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Pagine Zen N° 62
luglio /settembre 2007
Pagine Zen é un "foglio" mensile che raccoglie articoli riguardanti la cultura giapponese e orientale in genere. Tradizione, Storie Zen, pittura, calligrafia, iKebana, bonsai, origami, cerimona del té, arti marziali, cucina e recensioni sugli artisti che periodicamente alternano le loro esposizioni all'interno dei due ristoranti Zen milanese e romano.
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


TISSHU MANIA
Matteo Rizzi
Nel precedente articolo abbiamo brevemente parlato dei poketto tisshu (confezioni tascabili di fazzoletti) e del lavoro occasionale di distribuzione gratuita (tisshu kubari) svolto dai giovani tisshaa nelle strade delle città giapponesi. Trattandosi di un semplice e ripetitivo lavoro simile al volantinaggio la cui azione inizia porgendo una confezione e termina quando il passante l'accetta…cosa altro ci sarà mai da scrivere o da analizzare a riguardo?! Inaspettatamente ho trovato tanti racconti, osservazioni e notizie curiose: piccole cronache di vita quotidiana che ho raccolto e trado
“Change” di Paola Billi

Paola Billi e Nicola Piccioli,
Associazione Culturale FeiMo,
artisti docenti di calligrafia orientale.
Hanno due scuole di calligrafia,
una a Firenze (FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.

www.femaleproject.com
feimo@femaleproject.com
tel. 055224913
tto per voi.
Il “grazie” come terapia sociale:<<Quel giorno avevo preso posto accanto al tabellone degli orari per fare tisshu kubari. Dopo 10 minuti di lavoro fatto proprio svogliatamente mi è venuta in mente una cosa che ho messo subito in pratica. Una cosa semplice: quando qualcuno prendeva la confezione io ringraziavo “arigatou gozaimasu!”. Certo, sembra una cosa ovvia, ma ha avuto un grande effetto: la gente ricambiava con un sorriso. Da quel momento, il lavoro che svolgevo “meccanicamente” si è trasformato in occasione per trasmettere e ricevere un piccolo istante di felicità […] Mentre tornavo, un altro pensiero mi è venuto alla mente: quel giorno avevo distribuito almeno 2000 confezioni…insomma, ero riuscito a dire “grazie” a duemila persone! […] Non so quanti lavori ci sono che ti possano far dire “grazie” ben duemila volte; probabilmente in quella città e in quel giorno sono stata la persona che ha ringraziato più di ogni altra.>>
Vita da tisshaa: <<Oggi ho fatto la tisshaa a Kamata [quartiere del distretto di Oota a Tokyo]. Diversamente dai volantini, si finiscono tutti con una velocità incredibile. Però ho capito che per essere bravi tisshaa bisogna avere delle tecniche: è difficile portarsi dietro tante confezioni di fazzoletti tutte assieme …non so quante volte le ho rovesciate per strada! Poi sono arrivata davanti alla stazione, il campo di battaglia dei tisshaa. Nel poco spazio che c'è tra le scale mobili e la strada se ne aggiravano più di cinque. Quando ho allungato la mano per consegnarne una confezione mi sono accorta che era una tisshaa che lavorava per un altro negozio…lei l'ha preso e se n'è andata. Accidenti che vergognaaa!>>
<<Sono andata a fare il lavoro della tisshaa. […] Oggi non ce n'era una gran quantità, solo 1500 confezioni da distribuire in quattro; ho iniziato verso le
otto e terminato dopo le nove…tutto finito in poco più di un'ora. Però se fossi rientrata subito in ditta mi avrebbero detto “ma come, così presto?” E allora hogirato per far passare un po' il tempo. Nel tornare a Fukuoka però ho sbagliato strada e per di più non ho trovato subito un distributore per fare benzina. Essendo già trascorso molto tempo, verso le 10:30 ho telefonato in ditta per avvisare che avevo finito. Risposta: …“ma come, così presto?” >>
Grazie tisshaa!:<<Io ringrazio di cuore i tisshaa: sono allergico ai pollini e quando li incontro vado sempre da loro a prendere i fazzoletti. Inoltre, grazie alla pubblicità stampata sulle confezioni ho saputo dell'esistenza di tanti negozi dove ora vado spesso a fare spese.[…] All'estero distribuiscono gratuitamente i fazzoletti? Certo che no. Un amico americano quando ha visto i tisshaa per la prima volta era davvero stupito, non credeva che fossero gratuiti. […] Io vado spesso per lavoro all'estero e vi assicuro che non ho mai trovato in nessun posto dei fazzoletti di qualità come quelli prodotti in Giappone. Quindi ai tisshaa voglio dire davvero “grazie”!
Questo è per me? …E allora questo è per te!: <<Un giorno stavo camminando per un quartiere commerciale. […] C'era un gran viavai di gente, ma la cosa che mi ha messo più in imbarazzo era la presenza di molti tisshaa. A me che sono timido e non riesco a dire “no”, ne hanno consegnato talmente tanti che non mi ci stavano quasi tra le braccia. In quel momento mi è passata per la testa una magnifica idea: perché non contraccambiare per ogni confezione ricevuta donandone una anch'io? Perché non contraccambiare il gesto d'amore che ho ricevuto?! … ho provato a farlo!>>
[Se siete interessati all'epilogo, v'invito a vedere i filmati di questo sito: http://osora.net/neta/04neta/tissue/tissue.html]
Collezionisti di tisshu: figurine adesive, tappi di bottiglie, card dei giochi di ruolo…così come altri piccoli oggetti che presentano dimensioni standard ma caratteristiche differenti nella grafica o nei colori, ho pensato che anche le confezioni di tisshu possano aver fatto “scattare” nella testa di qualche giapponese quello strano meccanismo che conduce nella spirale della mania del collezionismo. Effettuando qualche ricerca attraverso internet e informandomi presso amici giapponesi, questa tesi è stata parzialmente confermata: alcuni collezionisti possiedono confezioni ormai introvabili prodotte negli scorsi decenni o serie raffiguranti attrici e cantanti che hanno prestato la propria immagine nelle pubblicità. Potete vedere parte di queste collezioni nei seguenti siti:
http://www.asahi-net.or.jp/~tf5h-mtu/story/html/kinyu1.html
http://www004.upp.so-net.ne.jp/gp-tail/pt-index.html
Purtroppo pare che nessuna persona adulta sia talmente appassionata da ritrovarsi la sera in compagnia per scambiare le confezioni doppie (…come invece mi auguravo per concludere degnamente questo articolo!).
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BUDOKAN
il dojo tradizionale in Giappone
Giacomo Merello Shodan Daito-ryu Aikybudo

