultura, dalla moda e dai loro ormoni. Le ragazzine vestono con gonnelline scozzesi, con abiti infantili bordati di pizzi e trine, hanno scarpe con spesse suole, pesanti zoccoli e stivali, hanno capelli laccati e scolpiti, i ragazzi sono coperti di piercing e più truccati delle ragazze.
Il piacere di vivere dipende dal tempo, dal silenzio e dalla dismisura che annuncia altri orizzonti, mondi inesplorati e la possibilità di stare da soli. L'immensità smonta, spiazza, ricompone, aspira al vuoto, al provvisorio, alla sorpresa e fluidità. Tutto questo lo comunicano nello media-space di Shibuya, vertiginoso orizzonte vissuto.

* ©2007,Mara Memo, sociologa. Insegna "Sociologia Urbana" alla Iª facoltà di Architettura Ludovico Quaroni. Università di Roma La Sapienza.
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STRADE E STAZIONI DI POSTA
DEL PERIODO EDO/TOKUGAWA (1600 - 1867)
Graziana Canova Tura (seconda e ultima parte)
I viaggiatori a volte si prendevano gioco di coloro che li trasportavano, agitandosi e dondolandosi nel palanchino in modo da rendere difficile il movimento e il passo dei poveri portantini; giungevano così a chiedere loro denaro in cambio di un viaggio più tranquillo. Il vocabolo giapponese che indica l’estorsione, yusuri, nasce qui, dal verbo yusuru = scuotere, dondolare, oscillare.
Altri casi di vessazioni nei confronti degli abitanti dei paesi lungo la strada di Kiso si avevano quando un nobile di corte (reiheishi) veniva inviato a Edo dall’imperatore per un incarico particolare. Poteva accadere, a volte, che l’aristocratico cadesse intenzionalmente dalla portantina e poi accusasse i portatori dell’incidente.
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Minacciava di informare lo shogunato della negligenza degli addetti al trasporto cosicché la cittadina responsabile di averli forniti, temendo le ire del governo, offriva all’aristocratico del denaro perché tacesse. I nobili della corte imperiale di Kyoto erano all’epoca impoveriti dalle spese ingenti per le cerimonie che dovevano avere luogo in continuazione per motivi religiosi o di “rappresentanza”. Capitava addirittura che i creditori del nobile (commercianti di riso, toufu, pesce o altro) lo accompagnassero nascondendosi tra il seguito e che estorcessero denaro ai villaggi con la sua connivenza. E ancora, approfittando del fatto che, secondo la regola, le armature viaggiavano gratis indipendentemente dal peso, alcuni samurai le riempivano di oggetti diversi così da non pagare il trasporto.
Nel 1861 una sorella dell‚imperatore con un seguito di 30.000 persone si recò a Edo, dove avrebbe sposato il 14° shougun, Tokugawa Iemochi. Ci vollero quattro giorni per percorrere il tratto della Kisokaidou e ogni notte occupavano quattro stazioni di posta perché le locande di una sola non erano sufficienti per quel numero spropositato di personaggi.

