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Pagine Zen N° 61
giugno /luglio 2007
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


La processione annuale della festa del santuario di Okunitama (Fuchu); il corteo viene aperto da grandi taiko (piu` di 2 metri di diametro) che hanno la funzione di annunciare il passaggio dei mikoshi (carri sacri), dimora temporanea dei kami.

Il Taiko
Nella tradizione religiosa e folclorica
Mario Carpino - Associazione Culturale italo - giapponese Fuji
www.fujikai.it

“Change” di Paola Billi

Paola Billi e Nicola Piccioli,
Associazione Culturale FeiMo,
artisti docenti di calligrafia orientale.
Hanno due scuole di calligrafia,
una a Firenze (FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.

www.femaleproject.com
feimo@femaleproject.com
tel. 055224913
Negli ultimi anni il taiko, il tamburo giapponese, ha acquisito una crescente popolarità anche al di fuori della sua patria di origine; gruppi di percussionisti come i Kodo, gli Ondekoza o gli O Edo Sukeroku compiono regolarmente tournée all'estero e sono ben conosciuti anche dal pubblico italiano al punto che, per molti, la musica tradizionale del Giappone si identifica con il taiko. Le ragioni di questo successo sono molteplici e ben comprensibili: la proposta di un mondo sonoro per noi nuovo, che trasmette il fascino ancestrale legato al ritmo; l'evidente richiamo a una tradizione millenaria; la capacità di interessare il pubblico con spettacoli estremamente coinvolgenti, in cui la musica è accoppiata a una forte presenza scenica degli esecutori; l'indubbio virtuosismo musicale dei percussionisti. Tuttavia questo stesso successo rischia forse di nascondere le origini di questo tipo di musica e la sua collocazione all'interno della tradizione musicale giapponese.
È ben noto che in tutto il mondo gli strumenti a percussione sono tra i primi che l'uomo abbia ideato e utilizzato; anche in Giappone l'uso del taiko si perde nella notte dei tempi, come è testimoniato dai numerosi reperti archeologici. In epoca storica in Giappone sono stati utilizzati tamburi di svariate forme e dimensioni, ma le tipologie principali sono quattro:

• i taiko dal corpo in un unico pezzo, senza giunture, ricavati scavando un tronco di legno, alle cui estremità sono poi applicate due pelli (solitamente di bue) fissate con chiodi. Hanno approssimativamente la forma di un barile e sono gli strumenti più diffusi e conosciuti. Le dimensioni variano da pochi centimetri a oltre due metri; gli esemplari più grandi (oodaiko) hanno un suono potente e profondo;

• i taiko dal corpo costruito da diverse tavole (doghe) assemblate insieme come una botte. A parità di dimensioni sono molto più leggeri degli
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

www.fujikai.it
esemplari in un pezzo unico e per questo vengono usati nei casi in cui debbano essere trasportati a spalla (nelle processioni e nelle danze);

• gli shimedaiko, tamburi di piccole dimensioni e dal suono secco e acuto, in cui le pelli sono fissate al corpo per mezzo di corde;

• gli tsuzumi, dal corpo a forma di clessidra (formato da due cavità emisferiche congiunte da un raccordo più stretto); vengono usati principalmente nella musica di scena del teatro noh.