Mi è sembrato opportuno iniziare la mia collaborazione con questa splendida rivista parlando dell'”inizio”, della base per la pratica delle arti marziali tradizionali, siano gendai budo (arti moderne) o koryu bujutsu (arti antiche): il dojo. Questa parola, che noi traduciamo liberamente in Italiano con “palestra per le arti marziali” significa, in realtà, lett. il “Luogo della Via”, con un esplicito riferimento alle discipline marziali basate sullo sviluppo dell'io e sulla ricerca di se stessi, spesso in seguito al combattimento con il propro “nemico interiore”. Anticamente, un proverbio giapponese risalente al periodo del Sengoku Jidai recitava: “Quando un uomo esce di casa, ci sono sette nemici pronti ad ucciderlo”, motto che nascondeva un significato molto più pratico, il nemico non era “interiore” ma era reale, o almeno bisognava presumere che lo fosse per mantenere un allenamento ed una preparazione di alta efficacia. A quell'epoca, il dojo non era ancora conosciuto con questo nome, ma con il più generico budokan (“casa delle arti militari”), o con dei nomi specifici sempre seguiti dal suffisso -kan, come ad. es.: Kodo-kan, Nisshin-kan, Kobu-kan etc. etc.
Il budokan poteva, e può tuttora, essere costruito con una pavimentazione in legno (una sorta di parquet a listoni sottili e lunghi, tirati a lucido), più adatto alle discipline legate alle armi tradizionali (kendo, naginata, bojutsu, sojutsu) o, in tempi più moderni, al karate okinawense e giapponese; in alternativa la pavimentazione era formata dai normali, quotidiani tatami in paglia di riso, coperti da dei teli in cotone bianchi o di un altro colore tenue ed uniforme, per le arti quali gli stili di jujutsu tradizionali, ed in seguito il judo, l'aikido etc. In entrambi i casi, il parquet o il tatami, raramente, nei dojo costruiti a regola d'arte, questi tipi di pavimentazione vengono appoggiati direttamente al terreno od al cemento; poggiano invece su una sorta di intelaiatura di legno sotto vuota, simile ad un “palco”. In tempi moderni sotto vengono usati anche degli elementi ammortizzanti quali delle speciali molle asimmetriche ovvero degli elementi in plastiche speciali. Questo rende le palestre tradizionali molto più sicure, non causando i danni da lungo termine alle articolazioni che purtroppo spesso subiscono i praticanti in occidente, nonostante i tatami giapponesi siano considerevolmente più duri rispetto a quelli diffusi qui!
Dal punto di vista estetico un budokan tradizionale presenta dei rivestimenti in legno sulle pareti, e, sul lato “sud”, rastrelliere per le armi od altri attrezzi per l'allenamento. Sul lato opposto, definiamolo per comodità “nord” è presente il kamiza, un tempietto shintoista affiancato dai ritratti del fondatore della disciplina o da altri personaggi e maestri importanti. All'entrata è generalmente appeso anche un cartello con scritte le “regole del dojo” norme pratiche e filosofiche di comportamento per chiunque voglia esercitare il budo in quel luogo. Usualmente i praticanti dovrebbero entrare, rigorosamente a piedi nudi, dal lato “ovest” all'angolo con il lato “sud”, facendo un piccolo marziale inchino verso il kamiza. Dopo la pratica, condotta e regolata da un severo codice di comportamento non scritto chiamato rei (che affronteremo in un prossimo articolo), avviene la cosa più naturale ed igienica: la pulizia del dojo o “souji”. Io stesso, durante i miei viaggi di allenamento in Giappone, rimasi colpito da questa pratica, che tutti svolgono, dal Sensei all'ultimo allievo, ma in breve tempo mi adattai e cominciai a trovare la cosa intelligente e perfino divertente, oltre che molto educativa (specie per i
ragazzi): con dei panni asciutti e bagnati, tutta la superficie, i muri, il kamiza (in genere curato dal Maestro), perfino i caloriferi, vengono puliti e nettati da polvere e sporcizia; fa parte della vera e propria “pratica” e rende ogni praticante orgoglioso di mantenere il “proprio” dojo nella condizione più perfetta possibile.
Un Budokan vero e proprio contiene più sale con pavimentazioni diverse ed ospita numerose discipline al suo interno, dal kendo al kyudo (tiro con l'arco). Scarpe e ciabatte si lasciano all'ingresso dentro appositi ripiani, ed all'interno ci si può muovere esclusivamente scalzi, sia per motivi igienici sia perchè avviene così anche nelle case, ed essendo la “casa” del budo, questo principio va rispettato. Spesso sono presenti una o due piccole sale o stanze che fungono da cucinino e da salotto (ed anche da spogliatoio per le donne: gli uomini tendono a cambiarsi direttamente sul tatami). Lo scopo principale è ritrovarsi lì prima o dopo la pratica, bere insieme un tè verde e chiacchierare, oltre a sistemare le questioni burocratiche. Ma c'è anche un altro motivo: dare posto agli uchi-deshi, gli allievi interni.