La Kisokaidou era anche affollata da pellegrini che si recavano al tempio Zenkouji oppure alle sacre montagne Ontake e Kiso komagatake. Ciò avvenne fino al periodo Meiji (1868-1912), quando le stazioni di posta vennero abolite e le antiche strade abbandonate per essere sostituite da moderne vie o da linee ferroviarie. Per fortuna, perché il percorso del fiume Kiso nella sua valle selvaggia è rimasto un luogo di natura intatta, con strade lastricate di pietra, villaggi e case centenari preservati per la gioia dei viaggiatori moderni.
Una specialità di Tsumago e paesi lungo il Kiso, è la soba (vermicelli di grano saraceno). Il grano saraceno cresce velocemente, anche in montagna, e offre più raccolti in un anno. In questi villaggi non era possibile coltivare riso in grande quantità e non era quindi alla portata della gente comune. A Tsumago sembra di avere viaggiato indietro nel tempo di diversi secoli. Ci si aspetta di vedere uscire dalle locande un samurai con le due spade o una intrattenitrice itinerante con il suo shamisen e un largo cappello che la protegge dal sole o dalla pioggia.
Questo paesino è il meglio conservato tra quelli sulla Kisokaidou. Non vi sono fili elettrici visibili né altri marchingegni moderni, così che qui vi vengono ancora oggi girati i film di samurai. Nel 1969 un gruppo di residenti e di appassionati si mise a studiare come salvare gli edifici del periodo Edo e restaurare le antiche case per riportare Tsumago all’antico splendore. Approfittando del fatto che il villaggio era stato poco modernizzato grazie alla sua lontananza dai centri maggiori e che aveva sofferto rari incendi (comuni in Giappone), vi erano rimaste abitazioni tradizionali che potevano essere restaurate o rimodellate secondo lo stile dell’epoca. Riapparvero così l’ufficio postale, la scuola elementare, l’ufficio dell’associazione degli agricoltori e 26 case private in cui vivono più di un centinaio di persone. Le cassette postali sono degli inizi del periodo Meiji (1871, anno dell’istituzione del servizio), dato che nell’epoca Edo non esisteva un vero e proprio servizio postale e soprattutto non vi era l’uso di porre le cassette davanti a ogni casa. Negli anni ’90 questa zona attirava già 900.000 turisti all’anno e si presentava il problema di costruire alberghi, ma i residenti preferirono mantenere le antiche locande o far accompagnare i turisti dagli autobus fino ad alberghi costruiti fuori dalla vista o in altri villaggi. Vi è naturalmente una strada asfaltata percorsa da automobili e autobus, ma si trova alle spalle del paese, così che la strada che lo attraversa è ancora pavimentata con pietre, almeno in alcune parti più caratteristiche.
Per gli appassionati oggi sono percorribili a piedi lungo l’antica strada circa 8 km (e le pietre che si calpestano sono state posate più di trecento anni fa) che costeggiano case coloniche, orti e piccole risaie o si snodano per salite e discese in una splendida selvaggia foresta.





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UN CAPOLAVORO DEL JIUTA:
ZANGETSU di Minezaki Koutou

Mario Carpino - Associazione Culturale italo - giapponese Fuji - www.fujikai.it

Una fanciulla canta accompagnandosi con lo shamisen.
Questa specie di lungo liuto a tre corde era molto popolare in Giappone durante il periodo Edo e utilizzato in molti generi vocali, sia da camera che teatrali.
Come abbiamo visto nella puntata precedente (Pagine Zen n.57), a partire dal XVII secolo si diffuse nella regione di Kyoto il jiuta, un raffinato genere vocale accompagnato dallo shamisen (liuto a tre corde) o dal koto (cetra a tredici corde). Un genere particolare di jiuta era costituito dai tegotomono, brani caratterizzati da un ampio interludio strumentale (tegoto) che interrompeva la declamazione del testo poetico, la quale risultava quindi divisa in due sezioni separate: maeuta (sezione cantata iniziale) e atouta (sezione cantata conclusiva).
Uno degli esempi più significativi di tegotomono per shamisen, considerato uno dei capolavori di questo genere, è Zangetsu, composto attorno al 1790 da Minezaki Koutou (compositore attivo nella regione di Osaka verso la fine del XVIII secolo, della cui vita peraltro si conosce molto poco). Si dice che il testo poetico sia stato scritto dal musicista stesso in ricordo di una sua allieva di nome Matsuya, morta prematuramente; il titolo del brano si riferisce al nome postumo della ragazza, Shinjo Zangetsu, secondo la tradizione buddhista che assegna ai defunti un nuovo nome religioso con il quale vengono ricordati e onorati dopo la morte. Il termine zangetsu significa letteralmente “luna rimasta” e indica la
luna che rimane ancora visibile nel cielo del mattino, sbiadendo progressivamente nella luminosità del giorno: si tratta di un'immagine poeticamente molto espressiva per alludere al distacco dalla defunta.
Nella cultura giapponese la luna (tsuki) è considerata una delle manifestazioni più belle della natura e la festa per la contemplazione della luna in autunno (tsukimi, lett. “guardare la luna”) era un evento altrettanto importante che la festa per la fioritura dei ciliegi (hanami) in primavera. Il rimpianto per lo sbiadire della luna all'alba è un tema ricorrente nella poesia e neBannerlla letteratura giapponese fin dall'antichità; l'immagine è spesso utilizzata in relazione al dolore per il distacco di una coppia di amanti dopo una notte trascorsa insieme. Di maggior rilevanza per questo brano è forse il significato che la luna riveste all'interno della simbologia religiosa buddhista come immagine dell'illuminazione suprema.