Nonostante la storia millenaria dell'uso del taiko in Giappone, nella cultura tradizionale nipponica non esiste nulla che assomigli agli spettacoli a cui possiamo assistere oggi: infatti il taiko veniva utilizzato estesamente in molteplici celebrazioni religiose e in alcune forme di teatro musicale, ma non esisteva nessuno spettacolo precipuamente dedicato ad esso.
Come è noto, la religiosità giapponese vede nelle manifestazioni naturali più imponenti e misteriose un segno della presenza divina (kami) e anche i grandi alberi partecipano di questa sacralità della natura; ciò è testimoniato dai moltissimi riti (di antichissima origine ma che spesso vengono celebrati ancora oggi) in cui hanno un ruolo centrale gli hashira, i sacri pilastri di legno ricavati dal tronco di una grande pianta. Anche il taiko, che deriva dal legno e ne è in qualche modo l'anima e la voce, è sede di un potere magico: tradizionalmente esso veniva utilizzato solo in precise occasioni religiose, seguendo regole rituali accuratamente codificate. Per quanto a noi - abituati a vedere nei concerti le esibizioni dei gruppi di percussionisti - possa sembrare strano, sono piuttosto rare le forme tradizionali giapponesi in cui il taiko veniva usato a scopo di divertimento, cioè per produrre musica come la intendiamo oggi: in generale ogni uso profano del taiko era severamente proibito.
n tutte le regioni del Giappone sono tramandate cerimonie magico-religiose che riservano un ruolo importante al taiko. In molti casi si tratta di riti legati alle cadenze annuali dei lavori agricoli e alla coltura del riso, come i riti di amagoi (invocazione della pioggia), in cui il rombo del tamburo aveva il potere di
Oodaiko (1)
Un oodaiko di medie dimensioni. Il corpo di questi tamburi è ricavato
lavorando un unico blocco di legno massiccio. La bellezza delle venature
naturali del legno è uno dei pregi di questo tipo di strumenti.

Shimedaiko (2) - (3)
Due shimedaiko. Nei modelli tradizionali (2) le pelli sono
fissate al corpo e tenute in tensione da una corda, mentre nei modelli
più recenti (3) questa funzione è svolta da bulloni.

Katsugioke (4)
Un katsugioke, uno strumento adatto per essere portato a tracolla e suonato nel corso di danze o processioni. Il corpo è formato da sottili listelli di legno assemblati e quindi è particolarmente leggero.

I evocare (per similitudine, secondo la logica della magia simpatica di Frazer) il tuono e quindi il temporale, o i riti di mushiokuri che dovevano allontanare gli insetti nocivi dalle coltivazioni, e in cui i tamburi servivano da deterrente per i parassiti. In altri casi, come nel rito dello Hanataue che accompagnava il trapianto delle piantine di riso a primavera, il taiko era considerato propiziatore di fertilità, secondo una complessa simbologia per cui la bacchetta che batte sul tamburo richiama la pianticella che viene posta a dimora nella Madre Terra, o il membro virile che rende fertile il grembo materno.
Le celebrazioni più importanti erano però quelle dei kagura, in cui gli uomini cercavano di propiziarsi il favore dei kami organizzando per loro intrattenimenti che comprendevano musica, danze o rappresentazioni teatrali; è proprio da queste tradizioni religiose di “divertimenti offerti alle divinità” (kamiasobi) che nascono le principali forme di teatro musicale giapponese (il noh, il bunraku e il kabuki). La celebrazione vera e propria era preceduta da un rito particolare (kamimukae) che aveva lo scopo di convocare i kami nel luogo della festa; in questo rito il taiko aveva spesso un ruolo di primo piano, in quanto si pensava che solo la sua voce fosse così potente da giungere fino al cielo, sede abituale dei kami.
Naturalmente nel corso del tempo (e soprattutto nell'ultimo secolo) il clima ideologico della popolazione giapponese si è profondamente modificato ed è venuto meno quel sistema di credenze magico-religiose che costituiva il substrato culturale da cui scaturivano questi riti. Tuttavia per molte persone queste stesse celebrazioni sono andate assumendo il significato, differente ma non meno importante, di mantenimento di una identità culturale ed etnica. A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il governo giapponese ha emanato una serie di provvedimenti volti alla tutela del patrimonio folclorico tradizionale; in molte regioni sono sorte “società di preservazione” (hozonkai) con lo scopo di studiare, conservare e tramandare le forme delle celebrazioni del passato. È da questo retroterra culturale che sono sorti i gruppi di percussionisti che sono i protagonisti dell'attuale boom del taiko.