INAUGURAZIONE IL 15 SETTEMBRE
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualità e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai, nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13. Per ogni informazione: www.nihonclub.it info@nihonclub.it"

Queste persone sono praticanti che, sia perchè vivono lontano da casa, sia perchè non hanno i soldi per poter vivere fuori o pagare tutte le lezioni, dormono direttamente in dojo come se fosse la loro casa e la curano e tengono in ordine come tale. Avviene ancora oggi, soprattutto durante l'estate od in periodi di vacanza in cui ci si può allenare anche otto ore al giorno! Purtroppo il dojo tradizionale sta lentamente morendo per la cronica mancanza di spazio giapponese (che li porta a pensare e vivere architettura e tecnologia sull'ottimizzazione degli spazi e sulla miniaturizzazione di tutto), ma i capisaldi rimangono tali, sopratutto nelle aree rurali come l'Hokkaido ma in compenso in occidente qualche pioniere sta riscoprendo queste strutture, realizzandole per la pratica del Budo.
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ISAMU MURATA
Il discepolo del Bonsai moderno
a cura di Crespi Bonsai

Nel bonsai la forma è un elemento importante, che cambia secondo l'apprezzamento e la concezione del mondo che la persona che lo crea possiede, ma anche secondo le epoche.
Desideriamo presentarvi lo stile di Isamu Murata, personaggio noto dell'attuale mondo del bonsai giapponese... Pensiamo però che sia opportuno iniziare parlando di Kyuzo Murata, il padre adottivo di Isamu.
Kyuzo Murata è stato un grande del bonsai, il padre del bonsai moderno. Nato nel 1902 a Takayama, la sua storia è piuttosto singolare. Figlio di imprenditori, che operavano nel campo della seta, aveva già iniziato gli studi universitari quando, a causa di una malattia molto grave, su consiglio del medico, dovette trasferirsi a Omiya, dove l'acqua aveva delle particolari proprietà, efficaci sia per gli uomini che per le piante in miniatura. Collocato nella prefettura di Saitama, Omiya è un luogo in cui la coltivazione dei bonsai fu trasferita da Tokyo successivamente al grande terremoto del 1923, alla ricerca di acqua e terriccio di buona qualità.
Qui, Murata, nel 1926 inaugurò il suo giardino bonsai denominato Kyuka-Kyuka-En, il “Giardino delle nove nebbie”. Fra gli alberi maggiormente amati da questo maestro si annovera la Picea jezoensis: magnifici esemplari di Abeti, provenienti dall'isola di Kunashiri, ancora oggi dimorano nel suo giardino.
Nel 1931 acquisì uno dei ruoli più prestigiosi per un bonsaista: accudire gli esemplari della famiglia imperiale di Tokyo.
Masakuni, il famoso produttore di attrezzi per il bonsai, collaborò con Murata, con il quale si consultava per realizzare forbici e tronchesi che possedessero le caratteristiche ideali per lavorare i bonsai. È agli inizi degli anni '20, infatti, che Masakuni progettò le prime forbici specificamente per uso bonsai e da lì a poco produsse anche il primo tronchese concavo.
Nel 1925 il villaggio bonsai Omiya stava iniziando a prosperare quando ebbe inizio la seconda guerra mondiale. Nel 1930 da 23 famiglie che si occupavano di bonsai, ne rimase una sola: quella di Murata.
Malgrado le notevoli difficoltà che incontrò per la guerra e le imposizioni politiche, riuscì a realizzare il suo
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sogno, creando nel 1947 l'Associazione Bonsai Omiya, diventando uno dei maggiori divulgatori dell'arte bonsai nel mondo. A questo scopo lavorò nell'Unione Coltivatori Bonsai Giapponese, che contribuì particolarmente alla diffusione del bonsai, continuando comunque ad occuparsi degli esemplari di importanti personalità giapponesi, come il Primo Ministro e l'Imperatore Chichibuno-miya.