Partendo da questo termine, il testo è costruito attraverso un doppio contrasto tra immagini che hanno come filo conduttore la luna e la luce. Così nel maeuta all'immagine della luna che scompare nel mare viene contrapposta la nuova “luce della verità suprema”, allusione al paradiso buddhista. Nell'atouta però anche questa consolazione religiosa viene meno e ciò che rimane è solo una triste successione di giorni bui. Si noti cheil termine oboroyo, sotto tradotto come “fosche notti”, indica propriamente la notte/le notti in cui la luce della luna è offuscata dalle nuvole. Un ulteriore richiamo alla luna (tsuki) è anche contenuto nel termine tsukihi (lett. “lune e soli”, cioè “mesi e giorni” o, più genericamente, “scorrere del tempo”) che crea quindi un contrasto secondario: mentre tu, luna splendente, sei tramontata, le “lune e soli” (mesi e giorni) che ci restano sono solo mesi e giorni cupi, non rischiarati dalla luce della luna.
Il tegoto (interludio strumentale) interrompe l'atmosfera mesta e solenne della sezione cantata con un ritmo più veloce ma pur sempre delicato, che sembra richiamare l'immagine della persona come era da viva.
Maeuta:











Atouta:
Isobe no matsu ni
hagakurete
oki no katae to
iru tsuki no
hikari ya yume no
yo wo hayou
samete shinnyo no
akirakeki
tsuki no miyako ni
sumu yaran
(tegoto)

ima wa tsute dani
oboroyo no
tsukihi bakari wa
meguri kite
Come la luna
si immerge al largo nel mare
scomparendo dietro le foglie
dei pini sulla spiaggia
così, troppo in fretta, hai lasciato
questo mondo di sogno.
Risvegliandoti illuminata
dalla verità suprema
possa tu vivere
nella capitale della Luna.

Ora solo il ricordo [di te rimane],
solo giorni e mesi
di fosche notti
si susseguono.
Nel complesso si può quindi descrivere la successione dei momenti emotivi del brano nel seguente modo:
• dolore per la scomparsa prematura (immagine del tramonto della luna, prima parte del maeuta);
• consolazione religiosa (seconda parte del maeuta);
• parentesi di relativa serenità nel ricordo della ragazza come era da viva (tegoto);
• ritorno al dolore iniziale (atouta).
Il tegoto è diviso in 5 sezioni di cui la prima ha lunghezza uguale alla seconda e la terza ha lunghezza uguale alla quarta; le sezioni sono state composte in modo da poter essere suonate sia una di seguito all'altra sia suonando insieme con due shamisen le sezioni 1-2 e 3-4, creando un effetto contrappuntistico. Per l'accompagnamento strumentale del brano esiste anche una parte per koto che non è stata però composta da Minezaki Koutou, ma aggiunta successivamente da musicisti della sua scuola.
Discografia:
Nanae Yoshimura - The art of the koto - Volume 1, Celestial Harmonies 13186-2 (raccolta di opere famose per koto, che include anche Zangetsu)