Discografia:
• Percussion, serie Japanese Traditional Music, King Record KICH 2010 (presenta alcuni degli stili esecutivi legati alle più importanti tradizioni folcloriche, nell'esecuzione di hozonkai locali)
• Music of Japanese Festivals, serie Music of Japanese People, King Record KICH 2028 (registrazioni dal vivo di musiche eseguite nel corso di festival in diverse regioni del Giappone, basate principalmente sul taiko)
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LO SPIRITO GIOVANE DELLA CALLIGRAFIA CLASSICA
Personale di Kataoka Shikou
a cura di Virginia Sica e Francesca Tabarelli de Fatis
Go Book Editore, Trento 2006 - Lingua: italiano/giapponese - Formato 21x 30
Illustrazioni a colori 27 - Pagine totali 57 - Prezzo € 18
Lo spirito giovane della calligrafia classica è una raccolta di celebri poesie classiche e moderne trascritte, nelle proprie opere, dall'artista e studiosa di letteratura Kataoka Shikou, nota a livello internazionale quale una tra le più significative personalità dell'arte calligrafa.
La pubblicazione è nata come catalogo di una personale, arricchita di seminari ed esercitazioni pratiche, tenutasi presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca nell'autunno 2005.
Il titolo, fortemente voluto dalla Maestra Kataoka, rimanda direttamente allo spirito con cui l'artista si è rivolta al pubblico di giovani studenti e studiosi quando «…scelto con cura il tipo di pennello, spiegava con poche, efficaci parole quello che si accingeva a fare e ricreava per i nostri occhi la magia della nascita di un carattere, segno elementare di comunicazione e, al tempo stesso, opera d'arte, raccontando, più di lunghi discorsi, la storia di un paziente lavoro di studio e di applicazione all'arte, fino al traguardo di una completa interiorizzazione e immedesimazione».
E' stato lo stesso materiale cui ha attinto l'artista per le sue calligrafie, la poesia cinese e principalmente quella giapponese, a guidare le curatrici verso il progetto di un catalogo artistico-letterario in edizione italiana.
Nel volume sono presenti tutte le opere esposte durante la mostra, e di ognuna di esse è stato fornito un supporto fotografico di grandi dimensioni, cui fa seguito una
scheda critica, il testo delle poesie in originale giapponese o cinese accompagnato dalla traduzione in lingua italiana, note esplicative e bibliografia.

La raccolta include:

- una selezione di trenta poesie tratte dal Man'youshuu (Raccolta delle diecimila foglie), la più antica raccolta di versi giapponesi che l'artista Kataoka ha trascritto sulle pagine di un policromo album pieghevole;

- Sanjuurokkasen (Trentasei poeti immortali), versi dei 36 maggiori poeti giapponesi della fine del X sec., vergati su fogli di carta decorata e montati su paravento;

- Sanku(Tre haiku), tre componimenti di autori moderni, trascritti senza soluzione di continuità su un paravento pieghevole in lacca;

- Changhen ge (Canto dell'eterno dolore), uno dei componimentiBanner poetici più noti e apprezzati in Cina e Giappone, scritto nell'806 da Bai Juyi, autore cinese che ha reso immortale la drammatica storia d'amore fra l'imperatore Xuanzong e la giovane concubina Yang Guifei;

- Hyakunin isshu (Poesie di cento poeti), raccolta di cento poesie di autori attivi fra il VII ed il XIII secolo, le cui rime illustrano gli ideali estetici del compilatore, Fujiwara no Teika (1162-1241), poeta e teorico di waka tra i più acuti e innovativi della storia del Giappone.

- I ro ha uta, celebre composizione che ha come tema il concetto buddhista di impermanenza espresso mediante il gioco linguistico del pangramma.

Le schede critiche e le traduzioni sono a cura di Simonetta Ceglia, Andrea Maurizi, Aldo Tollini, Virginia Sica

Per informazioni e acquisti on line:
Go Book Editore Via degli Olivi 7 - 38100 Trento Italia
info@go-book.it
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SASHIKO E SAKI-ORI
LA CULTURA DEL RIUSO DEGLI STRACCI DI COTONE IN GIAPPONE
Sissi Castellano e Mami Kawai




Si è conclusa il 31 Maggio, presso la Libreria Azalai di Milano, una interessante mostra delle artiste Mami Kawai e Sissi Castellano, intitolata “Wabi-sabi” l'arte dell'imperfezione” manufatti in tessuti riciclati tinti con colori vegetali, cuciti, ricamati e tessuti come da antiche tecniche giapponesi.
Headquarter
Corso Sempione, 35
Parabiago (Mi) Tel. 0331491850