Qualche anno più tardi ebbe l'occasione di incontrare Isamu Wakabayashi. Quest'ultimo era nato nel 1936 a Kawagoe, ad ovest di Omiya. Sin da piccolo ha sempre amato la natura e gli alberi. Dopo la laurea con indirizzo agronomico, trovò impiego in un ufficio in città. Ma presto si rese conto che non era quello il lavoro che desiderava fare. Il padre di Isamu pensò che la cosa migliore per suo figlio era trovare un'occupazione all'interno del mondo vegetale e pensò al bonsai. Fra le tante nursery bonsai visitate a Omiya, fu il giardino Kyuka-en di Murata che colse la sua attenzione. Qui comprò un bonsai per 10.000 ¥ (che al tempo era paragonabile ad uno stipendio mensile per un laureato). Per mettere alla prova l'onestà di Murata pagò due volte l'importo della fattura, quindi 20,000 ¥. Alla ricezione dei soldi, Fumi (moglie del Kyuzo) si rese subito conto dell'errore e avvisò immediatamente il Signor Wakabayashi. Questa costituiva la prova dell'onesta e della serietà del Kyuka-en nel commercio. Nel 1959 decise così di mandare suo figlio Isamu da Murata, per acquisire l'arte bonsai.Poiché quest'ultimo era senza figli, come vuole la tradizione giapponese, Isamu fu adottato da Kyuzo e da sua moglie Fumi: il suo nome cambiò da Isamu Wakabayashi a Isamu Murata.
ESEMPLARE DI ZELKOVA SERRATA
NEL VIVAIO DI MURATA
Da quando Kyuzo Murata è morto, Isamu ha preso le redini del padre adottivo, continuando nell'opera: diffondere il pensiero moderno del bonsai, dandogli connotati più naturali.
Conoscere il pensiero e lo stile di formazione di Isamu Murata comporta un problema, poiché la capacità creativa che implica il termine stile è negata dallo stesso Murata.
Egli infatti dice: “Non è questione di capacità creativa, l'intero compito è affidato alla natura. Se così non fosse i risultati finirebbero per assomigliarsi tutti.”
In occasione di una recente manifestazione, Murata ha organizzato un laboratorio di lavoro sul te-ire (cure di mantenimento stagionali) dei bonsai del Palazzo Imperiale. Nella sua presentazione ha introdotto le cosiddette cinque regole del bonsai, in rapporto al lavoro di formazione.



1. Trascendere il concetto di vita e di morte.
2. Non disegnare il progetto.
3. Non aspettarsi i risultati.
4. Non affidarsi ai libri.
5. Assumersi pienamente la responsabilità dell'essere vivente che il vaso ospita.

Questi cinque punti riassumano l'essenza del pensiero di Murata nella cura dei bonsai!
Troppo costruito
Banner“Per quanto sia importante l'osservazione costante dei propri alberi, non si può metterci mano ogni momento. Nel bonsai l'albero è il soggetto”, dice Murata. “Di solito in cinque o sei anni di lavoro si tocca il cielo con le dita, ma questo sposta l'attenzione su di sé e sulla propria capacità creativa. Il risultato è che oggi il bonsai è troppo costruito; se soffia il vento i suoi rami non si muovono...
Di solito un albero in natura non vede passare le forbici dai suoi rami, invece si direbbe che il bonsai debba a tutti i costi convivere con le forbici. Ma le forbici producono tanti piccoli punti di sofferenza, tanti piccoli segni da nascondere; man mano che l'albero diventa il “simbolo delle forbici” perde la sua naturalezza.”
È vero che il bonsai non è un albero naturale e non si può negare che la coltivazione produca effetti sulla sua forma. A questo proposito Murata spiega:
“Anch'io controllo il vigore e la forma dell'albero perché si avvicini alla perfezione, tuttavia non si vede come ciò sia ottenuto. Per esempio, nel vaso si possono sviluppare dei semi di erbacee: alcune disturbano la crescita delle radici e allora le tolgo senza esitazione, ma quelle che non danno fastidio all'albero le lascio. I rami li modello soltanto con la pinzatura, poiché così le curve appaiano più naturali.” (continua)