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"SEMPLICEMENTE SCRIVERE"
NON SIAMO SCRITTORI
(seconda parte)
Tratto da “Zen” di Tetsugen Serra, Fabbri Editori, Milano-2005

Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

www.fujikai.it
Ricordiamoci che lo scopo di scrivere per noi praticanti zen non è quello che anima la maggior parte degli scrittori, noi non scriviamo perché qualcuno legga ciò che abbiamo scritto o per comunicare con gli altri. Lo scrittore prova delle emozioni e, mediante le sue parole le ridesta nel lettore. Lo scrittore prende il lettore per mano, per i capelli o per il cuore, e vuole comunicargli qualcosa. Noi non solo non scriviamo perché ciò che scriviamo sia letto, non scriviamo neppure per noi stessi. Scriviamo e basta. Questo “semplicemente scrivere” è la grande forza del nostro scrivere. E' difficile scrivere senza l'intenzione di comunicare, ma se ci limitiamo al pensiero nascente, se non cadiamo nella tentazione di prolungare artificiosamente il pensiero con altri pensieri, allora diviene possibile. Quando scriviamo non rileggiamo subito o, se lo facciamo, non cerchiamo di cancellare o correggere il pensiero; anche se non sembra espresso bene o non è proprio ciò che pensavamo, lasciamo ciò che è scritto come l'abbiamo partorito. Non preoccupiamoci di scrivere correttamente, il pensiero non ha punti e virgole, maiuscole o minuscole; la punteggiatura è appannaggio della mente che vuole realizzare il suo pensiero, impediamo che ciò avvenga, ma se viene spontaneo facciamolo. Può accadere di scrivere pensieri pesanti che a parole non avremmo mai il coraggio di esprimere, non per questo dobbiamo censurarci. Se scriviamo pensieri di odio o fantasie strane ricordiamoci che vengono dal profondo, sono nostri, e non significa che se scriviamo di voler uccidere una persona che odiamo, siamo dei potenziali assassini; potrebbe anzi essere il punto di partenza per un'ottima meditazione sull'odio e su come la nostra mente tenti di eliminare tutto ciò che è in contrasto con essa.
Non giudichiamo i nostri pensieri scritti, liberiamo invece la mente dai giudizi e dai condizionamenti che ne nascono, proprio per aprirci a una nuova visione della vita.
Il mio consiglio è quello di scrivere quei pensieri che stanno appena per nascere, ascoltare il loro debole gemito e dar loro espressione attraverso il gesto dello scrivere, lasciare che prendano vita senza che vengano abortiti dalla mente padrona. Se poi viene da scrivere frasi lunghe e costruite, o pagine di racconti, scriviamole su un altro diario. Quando il pensiero scritto si allunga e prende forma la frase, che dà vita alla narrazione, si perde la spontaneità, la freschezza, oserei dire la verità. Non vorrei essere frainteso, non che gli scrittori non siano freschi e veritieri, ma nello Zen interessa la poesia dell'anima, lo sgorgare incondizionato del nostro essere, direi il non-pensiero, e questi pensieri che scriviamo spontaneamente sono il nostro non-pensiero. Non imponiamoci soggetti su cui scrivere, non è un esercizio di introspezione psicologica. Ricordiamoci che “scrivere semplicemente” è diverso da “semplicemente scrivere”, e questo è ciò che noi vogliamo fare per liberare la mente.
Ricordiamoci che il nostro diario è nostro, i nostri non-pensieri scritti hanno bisogno di essere elaborati e strutturati, perciò non facciamo mai leggere il diario a nessuno, non per paura di scoprirci, ma perché difficilmente avrebbe le orecchie per vedere e gli occhi per sentire come noi nel momento in cui abbiamo scritto. continua
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HINAMATSURI
FESTA DELLE BAMBINE
Simonetta Ceglia - (terza e ultima parte) www.fujikai.it