Shop
Via Boccaccio, 4 - Milano
Tel. 0248193301

www.crespibonsai.it
info@crespibonsai.it

Ecco cosa ci dicono le artiste.
L'introduzione della coltura del cotone in Giappone risale alla metà del periodo Edo, (circa 1750); precedentemente la fibra era importata dall'India e dalla Cina meridionale, con i costi ragguardevoli che si possono immaginare.
Il cotone, al pari della seta, era ritenuto una fibra preziosa, e la maggior parte della popolazione lavorava, e indossava, soltanto tessuti ottenuti con un misto di fibre di canapa, glicine e ortica, comunemente chiamate asa, meno calde e assai meno soffici del cotone. Si diffonde così la cultura del riciclaggio di abiti di cotone usati, quasi sempre tinti con l'indaco naturale detto ai: gli “stracci” venivano innanzitutto lavati con liscivia a base di cenere o amido di riso, per poi essere riutilizzati, a seconda del grado di conservazione, in due tecniche diverse, spesso utilizzate
I contemporaneamente per uno stesso manufatto. La prima, chiamata Sashiko, consiste nel riutilizzare ritagli di cotone cucendoli insieme in molti strati sovrapposti, in modo da formare una trama di tessuto pesante, calda e molto resistente; la cucitura era prevista con filo di colore contrastante di canapa, glicine o ramiè, (in genere bianco naturale su tessuto indaco) “a vista”, un punto molto simile al ricamo kanta tipico dell'India. Questo “ricamo” aveva l'indubbio merito di aumentare la resistenza di tessuti oramai logori, ma aveva anche velleità estetiche e, anzi, portava con sé significati simbolici e talismanici.
L'altra tecnica, detta Saki-ori, consisteva nello strappare e tagliuzzare gli stracci in cattivo stato in striscioline non più larghe di tre millimetri, a volte anche di soli pochi fili, per utilizzarle come trama tessuto su un ordito anche in questo caso di canapa, ramiè o glicine.
I tessuti realizzati erano utilizzati per confezionare coperte, abiti di lavoro per contadini o pescatori.
“boro” e i “saki-ori” ci interessano, oltre che per la loro intrinseca qualità estetica, perché, pur essendo il frutto di pratiche contadine dettate dalla povertà e quindi dalla conseguente necessità di riutilizzare e riciclare, ci riportano a esempi nel campo dell'arte moderna dove il riutilizzo ci appare denso di significati. Prima fra molti l'opera di Burri in cui la sublimazione estetica dei rifiuti e dei tessuti riciclati ci parlano di ricordi e ci sollecitano a pensare alla vita precedente di quei materiali.
Questi oggetti ci mostrano tutta la loro vulnerabilità agli agenti atmosferici e alla manipolazione umana e rappresentano il tempo che si è fermato raccontando gli usi e gli abusi di cui sono stati oggetto. La loro texture registra gli effetti del sole, il vento, la pioggia, il caldo e il freddo in un linguaggio di scolorimenti, ossidazioni, opacizzazioni, macchie, buchi e altre forme di deterioramento.
"SCRIVERE ZEN"
MATERIALE DI SCRITTURA
(Terza parte)
Tratto da “Zen” di Tetsugen Serra, Fabbri Editori, Milano-2005