Tratto da BONSAI & NEWS - Crespi Editore
LA POESIA ZEN HAIKU
Tratto da “Zen” di Tetsugen Serra, Fabbri Editori, Milano-2005

L'Haiku è sicuramente una delle arti poetiche d'espressione scritta più conosciute in Giappone. Molti maestri e praticanti zen si sono dedicati a questa forma di poesia comunicandoci, attraverso di essa, l'assenza della vita. In nessun'altra dimensione come nell'arte della poesia Haiku chi scrive deve farsi poesia e scomparire come individuo, facendo in modo che sia la poesia stessa a parlare per sua natura. Allo sforzo della mente di cercare la parola giusta si contrappone l'immadiatezza del sentire del poeta di Haiku che, diventato egli stesso ciò che sta vivendo, lo esprime con folgorante essenzialità facendo vivere a ogni persona che leggerà la poesia la stessa situazione, portandola nella stessa immediatezza. Non si tratta di poesia spontaneista, ma di ciò che nasce quando è maturato il processo di unità con le cose, quando si è ciò che si sta facendo e vivendo. E' questo che fa dell'Haiku un'alta espressione poetica dello Zen, della vita.
Un Haiku appare immediato e semplice, e rivela la natura della vita in tutta la sua complessità. Non si tratta di poesia naïf, ma di parole che escono dal cuore di una persona che ha raggiunto l'essenza della vita. Non si tratta di una comunicazione che si serve di parole, ma che va oltre le parole, che esprime sentimenti ed emozioni liberi da sentimenti ed emozioni, che presenta la vita così com'è. E' un compito piuttosto difficile per chi non si è liberato dalla mente, per chi cerca ancora un senso alla vita senza vedere che il senso della vita è solo quello di essere vissuta. Leggendo un Haiku ci s'immagina di poterne comporre con facilità, per la semplicità delle sue
parole, ma questa semplicità è la semplicità del cuore; come diceva Basho, uno dei più grandi poeti d'Haiku e praticante zen, “ci sono molte persone che sanno lavorare le parole, ma pochi conoscono le regole del cuore”. Qui la parola cuore non va intesa in senso sentimentale, ma come Shin, vale a dire, spirito, mente, il cuore stesso della vita. Il Maestro zen Suzuki, nel saggio Psicanalisi e Buddismo Zen, espone molto bene la differenza tra il cogliere l'essenza della vita come nell'Haiku e invece il descriverla, e lo fa comparando un Haiku di Basho e una poesia di Tennyson.
Se guardo attentamente
vedo il nazuna in fiore
presso la siepe! Basho

Fiore che spunti sul muro screpolato,
io ti colgo dalla fessura;
ti tengo qui, la radice e tutto, nella mia mano,
piccolo fiore, ma se potrò capire
ciò che sei, la radice e tutto, e tutto in tutto,
saprò che cosa sono Dio e l'uomo. Tennyson
Suzuki fa notare la diversità dei due poeti. Mentre uno scrive: “Io ti colgo dalla fessura…”, separando quindi il fiore dal contesto per analizzarlo, Basho scrive: ”Se guardo attentamente…”, il che implica diventare il fiore stesso nel suo contesto di totalità. Basho diviene il fiore e il fiore Basho, I shin den shin, da cuore a cuore, da essere a essere fusi in un essere unico. Non si tratta di descrivere la scena, ma di essere la scena che si sta vedendo; vedere ed essere diventano uno.
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GIOCATTOLI TRADIZIONALI GIAPPONESI
Simonetta Ceglia - www.fujikai.it - prima parte
“Maggiore è l'intelligenza, più grande è la capacità di giocare”. E' un dato di fatto molto noto agli esperti di apprendimento e delle varie scienze cognitive. Bambini e adulti di ogni tempo e in ogni parte del mondo hanno costruito giocattoli affascinanti di ogni tipo, usando in modo creativo materiali molto comuni: paglia, carta, legno, argilla, cuoio, pezzi di stoffa e fili di lana. In questo modo ogni gioco tradizionale è al tempo stesso unico e simile. Unico nell'uso immaginifico di materiali simili che, pur attraversando tutte le culture, hanno conosciuto realizzazioni ludiche tanto diverse fra loro. Da questa prospettiva, diventa chiaro che il gioco è davvero il lavoro del bambino e i giocattoli sono i suoi strumenti di lavoro. Il termine per indicare i “giocattoli tradizionali” è in giapponese kydo omocha, lett. “giocattolo del paese natìo”.
Questo dimostra molto chiaramente la dimensione “locale”, “provinciale” di questi giochi che esprimono pienamente gli usi, i costumi, la cultura di una regione o di una provincia. I kydo omocha, diversamente dagli odierni giocattoli, aveva una chiara funzione ludica, ma essa era sempre, se non secondaria, comunque strettamente legata alla funzione religiosa di oggetto talismano (engimono) e oggetto - soprammobile da esporre con una funzione protettiva, un po' alla stregua dei quadri di santi posti sopra alla testata dei letti, in molte case occidentali.
Giocattoli in cartapesta, legno e terracotta
La carta è sicuramente uno dei materiali preferiti dall'arte tradizionale giapponese, basta pensare all'origami e al kirigami (piegare o tagliare la carta). Anche nel settore dei giocattoli, la carta ed in particolare la carta-pesta (harikogami) è uno dei materiali più usati, senza però dimenticare i molti giocattoli in legno, argilla, stoffa, paglia, bambù.