CIBI E BEVANDE ASSOCIATE ALLO HINAMATSURI
I dolci della Festa delle Bambine sono di due tipi: HISHI-MOCHI e HINA-ARARE

Lo hishi-mochi (mochi / dolce di riso a forma di losanga) è un dolce multicolore a tre o cinque strati. Viene messo su particolari piccoli piedistalli ed esposto nello hinadan (l'apposito stand espositivo delle bambole). I colori usati sono di solito il bianco, il verde e il rosa: il bianco simboleggia la neve, il verde il fogliame degli alberi e il rosa il colore dei fiori di pesco. Tale combinazione cromatica vuole comunicare un preciso simbolismo, quello della fioritura e del risveglio primaverile: la neve si scioglie, l'erba spunta da sotto alla bianca coltre invernale, gli alberi rinvigoriscono la loro verde chioma e i fiori di pesco sbocciano sui rami.
Negli ultimi anni si trovano in commercio degli hishi-mochi fatti con lo zucchero o con lo rakugan (pasta ottenuta miscelando diversi tipi di farina fra cui il kinako, la farina gialla ottenuta dai semi di soia); questo tipo di dolce si conserva molto più a lungo ed è perfetto per la distribuzione commerciale.
Lo hina-arare sono dei cracker o sfogli
atelle di riso di diverso colore: il rosa rappresenta i fiori, il verde le foglie degli alberi e il bianco la purezza della neve.
Lo hina arare è fatto con il mochigome, riso glutinoso usato nella preparazione del mochi. Hina significa 'pulcino', ma indica anche le hina-ningyou (le bambole in miniatura); mentre arare significa 'nevischio', 'chicco di grandine'. Arare ricorda dunque la forma di queste palline di riso, ottenute tostando o friggendo dei semi di soia e de chicchi di riso, insaporiti nello zucchero di vari colori.
Nell'immagine sotto, due wagashi, dolci giapponesi, in forma di hina ningyou: il dolce rosa è l'imperatrice (mebina), il dolce azzurro è l'imperatore (obina).
La bevanda che accompagna la festività del Momo no sekku è lo shirozake, sake bianco dolce. Si ritiene che questo tipo di sake possa purificare il corpo, in virtù del suo colore bianco puro. Vi sono tipi di shirozake così dolci che anche i bambini possono berlo.
Il set tradizionale di bambole e il relativo stand espositivo sono articoli molto costosi, spesso tramandati di generazione in generazione, di famiglia in famiglia. Essendo poi gli appartamenti giapponesi piuttosto piccoli, di recente sembra prevalere l'abitudine a comprare non set completi di hina ningyou ma solo la coppia imperiale, costituita da obina (bambola maschile) e mebina (bambola femminile).
In questo caso, la coppia imperiale rappresentata da o-bina, (bambola maschile) ossia l'Imperatore e da me-bina (bambola femminile), ossia l'Imperatrice, indossa gli abiti di corte del periodo Heian (794-1192). Lui indossa il sokutai, abito formale ancora oggi usato nelle cerimonie di corte dall'Imperatore. Il colore di questo sokutai è verde, la bambola indossa poi gli shitouzu (calzini) bianchi, dei sotto-pantaloni rossi (ouguchi-bakama) e dei pantaloni bianchi (ueno-hakama) da cui è visibile il rosso dei sotto-pantaloni. Lo hirao no tare, la stola posta a mo' di cintura con l'estremità che penzola sul davanti e a cui è fissata la spada ornamentale, è bianca e porpora con dei ricami in verde, bianco e arancio. L'imperatore indossa il copricapo detto kanmuri e tiene nelle mani lo scettro (shaku).
Il fiore associato
al Momo no sekku o Hinamatsuri è
il pesco di colore rosa
(aka ume),
ma talvolta anche
il fiore del ciliegio (sakuranbo).
Lei indossa il juunihitoe, abito di corte del periodo Heian. Lo stile di questo juunihitoe ricorda più gli abiti d'epoca Tokugawa (1603-1868), per la presenza del kake obi, una sorta di sopra-abito che vagamente ricorda un grembiule. I colori dominanti sono l'arancio e il verde, colori di moda nel periodo Tokugawa. Lei indossa un hakama (gonna-pantalone) di colore rosso e ben sette strati di vesti, i cui colori vanno dal bianco al rosso, arancio, verde e ancora arancio. Sopra questi strati è posto lo uchiginu, in broccato di seta rigida. Sopra lo uchiginu viene indossato lo uwagi (veste superiore) che è l'ultimo strato, in broccato arancio. La sovrapposizione dei colori è visibile dalla scollatura del collo e dalle maniche. Le maniche dello uwagi sono riccamente ricamate; il soprabito indossato si chiama karaginu (in broccato arancio) e mo è il grembiule bianco che sta sopra i vari strati di uchigi. Il mo presenta dei motivi floreali bianchi, rosa e gialli, con foglie verdi. La pettinatura è detta osuberakashi ed era la pettinatura formale in uso a corte durante il periodo Tokugawa. La bambola ha anche una ampia corona di metallo, di stile cinese che non veniva affatto indossata con il juunihitoe, ma che è da sempre un accessorio caratteristico nella storia delle suwari bina - le bambole sedute.