Non teniamo un diario elettronico, usiamo carta e penna. Oggi lo scrivere elettronico è un grafismo piatto, manca del segno del momento, è facilmente cancellabile e riscrivibile. Quando invece usiamo un foglio di carta, la parola scritta deve essere cancellata materialmente con una gomma o altrimenti dobbiamo strappare la pagina, in altre parole è richiesta una rimozione profonda del pensiero scritto. Sul computer basta un tasto e tutto scompare senza lasciare traccia, o peggio ancora possiamo modificare facilmente il pensiero scritto alterandolo nella sua forza originale.
C'è una sacralità nell'atto dello scrivere a mano che va preservata, il supporto elettronico svuota valori e peso di quest'arte. Scrivere a mano sollecita un collegamento del pensiero al movimento del corpo; la nostra scrittura si esprime attraverso il gesto del corpo e questo gesto cambia da pensiero a pensiero, lo vediamo nella grafia del nostro segno: grande, piccolo, veloce, nervoso, calmo distanziato, sono tutte tracce, queste, che la nostra mente lascia sul foglio. Attenzione però a non diventare grafomani, sarebbe la morte della spontaneità dello scrivere creativo. I differenti segni ci comunicano il peso e la profondità d'animo e di pensiero del pensiero scritto, sarà una comunicazione intra scritturale.
Cerchiamo un piccolo quaderno o un diario tascabile, così da poterlo portare sempre con noi; non deve però essere eccessivamente piccolo altrimenti i nostri pensieri verrebbero ridotti dallo spazio. Basta un quaderno da pochi euro che ci dia la sensazione di poter scrivere qualsiasi cosa senza pensare di sprecare fogli
costosi. Scegliamo una penna che ci piace tenere tra le mani, che sentiamo nostra e che faccia scorrere velocemente il pensiero dalla mente al foglio. Talvolta basta il tempo di tirare fuori la penna e il pensiero si è già composto in una frase troppo pensata. La penna, o matita, è il nostro veicolo, è il viatico del nostro pensiero, è a lei che il corpo affida ciò che la mente gli ha confidato, deve perciò essere un tutt'uno con il corpo, un prolungamento della mano. Quindi scegliamo con cura sia la carta sia la penna.
POST-IT Se il vostro diario è uno scritto strettamente personale, potete anche scrivere sui post-it e appenderli dove volete; è comunque meglio restringere questa pratica all'ambito famigliare o alla vostra automobile. Se disseminate i vostri pensieri scritti in ufficio, alla fine sarete costretti a dare spiegazioni, a verbalizzare il non-pensiero, con il risultato di dare alimento alla mente discorsiva e poco meditativa.
Questo può accadere anche a casa, dove però è più facile spiegare la vostra pratica ed essere compresi, anzi può diventare un'abitudine famigliare collettiva. Pensate che bello se la casa si riempisse di non-pensieri, e chi leggesse non sentisse il bisogno di chiedere spiegazioni su ciò che legge, avreste in questo modo una comunicazione profonda con tutti, I Shin den Shin, da cuore a cuore.
Portate sempre con voi il diario e i post-it, potreste essere seduti al ristorante e avere un pensiero folgorante mentre masticate un boccone di carne o bevete un sorso di vino, l'attimo passa come una freccia e con lui anche il pensiero che è riuscito a farsi strada… fra tanto pensare. I momenti di chiarezza e intuizione vanno colti al volo. Non preoccupatevi di quello che può pensare la gente nel vedervi scrivere e ricordate che scrivete per voi, non per dare insegnamenti.
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"TISSHU & TISSHAA
Matteo Rizzi


Immagine di Matteo Rizzi
Se doveste camminare senza neppure uno yen nel portafogli per le arterie commerciali o nei pressi delle principali stazioni ferroviarie delle città giapponesi, ne tornereste comunque a casa con le tasche piene: mi riferisco alle piccole confezioni di fazzoletti di carta!
I giapponesi li chiamano poketto tisshu o semplicemente “tisshu”, parola che, come ci suggerisce la pronuncia, deriva dell'inglese “tissue”. Le persone che svolgono il lavoro occasionale di distribuzione, sono simpaticamente identificate come “tisshaa”, un neologismo ottenuto dall'annessione di un suffisso nominale alla parola tisshu (in inglese corrisponderebbe a “tissue + er”). Abbiamo già trattato riguardo alla formazione di simili vocaboli in Pagine Zen n°.27, ma per comprendere al meglio la sfumatura linguistica che la parola tisshaa ci regala, potrei dirvi che se lavorassero tra le vie di Roma li chiameremmo “fazzolettari”!
Il lavoro di tisshu kubari (distribuzione di fazzoletti) altro non è che un'intelligente evoluzione del volantinaggio; intelligente e più apprezzato perché a differenza dei normali volantini pubblicitari che una volta letti o meno finiscono spesso per terra accartocciati, anche chi non ne ha immediata necessità li accetta pensando che “i fazzoletti comunque torneranno utili”. Sulle confezioni che misurano circa 115 x 80 mm. e contengono sei fazzoletti, sono riprodotte con accattivanti soluzioni grafiche di scritte colorate, manga o foto di paesaggi le pubblicità di banche, locali o night club di prossima apertura, numeri di linee telefoniche per adulti, menù di ristoranti.
Per riceverli basta un piccolo gesto: allungate la mano e il tisshaa, tra un caloroso saluto ed un sentito ringraziamento, ve ne consegnerà una confezione.
E se in pochi metri di strada v'imbatteste in una decina di tisshaa, come vi comportereste? Nel prossimo articolo proveremo a addentrarci in questo curioso mondo attraverso gli episodi vissuti dai diretti interessati. (continua)