TIGRE DI CARTAPESTA (HARIKO NO TORA)
Tigre dedicata al dio Shinnou (“Shinnou no tora”). Shennong è il nome cinese di questa divinità,
uno dei “Tre Augusti” (2852\2597 - ??) figura mitologica di imperatore ci con Fuxi, inventore degli oracoli e Huang Di (il famoso Imperatore Giallo, Koutei in giapponese). Shennong è venerato anche come inventore dell'agricoltura (non a caso i caratteri giapponesi usati per trascrivere “Shinnou” significano proprio “dio dell'agricoltura”), nonchè della medicina cinese a base di erbe medicamentose. I “Tre Augusti” sono figure mitologiche di imperatori, pre-dinastia Shang - Yin, la dinastia con la quale la Cina entra nella storia. Durante lo Shinnou matsuri, festività che si svolge a novembre in onore di Shennong, questa tigre di carta pesta con testa snodabile, particolarmente cara ai farmacisti, viene attaccata ad un ramoscello con foglie di bambù e venduta ai fedeli.
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

www.fujikai.it
Si dice che la tigre di cartapesta sia stata costruita per la prima volta nel decimo anno Meiji. Nel 1962, alla tigre di cartapesta, che richiede un lungo e paziente lavoro, unicamente a mano, è stato dedicato un francobollo, che fa parte della serie dedicata ai giocattoli tradizionali (kyoudo gangu no kitte).

CIVETTA DI PAGLIA (SUSUKI MIMIZUKU)
Di questo giocattolo tradizionale si dice che abbia come scopo quello di tenere lontano la malattia. Sebbene la civetta sia considerata nella tradizione giapponese un animale piuttosto malizioso e comunque inutile, in questo caso, invece, la civetta di paglia è considerata di buon auspicio. Questo giocattolo è fatto utilizzando il susuki, la versione giapponese della cosiddetta “piuma delle pampe” (cortaderia argentea). La civetta è animale associato all'inverno, come il falcone (taka) e le oche selvatiche (kamo). Questo oggetto, la cui produzione è tipica della città di Tokyo, viene venduto soprattutto durante le cerimonie autunnali in onore di Kishimojin / Kishibojin, Hariti in sanscrito. Dea buddista che protegge i bambini, è invocata come divinità che favorisce la fertilità femminile e garantisce parti sicuri.
Nella tradizione sanscrita, Hariti era un demone femminile che aveva moltissimi figli. Hariti amava questi figli alla follia e per nutrirli, uccideva i figli delle altre madri. Costoro allora si rivolsero al Buddha Shakyamuni per lamentarsi di questi orrendi delitti e per chiedere al Buddha “storico” di salvare i loro figli. Shakyamuni allora sottrasse a Hariti il suo figlio più giovane e lo nascose sotto alla sua ciotola di riso. Hariti in preda alla disperazione cercò il figlio ovunque, ma senza successo, poi sconvolta si rivolse a Shakyamuni chiedendogli il suo aiuto. Fu allora che il Buddha le ricordò che la sua sofferenza era legata alla perdita di un solo figlio e da questa esperienza poteva forse comprendere la sofferenza di tutte le madri alle quali Hariti aveva divorato migliaia di bambini. Pentita, il demone giurò che non avrebbe più fatto soffrire le madri, anzi sarebbe divenuta loro protettrice e dei loro bambini. La festa del demone Hariti, poi convertita in dea protettrice delle madri e dei bambini, è celebrata a Tokyo (Toshima-ku Zoushigaya) il 17 di ottobre ed è in quella occasione che vengono vendute queste civette dalle orecchie rosse. Il legame fra la civetta di paglia e il demone-donna Hariti è narrato in un racconto popolare: la dea Kishibojin, invocata da una figlia che pregava per la guarigione della madre, consigliò alla fanciulla di costruire delle civette di paglia e di venderle. La ragazza obbedì, costruì le civette e le vendite furono così buone che riuscì ad acquistare le medicine per la madre e ne ottenne la guarigione. (continua)
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IL NON AGIRE
La filosofia cinese di Wu Wei
Di Margherita Sportelli - Xenia Editore - Milano - 2006