La Canzone di Hinamatsuri
1. Akari wo tsukemashou bonbori ni
Ohana wo agemashou momo no hana
Go nin bayashi no fue taiko
Kyou ha tanoshii Hinamatsuri

2. Odairi sama to Ohinasama
Futari narande sumashigao
Oyome ni irashita nesamani
Yoku nita kanjo no shiroi kao

3. Kin no byobu ni utsuruhi wo
Kasukani yusuru haru no kaze
Sukoshi shirozake mesareta ka
Akai okao no udaijin
1. Accendiamo la luce delle lampade
Fiori, offriamo dei fiori, i fiori del pesco
La banda dei cinque membri, con il suono del piffero e il tamburo
Oggi è la festa divertente delle bambole

2. Odairi-sama e Ohina-sama
sono seduti affiancati con le facce tranquille
Alla ragazza venuta a sposarsi
assomiglia molto la kanjo (inserviente) con la sua faccia bianca

3. Nel paravento d'oro si riflette il fuoco
lo scuote leggermente il vento di primavera
Un po' di sake bianco, l'ha bevuto?
La faccia rossa di Udaijin

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Mariko Isozaki


Mariko Isozaki espone fino all’11 maggio 2007, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Anders - "cose piccole e parole grandi"
dal ciclo "Il bianco è un colore"