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MINGEI
ARTE POPOLARE
Simonetta Ceglia - www.fujikai.it

Il termine fu coniato dall'antropologo e studioso di religioni e filosofie Yanagi Muneyoshi (1889-1961) come abbreviazione di minshuuteki kogei (arti e artigianato a carattere popolare). Mingei è dunque l'esatto opposto dell'arte borghese e dell'arte aristocratica. Yanagi Muneyoshi dedicò la propria vita alla raccolta, catalogazione e conservazione di opere che fossero espressione del folclore locale e delle tradizioni popolari. A lui si deve la nascita del primo museo etnografico giapponese, nel 1936 a Tokyo, con il nome di Nippon Mingei-kan. Dieci anni prima nel 1926, Yanagi fondò l'associazione Nihon Mingei Kyokai (Società giapponese per lo studio delle arti popolari) a sostegno dell'omonimo movimento. L'organizzazione, che si diffuse ben presto in tutto il paese, è all'origine della creazione del Japan Folk Art Museum (Nippon Mingeikan), così come della rivista “Mingei”, che viene tuttora pubblicata. Quali sono le caratteristiche dell'arte popolare? 1) Orientata al pragmatismo; 2) oggetti di uso comune, ricorrenti nelle vita di tutti i giorni e cionondimeno oggetti che recano il segno di una genialità artistica non comune, seppure anonima, seppure non di firma e fama autografa.
Yanagi si era accorto, infatti, che molti oggetti delle società pre-industriali presentavano le caratteristiche di bellezza e di rispetto dei canoni estetici di forma, colore, design, simili o superiori a molti capolavori dell'arte moderna. Sebbene oggi sia una delle potenze industriali fra le più avanzate al mondo, il Giappone conobbe tardivamente la rivoluzione industriale ed è per questo che molti oggetti prodotti fin verso la seconda metà del XIX secolo rientrano a pieno titolo nella categoria di mingei-hin (opere dell'artigianato popolare). Si tratta di oggetti per cui la produzione su scala era del tutto sconosciuta, oggetti fatti a mano, oggetti assolutamente unici, proprio in virtù di leggere
imperfezioni, sbavature nel colore, errori nella decorazione, ma anche motivi e tecniche che mutavano da provincia a provincia, pur applicate allo stesso oggetto, pur finalizzate alla realizzazione di quel prodotto che non poteva risultare mai uguale ad un altro.
In questo senso nell'artigianato popolare pre-Rivoluzione Industriale, la parola d'ordine dei ns. giorni, uniformità, era del tutto sconosciuta. Come sosteneva Yanagi Muneyoshi (o Yanagi Soetsu), “la bellezza nasce dall'uso” (da L'artigiano sconosciuto) e con questa frase, Yanagi voleva indicare proprio la bellezza non artefatta, non intellettuale o celebrale degli oggetti, ma la bellezza naturale, quotidiana, quasi scontata che sta nella patina del tempo, inteso proprio come l'usura che lascia i propri segni sugli oggetti, usati anno dopo anno. L'arte mingei incarna perfettamente l'ideale estetico nato in epoca Muromachi del wabi e del sabi, due concetti, due canoni estetici associati alla cerimonia del tè e fortemente impregnati di buddhismo zen. Wabi (essere silenziosi, riservati, calmi) e sabi (nostalgia, sentirsi soli) ben rappresentano il fluire del tempo sulle cose, sugli oggetti, sui colori sbiaditi di una ceramica o di una stoffa, sul legno che ha perso la vernice iniziale, su una tazza macchiata dall'impronta di un rossetto o crepata in qualche punto.
Docente di filosofia alla Tokyo Teikoku Daigaku (Univ. Imperiale di Tokyo), Yanagi Muneyoshi nel saggio L'artigiano sconosciuto scriveva che “per quanto realizzato minuziosamente, un oggetto che ha preso forma nel pensiero non può produrre alcuna emozione, un difetto spesso percepibile nei lavori dei principianti”; mentre a suo giudizio le opere d'arte che meritano tale nome hanno sempre la capacità di coinvolgere il lettore/spettatore; in altre parole le opere d'arte sanno emozionare, toccando le corde dell'affettività di chi fruisce di esse. Fra le opere dell'artigianato popolare (mingei-hin), i giocattoli tradizionali (kyoudo omocha) occupano un posto di rilievo, poiché gli usi locali, le leggende, i fatti storici e gli influssi geografici si riflettono pienamente nella scelta del materiale, delle tecniche di costruzione e delle modalità di uso dei giocattoli stessi. In questo senso, i giocattoli diventano delle opere d'arte in grado di comunicare i valori religiosi e culturali di una comunità, di un popolo tutto. (continua)