Wu wei significa letteralmente "non agire", ma questa non è una filosofia dell'inazione: ogni civiltà ha la sua utopia, quella della civiltà cinese è stata da almeno tre Millenni "l'insegnamento senza parola, l'attuazione senza atto volontaristico".
In questo libro:
Wu wei: lo stile cinese dell'azione senza contrapposizione;
i fondamenti etici del Confucianesimo e del Taoismo: fare "per nulla" o fare "nulla";
la quiete della mente: arrestarsi e sostare;
Wu wei e il pensiero confuciano: la spontaneità della virtù;
Wu wei e il pensiero taoista: la consapevolezza del divenire;
Wu wei e Zhuangzi: la virtù dell'inutilità;
Wu wei e gli stratagemmi militari.

Margherita Sportelli. Sinologa, è laureata in Lingue e Letterature Orientali all'Università di Venezia. Ha risieduto in Cina negli anni 1986-1989 partecipando a un progetto governativo di cooperazione per lo sviluppo.

E' docente di Lingua e Cultura cinese presso l'Istituto Italo Cinese e la Fondazione Italia-Cina e svolge attività di formazione nelle scuole di impresa dei centri universitari, nel settore della comunicazione e negoziazione con la Cina e della internazionalizzazione aziendale. E' esperta del “Sole 24Ore” e docente di Associazioni industriali.

E' docente dei corsi per mediatori culturali e svolge attività di educazione scolastica nei settori dell'antropologia sinologica e dell'intercultura. E' redattrice di “Cina Notizie”, è membro del Comitato scientifico dei “Quaderni Asiatici” e ha curato numerose pubblicazioni specialistiche.

Tra le produzioni di carattere divulgativo, per Xenia ha pubblicato L'astrologia cinese (2001), Segreti orientali di salute, bellezza e rilassamento (2004), Il tè (2005).

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Christopher Pisk

Christopher Pisk ha esposto fino
al 6 luglio 2007, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Ammiraglio Acton