Anders espone fino al 6 maggio 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Essenzialità giapponese, passione per l´asimmetria, colore pop senza nuances dai toni vivi ed aggressivi, si fondono in elementi energetici che dando vita a originali sculture. Di ceramica e terracotta le sue nuove produzioni, differenti dai precedenti lavori ispirati a forme organiche naturali, sceglieva soggetti tratti dalla natura secondo l´idea che l´arte coincide con la vita, sono rilievi per l´ambiente privato. Ma la vitalità, come modo d´essere dell´oggetto, è elemento costitutivo anche delle opere più recenti. Nel passato utilizzava varie tinte, il bianco, il rosso, il nero, il viola, oggi invece prevale l´univocità del colore giallo. Il colore e la cosa diventano un unicum, qualcosa che ha una dimensione evocativa, uno strumento di comunicazione, veicolo di segnali positivi. Colore_oggetto, colore_cosa, che chiamano a sé per sedurre, per intrappolare, catturare. Le sue recenti sculture realizzano così il desiderio del soggetto di uscire da sé, di farsi altro, oggetto, in sintonia, stabilendo con esso una sorta di circuito estetico visivo e di spersonalizzazione. Luminosità, leggerezza, gaiezza, stimolo, trasmettono impalpabilità, energetica attività, speranza per il futuro, verso ciò che non è ancora definito. Il colore assume quindi una valenza psicologica, al punto che il soggetto in osservazione dovrebbe provare un desiderio di immedesimazione con le opere scultoree, al fine di rilassarsi, gioire, per vivere con il gusto del cambiamento e il desiderio di sognare. Il giallo è dunque il colore prevalente anche se non trascura la tinta blu azzurra. I recenti lavori rielaborati in disegni semplificati, aperti all´interno, all´aria, comunicano con sinuose linee che toccano l´ambiente privato espandendo, calamitando l´attenzione delle persone che osservano. Esse traducono dei pensieri che le vengono da quando era piccola, innamorata dei dinamismi della danza. Le nuove sculture, che tendono alla semplicità, al taglio del superfluo, con segmenti di materiali verso sagome irregolari, come circolari asimmetriche corolle di fiori, sono nondimeno modi per passare da un senso all´altro, dal vedere, al toccare, fino all´udire, propagando così il loro corto circuito ed entrando in diretto contatto con la vita. Il colore, veicolo di vitalità, sorriso, ironia, entra a diretto contatto con la vista, il tatto, l´udito: "i miei lavori, scrive l´artista, si possono percepire solo attraverso il senso della vista e per questo voglio realizzare oggetti che comunichino bene calore, fragranza e senso della struttura". Parte da un´idea di pittura ispirata dall´istinto e dalla naturalezza compositiva che dà ad ogni opera uno spazio che ogni volta cambia pur ripetendosi. Ogni cosa viene misurata dal tempo della stesura, che per quest´artista è una dimensione fatta di prove, di solitudine, di silenzi, di immagini che non hanno alcuna connotazione reale ma possono essere pensate soltanto dall´arte. Piccoli dipinti, bozzetti, eseguiti con tecniche miste su lino utilizzando dei segni/tracce minimali. Il colore bianco è presente all'inizio come superficie vuota della tela e dopo come spazio che rimane attorno e tra le tracce lasciate dal pennello. È una relazione insolita, fatta di emozione e istinto, che coinvolge in un´avventura di riflessione su ciò che accade e su ciò che potrebbe essere. Tra il bianco e le altre sfumature, i colori più caldi, si stabilisce una sorta di simbiosi, di miscuglio non semplicemente estetico ma anche concettuale. Una serie di estrazioni, si potrebbe dire, ottenute, mescolando diversi elementi minimali. Le tele sono di lino, mentre gli elementi caratterizzanti sono tracce che racchiudono delle storie. Utilizza parole in tedesco, un filo rosso, delle orme di piedi. Questi elementi sono i mezzi principali del suo lavoro. Li usa con l´intenzione di fare percepire cose come la leggerezza, la concettualità: "una forma d'urgenza per liberare la mente da un'immagine".Si tratta di lavori che si troverebbero al confine tra concettualità ed emozioni. I concetti sono espressi dalle parole, che vengono sovrapposte all´amalgama di colore, prevalentemente bianco, e che servono a connotare i quadri di elementi significativi, Jetzt, Leben, Liebe, Zeit, Hoffnung: l´adesso, l´esistenza, la passione, il tempo, la speranza. Il legame tra le opere e l´artista è un rapporto vitale e temporale. Il tempo inteso non come qualcosa da vivere ma ciò che è all´interno di ciascun quadro, la durata che resta da dipingere, la ciclità delle tele da vivere. Ed è così che guardando alle tele di lino, avvolte di segni minimali, appena tracciati, si possono percepire i loro andamenti interni, i singoli momenti che, in sequenza, costituiscono un insieme pittorico. Una narrativa di colori che per un tempo molto breve racchiude una vita, l´arte del pittore, la sua solitudine, le sue intenzioni, il suo procedere che è fatto di fare e disfare. È un procedere che scorre e percorre la tela cercando di trovare all´interno del suo farsi un progetto ideale per esprimere sentimenti e stati d'animo in modo poetico.
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