Nei prossimi numeri di Pagine Zen la dottoressa Simonetta Ceglia ci accompagnerà nel fantastico mondo dei giocattoli tradizionali giapponesi.

NOODLES
CON VERDURE E SALSA HOISIN
Sara Maternini
Ingredienti


1 cucchiaio di olio
1 cipolla
2 spicchi d'aglio
1 grosso pezzo di zenzero fresco
2 o 3 pak choi o 200 g di coste o spinaci
1 peperone
300 ml di brodo di carne
2 ucchiai di salsa Hoisin
1 cucchiaio di Oyster sauce
1 cucchiaio di salsa di soia
220 g noodles di riso




Preparazione

Mettete le tagliatelle di riso a bagno in abbondante acqua calda, per almeno 20 o 30 minuti o finché non sarete pronti ad aggiungerle al wok.
Tritate la cipolla, l'aglio e lo zenzero.
Tagliate a striscioline i pak choi e il peperone.
Scaldate l'olio in un wok e aggiungete cipolla, aglio e zenzero.

Soffriggeteli, mescolando continuamente, per 5 minuti o finchè non avranno preso colore. Aggiungete peperone e pak choi e continuate a sfriggere per altri 5 minuti. Aggiungete il brodo caldo e lasciate ridurre su fuoco alto. Aggiungete le noodles, scolate, le salse e mescolate per 5 minuti o finchè le noodles non saranno cotte. Servite subito, cosparso di semi di sesamo.


Sara Maternini
ha un food blog "The Kitchen Pantry"
kitchenpantry.
blogspot.com
e lavora come web editor e web cuoca per San Lorenzo srl www.san-lorenzo.com

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Gianna Moise

Gianna Moise ha esposto fino all’8 giugno 2007, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Daniele Valenti