Ammiraglio Acton espone dal 7 luglio
al 7 settembre 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
La musica, linguaggio universale attraverso il tempo, è la base di un discorso artistico minimale, primordiale, rudimentale, ma anche attuale, evoluto e complesso. La capacità di globalizzazione dei suoni ha infatti la specificità di tenere insieme elementi apparentemente contrari e lontani. Sono quindi opere sul passato e sul presente proprio perchè il tempo trova qui dei territori di comune appartenenza: i suoni, le melodie, le armonie, pur in continua evoluzione sono l´elemento trasversale che oltrepassa le distanze. I suoi oggetti artistici sono quindi modi per farci ascoltare, affinchè l´ammirazione e lo sguardo diventino ascolto. Ciò che si osserva dalle tele sono tracce, lo stato mentale dei suoni, i dati sottili, gli effetti di mascheramento. Si ha la sensazione di un circuito migratorio perché i cavi delle casse acustiche, utilizzati come inserti, in rilievo, diano l´impressione di muoversi in circolo. All´origine ci sono le note, le tracce mentali, che poi assumono un senso, una logica; i lavori parlano di un passaggio ulteriore, la concretizzazione delle note, il loro essere trasferite su supporti, di vari materiali possibili e dimensioni. E quando le note occupano questi nuovi territori, questi solchi, pur all´apparenza non più udibili, si ottiene un altro tipo di percezione: quella dello sguardo. Ed è proprio grazie agli sviluppi tecnologici e teorici, ai passaggi dalle musiche a tonalità classiche a quelle elettroniche, che si è reso possibile un fatto artistico di questo tipo, di materializzazione dei suoni. Le opere, spesso monocromatiche, vedono l´utilizzo dimensionale dei cavi delle casse acustiche in forma di nodi. Dal palcoscenico delle superfici-quadri emergono delle combinazioni animate, degli atti performativi: i gesti dell´artista, prima pensati musicalmente, si traducono in acrilici e inserti. I conduttori annodati e intrecciati trasferiscono e trasformano linee di trasmissione che prolungano energie e pensieri. Dal disco di vinile ai più evoluti mezzi di diffusione, trascrizione, compressione dei suoni, la pittura dell´artista è un modo per dire come le note possano assumere una visibilità che va oltre la grafica da pentagramma, diventando elementi di una composizione, concerto di suoni che si contaminano con le figure cosicché gli occhi possano percepire le originali frequenze sonore. Dipinge acrilici e olii, cerca gli spazi ampi, abbozza di notte, quando il silenzio e la luce artificiale gli consentono di trasmettere al meglio ciò che ha immaginato, sognato. Le immagini che escono sono apparentemente slegate. Il gioco surrealistico che mette in campo serve per accedere a ciò che la natura visibile già dice ma che non viene sufficientemente notato. Andando in modo trasognato oltre le realtà, giustapponendole, separandole, avvicinando parti improbabili, si ricatalizza l´attenzione su ciò che si è dimenticato o fatto finta di non vedere. Non spacca con immagini irriconoscibili, ma raffigura cose e persone con tenue psicologismo. I paesaggi e le situazioni sono riconoscibili, comuni, mentre quello che lo interessa è il modo di portarle alle tele. Le immagini cercano l´espressività, sono parlanti, viventi, agenti. Due gambe senza corpi alla guida di due biciclette!! Impossibile? No. L´immaginazione sveglia, che sogna ad occhi aperti, fa in modo che, in un paesaggio edulcolorato, possano. Ogni tela una scena. A volte sono sogni solitari, melanconici, drammatici, altre più gioiosi e intimi. Alcuni quadri respirano il mix di questi stati in modo che, colori e figure, formino equilibri invisibili, sfumati, precisi: le opere "personalità" e "tentazione". Ha il gusto per l´imprevisto, per le cose ironiche e curiose. Linee, spazi, prospettive, piani, non sempre si trovano insieme, a corrispondere. Allontanando o riavvicinando realtà trovate nel pensiero ottiene effetti di personalizzazione delle cose. Il suo surrealismo è dunque tinto di sentimenti. Nuvole come oggetti marmorei, materialmente dense, pesanti, "arrampicatore", rigonfie, i quadri "manna", "anomalo", "achtung! achtung!"; nuvole vive, vestite di tinte tenui, le tela "nuvole rosa" e "gestazione". Visioni non astratte, non informali, piuttosto gestual-espressive. Sta a chi osserva farsi toccare dalla semplice immediatezza di nuvole, marine, personaggi e paesaggi oppure sfuggirne per un salto proprio verso un´altrove da decifrare.
Roma

Valentina Pisani

Valentina Pisani espone dal 3 al 28 luglio 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma,
via degli Scipioni, 243
Architetto di professione che si è espressa con la musica del pianoforte e del sax fino alle presenti sperimentazioni con l´ecoarte. Recupera, riciclica, assembla, ricuce. Rifiuti_design dall´idea che "nulla si crea e nulla si distrugge" ma tutto si trasforma.
Dalla fisicità delle materie, in disuso, perforate, lacerate dal tempo, dai passaggi delle mode, delle tendenze, ad una creatività che ne mette in evidenza la molteplicità, facendo acquisire alle cose sensi e significati.
Con l´opera sutura due pezzi di porte, dei fili, delle viti, un chiavistello, cambiano chirurgicamente funzioni e rivestimenti estetici; così nei tre bendati, le garze intrecciate tendono a conservare un´intimità pura e a proteggerla. Oggetti che si riferiscono a desideri e, vicendevolmente, in una sorta di andirivieni.
Ad un certo punto, di fronte a ciò che è inevitabile, la chiusura e la trasformazione, il buttare via e il rifare, delle altre mani, un´altra mentalità, li sottrae alla loro inevitabilità, interviene e ne cambia i percorsi. Scrivendo della propria ricerca usa l´espressione materiale recipiente "Cassonetto house", "fabbrica": la sua abitazione è il luogo del riuso ecoartistico.
L´oggetto spazzatura, distolto dal tutto si trasforma, può risuonare e fare che la cosa più inutilizzata, cambiando musica, torni ad essere udita. Negli ultimi anni anche certa filmografia italiana sente questa eco; la sua casa, le sue opere, diventano set scenografie, oggetti di attrazione nei film: "Una storia qualunque", "Ma che colpa abbiamo noi", "Manuale d'amore".
Tracce mobili che riportano l´attenzione sul tema dello spazio privato come sentiero per un´altra comunicazione, un´altro vivere. La cosa arte, prima soltanto tangibile, visibile, fruibile, vivibile, porta fuori dalla sua essenziale gestualità estetica un movimento etico, diventa punto per riflettere: l´isolamento, la non integrazione, la disapprovazione inconsapevole per mondi lontani, la difficile mediazione tra solitudine e relazioni, i contrasti tra sentire, immaginare, esistere, perire.
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