Daniele Valenti esapone fino al 1 luglio 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Fondi acrilici in simbiosi con coperchi di plexiglass formano imprevedibili bolle energetiche. Non sculture, non quadri, non installazioni, che si collocano alle pareti o in spazi vuoti. Ogni bolla è una sorpresa di postazioni simboliche e strategiche, "un'armonia organizzata". Ogni sfera è come una fuoriuscita e un ingresso. C'è un movimento sottostante, un nomadismo delle cose e dei colori che si appostano e compiono delicati giri di piatto. Le mani dell'artista plasmano disegni che liberano energie e imprigionano sguardi. Gli elementi di un viaggio passato vengono utilizzati, coinvolti all'interno, mentre le cupole diventano lenti per sedurre e interessare. Ci si lascia attrarre per sfuggire alla comune osservazione. Alcune bolle-mondi sono tappeti di fiori e cuori, sono puntiformi, oppure paesaggi astrali, zodiaci, costellazioni, stelle. Solidi più o meno regolari, simmetriche asimmetrie, superfici curvilinee e sentieri, disegni o semplici riflessi. E quando le vibrazioni, le essenze dei colori, esalano la vita ,chi osserva ha un guizzo, una pausa dell'immaginazione: allora il passato e il presente trovano una nuova aggregazione, l'attualità di un'altra figura. Dai significati esoterici, arcaici, magici, alchemici, si passa così ai colori-immagini. Le tinte, viola, gialle, rosse, arancioni, fucsia, verdi, azzurre, bianche, sono calori, effetti, sensazioni e sentimenti. Eperienze dirette per l'oltre. I colori sono immagini-oggetti; colori che tormentano e danno quiete, fluidi e organici, nascosti e in rilievo. A volte sanno di simboli, di magiche percussioni, di microarchitetture, di mappe in rilievo. Opere d'arte come testi visivi, terreni di giocose composizioni o invenzioni da investigare, colori come mezzi per apprendere altre realtà, mediare unioni misteriche, cogliere allegorie. Artista che soddisfa un energico istinto primordiale di ricerca pittorica misurandosi con diverse tecniche. Dai fondi con i colori passati alle tele, alle tinte che posano con pietre o legni, fino alle originali passioni per l´artigianato manuale con alcuni pezzi creativi di anelli e collane. In mostra una serie di lavori della produzione del primo tipo: colori più stoffe. L´inganno magico degli effetti che producono sta tutto qui. La citata combinazione è una capacità di coinvolgere, assorbire dentro, in modo che chi guarda dovrebbe volere farlo proprio per saperne di più. L´intento artistico del pittore in questione sul piano esecutivo è quindi di mandare in circuito intensità estetica e intensità cognitiva, gli occhi e le mente. Se questo mix è piacevole, l´obiettivo cattura e straniamento ha raggiunto un suo livello di efficacia. Il quadro mostra e nasconde, diventa un veicolo per parlare d´altro. Ciò che i suoi lavori vanno ad indagare è un modo per richiamare con l´arte l´attenzione alle dimensioni interiori, personali, senza però sottovalutare gli aspetti e gli effetti di ciò che capita al di fuori. Cose che in sé e per sé possono essere sentite e appartenere sia individualmente sia in comune. La guerra e la pace coinvolgono le coscienze e le azioni. A suo modo i colori possono parlarne e un quadro rispondere: in "guerra o pace" i bianchi e neri poggiano un fondo marrone e si contendono gli spazi di una scacchiera fuori equilibrio. Così pure il tema della religione, degli stati psicologici, di ciò che l´anima rappresenta sognando, della conoscenza, o della morte.
Roma

Natino Chirico
Dai carboncini, agli olii, fino alle più recenti produzioni, con tecniche miste e fotografie. Un realismo gocciolante di colori, accanito, immediato. Le sue figure nascono ogni volta che escono dalle intelaiature per incontrare gli occhi di chi ne sa apprezzare la tendenza, ovvero la capacità di evocare un mondo parallelo, al di là del comune quotidiano o di parte di esso. E se si guarda alla sua linea espressiva più recente, intende fare incontrare modi espressivi vecchi e giovani, il cinema, la foto e la pittura, per parlare di cinema, del nostro in particolare. Ciò che gli importa è che le immagini alla fine agiscano con forza, che incuriosiscano, che siano belle, anche quando le tecniche impiegate sono differenti. Gioca all´innesco degli equivoci, alla verosimiglianza. Sono in scena sequenze di ritratti usciti dalle sue mani, dalla sua mente pittorica o dagli obiettivi? Oppure è lo sconfinamento di entrambe le tecniche? Cerca di rispondere cercando la sorpresa degli effetti. Facendo succedere che guardando un´immagine si risalga ad un movimento di emozioni fatto di altre visioni. Perchè escano dalle profondità degli sfondi per divertire, suscitare il presente, anche quando ritraggono gente famosa del passato. I volti delle attrici, degli attori, fotografati e ritoccati, oppure creati, si misurano con l'esattezza delle personalità. Le figure, anche quando note, diventano così nuovamente reali, con i colori che sono un suo modo per avvicinare l´intoccabile. Cerca di toccare le corde delle esistenze rappresentate mostrandone i versi più significativi, gli attimi milgiori, con effetti di metamorfosi che partono da piccoli segnali dei loro caratteri. Assembla cornici, colori e figure come se volti e corpi stessero attraversando delle porte finestre. Escono sottolineature di vitalità, presenza, fascino, ironia, bellezza, che strappano e restituiscono, tratti, dinamiche, primi piani, di genialità, ironia, drammaticità, comicità. Perchè ogni singola immagine sia, ogni volta, storia, sorpresa, icona.
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